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Le ultime chiacchiere

Se i social sparissero domani, cosa resterebbe dei libri?

Domani mattina apri Instagram e trovi una schermata bianca. Riprovi. Spegni il telefono e lo riaccendi, che è la mossa tecnologica più sofisticata che conosciamo dopo quella di sbattere un paio di volte il telecomando quando non funziona! Niente. TikTok uguale. Nessun comunicato, nessuna storia d'addio con il pianoforte in sottofondo: spariti, come i calzini in lavatrice!

Io so già cosa farei ed è qualcosa di molto dignitoso: girerei per casa con il telefono alzato, come chi cerca campo in una baita. Poi aprirei il frigo - che non c'entra niente - ma ho bisogno di un posto in cui guardare con aria sconfitta.

Ecco la cronaca di come andrebbe, ora per ora. Parlo di quei bookinfluencer che vedo ogni giorno nel feed, quelli che hanno iniziato a leggere per poter dire qualcosa su un social e non viceversa, quindi prendetela come una previsione scientifica: cioè con la stessa affidabilità dell'oroscopo, ma più divertente!

Le prime ore: la pila senza spettatori


Sul tavolo hanno una pila di libri sistemata per gradazione di colore, che ieri alle 9:12, con la luce naturale, sembrava un'opera d'arte. Oggi è una pila. Nessuno la guarda. Resta lì, come un'installazione al MoMa che nessuno si è mai filato.

Io intanto chiedo a Roby se a lui Instagram funziona. Lui non ha un profilo - o almeno, ne ha uno da poco e lo usa di rado - quindi ci mette un attimo a capire la domanda, ma si gode la scena dalla poltrona con il suo libro in mano e l'espressione di chi aspettava questo momento da anni. Non dice "te l'avevo detto". Lo pensa con una dolcezza insopportabile.

Dopo 48 ore: i sintomi


Chi leggeva per la sfida dei cinquanta libri all'anno scopre che il trentasettesimo lo sta leggendo in un'ora e mezza e che nessuno lo conterà. Il motivo di tanta fretta è sparito e il libro, stranamente, comincia ad avere delle pagine. Parecchie.

Gli indeffessi degli spacchettamenti selvaggi si ritrovano con quindici libri nuovi e nessuno a cui mostrarli. Li guardano come si guardano i regali di Natale di una zia lontana: con gratitudine e un po' di panico. Qualcuno, per abitudine, dice ancora "ciao ragazzi" al soggiorno vuoto. Il soggiorno no risponde. Io almeno ho Vani e Lucrezia, che scodinzolano senza bisogno di pubblico.

Dopo una settimana: selezione naturale


Qui si separano le strade e senza bisogno di una classifica.

Chi ha sempre letto continua a farlo, con una sola variazione: i pareri non richiesti, che prima finivano nei commenti e ora devono trovare un altro sfogo. Amici e parenti, preparatevi. Il cognato che chiede "come va?" si becca venti minuti su "It". La fidanzata di mio figlio si salva perché è una lettrice anche lei: sa a cosa va incontro e lo fa per scelta, con la serenità di chi ha firmato un contratto a tempo indeterminato.

Chi invece aveva cominciato a leggere "in funzione" dei social, molla. Senza rancore, eh. Se leggere era un modo per stare in un posto e quel posto chiude, non ha molto senso restare davanti al cancello a fare finta di sfogliare. I libri - per fortuna - non se la prendono: hanno aspettato secoli, potranno aspettare ancora.

Dopo un mese: il processo


Arriva il momento in cui, senza pubblico, tocca guardarsi allo specchio e io ho un po' di scheletri da tirare fuori. Sono quelli di una lettrice che per anni ha fatto una cosa brutta e che oggi confessa con una certa leggerezza.

Anni fa scelsi alcuni libri perché ero sicura che molte persone ne avrebbero cercato la recensione. Non perché mi chiamassero dallo scaffale, ma perché avrebbero portato visite. Li leggevo con lo stesso entusiasmo di chi fa gli straordinari e sa che non gli verranno pagati. Mi è passata, ma ricordo ancora quel tipo di stanchezza: la fatica di leggere con un occhio sulle pagine e l'altro sull'orologio.

Poi c'è la questione delle foto. Ho sempre detestato le copertine lucide, perché riflettono tutto tranne il mio buonumore. Adesso le foto dei libri le genero con l'AI, quindi la copertina lucida può fare quello che vuole. Chi se ne frega?! Senza social non servirebbero nemmeno più e il lucido sarebbe finalmente una scelta estetica e non un'offesa personale. La tecnologia risolve i problemi, ho scoperto. E il problema, a pensarci bene, non era mai stato il libro.

Dopo tre mesi: la cosa che mi mancherebbe davvero


Qui smetto di fare la spiritosa, giusto un attimo.

Mi mancherebbero le persone. I social mi hanno fatto incontrare lettori che altrimenti non avrei mai conosciuto e alcuni sono diventati qualcosa di più, fuori dallo schermo. Non mi mancherebbero i numeri, i grafici, le notifiche alle sei del mattino. Mi mancherebbe parlare di un libro con chi l'ha letto e ha voglia di discuterne.

Per questo non ho mai pensato che condividere una lettura sia - di per sé - mostrarsi. Parlare di un libro per il piacere di farlo, per far sapere che quelle pagine mi hanno fatto provare qualcosa, è passare la voce. È voler diffondere un po' di bellezza. Il test per distinguere è semplice: se il libro sparisse e la foto restasse, ti basterebbe lo stesso? Se la risposta è sì, forse hai un problema o una carriera da fotografa di nature morte.

Dopo un anno: cosa è rimasto


Restano i libri, che vivono benissimo anche fuori dai social. Restano le librerie, con i loro librai che ti guardano come si guarda un parente tornato da un lungo viaggio. Resta il quaderno dove tengo i pensieri che non finisco nel blog o sul profilo: non tutto quello che leggo trova spazio in pubblico e molte letture restano solo mie. Non sono quelle che mi hanno insegnato meno.

E retano i libri che mi hanno cambiata, che non hanno mai avuto bisogno di una story. "It" l'ho letto per la prima volta a 14 anni e senza i Perdenti oggi non sarei quella che sono. "La tentazione di essere felici" ha cambiato la mia vita sotto così tanti aspetti che per elencarli servirebbe un post a parte. Nessuno dei due mi ha chiesto un like. Hanno fatto una cosa più scomoda: mi hanno trasformata.

Per tanti anni il motto del blog è stato "Cosa fai nella vita? Leggo!" Era la verità: le mie giornate ruotavano attorno ai libri e al tempo che dedicavo loro. Non c'era nessuno da impressionare, c'era da leggere.

Negli ultimi anni mi era sembrato di cogliere il ritorno alla lentezza, alla sincerità, alla lettura senza corse. Mi era perfino venuta un po' di speranza. Poi ho guardato meglio il feed e ritrovo gli stessi post di prima: stessa gara a chi legge di più, stessa paura di sparire dai radar. Si predica bene e si razzola male e sospetto che l'ambizione principale - a conti fatti - sia ancora la visibilità. Potrei sbagliarmi. Forse la lentezza è tornata davvero e a me capitano solo post sbagliati.

Quindi, se i social sparissero domani, i libri starebbero benissimo. Noi un po' meno, ma ce la caveremmo. E io - lo so già - domani mattina controllerà le statistiche di questo articolo, che parla proprio di quanto sia sciocco farlo.

Un libro letto bene non ha bisogno di testimoni. Noi, a quanto pare, un po' sì.

Laura

'Noi che abbiamo conosciuto Solange' di Marie Vareille: un calderone che trabocca

Noi che abbiamo conosciuto Solange
Autore Marie Vareille
Editore Rizzoli
Pagine 410
Uscita 2026
Genere Narrativa
Célestine ha centosette anni e vive in una casa di riposo. È riuscita a ottenere qualcosa nella vita solo grazie alla forza delle proprie ambizioni, perché la terra in cui affondano le sue radici è terra di contadini, e da lì una ragazza nata nel 1917 non poteva prendere il volo. Célestine ha un segreto, che vuole confessare, un fatto accaduto all'inizio degli anni Cinquanta che la lega alla sorella minore Solange. Si dichiara un'omicida impunita, e oggi inizia a raccontare la sua storia.

Tutto inizia a Sarégnac, il villaggio in cui Célestine è nata e dove la famiglia manda avanti una fattoria. Purtroppo, la perdita della madre quando lei ha solo tredici anni sbriciola il suo desiderio di studiare imponendole di occuparsi del padre adottivo e dei fratelli, in particolare di Solange. È un'esistenza dura, puntellata però da entusiasmi adolescenziali: dalla scoperta dell'amore al bisogno mai spento di guardare oltre quei campi di grano.

Il rapporto tra Célestine e Solange è un legame forte, tenero. Sono, l'una per l'altra, il mondo intero. La piccola dimostra fin da subito un'attitudine alla fantasia, con lo sguardo sempre rivolto alle stelle sembra una ragazza ribelle in quel contesto chiuso, dove solo Célestine comprende e ama il suo spirito libero. Ma allora perché Solange, nei capitoli che le danno voce, sembra odiare Célestine?

Le donne ereditano il silenzio e la colpa come gli uomini la terra e i trattori, così ci viene detto, e però le donne di Marie Vareille, ognuna in maniera diversa, ognuna grazie a quanto fatto da altre prima di loro, si stagliano come eroine universali.

Vale la pena leggerlo? Solo se ti basta una penna che ti tiene incollata alle pagine anche quando la storia scappa da tutte le parti.
Fa per te se ami le saghe di donne su più epoche e perdoni a un romanzo di voler dire tutto, anche a costo di dirlo di corsa.
Lascialo perdere se vuoi personaggi a cui affezionarti, una malattia mentale che sia più di uno spunto e date che non tornano.

'Le notti di Salem' di Stephen King: la città che muore, il prete che perde e il vampiro che nessun adattamento sa filmare

Libro appoggiato su una scrivania che guarda verso Salem's Lot

King Size 2 ∙ Parte 2 - Stanza 1 ∙ Il terrore puro ∙ Romanzo numero 2


La Marsten House sta in cima alla collina e si vede da quasi ogni punto di Jerusalem's Lot. Non è un caso. A King interessa che tu l'abbia sempre davanti, anche mentre i personaggi fanno la spesa, litigano con il marito o tirano giù la serranda del negozio. Il Male, qui, non ha bisogno di salire fin lassù: è già in cima e domina tutto.

La nascita del romanzo, con la roulotte e la lettera a Bill Thompson, la trovi nella prima parte. Qui si entra in città.

Una città costruita per essere distrutta


Michael Collings, tra gli studio di King più attenti, parla di Jerusalem's Lot come di un "organismo collettivo". Più che una metafora è una scelta di costruzione. King dedica centinaia di pagine a negozi, strade, case, vicini, ricordi, abitudini, economia locale e nessuna di queste cose serve alla trama. Servono a resistere la città come qualcosa di vivo. Togli Barlow e resta comunque un romanzo sulla fine di una comunità. Togli Jersualem's Lot e non resta quasi niente.

Anche il nome lavora: Jerusalem, non Salem. Il nome completo porta con sé le risonanze bibliche, la città della redenzione trasformata in città della dannazione, un New England coloniale pieno di insediamenti dai nomi sacri, credibilissimo e inquietante. Poi c'è Lot, il lotto, il terreno assegnato: l'insediamento maledetto.

La geografia è morale. La Marsten House guarda dall'alto, poi arrivano il quartiere residenziale, il centro con la chiesa e il municipio, i boschi in periferia, il cimitero. Nel Medioevo il punto più alto di una città era occupato dalla cattedrale o dal castello, sal sacro o dal potere. King ci ha messo la casa del Male.

E c'è il pettegolezzo, che non è folklore. In una comunità vera si vive di informazioni parziali, mezze verità, maldicenze che girano senza controllo. I personaggi di Salem non sanno, credono, suppongono, raccontano e il lettore conosce la città come si conosce un paese di provincia: per sentito dire. Tony Magistrale sostiene che questa tecnica aumenti il realismo, perché nessuna comunità possiede una conoscenza oggettiva di sé stessa. Ha ragione. Se Jerusalem's Lot avesse avuto un gruppo Whatsapp di condominio, Barlow sarebbe arrivato in un paese informatissimo e incapace di fare qualcosa.

Barlow non porta il Male, lo rende visibile


Da qui si capisce perché il vampiro occupa così poche pagine. Compare tardi, parla poco, agisce quasi sempre fuori scena, perché il suo ruolo è un altro. Douglas Winter, uno dei critici kinghiani più autorevoli, lo descrive come un agente rivelatore: non crea il male, lo accelera. La comunità era malata prima del suo arrivo: vicini che non si parlano, violenze domestiche che tutti fingono di non vedere, ipocrisie religiose, rancori coltivati per generazioni. Barlow è il catalizzatore. La malattia la avevano già in casa.

Alla fine lui viene sconfitto e il lettore non prova nessuna sensazione di vittoria. Jerusalem's Lot è perduta e con lei non solo le persone, ma la fiducia, la quotidianità, la memoria condivisia: quella cosa fragile e imprecisa che chiamiamo comunità e che non si ricostruisce. King lo sa e non ci passa sopra con una carezza. Il finale di Salem è tra i più onesti e duri che abbia scritto.

Padre Callahan, il prete che non regge


Callahan è il personaggio più discusso del romanzo e probabilmente il più frainteso. Sulla carta è il classico esperto di vampiri: conosce il folklore, sa usare gli oggetti sacri, capisce prima degli altri che cosa sta succedendo. Poi King fa una cosa che nella narrativa vampiresca non si era vista in modo così sistematico: lo fa fallire, non per stupidità o per codardia, ma per qualcosa di molto più scomodo. La sua fede vacilla nel momento esatto in cui ne avrebbe più bisogno.

Da Van Helsing in poi, nel romanzo gotico gli oggetti sacri funzionano quasi in automatico: la croce respinge il vampiro perché è una croce. King cambia la regola. La croce funziona finché chi la regge ci crede davvero. Callahan lo scopre nel momento peggiore, davanti a Barlow, quando sente la propria certezza incrinarsi e il potere dell'oggetto calare in tempo reale insieme a lei.

La critica lo ha letto in tre modi. Winter lo considera una delle figure meglio riuscite del primo King proprio per questa fragilità. Magistrale vede nella sua crisi il riflesso della crisi di autorità nell'America degli anni Settanta, post Watergate e post Vietnam, quando le istituzioni e le figure di riferimento perdono credito. Heidi Strengell guarda alla tensione tra fede personale e istituzione religiosa. Tre letture, tutte plausibili, il che dice parecchio sullo spessore del personaggio.

A me colpisce un'altra cosa, che si nota meno. Callahan soffre non solo perché perde, ma perché sente di aver tradito la propria vocazione. È vergogna e King la costruisce con una cura che nel genere, allora, si vedeva di rado.

Poi c'è la parte che nel 1975 nessun lettore poteva sapere. Callahan non finisce a Jerusalem's Lot. Quasi trent'anni dopo King lo riprende nella saga della Torre Nera, soprattutto ne I lupi del Calla (2003), dove racconta quello che è successo dopo la fuga: l'esiliato che si porta addosso il fallimento, il sacerdote che cerca qualcosa di simile a una redenzione in un cosmo molto più grande e molto più strano di quello in  cui era stato ordinato. Riletta oggi, la sua sconfitta in Salem cambia segno. Non è il capitolo finale, è il punto di partenza. Chi legge adesso ha il privilegio della prospettiva, ma anche senza saperlo si avverte che questo personaggio è troppo ingombrante per chiudersi in un solo libro.

Perché nessuno riesce a filmare Salem


Salem ha avuto tre vite sullo schermo e sono molto diverse. La prima, la miniserie CBS del 1979 diretta da Tobe Hooper, ha riscritto la memoria collettiva del romanzo. Quando si pensa a Barlow si vede quello di Reggie Nalder: pelle grigiastra, testa calva, occhi luminosi, denti enormi. Un mostro costuito sull'estetica del Nosferatu di Murnau (1922), scelto di proposito: Hooper rifiutò il vampiro aristocratico della Hammer e puntò su qualcosa di più animalesco  e perturbante.

Il Barlow del libro è un'altra creatura. King lo costruisce sull'ambiguità, sulla presenza strategica, sul silenzio: fa paura aspettando, non mostrandosi. Il cinema ha dovuto trasformare quella tensione in un'immagine e l'immagine ha poi colonizzato la lettura all'indietro. Chi apre Salem oggi si porta dietro la miniserie del '79, anche senza volerlo. La televisione di allora, per giunta, aveva vincoli pesanti e la città resta uno scenario più che un organismo.

La miniserie TNT del 2004, per la regia di Mikael Salomon, prova a recuperare il vampiro aristocratico, un Barlow più vicino a Stoker, con Rutger Hauer. Sacrifica però la città sull'altare della trama, che è esattamente l'errore opposto a quello che fa King e funziona di meno: si vede meno, è rimasta meno. Il film di Gary Dauberman del 2024 è quello che si impegna di più a ristabilire il rapporto tra comunità e contagio e a tratti ci riesce. Rispetta il materiale più di quanto mi aspettassi, ma l'impatto del '79 non lo raggiunge e ha il problema di entrambi: due ore contro un libro che per un bel pezzo costruisce la città prima che accada qualcosa di soprannaturale. Comprimi quelle pagine e perdi la cosa fondamentale.

Il paradosso è questo. Più gli adattamenti cercando di riprodurre la struttura del romanzo, più sbattono contro il fatto che quella struttura è pensata per un letto che ha ore davanti a sé e una città da abitare con la testa. Cinema e televisione fanno il contrario: ti mostrano tutto subito, ti tolgono il lavoro dell'immaginazione e, con quello, la cosa che nel libro fa più paura.

Barlow sullo schermo è visibile. Barlow nel romanzo è un'assenza che riempie tutto.


'Terra di anime spezzate' di Clare Leslie Hall: Beth sbaglia, il romanzo no

foto del romanzo "Terra di anime spezzate" di Claire Leslie Hall
Terra di anime spezzate
Autore Clare Leslie Hall
Editore Nord
Pagine 384
Uscita 2025
Genere Narrativa
Se potessimo riavvolgere il nastro, a quale istante torneremmo per cambiare il corso del destino?
Per Beth Kennedy quel momento è l’estate del 1955, quando, insinuatasi inavvertitamente nella tenuta di campagna dei Wolfe, incontra Gabriel. Lui, erede diciottenne di quella ricca famiglia, è destinato a Oxford e ha davanti a sé una strada costellata di possibilità; lei, diciassette anni, origini modeste, è studentessa in un rigido istituto femminile. Due mondi lontani ma due anime affini: entrambi solitari, sognatori, appassionati di letteratura. Un’affinità che presto diventa amore, bruciante e vissuto alla luce del sole. Una passione che si consumerà insieme con quell’estate. Uno scandalo che costerà molto caro a Beth.
Tredici anni dopo, lei ha una vita molto diversa da quella che si immaginava. Non è mai diventata una scrittrice e vive ancora in paese, nella fattoria di suo marito Frank. Il loro è un matrimonio felice, eppure in bilico su un equilibrio fragile: il tacito patto di tenere alla larga il passato. Quello da cui, all’improvviso, torna Gabriel, ora una celebrità, e con lui tutti i sentimenti mai sopiti, i non detti, i segreti mai confessati in quella lontana estate. Mentre sente spezzarsi ogni certezza, Beth dovrà scegliere tra due amori, tra due vite, tra la ragazza che era e la donna che è diventata. Una scelta che affronterà di nuovo a testa alta, però stavolta non sarà solo la sua vita a essere travolta dallo scandalo.
Un romanzo struggente e mozzafiato che, in un abile intreccio di passato e presente e con il passo incalzante della suspense, mette in scena i chiaroscuri della vita, le complessità dell’amore e le traiettorie imprevedibili del destino.

Vale la pena leggerlo? Sì, se riesci a convivere con una protagonista che ti fa venire voglia di scuotere l'e-reader.
Fa per te se ti piacciono le storie d'amore in cui ogni scelta ha un prezzo e le buone storie ben costruite ti mancano quanto a me.
Lascialo perdere se cerchi il libro della vita o hai bisogno di voler bene alla protagonista per andare avanti.

La Libridinosa manda a quel paese i libri virali del 2026

Cari lettori, oggi si parla di viralità, quella parola che fa venire l'orticaria a chiunque abbia un minimo di gusto letterario e che, guarda caso, fa vendere più di qualsiasi recensione seria mai scritta. Quest'anno ho avuto una sensazione forte, fortissima: i libri virali sembravano moltiplicarsi a ogni scroll. Non ho un grafico da mostrarvi, ho solo la mia libreria, che si riempie di copertine viste su Instagram prima ancora di sapere di cosa parlassero. Sei, quest'anno, ne ho letti. E di sei, cari miei, non ne ho salvato nemmeno uno.

Vi racconto tutto, in ordine di sofferenza crescente. Allacciate le cinture.

La classifica della vergogna


La portinaia del 17 di Emma Cortesi l'ho aperto aspettandomi un giallo cozy, di quelli leggeri da ombrellone. Ho trovato invece la scrittura più acerba che abbia letto quest'anno: trama prevedibile, personaggi di cartone, il classico esordio che qualcuno avrebbe dovuto fermare prima della stampa.

Love, Mom di Iliana Xander aspettava lo stesso trattamento: suspense, promessa, ananas sulla pizza consegnato. Si piazza, insieme al precedente, sul podio dei peggiori libri dell'anno. Un podio che non volevo, ma che qualcuno doveva pur vincere.

Molto felice per te di Holly Bourne prometteva adrenalina da thriller. Mi ha consegnato quattro amiche che si detestano pur professandosi inseparabili, con un finale talmente insensato da sembrare la firma in calce a un patto con il lettore che nessuno ha rispettato.

Il calamity club di Kathryn Stockett l'ho preso perché avevo amato The help, della stessa autrice. Volevo ritrovare quella voce. Ho trovato, invece, un libro prolisso, con troppa carne al fuoco e nessuna cottura, mediocre dalla prima all'ultima pagina.

Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans era il libro che speravo mi commuovesse. Mi sono ritrovata a leggere la corrispondenza di una signora annoiata che scrive lettere persino all'attore di cui era infatuata da ragazzina. Women's Prize for Fiction o meno, io non mi sono mossa di un millimetro.

Theo da Golden e la forma della felicità di Allen Levi meritava un discorso a parte. Mi aspettavo il classico protagonista anziano di cui innamorarsi pagina dopo pagina. Dopo trenta ho augurato a Theo una morte lenta e dolorosa. Mi ha ascoltata, ma senza soffrire. Non è stato soddisfacente nemmeno in quello (e no, non è uno spoiler, è una constatazione).

Nero come il mare di Charlotte McConaghy: gli ho dato una possibilità. Cinquanta pagine, poi l'ho mollato. Sembrava un trattato di biologia marina travestito da romanzo e io non stavo cercando un manuale.

Gli altri della lista


Degli altri titoli che circolano come virali quest'anno, non ne aprirò nemmeno uno - almeno non a breve - e sarebbe disonesto fingere il contrario. Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Johan Harstad, per esempio, merita una menzione a parte: mille e duecento pagine pubblicate da Sellerio, diventato un caso editoriale genuino soprattutto tra i lettori di fascia 25-35 anni, capaci di trasformarlo in poche settimane in un vero passaparola letterario nonostante la mole imponente. Ma la mia lista di lettura ha dei limiti e quel mattone per ora resta fuori. Lo stesso vale per Skippy muore di Paul Murray, I Làzar di Nelio Biederman e Pecorelle smarrite di Madeline Cash: tre titoli virali che, per quanto mi riguarda, non entreranno nella mia libreria.

Perché diventano virali (spoiler: spesso lo decide qualcun altro)


Qui viene la parte che mi interessa di più ed è anche quella più scomoda. Nell'editoria anglosassone esiste un termine tecnico per i libri su cui una casa editrice decide di puntare tutto ben prima della pubblicazione: si chiama lead title. Significa budget marketing concentrato per le anteprime (le famose ARC) spedite a influencer e stampa, partnership con i creator pensate mesi prima che il libro arrivi in libreria. Oggi ogni titolo è di fatto una micro-campagna cross-channel, con obiettivi precisi di community engagement che comprendono contenuti social, strategie di PR, partnership con gli influencer e contenuti generati dagli utenti. Il successo, insomma, lo si costruisce prima che il lettore giri la pagina, non dopo.

Chi lo ha raccontato meglio di tutti, per pura ironia della sorte, è un romanzo: Yellowface di R. F. Kuang. La protagonista ruba il manoscritto inedito di un'amica scrittrice morta e lo pubblica come proprio, scoprendo dall'interno tutti i meccanismi (spesso arbitrari, spesso feroci) con cui l'industria decide chi promuovere e chi lasciare indietro. Kuang, che nell'editoria ci lavora davvero, ha dichiarato che per chi è del mestiere non si tratta di satira ma di puro realismo. Se un romanzo sul marketing editoriale finisce per essere la fotografia più accurata del marketing editoriale, un motivo ci sarà.

Il conto lo pagano i lettori (e a volte anche i libri)


La viralità, però, ha un prezzo e a pagarlo non sono solo le mie serate rovinate da Theo. Un sondaggio recente tra utenti Bookstagram ha rilevato che l'82% degli intervistati considera esagerato l'hype attorno ai libri consigliati sui social e il 54,5% dichiara che la fiducia in queste piattaforme è diminuita nel tempo. Lo stesso identico gruppo di lettori, però, continua a seguire i consigli: il 73% apprezza la scoperta di titoli nuovi grazie ai creator, ma lo stesso 73% lamenta che tutti finiscano per consigliare gli stessi libri, trasformando ogni lista di lettura in una fotocopia della precedente. Diffidiamo dell'hype e lo rincorriamo comunque. Carenza da lettori forti, la chiamerei, se non fosse anche un po' patetica.

Quando la macchina funziona, produce fenomeni come Fabbricante di lacrime di Erin Doom, uscito da un editore un po' di nicchia e diventato il libro più venduto in Italia nel giro di un anno. Quando invece il marketing è troppo visibile, il pubblico se ne accorge e comincia a discuterne: è successo con Intermezzo di Sally Rooney, arrivato in Italia circondato da un'attesa quasi spasmodica, al punto da spingere lettori e addetti ai lavori a chiedersi pubblicamente quanto marketing sia troppo marketing per un romanzo che si vuole letterario.

Io, in tutto questo, resto la lettrice che ha scelto sei libri andati virali prima che lo diventassero, guidata solo dalla curiosità e che di sei ne ha salvato mezzo. Il marketing avrà anche vinto la battaglia della mia libreria. La recensione, quella, continuo a scriverla io!

Laura

'Agnes Grey' di Anne Brontë: un romance che non morde


Agnes Grey
Autore Anne Brontë
Editore -
Pagine 189
Uscita 1847
Genere Classico vittoriano
Quando la famiglia si ritrova sul lastrico per alcune speculazioni nefaste, Agnes Grey sa che non può rimanere con le mani in mano e decide di trovare un impiego per essere indipendente e per scoprire il mondo. Il suo entusiasmo e la sua passione come istitutrice - unica attività dignitosa per una signorina del suo rango - vengono ben presto spazzati via dalla maleducazione e dal disprezzo dei Bloomfield e dei Murray, le famiglie presso cui presta servizio. Unico punto di riferimento e fonte di affetto è Mr Weston, il giovane curato della zona. Tratto dalla sua esperienza personale, Anne Brontë crea un’eroina moderna e determinata, con un occhio lucido e attento sulla condizione femminile e sulle ipocrisie della società vittoriana.

Vale la pena leggerlo? Solo se hai già letto tutto ciò che hanno scritto le sorelle Brontë e vuoi la collezione completa.
Fa per te se ami le Brontë a prescindere e pensi che i classici non siano criticabili.
Lascialo perdere se cerchi lo stesso morto de La signora di Wildfell Hall - qui non c'è.