Quello che so di te
Autore Nadia Terranova
Editore Guanda
Pagine 272
Uscita 14 gennaio 2025
Genere Narrativa contemporanea
C’è una donna in questa storia che, di fronte alla figlia appena nata, ha una sola certezza: da ora non potrà mai più permettersi di impazzire. La follia nella sua famiglia non è solo un pensiero astratto ma ha un nome, e quel nome è Venera. Una bisnonna che ha sempre avuto un posto speciale nei suoi sogni. Ma chi era Venera? Qual è stato l’evento che l’ha portata a varcare la soglia del Mandalari, il manicomio di Messina, in un giorno di marzo? Per scoprirlo, è fondamentale interrogare la Mitologia Familiare, che però forse mente, forse sbaglia, trasfigura ogni episodio con dettagli inattendibili.
Questa non è solo una storia di donne, ma anche di uomini. Di padri che hanno spalle larghe e braccia lunghe, buone per lanciare granate in guerra. Di padri che possono spaventarsi, fuggire, perdersi.
Per raccontare le donne e gli uomini di questa famiglia, le loro cadute e il loro ostinato coraggio, non resta altro che accettare la sfida: non basta sognare il passato, bisogna andarselo a prendere. Ritornare a Messina, ritornare fra le mura dove Venera è stata internata e cercare un varco fra le memorie (o le bugie?) tramandate, fra l’invenzione e la realtà, fra i responsi della psichiatria e quelli dei racconti familiari.
Nadia Terranova ci consegna con queste pagine il suo romanzo più personale e più intenso, che ci interroga sul potere della memoria, individuale e collettiva, e sulla nostra capacità di attraversarla per immaginare chi siamo.
Quello che so di te inizia con una bisnonna rinchiusa in manicomio e finisce con una domanda che non smette di girare: cosa portiamo in corpo delle donne che ci hanno preceduto, anche quando non le abbiamo conosciute?
Nadia Terranova scava nelle radici femminili di una famiglia siciliana con una limpidezza che disarma. Una scoperta, una bellezza dolorosa.
Devo fare una promessa: questo è il primo romanzo di Nadia Terranova che leggo. E adesso che l'ho chiuso, capisco che forse non era il punto di partenza più semplice; non perché sia un libro difficile, ma perché è un libro esigente. Chiede al lettore di portare qualcosa con sé: un rapporto con la genealogia femminile della propria famiglia, un legame - anche conflittuale, anche sepolto - con le donne che vengono prima. Se quel rapporto c'è, Quello che so di te lo scalfisce in profondità. Se invece è diventato silenzioso, il romanzo ti raggiunge lo stesso, ma da fuori: con tutta la sua bellezza e tutta la sua distanza.
Io l'ho letto da fuori. E l'ho trovato bellissimo lo stesso.
Tre donne, una ferita trasmessa in silenzio
La storia parte da Venera, bisnonna della narratrice: una donna che perde una figlia, viene etichettata come "folle" e sparisce dentro le mura del manicomio Mandalari di Messina.
Non è una storia romanzata nel senso in cui ci aspettiamo che le storie di famiglia vengano romanzate. È una storia piena di buche, di bugie mescolate ai ricordi, di racconti familiari che non coincidono mai del tutto.
Terranova riempie le lacune: le nomina, le circoscrive, le lascia respirare sulla pagina come ciò che sono - assenze che pesano quanto le presenze.
Intorno a Venera si costruisce una triade che attraversa il romanzo come una colonna vertebrale invisibile.
La madre della narratrice ha imparato dalla ferita della bisnonna una cosa sola: non mostrare debolezza. Tenersi in ordine, non cedere. È una figura evocata più che descritta, presente negli oggetti di una stanza silenziosa più che nelle parole, eppure potente in modo sottile.
Poi c'è la figlia piccola di Nadia: il punto di arrivo, il motivo per cui si scrive, la luce calda verso cui tutto il romanzo tende - matite, fogli, libri, il disordine creativo di chi non sa ancora cosa porta in corpo. E Terranova che le sta sopra, in bilico, leggermente in penombra. Come chi sa da dove viene e sa già cosa non vuole portare avanti.
Il manicomio Mandalari: quando uno spazio diventa struttura
Il Mandalari non è un'ambientazione: è il fulcro.
Terranova lo tratta come un luogo fisico con una sua logica interna precisa, quasi architettonica nel modo in cui condiziona tutto ciò che vi entra; e allo stesso tempo come il simbolo di un meccanismo sociale ben preciso: il modo in cui certi secoli, certe culture, certi uomini hanno gestito le donne che non rientravano nell'ordine previsto. Lì dentro ci si trasforma, si perde il nome, si acquista una diagnosi.
Il linguaggio psichiatrico con cui Venera viene descritta nei documenti d'archivio è gelido, amministrativo, definitivo. Terranova lo cita e lo smonta, lo legge controcorrente, ci lavora sopra con una delicatezza feroce. Il risultato è un luogo narrativo che non si dimentica: non suggestivo nel senso letterario del termine, ma reale, pesante, inchiodato alla pagina.
Limpida, essenziale, inevitabile: la scrittura di Terranova
La prosa di Quello che so di te è limpida, essenziale. Non ci sono ornamenti inutili, non c'è mai la sensazione che l'autrice cerchi la frase bella a tutti i costi. Eppure ogni pagina porta un peso specifico esatto, quella bellezza dolorosa che si riconosce quando qualcuno sa esattamente cosa vuole e lo dice nel modo più diretto possibile.
La struttura non è lineare: alterna ricordi d'infanzia, ricerche d'archivio, viaggi in Sicilia e riflessioni sulla maternità e sulla scrittura stessa. È un romanzo che si costruisce mentre parla di sé, che riflette sul proprio processo mentre lo compie. Chi arriva a questo libro già conoscendo Terranova, probabilmente sa cosa aspettarsi. Chi la incontra per la prima volta - come me - dovrà dare al ritmo il tempo di diventare familiare. Non è uno sforzo spiacevole, è semplicemente uno sforzo.
Lo sguardo di Roby
Quello che so di te lavora per vuoti: le lacune nella storia di Venera - i silenzi, le bugie, i racconti familiari che non tornano - non sono mancanze narrative. Sono una scelta formale precisa. Il vuoto non viene riempito: viene nominato, circoscritto e reso visibile. È una strategia costruttiva, non una resa.
Il Mandalari funziona allo stesso modo. Non è sfondo: è fulcro. Ha una coerenza architettonica narrativa forte, organizza intorno a sé il sistema di significati dell'intero romanzo: ogni ritorno a quello spazio aggiunge uno strato.
Una parola per questo libro? Futurista. Non nel senso del movimento storico, ma nel senso di un romanzo che guarda indietro sapendo già dove arriverà. La direzione è chiara dall'inizio, il percorso no.
Ho chiuso questo libro con la sensazione precisa di chi ha assistito a qualcosa di bello da una posizione defilata. Il mio rapporto con la genealogia femminile della mia famiglia è complicato - certi rami ho imparato a lasciarli dove stanno - e questo è un romanzo che parla esattamente di quei rami, di quella trasmissione silenziosa di ferite e di forze che passa di donna in donna anche quando nessuno la nomina. Non mi ha raggiunta dove forse avrebbe potuto, ma mi ha lasciata con qualcosa di più inaspettato: la scoperta di una scrittura meravigliosa che non conoscevo.
Lo consiglio a chi ha già letto Terranova e sa come muoversi nel suo universo e a chi ha un legame forte con il ramo materno della propria famiglia - anche, e forse soprattutto, se è un legame difficile.
Se invece cercate un romanzo dalla struttura lineare, aspettate il momento giusto prima di entrarci.
Venera ha aspettato cent'anni, qualche mese in più non vi farà male.



Nessun commento:
Posta un commento
INFO PRIVACY
AVVISO: TUTTI I COMMENTI ANONIMI VERRANNO CANCELLATI. Se volete contestare o insultare, abbiate il coraggio di firmarvi!
Avete un'opinione diversa dalla mia? Volete consigliarmi un buon libro? Cercate informazioni? Allora questo è il posto giusto per voi...Commentate!^^