'Qui tutti mentono' di Shari Lapena: un thriller che promette tutto e mantiene poco

Qui tutti mentono
Autore Shari Lapena
Editore Bollati Boringhieri
Pagine 256
Uscita 24 giugno 2025
Genere Thriller
William Wooler, sposato con due figli, ha una relazione segreta. Il giorno in cui la sua amante tronca la loro storia, William torna a casa, trova la figlia Avery, 9 anni, inaspettatamente rientrata a casa da scuola troppo presto. William perde la pazienza nei confronti della bambina, le dà una sberla, poi esce. Qualche ora dopo la bambina scompare. La polizia indaga, concentrandosi sugli abitanti della strada dove abita Avery e da dove è sparita. Ma ricostruire quanto potrebbe essere accaduto è difficilissimo per i due detective incaricati dell’indagine: in quella strada tutti sembrano mentire. Presunti testimoni si fanno avanti con informazioni che forse sono vere o forse no. Il vicinato è sempre più in allarme. E dunque dov’è Avery? È stata rapita?
Entrato nella classifica dei bestseller del «New York Times» all’uscita, Qui tutti mentono è un thriller coinvolgente, inquietante, capace di alzare la temperatura della suspense domestica a livelli altissimi, per poi regalarci un finale mozzafiato.

Qui tutti mentono di Shari Lapena è un thriller psicologico che costruisce tensione con mestiere, centra un colpo di scena genuinamente imprevedibile a metà lettura e poi cede. Il finale è un atto di resa mascherato da scelta narrativa. Consigliato a chi sa già che i thriller funzionano come le montagne russe.

Una montagna russa senza il tratto finale


Qui tutti mentono parte con un ritmo che convince, centra un colpo di scena che non ti aspetti e poi - proprio quando dovresti esser al sicuro - molla tutto. Come quei film che tieni in lista da mesi, li guardi e nell'ultima mezz'ora capisci che il regista aveva finito le idee ma non il budget.

Un thriller che per un bel tratto funziona davvero, ma poi abdica.

Di cosa parla (senza rovinarvi niente di importante)


Al centro c'è Avery, una bambina. Sparisce. Una famiglia, una comunità, un segreto - o forse più di uno. Lapena costruisce il primo atto con ritmo sostenuto ma non affannoso: il tipo di incipit che ti fa girare le pagine senza che tu te ne accorga, mentre nel frattempo finisci per sospettare di tutti. Letteralmente di tutti. A un certo punto, avevo messo in lista anche il gatto del vicino... e non è una metafora!

Poi, intorno alla metà del libro, arriva lo scossone. Un colpo di scena che non avevo visto arrivare - e ci tengo a dirlo, perché sono una lettrice smaliziata e me ne accorgo quasi sempre. Qui no, qui mi ha presa in contropiede e per qualche ora ho letto come se il libro mi stesse bruciando tra le mani.

Peccato che quello che viene dopo non riesca a reggere il peso di quello che era stato costruito.

I personaggi: tanti nomi, poca sostanza


Il problema più serio di questo romanzo non è la trama. È la gente che la abita.

Gli adulti - tutti, senza eccezioni - sono piatti come superfici di cristallo. Lapena li usa come pezzi su una scacchiera, li sposta dove le serve, fa dire loro quello che serva che dicano. Non ha la pazienza - o forse l'interesse - di dargli una vita interiore credibile. La religione, ad esempio, torna più volte come spiegazione delle loro scelte: avrebbe potuto essere un elemento interessante, una lente attraverso cui leggere certi meccanismi di colpa e redenzione. Invece rimane in superficie, citata e mai davvero esplorata.

E poi c'è Avery.

Avery è la bambina protagonista, quella attorno a cui ruota tutto. E devo dire che una cosa che probabilmente farà storcere il naso a qualcuno: l'ho detestata. Con tutta me stessa. È una bambina insopportabile - nei modi, nei pensieri, nelle azioni e nelle reazioni - e nonostante quello che le è (presumibilmente) accaduto, non riuscivo a trovare in me un grammo di pena per lei.

Il paradosso è che su questo, e solo su questo, Lapena è stata bravissima. Costruire un personaggio che il lettore dovrebbe proteggere e di cui, invece, non gli importa quasi niente è un risultato narrativo, non un errore. Ci vuole una certa abilità per rendere un bambino così profondamente antipatico. Il problema è che questa abilità viene spesa sull'unico personaggio per cui valeva la pena fare il contrario. 

La scrittura: anonima come un corridoio d'albergo


La prosa di Lapena non disturba. Non ostacola, scivola via con quella fluidità funzionale che serve ai thriller che vogliono essere letti in fretta. Ma non lascia niente, nessuna frase che ti fermi un secondo a rileggere, nessuna immagine che rimanga. Potrebbe averlo scritto chiunque - e intendo chiunque con una certa competenza tecnica - e non cambierebbe niente. La voce narrativa è trasparente nel senso meno interessante del termine: non vedi attraverso, semplicemente non c'è niente da vedere.

Lo sguardo di Roby


La struttura narrativa di Qui tutti mentono rivela un'ambizione che il testo non riesce a sostenere fino in fondo. Lapena costruisce l'architettura del sospeso con una certa abilità nella distribuzione delle informazioni - il lettore viene guidato, depistato, tenuto in una condizione di incertezza calcolata. Il colpo di scena centrale funziona proprio perché l'autrice ha saputo dosare l'opacità dei personaggi: quando arriva la rivelazione, retroattivamente tutto regge.

Il problema strutturale emerge però nell'ultimo segmento. Il finale aperto, nella tradizione del thriller, può essere una scelta coraggiosa - ma a condizione che il testo abbia costruito una tensione irrisolta abbastanza ricca da giustificare l'assenza di chiusura. Qui la sospensione final non è ambiguità, è elusione. Si interrompe dove dovrebbe risolvere. La differenza non è estetica: è una questione di onestà verso il contratto implicito che ogni thriller stipula con chi legge.

Il finale: due righe per le quali non ho parole ripetibili da pubblicare


Parliamo di quelle ultime due righe.

Le ho lette. Le ho rilette. Ho guardato Roby che stava facendo la stessa cosa e gli ho detto una frase che non riporterò qui perché sono una signora! Lui mi ha guardata e ha annuito.

È così che finisce. Non con una risposta, non con un'eco di quello che hai vissuto nelle 200 pagine precedenti. Con una porta chiusa in faccia - né elegante né coraggiosa, solo sbrigativa. È il tipo di finale che non nasce da una scelta narrativa consapevole: nasce da chi non sapeva come uscire dalla stanza e ha spento la luce prima di andarsene.

Ho provato tradimento, da lettrice che aveva investito davvero nella seconda metà del libro. E ho provato quella strana rabbia muta che si prova davanti a qualcosa che poteva essere molto meglio e ha scelto di non esserlo.

Shari Lapena sa costruire tensione. Lo sa fare bene e in certi punti addirittura benissimo. Ma un thriller non è solo quello che succede nel mezzo: è anche - soprattutto - la promessa che mantiene alla fine. E questa promessa Lapena l'ha tenuta in tasca ed è andata via.

Un thriller che ti convince di essere in buone mani e poi, al momento di stringerle, scopri che non c'è nessuno.

Laura

1 commento:

  1. Mi ricorda il finale della serie Expats. Episodio dopo episodio, cerchi di capire, di districare la trama. E alla fine, niente. Il nulla assoluto e la sensazione di essere stata presa in giro.

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