'Ci sono anche i giorni di primavera': quando Mélissa Da Costa torna a far male nel posto giusto


Ci sono anche i giorni di primavera
Autore Mélissa Da Costa
Editore Rizzoli
Pagine 523
Uscita 28 aprile 2026
Genere Narrativa contemporanea
È su un amore acerbo, fatto ancora soprattutto di passione, che in un giorno parigino di fine ottobre cade la graffiata, insopportabile, del destino. Succede quando François Louvier, quarantadue anni, talentuoso attore di teatro a un passo dal divorzio, è vittima di un incidente con lo scooter che lo lascia paraplegico. Di lì a qualche giorno sarebbe andato a vivere con la giovane Léo, l'amante. Chiunque sembra pronto a scommettere che Léo, ventiquattro anni appena, davanti a questa catastrofe improvvisa, semplicemente, se ne andrà: François per primo, uomo sanguigno, scostante, innamorato come un ragazzino ma che non la vuole legare a sé per compassione. E invece Éléonore resta. Non per dovere, né per ostinazione, ma per qualcosa di più difficile da nominare: un sentimento che cambia forma, che si incrina e si ricompone, che cerca un nuovo modo di esistere. Insieme, si troveranno a fare i conti con le proprie ambizioni e i sogni infranti, e con quelli che, inattesi, possono ancora nascere. E, passo dopo passo, tra cadute e slanci, si avvicineranno alla domanda fondamentale: fino a che punto ci si può spingere ad amare? Fino a che punto, in fin dei conti, è un bene cedere ai sentimenti, aprirsi e lasciarsi aprire dall'altro? E così, in un altro luogo, via da Parigi, dove l'aria di primavera dissemina nuovi profumi, queste domande troveranno le loro risposte.


Ci sono anche i giorni di primavera è il romanzo con cui Mélissa Da Costa torna a guardare in faccia le cose difficili - e questa volta non distoglie lo sguardo.

Quando abbasso le aspettative e il libro mi smentisce


Confesso: arrivavo a questo romanzo con le difese alzate. Dopo la netta delusione di Bucaneve, avevo applicato quella strategia che conoscono bene i lettori scottati: aspettarsi poco, così almeno non fa troppo male. E invece...

Ci sono anche i giorni di primavera mi ha presa di sorpresa. Non ai livelli de I quaderni botanici di Madame Lucie, che resta un'opera quasi irripetibile, un'eccezione nel panorama della narrativa contemporanea francese, ma abbastanza da farmi tornare a credere in Da Costa.
Rizzoli porta in Italia una storia che parla di ciò che rimane quando tutto cambia: non solo i corpi, ma i sentimenti, le aspettative, le versioni di noi stessi che davamo per scontate.

Un incidente, due vite, una domanda impossibile


François è un attore. Bello, di successo, un po' strafottente - il tipo di uomo che occupa lo spazio con una naturalezza e non ha mai avuto motivo di mettere in discussione sé stesso.
Éléonore è una ragazza di campagna arrivata a Parigi con le valigie piene di sogni e quella freschezza ingenua che affascina chi l'ha persa da tempo.
Lui è attratto dalla sua giovinezza, dalla sua leggerezza. La desidera, ma non la ama e, a un certo punto del romanzo, lo ammette chiaramente.
Lei è affascinata dall'uomo bello e un po' dannato che la sceglie, lei, semplice ragazza di campagna.

Senza quello che accade dopo, quella storia probabilmente si sarebbe consumata in fretta, nel solito gorgo silenzioso di aspettative disattese e rancore accumulato.
Ma poi arriva l'incidente. E tutto - François, Éléonore e il modo in cui si guardano - cambia.

La paraplegia di François non è un espediente narrativo: è il centro di gravità del romanzo.
Da Costa racconta la perdita dell'autosufficienza, la fase depressiva, la lenta e faticosa rinascita con quella delicatezza che l'ha sempre contraddistinta.
Non scivola nel pietismo, non usa il dramma come decorazione emotiva: lo guarda negli occhi e lo fa guardare anche a noi.

Personaggi vivi - cliché compresi


François ed Éléonore sono personaggi profondamente umani e questo significa anche imperfetti, contraddittori, a tratti esasperanti. L'autrice lo sa e non cerca di smussarli.
Il romanzo, però, non si sottrae ai cliché - e va detto, senza fare finta di niente.
La ragazza di campagna che sbarca a Parigi per cambiare vita, il cerchio che si chiude con un ritorno in Borgogna: ci siamo. E poi c'è anche un'altra situazione che si intuisce chiaramente fin dalle primissime pagine - se avete letto abbastanza romanzi di questo genere, lo vedrete arrivare da lontano - e che non sorprende nessuno. Da Costa sa che sono cliché e li usa comunque. Una scelta che si può accettare o meno, ma che da sola non affossa il romanzo.

Più convincente, invece, la depressione post partum di Éléonore: lei non voleva un figlio, l'ha cercato per aiutare François a uscire dalla sua crisi. Il parto è stato traumatico, il legame col bambino non è arrivato subito.
In questo contesto, la depressione è perfettamente credibile - eppure, a lettura inoltrata, pesa. L'ho sentita addosso: ho sbuffato, ho pensato "ci mancava pure questa". E poi sono andata avanti lo stesso.

Uno stile che si sente oltre che si legge


Da Costa scrive con un ritmo che si adatta ai personaggi. Fluido quando l'emozione scorre, più lento e denso quando la tensione si accumula. I dialoghi sono realistici - lunghe pause nei momenti di conflitto, silenzi che dicono più delle parole. Le descrizioni sensoriali costruiscono un'ambientazione che si sente: i luoghi, i profumi, le atmosfere hanno consistenza, si depositano nella lettura.

Non è uno di quei libri che non vedi l'ora di finire, ma è un romanzo che si legge volentieri, che una volta preso in mano fa venire voglia di proseguire. Una differenza sottile, ma importante - e non così frequente, ultimamente.


Lo sguardo di Roby


L'alternanza delle due voci - François ed Éléonore - è il primo punto di forza del romanzo. Perfettamente equilibrate, nessuna delle due prevale sull'altra. Da Costa gestisce il doppio punto di vista con misura.

François colpisce più di tutto: un uomo giovane, bello, di successo, strafottente. Costretto, improvvisamente, a ricalibrare tutto, a dipendere sempre dagli altri. Sempre. È stato doloroso da leggere.

I cliché ci sono. Stonano. Non si può fare finta di niente.

Il pregio vero del romanzo sta altrove: nella capacità di riequilibrare ogni tassello. Le vite dei personaggi trovano un senso nuovo e non è affatto scontato.

Stile fluido, toccante. Argomenti trattati con profondità umana. Nemmeno questo è scontato.


La primavera che non ti aspetti


Sul finale ho versato qualche lacrima. Non me lo aspettavo... o forse sì, ma fa lo stesso.

Ci sono anche i giorni di primavera non è un romanzo perfetto. Ha le sue ingenuità, i suoi eccessi, qualche cinquantina di pagine di troppo, per quanto mi riguarda.
Lo consiglio a chi cerca storie emotive, a lettori maturi che non hanno paura di guardarsi dentro mentre leggono.
Non è, invece, il romanzo giusto per chi è particolarmente sensibile a temi come incidenti, paraplegia o crisi relazionali post-disabilità né per chi cerca trame avventurose e ritmo sostenuto.

Ma Da Costa torna a raccontare le cose fragili con quella cura rara che sa di primavera vera: non quella dei calendari, quella che arriva quando ormai non ci credi più.

Non è il suo capolavoro. Ma le lacrime, quelle, arrivano lo stesso.



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