'Milady' di Adélaïde de Clermont-Tonnerre: una riscrittura ambiziosa che non prende fuoco


Milady
Autore Adélaïde de Clermont-Tonnerre
Editore Edizioni e/o
Pagine 372
Uscita 28 gennaio 2026
Genere Narrativa storica
In una notte gelida padre Lamandre accoglie una bambina venuta a bussare con insistenza alla sua porta. La piccola ha gli occhi sgranati per il freddo e la fame, ha i piedi insanguinati in scarpe dalla fibbia d’argento, e si rifiuta di rispondere alle domande che le vengono rivolte. Il vecchio prete riuscirà solo a sapere che si chiama Anne. Vent’anni dopo Anne è diventata Milady, cambiando molti nomi nel frattempo. Ricchissima e corteggiata, viene ascoltata dai grandi del mondo e il cardinale Richelieu stravede per lei. Eppure nell’ombra alcuni uomini conoscono il suo segreto e sono pronti a tutto per punirla dei suoi misfatti. Manipolatrice senza scrupoli, intrigante, traditrice e avvelenatrice, quella criminale ha attraversato i secoli e la letteratura.
Ma cosa si cela oltre la leggenda? Anche un personaggio letterario ha diritto di pretendere giustizia. Questo romanzo indimenticabile, scritto con voce potentemente contemporanea, riporta in vita Milady e ci regala la sua storia, quella di cui Dumas ha seminato gli indizi nei Tre moschettieri. Magnifico ritratto di una donna libera che per sopravvivere fa un gioco pericoloso. In un’epoca in cui troppi uomini vorrebbero piegarla e possederla, questa donna lotta fino alla trasgressione finale per il suo paese, per il suo ideale e per la sua libertà.


Ci sono romanzi che non ami ma riconosci. E poi ci sono romanzi che non ami e non riesci nemmeno a trattenere. Milady di Adélaïde de Clermont-Tonnerre appartiene alla seconda categoria - e l'audiolibro, in questo caso, non è stato un lusso ma un atto di sopravvivenza.

La promessa di un mito rovesciato


Riscrivere Milady de Winter è un'impresa ambiziosa. La figura creata da Dumas è una delle antagoniste più iconiche della letteratura popolare - donna di inganni, di bellezza pericolosa, di morte silenziosa. Darle una biografia, un'infanzia, una ferita originaria: sulla carta ha tutto il senso del mondo.

Il romanzo costruisce la sua architettura in due blocchi: prima infanzia traumatica di Anne, poi la sua metamorfosi in donna. L'idea è quella del mistero retrospettivo - capire come una bambina ferita diventi la figura che il lettore conosce già dalla tradizione. Un gioco di specchi tra mito e carne, tra leggenda e origine.

La scrittura ha una sua solidità. Il tono è solenne senza essere freddo, le immagini sono nette, le frasi incisive. C'è una cura evidente per la materialità - il freddo, la fame, il corpo - che sposta il racconto dal piano del simbolo a quello dell'esperienza fisica. I temi sono ambiziosi e legittimi: la sopravvivenza come strategia, la violenza di genere come condizione strutturale, la critica alla semplificazione morale dei personaggi femminili nella tradizione letteraria.

Il problema è che tutto questo rimane sulla carta.

Una figura che non prende fuoco


Anne/Milady è costruita con una sua coerenza: da bambina traumatizzata a donna che trasforma il dolore in strumento. Il romanzo chiede al lettore di capire, non di perdonare - e questa è una scelta narrativa precisa, non banale.

Ma capire, per funzionare, deve anche appassionare.

Il ritmo è il vero nodo. Il romanzo procede per accumulo - di identità, di strati, di traumi - e questo accumulo diventa lentamente oppressivo. La prima parte, incentrata sull'infanzia, ha momenti di forte intensità emotiva; la seconda, sulla maturità, avrebbe dovuto essere il momento in cui tutto esplode.
Non esplode.
Si accumula ancora e la tensione si affloscia su sé stessa.

Padre Lamandre, l'unica figura che potrebbe spezzare questa geometria chiusa - un rifugio umano e spirituale in un romanzo che di rifugi ne ha pochissimi - rimane irrisolto. Compare, accompagna, scompare. Il romanzo non sa bene cosa farne e si vede.


Lo sguardo di Roby


La struttura è fragile.
Non nel senso che cede: nel senso che non regge il peso che si è data.
La bipartizione infanzia/maturità ha una logica, ma la transizione è macchinosa. Lo scarto temporale, invece di creare tensione, crea distanza. Il lettore viene tenuto fuori - osservatore di un processo che non riesce a diventare esperienza.
Padre Lamandre è una figura irrisolta. In un romanzo costruito su figure simboliche, un personaggio ambiguo non sviluppato è un'occasione persa.

E poi c'è la questione di fondo: i classici non si riscrivono.
Si interpretano, si attraversano, si interrogano. Ma chi tenta di riscriverli porta con sé il peso del confronto - quel peso, qui, schiaccia tutto.


L'audiolibro come atto di resistenza


Abbiamo finito questo romanzo solo grazie all'audiolibro - che, lo diciamo onestamente, ha alleggerito il peso della pagina scritta. Se avessimo dovuto portarlo avanti solo in cartaceo, probabilmente avremmo mollato ben prima della metà.

Non aver mai amato I tre moschettieri, lo riconosco, non mi ha aiutata. Forse chi ha un legame affettivo con Dumas troverà in questo romanzo qualcosa che io non ho saputo cercare. Forse l'identificazione con il mito di partenza cambia tutto.

Ma anche concedendo questo, resta il fatto che un romanzo deve funzionare da solo. Deve portarti avanti, anche quando sei stanca, anche quando non è il momento.

Questo non l'ha fatto.

Di Milady non mi è rimasto niente. Solo il peso. E il peso, almeno, avrebbe potuto essere utile in palestra.





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