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Le ultime chiacchiere

'Le notti di Salem' di Stephen King: la città che muore, il prete che perde e il vampiro che nessun adattamento sa filmare

Libro appoggiato su una scrivania che guarda verso Salem's Lot

King Size 2 ∙ Parte 2 - Stanza 1 ∙ Il terrore puro ∙ Romanzo numero 2


La Marsten House sta in cima alla collina e si vede da quasi ogni punto di Jerusalem's Lot. Non è un caso. A King interessa che tu l'abbia sempre davanti, anche mentre i personaggi fanno la spesa, litigano con il marito o tirano giù la serranda del negozio. Il Male, qui, non ha bisogno di salire fin lassù: è già in cima e domina tutto.

La nascita del romanzo, con la roulotte e la lettera a Bill Thompson, la trovi nella prima parte. Qui si entra in città.

Una città costruita per essere distrutta


Michael Collings, tra gli studio di King più attenti, parla di Jerusalem's Lot come di un "organismo collettivo". Più che una metafora è una scelta di costruzione. King dedica centinaia di pagine a negozi, strade, case, vicini, ricordi, abitudini, economia locale e nessuna di queste cose serve alla trama. Servono a resistere la città come qualcosa di vivo. Togli Barlow e resta comunque un romanzo sulla fine di una comunità. Togli Jersualem's Lot e non resta quasi niente.

Anche il nome lavora: Jerusalem, non Salem. Il nome completo porta con sé le risonanze bibliche, la città della redenzione trasformata in città della dannazione, un New England coloniale pieno di insediamenti dai nomi sacri, credibilissimo e inquietante. Poi c'è Lot, il lotto, il terreno assegnato: l'insediamento maledetto.

La geografia è morale. La Marsten House guarda dall'alto, poi arrivano il quartiere residenziale, il centro con la chiesa e il municipio, i boschi in periferia, il cimitero. Nel Medioevo il punto più alto di una città era occupato dalla cattedrale o dal castello, sal sacro o dal potere. King ci ha messo la casa del Male.

E c'è il pettegolezzo, che non è folklore. In una comunità vera si vive di informazioni parziali, mezze verità, maldicenze che girano senza controllo. I personaggi di Salem non sanno, credono, suppongono, raccontano e il lettore conosce la città come si conosce un paese di provincia: per sentito dire. Tony Magistrale sostiene che questa tecnica aumenti il realismo, perché nessuna comunità possiede una conoscenza oggettiva di sé stessa. Ha ragione. Se Jerusalem's Lot avesse avuto un gruppo Whatsapp di condominio, Barlow sarebbe arrivato in un paese informatissimo e incapace di fare qualcosa.

Barlow non porta il Male, lo rende visibile


Da qui si capisce perché il vampiro occupa così poche pagine. Compare tardi, parla poco, agisce quasi sempre fuori scena, perché il suo ruolo è un altro. Douglas Winter, uno dei critici kinghiani più autorevoli, lo descrive come un agente rivelatore: non crea il male, lo accelera. La comunità era malata prima del suo arrivo: vicini che non si parlano, violenze domestiche che tutti fingono di non vedere, ipocrisie religiose, rancori coltivati per generazioni. Barlow è il catalizzatore. La malattia la avevano già in casa.

Alla fine lui viene sconfitto e il lettore non prova nessuna sensazione di vittoria. Jerusalem's Lot è perduta e con lei non solo le persone, ma la fiducia, la quotidianità, la memoria condivisia: quella cosa fragile e imprecisa che chiamiamo comunità e che non si ricostruisce. King lo sa e non ci passa sopra con una carezza. Il finale di Salem è tra i più onesti e duri che abbia scritto.

Padre Callahan, il prete che non regge


Callahan è il personaggio più discusso del romanzo e probabilmente il più frainteso. Sulla carta è il classico esperto di vampiri: conosce il folklore, sa usare gli oggetti sacri, capisce prima degli altri che cosa sta succedendo. Poi King fa una cosa che nella narrativa vampiresca non si era vista in modo così sistematico: lo fa fallire, non per stupidità o per codardia, ma per qualcosa di molto più scomodo. La sua fede vacilla nel momento esatto in cui ne avrebbe più bisogno.

Da Van Helsing in poi, nel romanzo gotico gli oggetti sacri funzionano quasi in automatico: la croce respinge il vampiro perché è una croce. King cambia la regola. La croce funziona finché chi la regge ci crede davvero. Callahan lo scopre nel momento peggiore, davanti a Barlow, quando sente la propria certezza incrinarsi e il potere dell'oggetto calare in tempo reale insieme a lei.

La critica lo ha letto in tre modi. Winter lo considera una delle figure meglio riuscite del primo King proprio per questa fragilità. Magistrale vede nella sua crisi il riflesso della crisi di autorità nell'America degli anni Settanta, post Watergate e post Vietnam, quando le istituzioni e le figure di riferimento perdono credito. Heidi Strengell guarda alla tensione tra fede personale e istituzione religiosa. Tre letture, tutte plausibili, il che dice parecchio sullo spessore del personaggio.

A me colpisce un'altra cosa, che si nota meno. Callahan soffre non solo perché perde, ma perché sente di aver tradito la propria vocazione. È vergogna e King la costruisce con una cura che nel genere, allora, si vedeva di rado.

Poi c'è la parte che nel 1975 nessun lettore poteva sapere. Callahan non finisce a Jerusalem's Lot. Quasi trent'anni dopo King lo riprende nella saga della Torre Nera, soprattutto ne I lupi del Calla (2003), dove racconta quello che è successo dopo la fuga: l'esiliato che si porta addosso il fallimento, il sacerdote che cerca qualcosa di simile a una redenzione in un cosmo molto più grande e molto più strano di quello in  cui era stato ordinato. Riletta oggi, la sua sconfitta in Salem cambia segno. Non è il capitolo finale, è il punto di partenza. Chi legge adesso ha il privilegio della prospettiva, ma anche senza saperlo si avverte che questo personaggio è troppo ingombrante per chiudersi in un solo libro.

Perché nessuno riesce a filmare Salem


Salem ha avuto tre vite sullo schermo e sono molto diverse. La prima, la miniserie CBS del 1979 diretta da Tobe Hooper, ha riscritto la memoria collettiva del romanzo. Quando si pensa a Barlow si vede quello di Reggie Nalder: pelle grigiastra, testa calva, occhi luminosi, denti enormi. Un mostro costuito sull'estetica del Nosferatu di Murnau (1922), scelto di proposito: Hooper rifiutò il vampiro aristocratico della Hammer e puntò su qualcosa di più animalesco  e perturbante.

Il Barlow del libro è un'altra creatura. King lo costruisce sull'ambiguità, sulla presenza strategica, sul silenzio: fa paura aspettando, non mostrandosi. Il cinema ha dovuto trasformare quella tensione in un'immagine e l'immagine ha poi colonizzato la lettura all'indietro. Chi apre Salem oggi si porta dietro la miniserie del '79, anche senza volerlo. La televisione di allora, per giunta, aveva vincoli pesanti e la città resta uno scenario più che un organismo.

La miniserie TNT del 2004, per la regia di Mikael Salomon, prova a recuperare il vampiro aristocratico, un Barlow più vicino a Stoker, con Rutger Hauer. Sacrifica però la città sull'altare della trama, che è esattamente l'errore opposto a quello che fa King e funziona di meno: si vede meno, è rimasta meno. Il film di Gary Dauberman del 2024 è quello che si impegna di più a ristabilire il rapporto tra comunità e contagio e a tratti ci riesce. Rispetta il materiale più di quanto mi aspettassi, ma l'impatto del '79 non lo raggiunge e ha il problema di entrambi: due ore contro un libro che per un bel pezzo costruisce la città prima che accada qualcosa di soprannaturale. Comprimi quelle pagine e perdi la cosa fondamentale.

Il paradosso è questo. Più gli adattamenti cercando di riprodurre la struttura del romanzo, più sbattono contro il fatto che quella struttura è pensata per un letto che ha ore davanti a sé e una città da abitare con la testa. Cinema e televisione fanno il contrario: ti mostrano tutto subito, ti tolgono il lavoro dell'immaginazione e, con quello, la cosa che nel libro fa più paura.

Barlow sullo schermo è visibile. Barlow nel romanzo è un'assenza che riempie tutto.


'Terra di anime spezzate' di Clare Leslie Hall: Beth sbaglia, il romanzo no

foto del romanzo "Terra di anime spezzate" di Claire Leslie Hall
Terra di anime spezzate
Autore Clare Leslie Hall
Editore Nord
Pagine 384
Uscita 2025
Genere Narrativa
Se potessimo riavvolgere il nastro, a quale istante torneremmo per cambiare il corso del destino?
Per Beth Kennedy quel momento è l’estate del 1955, quando, insinuatasi inavvertitamente nella tenuta di campagna dei Wolfe, incontra Gabriel. Lui, erede diciottenne di quella ricca famiglia, è destinato a Oxford e ha davanti a sé una strada costellata di possibilità; lei, diciassette anni, origini modeste, è studentessa in un rigido istituto femminile. Due mondi lontani ma due anime affini: entrambi solitari, sognatori, appassionati di letteratura. Un’affinità che presto diventa amore, bruciante e vissuto alla luce del sole. Una passione che si consumerà insieme con quell’estate. Uno scandalo che costerà molto caro a Beth.
Tredici anni dopo, lei ha una vita molto diversa da quella che si immaginava. Non è mai diventata una scrittrice e vive ancora in paese, nella fattoria di suo marito Frank. Il loro è un matrimonio felice, eppure in bilico su un equilibrio fragile: il tacito patto di tenere alla larga il passato. Quello da cui, all’improvviso, torna Gabriel, ora una celebrità, e con lui tutti i sentimenti mai sopiti, i non detti, i segreti mai confessati in quella lontana estate. Mentre sente spezzarsi ogni certezza, Beth dovrà scegliere tra due amori, tra due vite, tra la ragazza che era e la donna che è diventata. Una scelta che affronterà di nuovo a testa alta, però stavolta non sarà solo la sua vita a essere travolta dallo scandalo.
Un romanzo struggente e mozzafiato che, in un abile intreccio di passato e presente e con il passo incalzante della suspense, mette in scena i chiaroscuri della vita, le complessità dell’amore e le traiettorie imprevedibili del destino.

Vale la pena leggerlo? Sì, se riesci a convivere con una protagonista che ti fa venire voglia di scuotere l'e-reader.
Fa per te se ti piacciono le storie d'amore in cui ogni scelta ha un prezzo e le buone storie ben costruite ti mancano quanto a me.
Lascialo perdere se cerchi il libro della vita o hai bisogno di voler bene alla protagonista per andare avanti.

La Libridinosa manda a quel paese i libri virali del 2026

Cari lettori, oggi si parla di viralità, quella parola che fa venire l'orticaria a chiunque abbia un minimo di gusto letterario e che, guarda caso, fa vendere più di qualsiasi recensione seria mai scritta. Quest'anno ho avuto una sensazione forte, fortissima: i libri virali sembravano moltiplicarsi a ogni scroll. Non ho un grafico da mostrarvi, ho solo la mia libreria, che si riempie di copertine viste su Instagram prima ancora di sapere di cosa parlassero. Sei, quest'anno, ne ho letti. E di sei, cari miei, non ne ho salvato nemmeno uno.

Vi racconto tutto, in ordine di sofferenza crescente. Allacciate le cinture.

La classifica della vergogna


La portinaia del 17 di Emma Cortesi l'ho aperto aspettandomi un giallo cozy, di quelli leggeri da ombrellone. Ho trovato invece la scrittura più acerba che abbia letto quest'anno: trama prevedibile, personaggi di cartone, il classico esordio che qualcuno avrebbe dovuto fermare prima della stampa.

Love, Mom di Iliana Xander aspettava lo stesso trattamento: suspense, promessa, ananas sulla pizza consegnato. Si piazza, insieme al precedente, sul podio dei peggiori libri dell'anno. Un podio che non volevo, ma che qualcuno doveva pur vincere.

Molto felice per te di Holly Bourne prometteva adrenalina da thriller. Mi ha consegnato quattro amiche che si detestano pur professandosi inseparabili, con un finale talmente insensato da sembrare la firma in calce a un patto con il lettore che nessuno ha rispettato.

Il calamity club di Kathryn Stockett l'ho preso perché avevo amato The help, della stessa autrice. Volevo ritrovare quella voce. Ho trovato, invece, un libro prolisso, con troppa carne al fuoco e nessuna cottura, mediocre dalla prima all'ultima pagina.

Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans era il libro che speravo mi commuovesse. Mi sono ritrovata a leggere la corrispondenza di una signora annoiata che scrive lettere persino all'attore di cui era infatuata da ragazzina. Women's Prize for Fiction o meno, io non mi sono mossa di un millimetro.

Theo da Golden e la forma della felicità di Allen Levi meritava un discorso a parte. Mi aspettavo il classico protagonista anziano di cui innamorarsi pagina dopo pagina. Dopo trenta ho augurato a Theo una morte lenta e dolorosa. Mi ha ascoltata, ma senza soffrire. Non è stato soddisfacente nemmeno in quello (e no, non è uno spoiler, è una constatazione).

Nero come il mare di Charlotte McConaghy: gli ho dato una possibilità. Cinquanta pagine, poi l'ho mollato. Sembrava un trattato di biologia marina travestito da romanzo e io non stavo cercando un manuale.

Gli altri della lista


Degli altri titoli che circolano come virali quest'anno, non ne aprirò nemmeno uno - almeno non a breve - e sarebbe disonesto fingere il contrario. Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Johan Harstad, per esempio, merita una menzione a parte: mille e duecento pagine pubblicate da Sellerio, diventato un caso editoriale genuino soprattutto tra i lettori di fascia 25-35 anni, capaci di trasformarlo in poche settimane in un vero passaparola letterario nonostante la mole imponente. Ma la mia lista di lettura ha dei limiti e quel mattone per ora resta fuori. Lo stesso vale per Skippy muore di Paul Murray, I Làzar di Nelio Biederman e Pecorelle smarrite di Madeline Cash: tre titoli virali che, per quanto mi riguarda, non entreranno nella mia libreria.

Perché diventano virali (spoiler: spesso lo decide qualcun altro)


Qui viene la parte che mi interessa di più ed è anche quella più scomoda. Nell'editoria anglosassone esiste un termine tecnico per i libri su cui una casa editrice decide di puntare tutto ben prima della pubblicazione: si chiama lead title. Significa budget marketing concentrato per le anteprime (le famose ARC) spedite a influencer e stampa, partnership con i creator pensate mesi prima che il libro arrivi in libreria. Oggi ogni titolo è di fatto una micro-campagna cross-channel, con obiettivi precisi di community engagement che comprendono contenuti social, strategie di PR, partnership con gli influencer e contenuti generati dagli utenti. Il successo, insomma, lo si costruisce prima che il lettore giri la pagina, non dopo.

Chi lo ha raccontato meglio di tutti, per pura ironia della sorte, è un romanzo: Yellowface di R. F. Kuang. La protagonista ruba il manoscritto inedito di un'amica scrittrice morta e lo pubblica come proprio, scoprendo dall'interno tutti i meccanismi (spesso arbitrari, spesso feroci) con cui l'industria decide chi promuovere e chi lasciare indietro. Kuang, che nell'editoria ci lavora davvero, ha dichiarato che per chi è del mestiere non si tratta di satira ma di puro realismo. Se un romanzo sul marketing editoriale finisce per essere la fotografia più accurata del marketing editoriale, un motivo ci sarà.

Il conto lo pagano i lettori (e a volte anche i libri)


La viralità, però, ha un prezzo e a pagarlo non sono solo le mie serate rovinate da Theo. Un sondaggio recente tra utenti Bookstagram ha rilevato che l'82% degli intervistati considera esagerato l'hype attorno ai libri consigliati sui social e il 54,5% dichiara che la fiducia in queste piattaforme è diminuita nel tempo. Lo stesso identico gruppo di lettori, però, continua a seguire i consigli: il 73% apprezza la scoperta di titoli nuovi grazie ai creator, ma lo stesso 73% lamenta che tutti finiscano per consigliare gli stessi libri, trasformando ogni lista di lettura in una fotocopia della precedente. Diffidiamo dell'hype e lo rincorriamo comunque. Carenza da lettori forti, la chiamerei, se non fosse anche un po' patetica.

Quando la macchina funziona, produce fenomeni come Fabbricante di lacrime di Erin Doom, uscito da un editore un po' di nicchia e diventato il libro più venduto in Italia nel giro di un anno. Quando invece il marketing è troppo visibile, il pubblico se ne accorge e comincia a discuterne: è successo con Intermezzo di Sally Rooney, arrivato in Italia circondato da un'attesa quasi spasmodica, al punto da spingere lettori e addetti ai lavori a chiedersi pubblicamente quanto marketing sia troppo marketing per un romanzo che si vuole letterario.

Io, in tutto questo, resto la lettrice che ha scelto sei libri andati virali prima che lo diventassero, guidata solo dalla curiosità e che di sei ne ha salvato mezzo. Il marketing avrà anche vinto la battaglia della mia libreria. La recensione, quella, continuo a scriverla io!

Laura

'Agnes Grey' di Anne Brontë: un romance che non morde


Agnes Grey
Autore Anne Brontë
Editore -
Pagine 189
Uscita 1847
Genere Classico vittoriano
Quando la famiglia si ritrova sul lastrico per alcune speculazioni nefaste, Agnes Grey sa che non può rimanere con le mani in mano e decide di trovare un impiego per essere indipendente e per scoprire il mondo. Il suo entusiasmo e la sua passione come istitutrice - unica attività dignitosa per una signorina del suo rango - vengono ben presto spazzati via dalla maleducazione e dal disprezzo dei Bloomfield e dei Murray, le famiglie presso cui presta servizio. Unico punto di riferimento e fonte di affetto è Mr Weston, il giovane curato della zona. Tratto dalla sua esperienza personale, Anne Brontë crea un’eroina moderna e determinata, con un occhio lucido e attento sulla condizione femminile e sulle ipocrisie della società vittoriana.

Vale la pena leggerlo? Solo se hai già letto tutto ciò che hanno scritto le sorelle Brontë e vuoi la collezione completa.
Fa per te se ami le Brontë a prescindere e pensi che i classici non siano criticabili.
Lascialo perdere se cerchi lo stesso morto de La signora di Wildfell Hall - qui non c'è.

'Le notti di Salem' di Stephen King: nato da una lezione su Dracula, una roulotte e un titolo salvato da Tabitha

il libro "Le notti di Salem" su una scrivania in legno che affaccia su Salem's Lot

King Size 2 • Parte 1 - Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2


Esiste un momento preciso, nella vita di qualunque lettrice kinghiana storica, in cui capisci che Carrie non era un colpo di fortuna. Che lo zio Steve non aveva azzeccato una cosa sola per poi sedersi sugli allori. Il mio ha una data e una finestra: la notte in cui Danny Glick bussa al vetro del suo amico Mark. Al secondo piano.

Avevo tra le mani un mattone con una cittadina del Maine chiusa in una palla di vetro sulla copertina, come se fosse la cosa più innocua del mondo. Ho lasciato il libro sul cuscino e ho acceso tutte le luci. Non lo rifarò mai più, perché con Le notti di Salem la luce non aiuta: ti fa vedere benissimo quello che c'è nella stanza e ti lascia tutto il tempo per immaginare quello che non c'è.

Benvenuti nel secondo numero di King Size. Prima di entrare a Jerusalem's Lot facciamo un passo indietro, perché la nascita di questo romanzo è più strana e più povera di come la si racconti di solito.

Un libro scritto al verde, non dall'alto della fama


Si tende a immagine Salem come il secondo romanzo di uno scrittore già lanciato: successo di Carrie, soldi in banca, un vampiro per passatempo. È un'immagine comoda e sbagliata. L'idea nasce nel 1972. King ha venticinque anni, insegna inglese alla Hampden Academy, vive in una roulotte con Tabitha e due bambini piccoli e a casa il telefono è stato staccato perché le bollette non si pagavano.

Non lo racconto per il colore. È il terreno da cui cresce tutta la narrativa kinghiana: la classe media che ha paura di perdere la casa, i personaggi senza rete di sicurezza, il conto che arriva sempre prima dello stipendio. Carrie e Salem nascono a poca distanza l'uno dall'altro, nello stesso periodo di aule e arretrati. Due gemelli con nomi diversi.

Una lezione su Dracula e una domanda scomoda


King non leggeva Dracula per piacere. Lo insegnava, in un corso di fantasy e fantascienza, e insegnarlo vuol dire smontarlo davanti a una classe: spiegarne i meccanismi, rispondere alle domande dei ragazzi. Da quelle ore esce una domanda che non lo molla più. Che cosa succederebbe se Dracula arrivasse in una piccola città americana degli anni Settanta?

La domanda è semplice e questo è il suo pregio. Stoker aveva Londra, la nobiltà, le traversate in nave. King ha un paese del Maine con un emporio, un bar, una scuola e un cimitero. Il vampiro lo mette in una casa dove non va più nessuno e al resto pensa la gente del posto.

Un apostrofo e il titolo cambia genere


Il romanzo non nasce con il nome che conosciamo. Il primo titolo è Second Coming, la seconda venuta. Poi diventa Jerusalem's Lot, che è il nome della città. Alla Doubleday, però, il reparto vendite storce il naso: così sembra un romanzo religioso, non un horror di vampiri.

La soluzione la propone Tabitha King: accorciare il nome della città, con l'apostrofo davanti al posto delle prime lettere, 'Salem's Lot. A lei si attribuisce anche una battuta che non fa una piega: così la gente penserà alla stregoneria e non a Israele. Salem, Massachusetts, i processi alle streghe, qualcosa di oscuro e molto americano, per una cittadina del Maine che esiste solo nella testa di King. Quattro lettere in meno e un libro che cambia genere sullo scaffale. (L'Italia, come spesso accade, ha preferito le notti.)

La lettera in cui King si smentisce da solo


C'è una lettera del 2 giugno 1976, indirizzata a Bill Thompson, l'editor di Doubleday, che racconta la genesi meglio di una biografia. King scrive che l'idea gli era venuta l'anno prima, mentre insegnava Dracula, e confessa di aver pensato di poter scrivere un libro migliore. Poche righe dopo ci ripensa: il suo, ammette, ancora non regge il confronto.

Ho una tenerezza particolare per chi riesce a scrivere nero su bianco di non essere ancora all'altezza del proprio maestro e a scriverlo proprio all'editor che deve decidere se pubblicarlo. A venticinque anni e senza telefono è un lusso da signori.

Il vampiro non è quello che regge il libro


Fin qui Salem visto da chi lo scrive, un insegnante al verde, un vampiro preso in prestito da Stoker e un titolo aggiustato da sua moglie. Dal lato di chi lo legge succede una cosa curiosa: il vampiro che dà il tono a tutto il terrore compare tardi, parla poco e per lunghi tratti si limita a essere nominato. A reggere il libro c'è qualcun altro e ha un indirizzo: una cittadina del Maine con una casa sulla collina. 

Ci vediamo nella seconda parte, con lei e con i tre adattamenti che non sono riusciti a metterla davanti a una macchina da presa.

Laura

'Le notti di Salem' di Stephen King: il romanzo in cui la città è il mostro

Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2 • 1975


Vale la pena leggerlo? Sì. E se lo stai rimandando perché pensi di sapere già com'è fatto un romanzo di vampiri, è esattamente per questo che devi leggerlo.
Fa per te se vuoi che un libro ti faccia sentire davvero a disagio - non per una scena, ma per un'atmosfera che si insinua lentamente e non te ne accorgi finché non è già dappertutto.
Lascialo perdere se cerchi trama compatta e ritmo serrato; King costruisce una città intera prima di lasciarti sentire l'odore del sangue e questo richiede una pazienza che non tutti hanno.