La classifica della vergogna
La portinaia del 17 di Emma Cortesi l'ho aperto aspettandomi un giallo cozy, di quelli leggeri da ombrellone. Ho trovato invece la scrittura più acerba che abbia letto quest'anno: trama prevedibile, personaggi di cartone, il classico esordio che qualcuno avrebbe dovuto fermare prima della stampa.
Love, Mom di Iliana Xander aspettava lo stesso trattamento: suspense, promessa, ananas sulla pizza consegnato. Si piazza, insieme al precedente, sul podio dei peggiori libri dell'anno. Un podio che non volevo, ma che qualcuno doveva pur vincere.
Molto felice per te di Holly Bourne prometteva adrenalina da thriller. Mi ha consegnato quattro amiche che si detestano pur professandosi inseparabili, con un finale talmente insensato da sembrare la firma in calce a un patto con il lettore che nessuno ha rispettato.
Il calamity club di Kathryn Stockett l'ho preso perché avevo amato The help, della stessa autrice. Volevo ritrovare quella voce. Ho trovato, invece, un libro prolisso, con troppa carne al fuoco e nessuna cottura, mediocre dalla prima all'ultima pagina.
Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans era il libro che speravo mi commuovesse. Mi sono ritrovata a leggere la corrispondenza di una signora annoiata che scrive lettere persino all'attore di cui era infatuata da ragazzina. Women's Prize for Fiction o meno, io non mi sono mossa di un millimetro.
Theo da Golden e la forma della felicità di Allen Levi meritava un discorso a parte. Mi aspettavo il classico protagonista anziano di cui innamorarsi pagina dopo pagina. Dopo trenta ho augurato a Theo una morte lenta e dolorosa. Mi ha ascoltata, ma senza soffrire. Non è stato soddisfacente nemmeno in quello (e no, non è uno spoiler, è una constatazione).
Nero come il mare di Charlotte McConaghy: gli ho dato una possibilità. Cinquanta pagine, poi l'ho mollato. Sembrava un trattato di biologia marina travestito da romanzo e io non stavo cercando un manuale.
Gli altri della lista
Degli altri titoli che circolano come virali quest'anno, non ne aprirò nemmeno uno - almeno non a breve - e sarebbe disonesto fingere il contrario. Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Johan Harstad, per esempio, merita una menzione a parte: mille e duecento pagine pubblicate da Sellerio, diventato un caso editoriale genuino soprattutto tra i lettori di fascia 25-35 anni, capaci di trasformarlo in poche settimane in un vero passaparola letterario nonostante la mole imponente. Ma la mia lista di lettura ha dei limiti e quel mattone per ora resta fuori. Lo stesso vale per Skippy muore di Paul Murray, I Làzar di Nelio Biederman e Pecorelle smarrite di Madeline Cash: tre titoli virali che, per quanto mi riguarda, non entreranno nella mia libreria.
Perché diventano virali (spoiler: spesso lo decide qualcun altro)
Qui viene la parte che mi interessa di più ed è anche quella più scomoda. Nell'editoria anglosassone esiste un termine tecnico per i libri su cui una casa editrice decide di puntare tutto ben prima della pubblicazione: si chiama lead title. Significa budget marketing concentrato per le anteprime (le famose ARC) spedite a influencer e stampa, partnership con i creator pensate mesi prima che il libro arrivi in libreria. Oggi ogni titolo è di fatto una micro-campagna cross-channel, con obiettivi precisi di community engagement che comprendono contenuti social, strategie di PR, partnership con gli influencer e contenuti generati dagli utenti. Il successo, insomma, lo si costruisce prima che il lettore giri la pagina, non dopo.
Chi lo ha raccontato meglio di tutti, per pura ironia della sorte, è un romanzo: Yellowface di R. F. Kuang. La protagonista ruba il manoscritto inedito di un'amica scrittrice morta e lo pubblica come proprio, scoprendo dall'interno tutti i meccanismi (spesso arbitrari, spesso feroci) con cui l'industria decide chi promuovere e chi lasciare indietro. Kuang, che nell'editoria ci lavora davvero, ha dichiarato che per chi è del mestiere non si tratta di satira ma di puro realismo. Se un romanzo sul marketing editoriale finisce per essere la fotografia più accurata del marketing editoriale, un motivo ci sarà.
Il conto lo pagano i lettori (e a volte anche i libri)
La viralità, però, ha un prezzo e a pagarlo non sono solo le mie serate rovinate da Theo. Un sondaggio recente tra utenti Bookstagram ha rilevato che l'82% degli intervistati considera esagerato l'hype attorno ai libri consigliati sui social e il 54,5% dichiara che la fiducia in queste piattaforme è diminuita nel tempo. Lo stesso identico gruppo di lettori, però, continua a seguire i consigli: il 73% apprezza la scoperta di titoli nuovi grazie ai creator, ma lo stesso 73% lamenta che tutti finiscano per consigliare gli stessi libri, trasformando ogni lista di lettura in una fotocopia della precedente. Diffidiamo dell'hype e lo rincorriamo comunque. Carenza da lettori forti, la chiamerei, se non fosse anche un po' patetica.
Quando la macchina funziona, produce fenomeni come Fabbricante di lacrime di Erin Doom, uscito da un editore un po' di nicchia e diventato il libro più venduto in Italia nel giro di un anno. Quando invece il marketing è troppo visibile, il pubblico se ne accorge e comincia a discuterne: è successo con Intermezzo di Sally Rooney, arrivato in Italia circondato da un'attesa quasi spasmodica, al punto da spingere lettori e addetti ai lavori a chiedersi pubblicamente quanto marketing sia troppo marketing per un romanzo che si vuole letterario.
Io, in tutto questo, resto la lettrice che ha scelto sei libri andati virali prima che lo diventassero, guidata solo dalla curiosità e che di sei ne ha salvato mezzo. Il marketing avrà anche vinto la battaglia della mia libreria. La recensione, quella, continuo a scriverla io!
Laura


