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Le ultime chiacchiere

Come si recensisce un libro nel 2026 senza diventare un'influencer di sé stessa


Ci sono polemiche che leggo con un certo distacco. Questa no. Perché quando Giunti ha presentato un avatar generato con l'intelligenza artificiale per lanciare un suo prossimo titolo e mezza community di lettori sui social si è indignata all'istante, io mi sono ritrovata a fare una cosa rara per me: stare zitta e ascoltare tutti prima di dire la mia.

Ora la dico. E la dico intera.

Riassunto delle puntate precedenti, per chi parla di libri ma non li legge


Giunti ha creato un avatar con l'AI per promuovere un libro in uscita. Non un illustratore digitale per la copertina, non un traduttore automatico per il testo: proprio una faccia, virtuale, che parla al posto di una persona in carne e ossa. Apriti cielo! Le bookinfluencer si sono sollevate in coro che neanche i gabbiani di Nemo: non è corretto - hanno starnazzato - non si può sostituire una persona con un avatar. Il tutto condito dal solito sottotesto, quello per cui le case editrici userebbero l'AI per risparmiare sui professionisti veri: illustratori, traduttori, editor... e questa è l'unica cosa giusta che hanno detto.

Fin qui la cronaca. Ora la parte in cui smetto di fare la "giornalista" e comincio a fare quello che sono davvero: una lettrice che non ha peli sulla lingua.

Mi schiero. Ma solo a metà e non per vigliaccheria


Sull'intelligenza artificiale usata per illustrare copertine o tradurre romanzi, io sto dalla parte di chi protesta. Punto. Esistono illustratori capaci di regalare a un libro un'identità visiva che nessun prompt saprà mai replicare ed esistono traduttori che passano mesi a scegliere una sola parola. Sostituirli con un algoritmo non è innovazione, è un modo elegante per non pagare qualcuno che meriterebbe di essere pagato.

Ma il caso dell'avatar promozionale è un'altra storia e trattarlo come se fosse la stessa cosa è pigrizia intellettuale. Una casa editrice che sceglie di usare un volto virtuale per presentare un libro sta facendo una scelta di marketing, discutibile quanto si vuole, ma sua. Nessuno ha tolto lavoro a un editor per farlo, nessun traduttore ha perso una commessa. È un testimonial, non un mestiere rubato.

Diciamocela tutta: la vera paura non è l'autenticità


E qui arrivo al punto che nessuno, tra le indignate di professione, ha avuto il coraggio di scrivere.

La sollevazione contro gli avatar non nasce da un principio, ma da un timore molto più prosaico: che un giorno le case editrici scoprano di non aver più bisogno di spedire copie omaggio a nessuno, perché un avatar non chiede né la copia né di essere invitato all'evento. La retorica sull'autenticità è un vestito buono cucito addosso a una paura molto meno nobile: perdere il posto nella lista degli invii gratuiti.

E se vogliamo essere davvero oneste fino in fondo, c'è una domanda che dovremmo farci tutte, prima di scandalizzarci: perché le parole pronunciate da questi avatar suonano, parola per parola, identiche a quelle di certe booktoker in carne e ossa? Se un algoritmo riesce a imitare perfettamente il tuo modo di parlare di un libro, forse il problema non è l'algoritmo!

Cosa significa ancora, oggi, dire la verità su un libro


Qui sta il cuore della faccenda ed è più semplice di quanto tutto questo rumore lasci intendere. Dire la verità su un libro non ha niente a che fare con chi o cosa la esprime, ma con il rischio che si corre. Un avatar non rischia niente. Non perde follower, non litiga con gli autori, non deve guardarsi allo specchio dopo aver scritto una recensione che non pensa davvero. Una persona sì.

Il problema del 2026, allora, non è l'intelligenza artificiale che finge di aver letto un libro, ma quante persone reali, per non perdere lo status, la copia omaggio, l'invito, hanno già imparato a scrivere come se fingessero anche loro.

Un algoritmo può recitare la parte di chi ha letto un romanzo. Il vero danno è che, da tempo, non è più l'unico a saperlo fare.

Laura

'Dandelion è morta' di Rosie Storey: quando un inizio brillante non basta a salvare un finale già scritto

Dandelion è morta
Autore Rosie Storey
Editore Neri Pozza
Pagine 384 pagine
Uscita 5 giugno 2026
Genere narrativa contemporanea
Jake è innamorato di Dandelion. Un sentimento fulmineo e ostinato. Dandelion è bella, libera, unica. Dandelion, però, è morta da sette mesi. Quando Poppy si imbatte nei messaggi di Jake sul profilo Hinge di Dandelion, avverte una vertigine: il richiamo di una vita che non è più, che pure continua a vivere. Decide di rispondere, di prendere in prestito per una sera il suo nome e la sua voce, per tenere a bada quella nostalgia che le toglie il respiro. Un appuntamento soltanto, nel giorno in cui Dandelion avrebbe compiuto quarant’anni: un gesto imprudente e irresistibile – esattamente il tipo di avventura verso cui sua sorella l’avrebbe spinta, se non altro per allontanarla da Sam, che a Dandelion non è mai piaciuto. Jake, dal canto suo, cerca di resistere al disordine che ha intorno: dopo la fine del suo matrimonio e la scoperta che il fidanzato ventenne della sua ex si è trasferito nella casa di famiglia, desidera qualcosa di vero. Quando incontra la donna che si presenta come Dandelion, sente di averlo trovato. Mentre, una sera dopo l’altra, la curiosità diventa amore, Poppy si ritrova intrappolata nei panni della sorella, nella doppia vita che non aveva avuto intenzione di creare. Eppure, ogni momento che trascorre con Jake sembra genuino, elettrizzante, giusto; tra loro c’è una chimica calda e confusa. Ma che cosa resta quando ci si innamora di una bugia?

Contro il buonismo narrativo: l'editoria ci sta proteggendo da quello che la letteratura dovrebbe darci

 

Stavo leggendo un buon libro. Poi è arrivato il finale.


Conosci quella sensazione: stai leggendo un romanzo che funziona - tensione giusta, personaggi ambigui, qualcosa di vero che si accumula pagina dopo pagina. Non sai dove sta andando, ma senti che ci sta andando davvero. Che non si tirerà indietro.

Poi arriva il capitolo finale.

E tutti capiscono. Tutti perdonano. La figlia e la madre si abbracciano dopo vent'anni di silenzio, il personaggio che aveva vissuto nell'errore trova pace, qualcuno impara la lezione, qualcuno rinuncia all'orgoglio. La tensione che il romanzo aveva costruito con cura - quella tensione vera, scomoda, che assomigliava alla vita - si scioglie in tre pagine di rappacificazione universale.

Chiudi il libro, ti senti defraudata.

Non perché volessi una tragedia o perché tu abbia qualcosa contro la speranza o contro i finali che respirano. Ma perché quello che hai appena letto non era un finale onesto, era una resa. L'autore o l'autrice aveva costruito qualcosa di complesso e all'ultimo momento aveva deciso di non fidarsi né del libro né di te.

E la cosa peggiore è che non si tratta di un caso isolato, ma di una tendenza. Di qualcosa che nell'editoria contemporanea sta diventando, silenziosamente, uno standard.

Il libro-coperta e l'industria del conforto


Negli ultimi anni è emersa una categoria editoriale che non ha ancora un nome ufficiale, ma che chiunque frequenti le librerie riconosce a colpo d'occhio. Chiamiamola come vogliamo - letteratura del benessere, narrativa consolatoria, feel-good fiction - ma il meccanismo è sempre lo stesso: il libro come oggetto terapeutico. Il romanzo che ti abbraccia, la storia che ti lascia migliore di come ti ha trovata.

le copertine lo dichiarano già in quarta: una storia di rinascita, un viaggio verso la luce, una seconda possibilità. Il finale è annunciato prima che tu apra la prima pagina: non stai per leggere un romanzo, stai per acquistare una promessa di sollievo.

Non è un fenomeno marginale. È il cuore del mercato librario contemporaneo, almeno in quella fascia di narrativa accessibile, da classificare a regalo. I libri che vendono di più sono spesso quelli che rassicurano di più. E l'editoria, che è un'industria come le altre, ha imparato la lezione e la ripete.

Il risultato è una narrativa italiana e tradotta in cui il finale consolatorio non è più una scelta dell'autore - è un'aspettativa di sistema. Una convenzione silenziosa tra chi pubblica e chi compa. Il lettore sa già che andrà a finire bene, almeno abbastanza bene. E lo sa ancora prima di leggere la prima riga.

Poi c'è il BookTok. E lì il meccanismo si accelera fino a diventare quasi comico. I video che fanno girare i libri sono quasi sempre costruiti su due assi: mi ha fatto piangere e mi ha fatto stare bene. Spesso, entrambi, in quest'ordine. Il pianto è concesso - anzi, è quasi obbligatorio - ma deve essere un pianto catartico, pulito, che porta da qualche parte. Un pianto che finisce con un sorriso. L'emozione come esperienza sicura, guidata, con uscita di emergenza segnalata.

E i bookblogger - me compresa, quando non sto attenta - contribuiscono. Fa bene al cuore è diventato un complimento standard. Ti scalda l'anima è una raccomandazione. Come se la letteratura fosse una borsa dell'acqua calda. Come se il suo compito principale fosse non trasmettere troppo freddo.

Finché succede e perché è un problema


Sarebbe facile dare la colpa ai lettori. Non lo farò, perché non è onesto e perché i lettori non sono il problema. Il lettore che cerca conforto in un libro non sta sbagliando nulla - sta cercando qualcosa di legittimo, e la narrativa ha sempre avuto anche questa funzione.

Il problema è quando il contro diventa l'unica funzione ammessa.

L'editoria misura il successo sul gradimento medio. Le recensioni a cinque stelle, i passaparola, i riacquisti, le classifiche. E il gradimento medio premia il comfort - non per cattiveria, ma per natura. Ciò che rassicura è più facilmente condivisibile di ciò che disturba. Ciò che scalda è più facilmente raccomandabile di ciò che brucia.

L'algoritmo registra tutto questo e lo restituisce amplificato. I libri che funzionano sui social sono quelli che generano emozione positiva e senso di comunità - anche tu hai amato questo libro, anche tu hai pianto in quel capito, anche tu ti sei sentita capita. È un meccanismo potente e non è neutro.

In parallelo c'è stata una colonizzazione silenziosa della narrativa da parte di un immaginario che viene dal self-help, dalla crescita personale, dalla psicologia divulgativa. Ogni romanzo deve insegnare qualcosa, ogni personaggio deve evolvere, ogni storia deve avere un arco trasformativo che va dal buio alla luce - possibilmente con qualche strumento pratico applicabile nella vita reale.

La scrittura come servizio al lettore. Il libro come specchio in cui il lettore si vede migliorato.

Il problema è che la letteratura non funziona così - o almeno, non funziona solo così. La letteratura che resta, quella che ti cambia davvero qualcosa, spesso non ti lascia migliore. Ti lascia più consapevole, più inquieta, più complicata. Ti lascia con domande che non hanno risposta. con personaggi che non hanno imparato nulla e a cui tu non riesci a smettere di pensare proprio per questo.

I libri che non mi hanno consolata e che amo esattamente per questo


Le madri non dormono mai di Lorenzo Marone è uno di quei romanzi che non ti chiedono permesso. Entra, fa quello che deve fare e se ne va senza scusarsi. Non c'è rappacificazione, non c'è lezione. C'è qualcosa di vero che succede, qualcosa che assomiglia al modo in cui certe cose succedono davvero, senza logica narrativa, senza arco trasformativo, senza che nessuno ne esca migliorato.

L'ho amato proprio per questo. Per il coraggio di non spiegare, di non consolare, di non costruire un'uscita di sicurezza per il lettore.

Poi penso a certi romanzi italiani recenti - scritti bene, costruiti con competenza, capaci di toccare temi difficili con estrema sensibilità - che arrivano all'ultima parte e cedono. Non crollano: cedono. Con delicatezza, quasi con timore. Come se l'autrice avesse paura di lasciare il lettore a mani vuote. Come se un finale aperto o scomodo o semplicemente onesto fosse una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha letto.

Non lo è. È l'opposto.

Un finale che tradisce le aspettative - nel senso più nobile del termine, quello che significa non fare la cosa facile - rispetta il lettore molto più di trenta pagine di rappacificazione universale. Gli sta dicendo: sei abbastanza adulto da accettare questo. Non ho bisogno di proteggerti.

La radice del male di Adam Rapp, che ho letto di recente, non ti protegge. I Larkin non imparano nulla, Ava non cambia. Il male che attraversa quella famiglia non trova redenzione, ma continuità. Ed è uno dei romanzi più onesti che ho letto quest'anno, proprio perché non si scusa di essere ciò che è.

Quello che chiedo a un libro


Non chiedo di stare bene dopo.

Non chiedo di imparare qualcosa di applicabile. Non chiedo un personaggio con cui identificarmi né un arco narrativo che mi mostri come si fa. Non chiedo conforto, non chiedo speranza obbligatoria, non chiedo che le cose si sistemino.

Chiedo verità. Anche scomoda, anche parziale, anche senza conclusione.

Chiedo personaggi che restino ambigui sino alla fine - che non abbiano una rivelazione all'ultimo capitolo, che non trovino pace, che non chiedano scusa e non ottengano perdono solo perché la storia deve finire.

Chiedo finali che assomiglino alla vita. E la vita, come sappiamo, non ha molto rispetto per gli archi narrativi.

Questo non significa che la letteratura debba essere cupa per principio o che i finali lieti siano una forma di disonestà. Significa che la consolazione guadagnata - quella che arriva dopo pagine di versa tensione, di ambiguità tenuta sino in fondo, di coraggio narrativo - vale infinitamente di più di quella distribuita a rate fin dalla quarta di copertina.

La differenza tra un libro che ti consola e un libro che ti cambia non sta nel finale. Sta in quanto l'autore si è fidato di te lungo la strada.

E io sto con gli autori che si fidano.

Laura

Ne parlano tutti. I libri, prima. - Stanca dei social? Benvenuta nel club. Fondato nel 1853.


Il quiet posting è il trend del 2026: smettere di pubblicare sui social, ritirarsi dalla visibilità, scegliere il silenzio. Ne parlano tutti. La letteratura lo fa da secoli. Bartleby lo scrivano di Melville, scritto nel 1853, ha già risposto a tutto. Spoiler: con due parole sole.

 

Quindi adesso smettere di postare è diventato figo


Permettetemi di ridere. No, sul serio: permettetemelo, perché ho bisogno di un momento!

Nel 2026, i giornali ci spiegano che il nuovo trend è il "quiet posting". La "de-influezzazione". Il "ritiro digitale". Essere invisbili all'algoritmo è diventato - cito testualmente - il vero lusso digitale. Le persone stanche di Instagram stanno scoprendo che forse non è necessario documentare ogni respiro per esistere. Che forse si può vivere senza che tremila sconosciuti sappiano cosa hai mangiato a colazione. Che forse, solo forse, la costante necessità di essere presenti, brillanti, coerenti col brand e possibilmente virali è una forma molto raffinata di tortura volontaria.

Straordinario! Rivoluzionario! Completamente inedito.

Peccato che la letteratura lo sapesse già nel 1853.

"Preferirei di no"


Herman Melville - quello di Moby Dick, quello che scriveva romanzi che nessuno comprava e continuava a farlo lo stesso - nel 1853 pubblicò un racconto breve su un copista di nome Bartleby. Bartleby lavora in uno studio legale a Wall Street. Un giorno, il suo datore di lavoro gli chiede di fare una cosa. 
Bartleby risponde: "Preferirei di no."

Fine.

Non si arrabbia, non si giustifica. Non scrive un post di sfogo sulla sua pagina, non manda messaggi privati alle persone per comunicare che non collaborerà più con loro. Dice semplicemente: preferire di no. E continua a esistere, in silenzio, nel suo angolo.

Bartlbey ha inventato il quiet posting 170 anni prima che qualcuno ci appiccicasse sopra un nome inglese e un articolo su Wired.

Il punto di Melville - che era un tipo scomodo, poco amato, molto fuori dal suo tempo - è che il rifiuto di partecipare non è nichilismo. È una forma di autodifesa. Bartleby non vuole niente da nessuno. Non cerca validazione, non aspetta commenti. Esiste e basta, con una coerenza che mette a disagio chi gli sta intorno, proprio perché chi gli sta intorno non riesce a capire come si possa non voler performare.

Suona familiare, vero?!

Io, Instagram e le persone che sentivano il bisogno di dirmelo


Ho smesso di parlare di libri per parecchi mesi. Non era una strategia, non era neanche un "digital detox" con hashtag dedicato e non stavo seguendo nessun trend. Ero semplicemente sopraffatta: dalla necessità di esserci sempre, di rispondere sempre, di essere riconoscibile, coerente e presente. Di produrre contenuti nel senso più industriale del termine, come se avessi un nastro trasportatore o il mondo dei libri si sarebbe fermato.

E sapete cos'è successo? Le persone mi scrivevano in privato per comunicarmi che avrebbero smesso di seguirmi.

Ci penso ancora e non capisco. Non lo capisco davvero. L'unfollow è una delle operazioni più semplici dell'universo digitale: un tap, zero conseguenze, nessuna notifica all'altro. Eppure c'è una categoria di persone - numerosa, fidatevi - che sente il bisogno di avvisarti, di renderti partecipe della loro decisione, di trasformare il loro abbandono in un evento comunicativo: "Non ti seguo più perché non sei più attiva come prima."

Grazie. Grazie mille! Avrei dormito malissimo senza saperlo!

Quello che non riuscivano a concepire - quello che il quietposting-come-trend ancora non riesce a spiegare davvero - è che la mia assenza non era un malfunzionamento, ma una scelta: non stavo leggendo, stavo vivendo. Stavo, per dirla con Bartleby, preferendo di no!

Ray Bradbury ci aveva già avvertiti. Non lo abbiamo ascoltato 


Nel 1953 - lo stesso anno in cui Melville pubblicava Bartleby, per una coincidenza che mi fa venire i brividi - Ray Bradbury scriveva Fahrenheit 451.

Sì, lo so, lo avete letto alle medie. Aspettate.

Fahrenheit 451 non parla di libri bruciati. parla di una società che ha sostituito la conversazione con il rumore. Le pareti delle case sono schermi giganteschi che trasmettono contenuti senza sosta. Le persone indossano auricolari che riempiono ogni silenzio. Nessuno legge non perché sia vietato - il divieto arriva dopo - ma perché nessuno ne sente più il bisogno. Il flusso continuo di stimoli è più comodo del pensiero.

Bradbury non stava descrivendo il 1953, stava descrivendo il 2026.

E la cosa più agghiacciante non è lo schermo. È la logica che ci sta sotto: la paura del silenzio. La convinzione che stare fermi, stare zitti, smettere di produrre significhi non esistere. I personaggi di Fahrenheit 451 non sopportano il silenzio perché non sanno cosa farsene. Non hanno strumenti per abitarlo. E allora lo riempiono, lo riempiono, lo riempiono... finché non resta niente.

Instagram ha rovinato i libri. L'ho detto.


Non ho paura di dirlo: secondo me Instagram e TikTok sono stati la rovina del mondo editoriale. Non per i libri in sé - quelli resistono, sempre - ma per il modo in cui li abbiamo iniziati a trattare. Come oggetti fotografabili, come accessori estetici, come occasioni per costruire un'identità da mostrare.

Quante copertine avete visto in posa su lenzuola di lino color cipria? Quante recensioni in cinque punti con emoji? Quanta gente che "non riusciva a smettere di leggere" un libro che, guarda caso, era arrivato loro proprio dalla casa editrice?

Ho visto persone scrivere in privato le peggiori cose su autori, editori e altri bookstagrammer e poi sorridere in foto di gruppo agli eventi. Ho visto l'ansia da prestazione trasformare la lettura, che dovrebbe essere la cosa più solitaria e libera del mondo, in una gara di visibilità.

L'ho fatto anche io (no, non sorridere fintamente, quello no). Me ne vergogno. Ho smesso!

Ottessa Moshfegh lo sapeva anche lei


Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh è il libro più quiet posting della storia recente, anche se probabilmente Moshfegh riderebbe sentendoselo dire.

La protagonista è una ragazza bella, ricca, con un lavoro prestigioso a New York. Decide di drogarsi per un anno intero con l'aiuto di una psichiatra borderline, con l'obiettivo dichiarato di dormire quanto più possibile e sparire dal mondo.
Nessun motivo tragico, nessuna crisi spettacolare. Solo la lucidissima consapevolezza che il mondo che frequenta è vuoto, rumoroso e sfiancante e che l'unico modo per sopravvivergli è non vederlo per un po'.

È un libro scomodo perché non giustifica la protagonista, ma non la condanna neanche. La lascia lì, nella sua scelta radicale e un po' grottesca, senza morale finale. E quello che resta, una volta finito il libro, è una domanda fastidiosa: e se avesse ragione?

Non sto dicendo di sedarsi, sia chiaro! Sto dicendo che il desiderio di sparire - di smettere di essere visibili, valutabili, eseguibili - non è una patologia, ma una risposta sensata a un sistema che ci chiede troppo.

Quindi, dove eravamo rimasti?


Il quiet posting è il trend del 2026. Ne scrivono tutti, lo analizzano, lo nominano, ci fanno i podcast.

Melville ci aveva già scritto un racconto nel 1853, Bradbury un romanzo nel 1953, Moshfegh un altro nel 2018.

Io ho semplicemente smesso di postare per qualche mese, ho perso qualche follower che si è sentito in dovere di avvisarmi e ho vissuto la mia vita.
Come sempre, i libri sapevano già tutto. Noi stavamo solo aspettando il momento giusto per accorgercene.


"Ne parlano tutti. I libri, prima." è la rubrica in cui parto da quello di cui tutti parlano e arrivo dove arrivo sempre: ai libri. Che, diciamolo, ci arrivano prima.

Nota della Libridinosa: si ringrazia Marito per la scelta dei titoli. Marito non è stato sottoposto ad alcuna tortura per lavorare a questo post (forse).

Laura 

Leggere lentamente è l'ultima forma di ribellione


Una pagina in sei secondi (e altre bugie che raccontiamo all'algoritmo)


Qualche settimana fa, nel BookTok, è successa una di quelle cose che sembrano piccole e invece ti rimangono in testa per giorni.

Una ragazza - venticinque anni dichiarati da lei, studentessa in lettere alla sua terza laurea (sempre parole sue, fate voi i conti e vi renderete conto che non tornano!) - ha mostrato durante una diretta il modo in cui legge. Libro aperto, dito che scorre le righe, un pagina ogni sei secondi. Sessanta libri al mese, diceva. Con la sicurezza di chi sa di avere un talento raro e non vede l'ora che gli altri lo riconoscano.

Il problema è che leggere una pagina in sei secondi non si chiama leggere, si chiama sfogliare. O, nella migliore delle ipotesi, fare finta.

E lo si è capito bene quando, sempre lei, ha dichiarato di aver finito Jane Eyre in tre ore. Tre ore. Poi ne ha fatto una video recensione - mi fermo un secondo qui, perché solo a scriverlo mi sale qualcosa di sgradevole in gola - in cui ha detto che Jane arriva da un orfanotrofio, che la storia con Rochester è tenera e pura e via andare con una serie di affermazioni che chiunque abbia letto il libro (anche distrattamente, anche con un occhio al telefono) sa essere completamente inventate. La copia, tra l'altro, era intonsa. Bella, intatta, mai aperta davvero neanche per sbaglio!

Perché 60 libri al mese non stanno in piedi (e la matematica non mente)


Facciamo due conti, senza accanimento, solo per capirci.

Un libro medio di narrativa si aggira sulle 300-350 pagine. Se prendiamo una media di 320 pagine, leggere 60 libri in un mese significa affrontare circa 19200 pagine.
Dividendo questo numero per 30 giorni, vuol dire che una persona dovrebbe leggere 640 pagine al giorno, tutti i giorni, senza pause.
Ora consideriamo la velocità di lettura.
Le ricerche sulla lettura silenziosa mostrano che un adulto legge mediamente tra le 200 e le 300 parole al minuto, mentre un lettore molto allenato arriva intorno alle 350-450 parole al minuto, mantenendo una buona comprensione di lettura. Oltre questa velocità, la comprensione tende a diminuire sensibilmente.
Una pagina di narrativa contiene mediamente 250-300 parole. Facciamo una stima prudente: 640 pagine x 275 parole = 176 mila parole al giorno.
A 300 parole al minuto servirebbero 586 minuti, quindi quasi 10 ore di lettura continua al giorno.
A 400 parole al minuto (lettura molto veloce), scendiamo a 7 ore e 20 minuti di lettura al giorno.
Tutti i giorni, senza pause, senza mangiare, senza dormire abbastanza, senza lavorare, senza vivere.

E stiamo parlando di lettura veloce, non di comprensione. Non di quella cosa strana e meravigliosa che succede quando una frase ti colpisce, ti fermi, la rileggi, la lasci sedimentare un momento.

Io a maggio - che tra lavoro, palestra, marito, figlio e amici, ho avuto un mese parecchio pieno - ho letto nove libri. Ne sono andata fiera! Siamo al 18 giugno, mentre scrivo questo articolo e ho finito appena due dei libri che ho in corso di lettura. Media mensile: cinque libri, sei al massimo. A volte di più, spesso di meno, dipende da mille cose.

Non è una gara, non lo è mai stata, per me. Ma evidentemente per qualcun altro sì.

Il tornaconto dell'algoritmo e perché ci caschiamo


La cosa che mi ha colpita di più non è la bugia in sé. Le bugie sui social esistono da quando esistono i social e probabilmente anche da prima.

Quello che trovo interessante - e un po' malinconico - è il motivo per cui una ragazza di 25 anni senta il bisogno di mentire sulla lettura. Non sul lavoro, non sui soldi, non sull'aspetto fisico (le bugie classiche, per intenderci). Sui libri.

Il BookTok ha creato una sotto-cultura in cui il numero conta più di tutto. Quanti libri hai letto questo mese? Hai già finito la tua reading challenge annuale? Hai letto i 100 libri da leggere prima di morire? L'algoritmo premia la quantità, la velocità, chi pubblica di più e chi ha numeri più grandi da mostrare. E allora ci si adatta. Si impara a parlare il linguaggio che viene ricompensato.

Non sto difendendo la bugia, sto solo cercando di capire il sistema che l'ha resa conveniente.

Il pubblico, almeno, si è diviso in modo interessante. Una metà l'ha attaccata - e questa è sempre la risposta peggiore, quella che genera più rumore e meno pensiero. L'altra metà ha, invece, fatto qualcosa di più utile: si è fermata a chiedersi perché. Perché mentire così? Cosa ci guadagni? Cosa dice di noi lettori il fatto che questo tipo di contenuto funzioni?

Sono le domande giuste, anche se non hanno risposte comode.

Quando i numeri hanno sostituito le emozioni


C'è stato un momento, su Instagram soprattutto, in cui la lettura è diventata una competizione silenziosa. 

Chi aveva letto di più, chi aveva la pila della vergogna più impressionante, chi chi completava le reading challenge di GoodReads con settimane di anticipo. Le librerie fotografate come trofei, i segnalibri contati, le statistiche annuali condivise con l'orgoglio di chi ha chiuso un bilancio in attivo.

Non dico che fosse tutto falso - molte di quelle persone leggevano davvero, leggevano tanto e con passione genuina. Ma il formato premiava la quantità in modo così sistematico che anche chi leggeva per il gusto di farlo ha iniziato, quasi senza accorgersene, a tenere il conto.

Io stessa, ogni tanto, mi sono ritrovata a scegliere un libro più corto perché "avevo bisogno" di chiudere una lettura quel mese. Non me ne vanto. Lo dico perché penso che ci siamo passati in molti.

Il ritorno alla lentezza. O forse non se ne è mai andata davvero


Però adesso sta succedendo qualcosa di diverso. Lo vedo nei commenti, nei messaggi, nelle conversazioni che mi capitano sotto i post.

C'è una stanchezza diffusa verso la lettura-performance. Una scelta, timida ma reale, di dire: ho impiegato tre settimane per finire questo libro e ne è valsa la pena ogni minuto. Di tornare a parlare di come ci ha fatto sentire un romanzo, non di quanto in fretta lo abbiamo finito.

Leggere lentamente - con attenzione, con soste, con la disponibilità a tornare indietro su una frase che merita di essere vissuta due volte - è diventato quasi un gesto controcorrente. In un mondo che premia la velocità su tutto, fermarsi su una pagina è quasi un atto politico.

Non romanticizzo la lentezza per principio. Ci sono libri che divorerei in un giorno e libri che meritano mesi. Non esiste un ritmo giusto in assoluto, ma esiste un ritmo onesto, quello che corrisponde davvero a come stai leggendo, a quanto stai capendo, a quanto ti stai portando dentro di quella storia.

Sessanta libri al mese non è un ritmo di lettura. È una stima del traffico.

I libri migliori non si contano. Si ricordano.

Laura

'La radice del male' di Adam Rapp: quando il male abita in famiglia

La radice del male
Autore Adam Rapp
Editore NN Editore
Pagine 540
Uscita 27 giugno 2025
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. "La radice del male" racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo. Adam Rapp indaga le piccole crepe che segnano il destino di una famiglia perbene; solchi che possono diventare abissi o aprirsi alla luce, se si trova il coraggio di chiedere aiuto.