HAMNET. NEL NOME DEL FIGLIO
Maggie O'Farrell
Guanda
347 pagine
20 gennaio 2026
Estate 1596, Stratford-upon-Avon. Una bambina giace a letto in preda a una forte febbre, mentre il fratello gemello corre in tutte le stanze in cerca d’aiuto. Spalanca le porte una dopo l’altra, ma la grande casa in cui vivono, che di solito brulica di gente e di attività, è avvolta nel silenzio. Il padre, questo Hamnet lo sa bene, è sempre a Londra per lavoro, ma dov’è finita la mamma? Agnes non c’è perché si trova in un campo a coltivare le erbe mediche, di cui conosce tutti i segreti. Non se lo perdonerà mai. Donna forte e fuori dagli schemi, rimasta orfana e cresciuta da una matrigna malevola, adesso più che mai Agnes avrebbe bisogno di William, l’uomo che ha sposato nonostante l’opposizione della famiglia, l’umile e tenace guantaio che a un certo punto, in fuga da un padre oppressivo, ha deciso di trascorrere la maggior parte del tempo in città, assorbito da una passione divorante, quella per il teatro. Ma anche il matrimonio con Agnes avrebbe richiesto le stesse attenzioni, specialmente ora che si trova di fronte alla prova più dura. Questo romanzo, ispirato alla storia del figlio di William Shakespeare, parla di amore e di abbandono, di perdita e di riconciliazione; ma è anche la rocambolesca storia di una pulce che si imbarca su una nave ad Alessandria d’Egitto per diffondere la peste da Venezia in tutta l’Europa; e ancora, è il racconto della tenera vicenda di un bambino la cui vita è stata pressoché dimenticata, ma il cui nome è divenuto immortale grazie a una delle opere teatrali più celebrate di tutti i tempi.
Hamnet. Nel nome del figlio di Maggie O'Farrell racconta la morte di Hamnet Shakespeare - figlio undicenne del drammaturgo, scomparso nel 1596 - attraverso gli occhi di chi resta. In primo piano c'è Agnes, la madre: donna fuori dal suo tempo, vera protagonista di un romanzo che non appartiene alla storia ufficiale, ma a quella privata e silenziosa di chi ha amato e ha perso.
Una scrittura precisa, delicati, a tratti insostenibile. Un libro raro.
Una storia che la storia ha quasi dimenticato
Per chi non lo sapesse - e non è una lacuna di cui vergognarsi, perché si tratta di un dettaglio che i libri di storia tendono a sorpassare in fretta - Hamnet era il figlio di William Shakespeare.
Nato nel 1585, morto nel 1596, a undici anni. Di peste, probabilmente. Pochi mesi dopo, il padre avrebbe scritto Amleto.
Maggie O'Farrell prende questo dato, questa crepa silenziosa nella biografia del drammaturgo più celebrato della storia, e ci costruisce sopra un romanzo che non ha niente di accademico.
La Stratford-upon-Avon di queste pagine è concreta, odora di qualcosa. E al centro di tutto c'è una donna che il mondo, occupato com'era a osservare il genio del marito, ha quasi del tutto dimenticato.
Agnes.
Non Shakespeare. Agnes.
Agnes: la donna che arriva piano e non se ne va più
Non mi ha conquistata subito. Devo dirlo, perché sarebbe disonesto raccontarvi di un colpo di fulmine che non c'è stato. Agnes si fa largo tra le pagine con la stessa testardaggine silenziosa con cui sembra affrontare tutto nella sua vita: senza chiedere permesso, senza spiegazioni, con quella qualità rara di chi sente le cose prima ancora che accadano.
È fuori posto nel suo tempo, eppure completamente dentro sé stessa. Conosce le erbe, conosce gli animali, percepisce qualcosa che gli altri non riescono nemmeno a nominare. Ai suoi tempi l'avrebbero chiamata strega, forse. Io la chiamo vera.
E quando la perdita arriva, quando Hamnet le viene sottratto, è lì che Agnes smette di essere un personaggio e diventa qualcosa di più difficile da definire. Diventa ogni madre che ha mai perso qualcosa di insostituibile. Diventa il modo preciso in cui ci si frantuma senza fare rumore.
Quale madre - anche quella che, per fortuna, non ha mai conosciuto quel dolore specifico - non la capisce, in quel momento? Io non riesco a non capirla.
Il dolore ha molti volti. Quello di Judith è il più difficile da guardare
Una delle cose che O'Farrell fa con precisione quasi chirurgica è mostrare come lo stesso lutto si declini diversamente per ognuno che lo attraversa. Il padre assente che trasformerà la perdita in arte. La madre che si frantuma e poi trova - a modo suo, con una ferocia tutta personale - un modo per ricomporsi. I nonni e le sorelle rimaste.
Soprattutto Judith, la gemella.
C'è una frase nel romanzo che mi ha fermata sul posto. Non mi ha fatto piangere - e tra poco vi spiego perché questo mi ha sorpresa più di qualsiasi altra cosa - ma mi ha aperto qualcosa dentro che non riuscivo a richiudere.
Judith chiede alla madre:
Qual è la parola per chi prima era una gemella e poi non lo è più?
Non esiste una parola. E O'Farrell lo sa. E noi, leggendo, lo sappiamo. Ecco il punto: certe perdite non hanno ancora trovato il loro nome nella lingue e quella mancanza dice già tutto.
Judith non porta il lutto come lo portano gli altri. Lo porta come una metà - come una metà, come uno spazio vuoto a fianco che nessuno sa come colmare perché nessuno sa come chiamarlo.
Shakespeare senza nome: quello che sembra un rischio, è invece un atto di coraggio
Per gran parte del romanzo, lui - il padre, il marito, l'uomo che diventerà la più grande leggenda letteraria della storia - non ha nome. Viene chiamato "il marito", "il latino", in modi che lo tengono deliberatamente in ombra, quasi ai margini della sua stessa storia familiare.
Ho trovato questa scelta geniale.
Non straniante, non pretestuosa: geniale. Perché questa non è la storia di William Shakespeare. La storia di William Shakespeare la conosciamo già - ci è stata raccontata, celebrata, analizzata in ogni sua piega per secoli. questo è il romanzo di Agnes. Di Hamnet. Di Judith. Di chi ha dovuto continuare a vivere mentre lui era altrove, a trasformare il dolore privato in arte universale.
Tenerlo senza nome è un atto quasi politico. Un modo per dire: adesso tocca a loro.
Una scrittura che lavora sotto pelle
Maggie O'Farrell scrive in un modo che non puoi ignorare. Non è la prosa decorativa di chi vuole impressionarti con la propria bravura. È una scrittura che lavora sotto la superficie, che accumula tensione in modo quasi impercettibile, che usa la precisione dei dettagli - un odore, una sensazione, il modo in cui cade la luce - per portarti dentro una scena fino a quando non riesci più a uscirne con facilità.
La morte di Hamnet è stata la parte più difficile da leggere. In attesa nei toni, lacerante nella sua concretezza. O'Farrell non ti prepara nel modo in cui vorresti essere preparata. Ti porta dentro e poi ti lascia lì, con qualcosa che non hai scelto di sentire ma che senti comunque.
E qui arriva la cosa che ancora non riesco a spiegarmi del tutto: col film ho pianto. Tanto... pure l'acqua del battesimo! Col libro, invece, no. Le lacrime non sono arrivate e- questo mi ha sorpresa, perché sono storicamente una frignona di professione, il tipo di lettrice che piange anche con i risvolti di copertina se sono scritti bene.
Non so ancora cosa signfichi. Forse che il dolore di questo libro è troppo preciso, troppo strutturato, troppo vero per trasformarsi in lacrime. Forse le lacrime arrivano quando il dolore è abbastanza lontano da noi da poter essere guardato - e questo era troppo vicino. Troppo reale per scivolare via.
Lo sguardo di Roby
Hamnet è costruito su una doppia struttura temporale che non alterna passato e presente per contrasto, ma li intreccia per accumulo. Ogni flashback aggiunge un elemento portante. La comprensione del presente dipende dalla stratificazione del passato: non si può leggere in avanti senza quello che è già stato deposto.
La scelta di non nominare Shakespeare non è un'omissione narrativa. È una dichiarazione di progetto: il centro dell'edificio non è dove ci aspettiamo. Agnes non è la moglie di qualcuno, è la fondazione dell'intera struttura.
Il dolore, in questo libro, funziona come un materiale da costruzione. Judith porta il vuoto del gemello come una parete mancante - la struttura regge, ma chi sa leggere uno spazio capisce subito che qualcosa di portante non c'è più. La sua domanda alla madre è l'equivalente di una crepa che scende dal soffitto fino al pavimento: non crolla niente, ma non tornerà mai com'era.
Film e libro coesistono bene. L'adattamento rispetta la geometria dell'originale senza snaturarla. Raramente succede.
Quello che rimane quando si chiude il libro
Con Roby lo abbiamo amato allo stesso modo. Hamnet ci ha trovati nello stesso posto e forse questa è già una forma di risposta alla domanda su quanto valga questo romanzo.
Quattro stelle e mezzo su cinque non sono un compromesso. Sono il riconoscimento onesto che questo è un libro raro: uno di quelli che ti lasciano con domande che non avevi prima, con immagini che restano anche quando non le cerchi, con la sensazione precisa che la letteratura - quando è fatta così, con questa cura, con questa capacità di guardare dove gli altri distolgono lo sguardo - serva ancora a qualcosa di fondamentale.
Non vi dirò che dovete leggerlo. Vi dico solo che certi libri trovano il momento giusto per arrivare.
Questo, per me, era il momento giusto.
Certi libri non ti fanno piangere. Ti fanno soltanto capire, finalmente, quanto pesa il silenzio di chi non c'è più.
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