'Shirley' di Charlotte Brontë: un classico che mi ha delusa profondamente

Shirley
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 658
Uscita 1849
Genere Classico
Shirley è un "romanzo sociale" del 1849 pubblicato dopo il primo fortunato romanzo della stessa autrice, Jane Eyre (che peraltro era stato pubblicato, come questo, sotto lo pseudonimo di Currer Bell). Il romanzo è ambientato nello Yorkshire negli anni 1811-1812 e tratta della depressione industriale dovuta alla guerra Napoleonica, con la conseguente reazione operaia sfociante nel luddismo. Ciò nonostante non manca l’intreccio di relazione, e le due protagoniste femminili, alle prese con ciò che la società imponeva alla donna in quel periodo, sono, ancor più che Jane Eyre, portatrice dei germi dell’emancipazione femminile.
Mentre Charlotte stava scrivendo questo romanzo, morirono tre dei suoi fratelli, fra cui la sorella Emily, autrice di Cime Tempestose, e l’unica sorella rimastale, Anne. Si ritiene che il personaggio di Caroline si basi sulla sorella Anne e che la scrittrice, che aveva inizialmente progettato di far morire quel personaggio, ne cambiò poi le vicende, dopo la reale morte della sorella. L’altra protagonista femminile, Shirley (nome che solo dopo questo romanzo divenne un nome femminile; prima era considerato un nome maschile), è ispirato all’altra sorella, Emily, o meglio "a quella che Emily sarebbe potuta essere se fosse nata in una famiglia ricca". Il personaggio di Mrs Pryor è ispirato alla direttrice della scuola che Charlotte frequentò, prima come allieva, poi come insegnante.

C'è qualcosa di particolarmente amaro nel ritrovarsi a fissare un classico che non riesci ad amare. Non perché sia brutto in senso assoluto: Shirley di Charlotte Brontë ha un valore storico che non si discute, una rilevanza sociale che parla ancora benissimo al presente. Eppure. Eppure tra sapere che un libro conta e riuscire a leggerlo senza guardare ogni cinque minuti quante pagine manchino alla fine c'è una distanza enorme. E io quella distanza l'ho percorsa tutta, lentamente, con la pazienza di chi sente di dover concludere quello che ha cominciato.


Jane Eyre mi aveva illusa


Avevo aspettative alte. Altissime, forse. Colpa mia, in parte. Jane Eyre mi aveva conquistata in un modo che ricordo ancora bene: quella voce in prima persona, intima, tagliente, capace di trascinarti dentro la storia come se ti stesse raccontando un segreto. Tornare a Charlotte Brontë mi sembrava una bella idea. Un ritorno a casa, quasi.

Invece Shirley è un libro completamente diverso. E non lo dico come giudizio neutro: lo dico come persona che ha impiegato le prime cinquanta pagine a sperare che le cose cambiassero e le successive 600 a rassegnarsi al fatto che no, non sarebbero cambiate.

Di cosa parla Shirley (e perché la trama fatica a decollare)


Siamo nell'Inghilterra del 1811-1812, nel pieno delle guerre napoleoniche. Robert Moore è un fabbricante di tessuti che introduce i telai meccanici nella sua manifattura, scatenando la rabbia dei Luddisti, operai disperati che vedono in quelle macchine la fine del loro sostentamento. Intorno a lui ruotano due donne: Caroline Helstone, nipote del parroco locale, innamorata in silenzio di Robert, e Shirley Keeldar, una giovane ereditiera indipendente e sicura di sé che arriva a metà romanzo a rimescolare un po' le carte.

Il contesto storico è ricco. Le questioni che Brontë mette sul tavolo - il lavoro, i diritti delle donne, la lotta di classe, la dignità delle persone che restano sempre un passo indietro rispetto al progresso - sono tutto tranne che superate. Il problema è che per arrivare al nucleo vivo di queste riflessioni bisogna attraversare una quantità di pagine che sembrano messe lì apposta per scoraggiare.

I tessitori, la crisi economica, le lunghe digressioni sui meccanismi industriali del Yorkshire. Tutto questo arriva subito, nelle prime pagine, prima che ci sia un personaggio a cui affezionarsi, prima che la storia abbia trovato il suo ritmo. È lì, in quel momento, che ho capito che sarebbe stata dura.

I personaggi: Shirley arriva tardi, Caroline non basta


Caroline Helstone è la protagonista della prima parte del romanzo e devo essere onesta: mi ha annoiata quasi quanto la trama. È un personaggio malinconico, remissivo, intrappolato nella sua passione silenziosa per Robert senza mai trovare il coraggio o la forza di essere davvero interessante. Capisco che sia uno specchio fedele della condizione femminile dell'epoca, capisco che Brontë la usi per dire qualcosa di preciso su come le donne venissero ridotte all'attesa. Lo capisco, ma capire non basta sempre a tenere alta l'attenzione.

Shirley Keeldar è un'altra cosa. Quando entra in scena, il libro prende fiato, si muove, si sveglia. Ha carattere, ha ironia, è una presenza che si sente, ma arriva a romanzo già avviato, quando ero talmente satura che anche lei faticava a recuperare il terreno perso. È come quando a una cena noiosa arriva l'ospite divertente alle undici di sera: lo apprezzi, certo, ma saresti già volentieri andata a letto!

Louis Moore, il tutore silenzioso che compare nella seconda metà, è un personaggio che avrei voluto conoscere meglio. Rimane, invece, in penombra, abbozzato, come se Brontë avesse esaurito lo spazio o la voglia di approfondirlo.

La scrittura di Charlotte Brontë: quando il talento si perde nelle digressioni


Ecco il punto che mi ha fatto più male, perché è il punto in cui il confronto con Jane Eyre diventa inevitabile e spietato.

In Jane Eyre la voce narrativa in prima persona crea un rapporto diretto, fisico quasi, tra chi legge e chi racconta. Senti Jane, la senti davvero, nelle sue paure e nelle sue furie e nella sua determinazione. Qui Brontë passa a una narrazione in terza persona e perde qualcosa di fondamentale lungo la strada: l'intimità, l'urgenza, la sensazione che ogni parola sia necessaria.

Quello che prende il suo posto sono le digressioni. Lunghe, spesso bellissime per chi ha un interesse specifico per il contesto storico e sociale dell'Inghilterra di primo Ottocento, ma devastanti per il ritmo narrativo. Brontë si ferma a riflettere sulla condizione operaia, sulle leggi di importazione, sulla chiesa anglicana, sulla posizione delle donne nella società. Tutto legittimo, tutto interessante in astratto. Ma quando queste riflessioni occupano intere sezioni senza che la storia vada avanti, la lettura diventa faticosa in un modo che nessuna qualità stilistica riesce a compensare del tutto.

La scrittura in sé è raffinata, ci sono passaggi di vera eleganza. Ma è una scrittura che fatica a scegliere tra il romanzo e il saggio e quella indecisione si sente.

Quello che rimane, nonostante tutto


Chiudo il libro con una sensazione che conosco bene: il rispetto per un'opera e la sincera incapacità di amarla.

Shirley è un classico nel senso più preciso del termine. Ha contribuito a un dibattito che ancora oggi non è chiuso, ha dato voce a donne che nella letteratura dell'epoca non avevano quasi spazio, ha messo in scena la fatica del lavoro e dell'ingiustizia con una verità che merita attenzione. Non rimpiango di averlo letto, ma non lo rileggerò.

E forse è questo il punto: ci sono libri che esistono per essere studiati e libri che esistono per essere vissuti. Shirley appartiene alla prima categoria. Io, nel profondo, cerco sempre la seconda.

Perché ci sono classici che ti cambiano e classici che ti confermano solo che il tempo è una risorsa non rinnovabile.

Laura


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