Recensione 'Orfani bianchi' di Antonio Manzini - Chiarelettere

by - 12/07/2016 08:00:00 AM

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio, poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero, ai regali e al panettone”, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirli c’è lei, Mirta, che non li conosce ma li accompagna alla morte condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato, il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. “Nella disperazione siamo uguali” dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi.
Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza. Una storia contemporanea, commovente e vera, comune a tante famiglie italiane raccontata da Manzini con sapienza narrativa non senza una vena di grottesco e di ironia, quella che già conosciamo, e che riesce a strapparci, anche questa volta, il sorriso.

Titolo: Orfani bianchi
Autore: Antonio Manzini
Editore: Chiarelettere
Data di pubblicazione: ottobre 2016
Pagine: 201

Trama: 5  Personaggi: 5  Stile: 5  Copertina: 5 




Questo libro è un cazzotto nello stomaco. Di quelli forti, ben assestati. Di quelli che ti fanno smettere di respirare e ti fanno sputare sangue.
Questa è una storia di quelle che ci passano accanto ogni giorno, sono quegli occhi che incrociamo sui tram mentre andiamo al lavoro, quei visi stanchi che incontriamo sulle scale del nostro condominio, quelle mani rovinate che ci aprono una porta.
Questa è la storia di tutti quegli uomini e quelle donne che hanno lasciato le loro famiglie a migliaia di chilometri di distanza e sono venuti qui in cerca di un lavoro e di un po' di serenità, in cerca di qualcosa che permetta loro di dare un futuro dignitoso a quei figli lontani. Quei figli che lasciano bambini e ritrovano adulti.

Questa è una storia di speranza e di dolore. È la storia di una mamma moldava, Mirta, che fa quello che noi figli non facciamo più: accudisce quegli anziani che nessuno vuole. È la storia di un'Italia, la nostra, in cui i vecchi non servono più, sono un impiccio, e vengono affidati a queste donne che arrivano da paesi lontani e si prendono cura di loro, sostituendosi un po' a quei figli che non li guardano più. 

Questo è un Manzini diverso da quello che ci ha fatto conoscere ed amare Rocco Schiavone. Qui c'è un Manzini serio, che tira fuori una storia che graffia sin dalle prime righe e che, arrivati all'ultima pagina, assesta quel cazzotto proprio al centro del nostro stomaco. E si rimane lì, a fissare quelle ultime righe, a rileggere quelle ultime pagine, sperando di essersi sbagliati, di aver capito male.
E invece no. L'aria manca, il dolore sale e le lacrime lo accompagnano.

Questa è una storia che tocca un po' tutti noi. Perché tutti abbiamo incrociato quegli sguardi nel traffico e tutti abbiamo pensato "il solito straniero che viene qui a rubarci il lavoro". Ma cosa c'è dietro quegli sguardi? Dietro quei volti che affollano le strade nei mattini freddi e bui dell'inverno? Quelle esistenze che passano quasi inosservate, che ci sfiorano e poi spariscono?
Quanto dolore? Quanti sacrifici? Quanta solitudine?
Mirta è solo un nome, quello che Antonio Manzini ha scelto per identificare una realtà dolorosa e dolorante.

Io non so dove l'autore abbia trovato questa storia, se sia solo frutto della sua penna e della sua mente o se, dietro, ci sia qualcuno di reale. So che questa è una storia che tutti dovrebbero conoscere, questo è un cazzotto che tutti dovrebbero ricevere. Così magari, domani mattina, quando usciremo di casa per portare i nostri figli a scuola o per andare al lavoro, quando incroceremo quello sguardo non ci volteremo dall'altra parte, ma gli faremo un sorriso; quando la sua mano sarà vicina alla nostra, non ci allontaneremo, ma gliela stringeremo. E, soprattutto, diremo grazie. Perché un cazzotto così fa male, ma insegna.


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10 pensieri dei lettori

  1. Lo spunto per il personaggio di Mirta, leggevo, Manzini lo ha preso dalla signora che badava alla sua mamma. E' una storia emblematica, quella di Mirta, anche se forse un po' drammatizzata nel finale, ma funziona!

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  2. Si sente proprio che questa storia ti è entrata sotto pelle. Un motivo in più per leggere questo libro, se ce ne fosse bisogno. I miei complimenti per la toccante recensione. (Vitto? L'ho detto pubblicamente!)

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    1. Esultate tutti! Mi ha fatto un complimento su piazza! Qua io faccio foto e incornicio!

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  3. Insomma resta solo da decidere quando lo si vuole prendere questo cazzotto! Aspetta che vado a comprare un po' di biscotti, la panna montata, un giorno di ferie (compro pure quello) e sono pronta.
    baci lea

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    1. sì, Leuccia, serve un giorno tutto per sé in cui si è pronti a fare a pugni con questa storia.

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  4. Anche la tua recensione è un bel cazzotto nello stomaco, di quelli ben assestati, di quelli che aprono gli occhi e parlano senza peli sulla lingua. Un Manzini diverso, da scoprire :)

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    1. Che fatica scriverla, non puoi capire. Però non vedo l'ora che tu legga questo libro perché so che avrà lo stesso effetto su di te!

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  5. oh Laura se non l'avessi già comprato lo prenderei subito! Lo leggerò, quando sarò pronta a farlo ci vuole il momento giusto, ma lo leggerò di sicuro!

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    1. Ecco sì, serve il momento giusto, perché è una storia che fa male, tanto male.

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