Recensione 'Il club dei bugiardi' di Mary Karr - Edizioni e/o

Se a metà degli anni ’50 ti trovavi a vivere a Leechfield, era molto probabile che a un certo punto della vita avessi commesso qualche sbaglio, o che non avessi colto un’occasione, o che magari ti fossi rassegnato. Non c’erano molte altre ragioni per abitare nella cittadina petrolifera più piccola, brutta, provinciale, puzzolente e sperduta del Texas orientale. A Charlie Marie queste cose erano capitate tutte e tre, ma Mary Karr, sua figlia, lo avrebbe scoperto solo molto più tardi, e dovevano passare ancora molti anni prima che si sentisse pronta a raccontarlo in questo memoir. D’altronde c’erano cose più urgenti di cui occuparsi per una bambina di cinque anni: come nascondere le chiavi dell’auto per assicurarsi che l’ennesima sbronza della mamma non si traducesse in un incidente mortale, o correre al bar per ascoltare le storie alcoliche che il papà raccontava ai colleghi della raffineria. C’era un sacco da fare insomma, senza contare quelle che davanti alla polizia venivano definite “discussioni familiari” ma che sarebbe stato più esatto chiamare esaurimenti nervosi, incendi e sparatorie. 
Il club dei bugiardi è la storia di una famiglia disperata e felice, di un’infanzia difficile e consapevole, di uno dei tanti sogni americani che ogni giorno cadono a pezzi. Ma soprattutto è la storia memorabile di come si possa sopravvivere a tutto questo. Per raccontarlo.



Titolo: Il club dei bugiardi
Autore: Mary Karr
Editore: Edizioni e/o
Data di pubblicazione: 9 novembre 2017
Pagine: 432

Trama: 4  Personaggi: 4  Stile: 4 






Questo non è un romanzo classico, è un memoir. Un memoir che attraversa la vita della sua autrice e lo fa con la forza sconvolgente del dolore.

Mary Karr è cresciuta in una famiglia dove alcool e violenza erano all'ordine del giorno. La casa in cui ha vissuto non è mai stata quel rifugio caldo e accogliente che ogni bambino meriterebbe, bensì un luogo da temere, dove, da un momento all'altro ci si poteva trovare coinvolti in furibonde litigate.

Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1995 e balzato in pochissimo tempo in cima alla Classifica del New York Times, concede al lettore un po' il ruolo di voyeur: entreremo appeno nella quotidianità e, soprattutto, nella psiche e nei pensieri dell'autrice. 
La seguiremo, dall'infanzia all'età adulta, seguendo il suo percorso, sempre tortuoso e irto di ostacoli, sino a vederla compiere, pian piano, dei passi verso quella pare essere una serenità interiore. 
Quella serenità che la condurrà a diventare la donna che è oggi.

Mary è una donna che, come una fenice, ha saputo rinascere dalla sue ceneri. È stata in grado di rielaborare lutti e dolori sopiti, nascosti tra le ferite del corpo e dell'anima. Ha cosparso di sale le ferite ancora aperte, per farle bruciare, per ricordare quel dolore che aveva nascosto in fondo a sé e che, invece, una volta tirato fuori, proprio come una ferita quando viene pulita e disinfettata, le è servito a guarire pian piano!

È una storia forte questa, ma non perché si addentri in particolari cruenti. È forte il dolore che traspare dalle pagine, dalle parole, dalle emozioni che l'autrice riesce a trasmettere in maniera semplice, pulita, senza, come detto, mai sfociare nel macabro che spesso pare essere l'unico modo per attrarre i lettori.

È un romanzo che ci fa capire quanto la forza interiore possa aiutare, quanto la volontà di farcela, di cambiare la propria vita, siano sempre un motore, una spinta decisiva per tirarsi fuori da situazioni più grandi di noi.
La cosa che più mi ha colpito è il fatto che, nonostante tutti i problemi, i dolori, le insicurezze che la famiglia le ha causato, Mary è stata in grado, non solo di andare avanti e rialzarsi tutte le volte in cui è caduta, ma anche di perdonare, di guardare oltre quella maschera di sofferenza e durezza che contraddistingue la sua famiglia da sempre.




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