Il calamity club
Autore Kathryn Stockett
Editore Mondadori
Pagine 734
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
Oxford, Mississippi, 1933. A soli undici anni, Margot "Meg" Lefleur ha imparato a sue spese che non può fidarsi di nessuno. Dal giorno in cui improvvisamente la sua adorata madre, Charlie, non è tornata a casa, Meg è diventata una delle bambine "non adottabili" dell'orfanotrofio della città, dove lotta ogni giorno per non perdere la speranza e mantenere vivo il suo spirito indomito. "È la speranza una creatura alata" recita una meravigliosa poesia che ha imparato a memoria. E quella poesia le ricorda la sua mamma. Quando incontra Birdie, Meg ha finalmente la sensazione che qualcuno si preoccupi davvero del suo futuro. È stata la disperazione a portare Birdie lì a Oxford: la Grande Depressione stringe la sua morsa e, se non paga le rate arretrate del mutuo, rischia di finire in mezzo alla strada. La giovane intende chiedere un prestito alla sorella, che ha sposato l'erede dei Tartt, una famiglia ricca e ben introdotta nei salotti dell'alta società. Molto presto, però, si rende conto che il loro benessere non è altro che una facciata sostenuta da un'impalcatura di bugie. Ma un giorno il caso conduce Charlie davanti alla porta di Birdie. Vittima di un sistema che l'ha ridotta sul lastrico per poi portarle via la figlia, Charlie non ha più nulla, tranne la sua intraprendenza. E propone a Birdie un piano audace ed estremamente rischioso, che potrebbe però risolvere i problemi di entrambe. È un'alleanza insolita, quella che si crea in casa Tartt, eppure fortissima, come accade tra persone che possono contare solo su ciò che hanno da darsi reciprocamente, sfidando ipocrisie e convenzioni. E, in un momento in cui alle donne viene negato ogni diritto, il loro piccolo atto di ribellione porterà conseguenze che non avrebbero mai immaginato... Arguto, commovente e irresistibilmente ironico, Il Calamity Club è una storia indimenticabile di resilienza e amicizia, un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di trasformare persino una calamità in un nuovo inizio.
Vale la pena leggerlo? Sì, ma preparati a un romanzo che aveva tutto per essere grande e ha scelto di essere troppo.Fa per te se ami la narrativa americana ambientata negli anni Trenta e riesci a goderti una storia corale anche quando perde il filo.Lascialo perdere se entri con le aspettative di The help, perché quella scrittrice, qui, si vede solo a tratti.
Il problema non è il talento. È il coraggio
Kathryn Stockett torna dopo diciassette anni e porta un romanzo che non fallisce per difetto. Fallisce per eccesso. Il Calamity club è un libro che ha accumulato quasi due decenni di idee e non ha avuto il coraggio di sceglierne una - e quella scelta mancata si sente in ogni pagina, nel modo in cui ogni trama buona ne interrompe un'altra, nel modo in cui ogni personaggio che inizia a respirare viene subito affiancato da un altro che reclama attenzione.
Non è un brutto romanzo. È un romanzo che avrebbe potuto essere coraggioso e ha preferito essere completo. Queste sono cose molto diverse.
Oxford, 1933 e troppe storie in valigia
Birdie Calhoun arriva a Oxford, Mississippi, per chiedere un prestito alla sorella e finisce a fare la contabile all'orfanotrofio della Contea di Lafayette. Lì incontra Meg Lefleur, undici anni, occhi che vedono troppo. Tra loro nasce qualcosa di tenero e preciso - il tipo di rapporto che in un romanzo diverso sarebbe stato tutto. Intorno: la Grande Depressione, la povertà concreta, l'aria pesante che solo certa narrativa americana sa restituire davvero.
Fin qui, il perimetro regge. Poi Stockett decide che non basta - e aggiunge Charlie, madre di Meg. E Francis e il tracollo economico del marito. E Garnett Pittman, direttrice dell'orfanotrofio. E i coniugi Heidelberg. E una storia d'amore per Birdie, perché in fondo una storia d'amore ci sta sempre.
Sette temi in oltre settecento pagine: povertà, ipocrisia sociale, movimento eugenetico, adozione, proibizionismo, sessualità femminile, alcolismo. Nessuno trattato con la cura che avrebbe meritato.
Come si distribuisce il peso quando le fondamenta non reggono
Il problema non è la quantità - è la distribuzione. Il rapporto tra Meg e Birdie è strutturalmente il centro del romanzo e Stockett lo sa: nei rari momenti in cui gli dedica davvero spazio, la prosa si fa più densa, le emozioni più vere, si intravede la scrittrice che aveva firmato The help. Ma ogni volta che la storia sfiora il dolore vero, arriva puntuale un'altra trama a distrarre. Un diversivo, sempre nel momento sbagliato.
Una possibile lettura è che Stockett abbia costruito il romanzo per accumulo - aggiungendo livelli narrativi nel tempo, senza mai tornare a sfoltire. Si legge, si segue, ma non si sente. E c'è differenza.
Il finale non regge e non per superficialità: è una logica narrativa che si inceppa, personaggi che fanno cose che non avrebbero mai fatto, situazioni che si risolvono perché la storia ha bisogno che si risolvano. È il tipo di finale che fa alzare gli occhi al cielo non per rabbia, ma per quella tristezza specifica di un'occasione sprecata.
Quello che il contesto spiega
Diciassette anni tra un romanzo e l'altro non sono solo un dato biografico - sono una pressione. The help vendette quindici milioni di copie, rimase in classifica per anni, divenne un film con tre candidature all'Oscar. Tornare dopo tutto questo con un secondo romanzo significa scrivere sotto uno sguardo enorme, quello del pubblico che aspetta e che ha già deciso cosa vuole.
Una possibile lettura de Il Calamity Club è che Stockett abbia cercato di rispondere a quell'aspettativa portando tutto - ogni storia, ogni tema, ogni personaggio che aveva in serbo - invece di sceglierne uno e difenderlo fino in fondo. Il risultato è un romanzo che sfiora The help solo ai margini, nei momenti in cui dimentica di dover essere all'altezza e si limita a raccontare.
Tom Heidelberg, personaggio secondario sulla carta, è la prova: ogni scena con Meg ha una dolcezza che non si costruisce a tavolino. È la piccola perla sepolta sotto il peso di tutto il resto.
Lo sguardo di Roby
In architettura, quando un progetto nasce con fondamenta dimensionate per una palafitta, non puoi decidere a metà cantiere di costruirci sopra un grattacielo. Le fondamenta non crescono con te. Cedono.
Stockett getta basi solide per una storia precisa: Birdie, Meg, Oxford, 1933. Il perimetro è chiaro, le proporzioni giuste. Poi aggiunge un piano, poi un altro, poi ancora. E le fondamenta - il rapporto tra le due protagoniste, l'unica cosa che avrebbe potuto tenere tutto in piedi - finiscono per portare un peso che non erano state pensate per reggere.
Il crollo non è spettacolare. È peggio: è lento. Lo vedi arrivare da metà romanzo e non puoi fare niente per evitarlo. La scrittura è valida, ma una buona finitura non salva un edificio mal progettato.
Quello che rimane
C'è un romanzo più piccolo e più coraggioso sepolto tra queste pagine - uno che avrebbe avuto il coraggio di restare con Meg e Birdie fino in fondo, di trattare un tema solo con la profondità che merita, di arrivare a un finale che non chiedesse al lettore di sospendere il giudizio.
Stockett aveva qualcosa da dire. Lo si sente sotto tutta quella sovrabbondanza. Non so se fossero diciassette anni di pressione, di paura di deludere, di troppo materiale accumulato senza mai fare pulizia. so che il romanzo che ho letto delude - non perché non avesse niente da dire, ma perché aveva troppe cose da dire e non ha trovato il coraggio di sceglierne una sola.
Forse il coraggio mancava già nel titolo.
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Laura

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