Se sei nuova qui

Comincia da questi cinque

Caricamento in corso…

Le ultime chiacchiere

La Libridinosa manda a quel paese chi recensisce e poi dice: "È solo la mia opinione"

Settembre.
Il mese del rientro. Il mese in cui si torna alla routine, si riapre il diario di lettura, si tornano a seguire a pieno ritmo i propri account preferiti sui social, si leggono le recensioni.

Le recensioni. Quelle belle, quelle brutte, quelle entusiaste, le stroncature colossali. Quelle che ti fanno aggiungere un libro all'infinita lista dei libri da comprare e quelle che te lo fanno debellare con un colpo di matita - o un click del mouse - talmente veloce da poter entrare nel Guinness dei primati!

Ecco, fermiamoci qui. Su quel gesto. Su quel momento preciso in cui tu leggi una recensione negativa, la trovi convincente e scrivi nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."
Perché quello che succede dopo - QUELLO CHE SUCCEDE DOPO mi fa venire voglia di sbattere la testa al muro!

Quello che succede dopo è che il recensore risponde: "Ma è solo la miaaaa opinioooooneeeee."

Sedetevi - dai su, lo sapete che a questo punto vi chiedo sempre di sedervi! Ho delle cose da dire - e sapete pure questo!

Prima questione: perché pubblichi una recensione


Voglio che ci fermiamo sulla domanda fondamentale, la domanda delle domande, l'annosa questione dei blogger e affini, quella che apparentemente nessuno si pone prima di aprire un'app o una pagina del browser e iniziare a scrivere.

Perché pubblichi una recensione?

Non è una domanda retorica, stelline di zia! È una domanda vera, con una risposta vera e voglio che ci pensiate prima di andare avanti.

La pubblicate perché vi pagano? No. Lo fate perché ve l'ha chiesto il ragazzo che vi piace? Nemmeno. Pubblicate una recensione perché avete letto un libro e volete condividere quello che ne pensate. Fin qui siamo tutti d'accordo, direi che possiamo andare avanti. Ma condividere con chi? Con la nonna? Con la zia, la cugina, la vicina di casa? No. 

Condividere con le persone che vi seguono, con le persone che leggono quello che scrivete. Con le persone che - carine loro - leggendovi, potrebbero farsi un'idea su quel libro; un'idea che non avevano prima o che avevano già e che voi confermate o smentite.

In una parola sola: condividere per influenzare.

Chi mi conosce sa quanto io detesti questa parola, ma facciamocene una ragione. 
Non è una parola brutta, ve lo dice zia Libbri! Influenzare (etciù!) - nel senso letterale, etimologico, pulito del termine - significa far scorrere qualcosa verso qualcuno... Possiamo fare in modo di non fare scorrere muco, per favore? Grazie!
Ergo, influenzare è sinonimo di far arrivare una prospettiva, offrire un punto di vista che l'altro può accettare o rifiutare.
Non serve l'aspirina, non dovrete mettere su il brodo di pollo, state tranquilli!

È quello che fa la critica letteraria. È quello che fa il consiglio di lettura, è quello che fa qualsiasi persona che parli di libri in pubblico, dal 1400 a oggi.

Se non volete trasmettere germi a nessuno, scrivete sul vostro diario. Tenete un file di note sul telefono, chiamate la nonna e raccontate a lei ciò che avete letto, parlatene con il vostro cane - le mie mi ascoltano sempre con grande interesse!

Seconda questione: cosa significa che qualcuno vi ringrazia


Torniamo alla scena del crimine, vi va?

Voi pubblicate una recensione negativa - e già questa cosa ha del miracoloso, visti i tempi che corrono! Diciamo che il libro non vi è piaciuto per vari motivi. Diciamo che avete argomentato - bene o male, non importa - il vostro giudizio.

Qualcuno legge, ci pensa e scrive nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."

Questo è il momento del successo. Questo è esattamente il motivo per cui avete pubblicato la recensione. Qualcuno vi ha letti, si è fidato di voi,  ha preso una decisione basandosi su quello che avete scritto.

Avete spostato dei germi influenzato qualcuno, ce l'avete fatta! E senza neanche attaccargli due linee di febbre.

E voi cosa fate? Vi smarcate. VI SMARCATE?

"Ma è solo la mia opiniooooone. Magari a te piacerà."
"Non prendere la mia parola per oro colato."
"Ognuno ha i suoi gusti!"

Voglio capire. Voglio davvero capire.

Avete appena ottenuto quello che cercavate - qualcuno che vi legge, vi considera affidabili, agisce di conseguenza - e la vostra reazione è quella di rimettere tutto in discussione? PERCHÉ?

Avete trascorso un'ora, forse di più, a scrivere quella recensione - PERCHÉ? - Avete scelto le parole, argomentato, pubblicato e aspettato i commenti. PERCHÉ?

E quando arriva il commento che dimostra che qualcuno vi ha presi sul serio, voi rispondete che forse non bisognava prendervi sul serio? PERCHÉ? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?

Terza questione: lo scudo dell'opinione


Perché succede questa cosa? Perché il recensore si smarca? PERCHÉ? 

Ho una teoria. Una teoria sola, semplice, che non richiede particolari strumenti di analisi: vi ricattano. Vi hanno rapito la famiglia e la tengono in ostaggio. Vi hanno minacciati di far sparire tutti i vostri libri. È per questo che lo fate, vero? Ah no (leggere con la faccia meme di Salvini)?

Allora la risposta è solo una: paura.

Paura di essere responsabili, paura che l'autore vi scopra e venga a bucarvi le gomme dell'auto sotto casa. Paura che le persone a cui quel libro è piaciuto, vi attacchino a muso duro tacciandovi di "non-aver-capito-una-beata-minchia-di-quel-capolavoro" (che è quello che penso io, ad esempio, quando vedo recensioni negative di "It").

E allora si costruisce lo scudo: "È solo la mia opinione" non è una dichiarazione di umiltà, gente. È una clausola di non responsabilità, il modo per avere il meglio di entrambi i mondi: l'engagement della recensione forte e la sicurezza della via d'uscita.

Volete che la gente vi legga, vi segua, vi commenti, vi condivida. Volete che la vostra voce abbia peso. Ma quando vedete il peso, avete orrore della bilancia e pensate alla dieta!

Non funziona così. O avete un'opinione e la difendete oppure non la pubblicate.
Non esiste la via di mezzo del "Ho un'opinione fortissima, ma non sono responsabile di niente."

Quarta questione: il lettore che ringrazia


E poi c'è l'altra faccia di questa storia, quella che mi sta altrettanto a cuore.

Il lettore che ha scritto "Grazie, lo depenno dalla lista." - e mi sta a cuore perché spesso io sono stata quel lettore.

Quel lettore ha fatto una cosa bellissima: ha letto,  ha considerato, ha deciso. Ha usato la recensione che avete scritto esattamente per quello per cui esiste. Ha trattato il recensore come una voce credibile, degna di essere ascoltata.

E in risposta si è sentito dire che forse non doveva fidarsi così tanto.

Questa cosa è scortese. Non lo dico per drammatizzare - lo dico perché è la parola giusta. È scortese nei confronti di chi ti ha letto con attenzione. È come dire a qualcuno "ti ho dato un consiglio, ma poi fa come ti pare che sia mai io ti rovini la vita!" - il che solleva la domanda: perché darlo, allora?

Quello che invece si può fare


Non voglio che questo pezzo sembri una condanna senza appello. Non è questo il punto.
Il punto è che esistono modi onesti per gestire l'incertezza di un'opinione pubblica.

Potete scrivere "questa è la mia esperienza con questo libro, la vostra potrebbe essere diversa" - dentro la recensione, non nei commenti dopo che qualcuno ha già preso una decisione.

Potete specificare che certi elementi che non vi sono piaciuti, potrebbero funzionare per altri tipi di lettori. Potete, semplicemente, scrivere recensioni più sfumate - che poi è quello che distingue la critica dalla stroncatura di pancia.

Quello che non potete fare - proprio no! - è pubblicare una recensione netta, raccogliere l'engagement di una recensione netta e poi smarcarvi dall'effetto di una recensione netta.

La coerenza ha un costo. Il costo si chiama responsabilità.

Conclusione, con sopracciglio invariato


Quindi no, mi spiace, non ho simpatia per lo scudo dell'opinione: un'opinione pubblicata è un atto pubblico, ha un peso, ha conseguenze.
E chi la pubblica deve essere disposto a starci dentro - fino in fondo, con tutto quello che comporta.

Io ho scritto di libri che ho amato e di libri che non mi sono piaciuti per niente, di autori che adoro e di altri che non fanno per me. E quando qualcuno mi ha ringraziata, dicendo che avrebbe tolto quel libro dalla lista, ho risposto: "Sono qui per questo."

Non: "ma è solo la mia opinioooone."

Perché non è solo la mia opinione.
È la mia opinione. Senza il "solo".

È quella differenza è tutto.

Laura

'L'altra moglie di Garibaldi' di Silvia Montemurro: una donna vera non è necessariamente una donna amabile

L'altra moglie di Garibaldi
Autore Silvia Montemurro
Editore Edizioni e/o
Pagine 299
Uscita 2026
Genere Biografia storica narrativa
Inverno 1860. In una cappella privata nei dintorni di Como vengono celebrate le nozze tra Giuseppe Garibaldi e la marchesa Giuseppina Raimondi. Il matrimonio dura un giorno soltanto. Lo scandalo che ne consegue, invece, passerà alla storia.
In una narrazione che intreccia realtà e fantasia, tra splendide ville affacciate sul lago, ambascerie segrete, amori proibiti e misteriose chiromanti, Silvia Montemurro ci guida nella riscoperta di un affascinante episodio del Risorgimento italiano. A caccia della verità, ammesso che ce ne sia una sola.
Seconda metà dell’Ottocento. Figlia della relazione illegittima tra il marchese Raimondi e una donna dal passato oscuro, la giovane Giuseppina ha imparato presto a guardare con disincanto sia all’amore sia al potere. Finché, mentre tutt’attorno imperversano i moti risorgimentali, il generale Giuseppe Garibaldi non s’invaghisce di lei. Giuseppina si ritrova così incastrata in un disegno troppo grande in cui la sua volontà sembra relegata a margine. Ma il destino, come scoprirà a proprie spese, segue vie tutte sue. Lo sa bene anche Alma, la chiromante che del destino ha fatto un mestiere. Cresciuta in una comunità nomade, fin da piccola ha appreso che la divinazione non consiste nel predire il futuro, ma nel portare alla luce quel che gli altri si rifiutano di vedere. Le vite delle due donne, Giuseppina e Alma, all’apparenza distanti nel tempo e nello spazio, sono in realtà legate a doppio filo. Perché la verità, detta o taciuta, finirà per avere conseguenze irreversibili per entrambe. Partendo da un’impeccabile ricostruzione storica, Silvia Montemurro firma un nuovo appassionante romanzo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma sapendo cosa andate a cercare: storia, non simpatia.
Fa per te se ami le biografie narrative in cui il personaggio storico ti sfida invece di sedurti.
Lascialo perdere se ti aspetti che una donna dell'Ottocento ti faccia fare il tifo per lei.

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura

'Carrie' di Stephen King: il vero mostro non ha artigli


Stanza 1 ・ Il terrore puro - romanzo numero 1 nella cronologia King ・ 1974

Carrie
Autore Stephen King
Editore Sonzogno
Pagine 224
Uscita 1974
Genere Horror Paranormale
Carrie è un'adolescente prigioniera del delirio fanatico della madre e presa di mira dai compagni, però ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, ciò che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione e scatena una serie di eventi che nessuno potrà mai dimenticare.

Vale la pena leggerlo? Sì e non solo se ami King - soprattutto se non lo hai mai letto.
Fa per te se riesci a stare dentro un romanzo che usa l'horror come bisturi della società civile.
Lascialo perdere se cerchi un King maturo e rifinito - questo è il punto zero, acerbo e già potentissimo.

La casa di King - Benvenuti nel ciclo


Articolo 0 ・ Settembre 2026 ・ Inizio del ciclo King


Lo scrittore da autogrill


Negli ultimi due anni sui social è accaduta una cosa strana: Stephen King è diventato, all'improvviso, una rivelazione.

Ventenni che pubblicano foto di Shining, scrivendo "ma perché non lo avevo letto prima?" Booktoker che si avvicinano a It come se il libro fosse appena arrivato in libreria, gente che dice "non immaginavo che King scrivesse in questo modo" con una meraviglia così genuina da fare tenerezza - e, ogni tanto, questa cosa fa anche un po' ridere!

Perché per decenni Stephen King è stato etichettato come lo scrittore da autogrill. Roba da ombrellone, letteratura di serie B, niente di serio. Noi kinghiani storici lo sapevamo già. Continuavamo a comprare i suoi romanzi, a leggerli in treno, a passarceli di mano come si fa con un segreto condiviso. Eravamo lettori di seconda fascia e, francamente, non ci pesava per niente.

Ora il mondo ha capito quello che noi sapevamo da sempre. Benissimo così.

Benvenuti, vi stavamo aspettando!

La libreria di Carmelo


Sono diventata kinghiana verso i tredici anni, nella stanza di un ragazzo che non era quasi mai in casa.

Carmelo era il fratello della mia migliore amica, Mimì. Studiava in un'altra città e tornava a casa solo per le feste. In quella stanza, però, aveva lasciato una libreria che sembrava progettata proprio per me: decine di romanzi di Stephen King, allineati per data di uscita, come una truppa in formazione. A casa di Mimì ci passavo moltissimo tempo - quasi ci abitavo - e di notte dormivo proprio in quella stanza.

Il resto lo sapete. O meglio: lo saprete. Una storia che comincia con Carrie, una me tredicenne e una libreria non mia. Una storia che non ha ancora raggiunto la sua fine.

Ma di questa storia vi parlerò nella recensione di lunedì prossimo. Qui mi interessa altro: quell'ordine. I romanzi uno dietro l'altro per data di pubblicazione, come se Carmelo avesse costruito - senza saperlo - una cronologia perfetta. Ho letto King così allora e così lo sto rileggendo ora: dall'inizio, in sequenza, senza saltare nulla. 

Con King il disordine è solo una scusa. L'ordine cronologico non è un dettaglio: è tutto. Almeno finché il mio animo da Gemelli incallita non deciderà di sconvolgere l'ordine prestabilito!

La casa


King non è uno scrittore nel senso canonico del termine. King è un mago che fabbrica mondi. E come ogni mondo degno di questo nome, anche il suo ha una geografia precisa, una mappa, dei confini che si impara a riconoscere.

Ho sempre pensato al suo catalogo come a una casa. Non una casa qualsiasi: quella casa, la villa vittoriana di Bangor, Maine, con i cancelli in ferro battuto pieni di ragni e pipistrelli. Per noi kinghiani è un posto quasi sacro. E per la Laura tredicenne che si addentrava nei suoi libri dalla camera di Carmelo, ogni stanza di quella casa conteneva un gruppo di romanzi tenuti insieme da un filo tematico sottile ma resistente.

Ho disegnato la mappa. Otto stanze al piano principale, ciascuna con la propria luce, la propria aria, i propri romanzi.

Il terrore puro - quello che ti sveglia alle tre di notte con il cuore in gola.
Il male quotidiano - quello che non ha bisogno di mostri perché l'essere umano basta e avanza.
La fine del mondo - le apocalissi, i crolli, i conti che prima o poi arrivano.
Il passato che non muore - la memoria come condanna, il tempo come trappola.
Il soprannaturale gentile - il lato luminoso del suo fantastico, quello che commuove più che spaventare.
L'infanzia perduta - i bambini al centro, l'innocenza che si incrina. 
Il crimine e la colpa - il detective come figura morale, la giustizia come ossessione.
E infine, Bachman - lo specchio oscuro, l'alter ego nichilista, il King che non voleva essere riconosciuto.

Al piano superiore, inaccessibile, c'è La Torre Nera: la colonna vertebrale dell'intero universo, la saga che raccoglie ogni filo, ogni personaggio, ogni piano parallelo che King abbia mai inventato. In cantina, d ove quasi non arriva luce, stanno i romanzi inclassificabili - quelli che non si fanno mettere in fila da nessuna parte.

Il ciclo


Da questo mese ripercorro tutto dall'inizio. Ogni romanzo avrà la sua recensione, ogni stanza avrà il suo articolo tematico ogni qualvolta avrò terminato tutti i libri che la abitano.

E poi c'è la casa vera, quella che potete visitare qui nel blog: una pianta interattiva, stanza per stanza. Ci passeggiate col mouse, cliccate, vedete cosa manca ancora. I titoli si accendono man mano che li recensisco, diventano link diretti alla recensione. È il modo più onesto che ho trovato per farvi vedere a che punto sono e a che punto siete voi, se deciderete di seguire questo percorso.

Non ho fretta: King non si divora, si abita.
Si comincia dall'inizio. Si ricomincia da Carrie.

Laura

'Soltanto il giorno' di Santina Cosetta: la Sicilia che non ti lascia andare

Soltanto il giorno
Autore Santina Cosetta
Editore Giunti
Pagine 485
Uscita 2026
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
L’amore non è una questione di sangue. È una scelta.
Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.
Avola, 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l'abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire.
L'infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l'America, Marianna viene mandata a servizio all'Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell'enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola. All'arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un'amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
«C’erano madri che non sapevano amare. E figlie che imparavano a non chiedere nulla.»

Vale la pena leggerlo? Sì, senza esitazione.
Fa per te se ami i romanzi di formazione al femminile con radici storiche solide e una prosa che sa essere poetica senza essere stucchevole.
Lascialo perdere se cerchi trame ad alto ritmo o personaggi per cui fare il tifo nel senso stretto del termine.