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Le ultime chiacchiere

La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

'Villette' di Charlotte Brontë: il romanzo che ha scelto di non volerci bene

Villette
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 634
Uscita 1853
Genere Classico
Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l'occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un'impresa da poco: arrivata a Villette - città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles -, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l'iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell'autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccala la scintilla di un'intensa e tormentata storia d'amore, irrompe; sulla scena John Bretton, affascinante amico d'infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s'impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma non aspettarti che ti venga incontro; sei tu che devi andare da lui.
Fa per te se riesci ad apprezzare un romanzo che si prende tutto il tempo del mondo e non si scusa di niente.
Lascialo perdere se stai cercando Jane Eyre. Non la troverai qui e Charlotte lo sapeva benissimo.

Le recensioni negative fanno paura. Ma la colpa non è dei libri


Sull'ennesima polemica Instagram che divide i booklovers e sul perché la vera fedeltà è verso chi legge e non verso chi pubblica


C'è una cosa che ho imparato in tredici anni di blog: quando scrivi qualcosa che non piace a qualcuno, quella persona non te lo dice in privato. No no! Viene a dirtelo in pubblico, sotto al post, con la stessa energia di chi ha aspettato l'autobus per quaranta minuti sotto al sole cocente di agosto e finalmente si siede accanto a qualcuno con cui sfogarsi.

È successo qualche giorno fa. Ho pubblicato la mia recensione de La portinaia del 17, un libro che non mi è piaciuto. Non tiepidamente, non con riserva. Proprio non mi è piaciuto. L'ho scritto, come faccio sempre, senza finzioni e senza il cuscinetto di eufemismi che ormai è diventato il vocabolario ufficiale del bookstagram italiano.

E qualcuno, puntuale come un Apple Watch con il vizio della lite, è venuto a commentare per dirmi che pubblico solo recensioni negative, che stronco tutto, che sono negativa io stessa. Che forse dovrei scegliere libri migliori, addirittura mi ha chiesto perché io continui a leggere dato che non mi piace nulla. La cosa straordinaria è che non stava parlando con me: stava recitando, per un pubblico immaginario che avrebbe dovuto darle ragione. Per fortuna, quel pubblico ha risposto nel modo sbagliato... ma sbagliato per lei! Molte lettrici hanno detto la cosa ovvia: le recensioni negative vanno pubblicate. I lettori hanno diritto di sapere.

Ma questa storia non è nuova. È l'ennesima puntata di una serie che va avanti da anni e forse vale la pena parlarne (ancora) con calma - o con l'ironia che merita, che poi è la stessa cosa.

Il problema non è chi scrive recensioni negative. È chi non le scrive.


Proviamo a fare un giro su Instagram in una qualsiasi mattina: libri meravigliosi, imperdibili, che hanno cambiato la vita di chi li ha letti, commosso, emozionato, illuminato più di questo sole di agosto che ci sta bruciando tutti! Scrittori strabilianti, penne straordinarie, storie che restano nel cuore, "ommioddio ommioddio ho trovato il libro della vita" ripetuto ogni cinque libri. Ogni libro è un capolavoro. Ogni lettura è un'esperienza straordinaria.

Ora: siete sicuri che tutti i libri pubblicati in Italia ogni anno siano davvero capolavori? Perché io qualche dubbio lo ho!

Il mercato editoriale italiano sforna titoli a un ritmo che neanche io con le pizze in pieno lockdown. In questo contesto, noi bookqualcosa dovremmo fare una cosa precisa: aiutare i lettori a orientarsi. Invece, spesso, funzioniamo come una vetrina dove tutti i manichini sembrano bellissimi e si esce dal negozio con tre borse e zero pentimenti. Fino a quando si arriva a casa e ci si rende conto che non ci sta bene niente.

La recensione negativa non è un atto di cattiveria, ma di rispetto verso chi sta per spendere venti e più euro e alcune ore della propria vita. Verso chi si fida di noi perché ogni tanto diciamo anche che qualcosa non ha funzionato.

L'amico che dice sempre sì non è un amico


C'è un tipo di persona che tutti conosciamo: quella che non ti dice mai una cosa scomoda, che trova sempre il lato positivo. Che quando le mostri un nuovo taglio di capelli discutibile, risponde "stai benissimo" con la stessa convinzione con cui direbbe "certo che stai bene" se le mostrassi un referto medico allarmante.

All'inizio sembra una persona meravigliosa. Poi capisci che in realtà non ti sta parlando, sta solo riflettendo le tue insicurezze su uno schermo compiacente.

Il bookqualcosa che dice sempre sì funziona esattamente così. È rassicurante, carino, fa sentire tutti al sicuro, ma non ti è utile. Non ti dice quando un libro ha un secondo atto che crolla o quando i personaggi sono piatti come tovaglioli di carta, quando la prosa è così gonfia da rallentare qualsiasi ritmo narrativo. Non ti dice niente di tutto questo perché ha paura. O peggio, perché ha qualcosa da perdere.

E qui arriviamo al punto vero.

Le case editrici, le collaborazioni e l'elefante nella stanza


Diciamolo chiaramente e senza giri di parole: una parte consistente del silenzio sulle recensioni negative dipende dalle collaborazioni con le case editrici. Non è un segreto, non è nemmeno una colpa, in astratto - lavorare con i propri canali professionali è legittimo.
Il problema è quando quella collaborazione smette di essere un accordo professionale e diventa un vincolo invisibile che cambia quello che scrivi o, meglio, quello che non scrivi più.

Io non collaboro più da tempo - salvo casi veramente eccezionali e, spesso, mi interfaccio direttamente con gli autori. Ho ricevuto libri da uffici stampa per anni e ho scritto recensioni negative di libri ricevuti in questo modo, perché la mia fedeltà non è mai stata verso chi mi ha mandato il libro, ma verso chi mi legge. Se questo mi ha fatto perdere qualche rapporto - e sì, me ne ha fatti perdere - pazienza! Ho dormito bene lo stesso, anzi ho dormito anche meglio!

Non sto dicendo che tutti debbano fare come me. Ognuno gestisce il proprio lavoro con i propri criteri, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere di non recensire un libro che non ti è piaciuto - il che è legittimo - e recensirlo fingendo che ti sia piaciuto. La prima è una scelta editoriale, la seconda è una paraculata. E una paraculata rimane una paraculata!

La critica letteraria non è il servizio di pubbliche relazioni dell'editoria


Uno degli argomenti che sento più spesso a difesa del "parliamo solo bene" è che criticare un libro significa criticare il lavoro di persone reali. L'autore, l'editor, il grafico, il team marketing. Persone che ci hanno messo mesi, anni, a volte una vita intera.

È vero. Ed è vero anche che chi scrive merita rispetto, sempre. Una stroncatura che attacca la persona anziché il testo è sbagliata, punto. Ma recensire un libro non significa recensire l'autore come essere umano. Significa mettere in relazione quel testo con il lettore, con onestà.

La critica letteraria esiste da secoli proprio perché qualcuno ha deciso che era necessario dire: questo funziona, questo non funziona ed ecco perché. Sono stati criticati Manzoni, Svevo, Buzzati - scrittori che oggi consideriamo pilastri. Non per questo sono diventati meno bravi, anzi...

Se ogni recensione fosse un abbraccio, la critica letteraria non sarebbe mai esistita. E la letteratura, probabilmente, sarebbe molto più piatta di quello che è.

Cosa vuol dire amare davvero i libri


Quando le persone vengono a dirmi che sono troppo severa o che stronco tutto, mi fermo sempre un attimo a pensare. Non perché mi metta in dubbio - davvero, non potete pensare che io lo faccia - ma perché trovo interessante la premessa implicita: amare i libri significherebbe trovarli tutti belli.

Ma io ho una biblioteca di oltre mille volumi letti. So cosa significa un libro che ti cambia qualcosa dentro, conosco la differenza tra una storia che resta e una che evapora nel giro di una settimana. Ho quella sensazione fisica - sì, fisica - di un romanzo che funziona davvero: qualcosa che si stringe nello stomaco verso pagina trenta e non ti molla più.

Quando un libro non mi dà questo, lo dico. Non perché voglia fare la difficile, ma perché ho rispetto per quella sensazione e non voglio svilirla fingendo che si prova con qualsiasi cosa.

Amare i libri non significa essere indulgente con tutti. Significa sapere cosa vuol dire quando uno è davvero buono e quindi saper riconoscere quando uno non lo è.

Una cosa, alla fine


C'è un'ultima cosa che voglio dire a chi mi ha accusata di pubblicare solo recensioni negative e a chiunque pensi che la generosità consista nel tacere quando qualcosa non funziona.

Pensate all'amico più onesto che avete, quello che vi ha detto una volta una cosa scomoda, che sul momento vi ha fatto male e che poi avete capito avere ragione. Quell'amico vi vuole bene davvero.

Poi pensate a chi vi dice sempre che state benissimo.

Ecco, il libro che merita il vostro tempo non ha bisogno di essere protetto dalla mia recensione. Ha bisogno di trovare chi lo legge davvero. E io, da tredici anni, sto cercando di fare esattamente questo. 

Non recensisco libri, faccio da specchio ai lettori. E gli specchi non mentono - semmai non piacciono.

Laura

'Il calamity club' di Kathryn Stockett: diciassette anni di idee e nessuna scelta

Il calamity club
Autore Kathryn Stockett
Editore Mondadori
Pagine 734
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
Oxford, Mississippi, 1933. A soli undici anni, Margot "Meg" Lefleur ha imparato a sue spese che non può fidarsi di nessuno. Dal giorno in cui improvvisamente la sua adorata madre, Charlie, non è tornata a casa, Meg è diventata una delle bambine "non adottabili" dell'orfanotrofio della città, dove lotta ogni giorno per non perdere la speranza e mantenere vivo il suo spirito indomito. "È la speranza una creatura alata" recita una meravigliosa poesia che ha imparato a memoria. E quella poesia le ricorda la sua mamma. Quando incontra Birdie, Meg ha finalmente la sensazione che qualcuno si preoccupi davvero del suo futuro. È stata la disperazione a portare Birdie lì a Oxford: la Grande Depressione stringe la sua morsa e, se non paga le rate arretrate del mutuo, rischia di finire in mezzo alla strada. La giovane intende chiedere un prestito alla sorella, che ha sposato l'erede dei Tartt, una famiglia ricca e ben introdotta nei salotti dell'alta società. Molto presto, però, si rende conto che il loro benessere non è altro che una facciata sostenuta da un'impalcatura di bugie. Ma un giorno il caso conduce Charlie davanti alla porta di Birdie. Vittima di un sistema che l'ha ridotta sul lastrico per poi portarle via la figlia, Charlie non ha più nulla, tranne la sua intraprendenza. E propone a Birdie un piano audace ed estremamente rischioso, che potrebbe però risolvere i problemi di entrambe. È un'alleanza insolita, quella che si crea in casa Tartt, eppure fortissima, come accade tra persone che possono contare solo su ciò che hanno da darsi reciprocamente, sfidando ipocrisie e convenzioni. E, in un momento in cui alle donne viene negato ogni diritto, il loro piccolo atto di ribellione porterà conseguenze che non avrebbero mai immaginato... Arguto, commovente e irresistibilmente ironico, Il Calamity Club è una storia indimenticabile di resilienza e amicizia, un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di trasformare persino una calamità in un nuovo inizio.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma preparati a un romanzo che aveva tutto per essere grande e ha scelto di essere troppo.
Fa per te se ami la narrativa americana ambientata negli anni Trenta e riesci a goderti una storia corale anche quando perde il filo.
Lascialo perdere se entri con le aspettative di The help, perché quella scrittrice, qui, si vede solo a tratti.

Perché il romance mi respinge (e perché Il Conte di Montecristo no)


Allora, mettiamoci comode perché devo raccontarvi di quella volta in cui ho chiuso un libro con una violenza che normalmente riservo solo ai vasetti di marmellata che non si aprono.

Stavo leggendo il sesto volume di Bridgerton. Francesca, per chi non mastica la saga come fosse pane quotidiano, è quella timida, quella musicale, quella che sembra la più sensata di tutta la famiglia. E infatti, per cinque libri ho pensato: ecco, finalmente uno di questi otto fratelli mi sorprenderà. Macché! Eccola lì, sul prato di casa della madre, con il marito Michael, in una scena descritta con un dettaglio che definire "minuzioso" è fargli un complimento. E mentre i due si danno parecchio da fare nell'erba inglese del diciannovesimo secolo, capisci, da certi segnali narrativi che non sto qui a spiegarvi perché siamo tutte adulte, che Francesca rimarrà incinta. Lì. Su quel prato. In quel preciso momento.

Ho chiuso il libro con un gesto che definire "poco elegante" è essere clemente con me stessa.

E non perché sia bigotta, sia chiaro: il problema non è il prato né quello che ci succede sopra. Il problema è che lo sapevo già. Lo sapevo da pagina dieci. Lo sapevo, diciamocelo, da quando ho scelto di leggere un romance.

Il patto che non voglio firmare


Io leggo per essere sorpresa. È l'unica clausola del mio contratto con un libro, qualunque sia il genere: thriller, narrativa, romanzo storico, non importa. Voglio che l'autore mi prenda per mano, mi indichi una direzione con sicurezza assoluta e poi, proprio mentre penso di aver capito tutto, mi tiri via il tappeto da sotto i piedi. Voglio arrivare all'ultima pagina essendo una persona diversa da quella che aveva iniziato il libro. Magari arrabbiata. Va benissimo arrabbiata. L'importante è che qualcosa, dentro, si sia mosso.

Il romance, invece, mi propone un patto opposto. Un patto che suona più o meno così: "Cara lettrice, ti garantisco che non succederà nulla che tu non possa prevedere fin dalla copertina." Due protagonisti, generalmente belli come dei e nuotanti nell'oro, che si detestano per trenta pagine con una violenza degna della faida tra Montecchi e Capuleti, salvo poi innamorarsi perdutamente entro il capitolo otto e vivere, manco a dirlo, felici e contenti. Fine. Sipario. Tutti a casa.

E qui qualcuno, giustamente, mi fermerà: e Jane Austen allora? Anche lei scriveva di nemici che si innamoravano, di matrimonio e lieto fine assicurato. Verissimo! Niente uomini palestrati, certo, ma il meccanismo è quello. E qui devo essere onesta, perché odiare per partito preso non fa per me: il problema non è il genere romance in sé, è quando diventa un copione fotocopiato all'infinito, con personaggi creati con lo stampino dei biscotti, dove cambi i nomi, ma la forma resta identica.

Ma io capisco, eh


Lasciatemi essere indulgente per un momento, prima di tornare cattiva: capisco perché si legga romance. Capisco benissimo chi cerca un libro che non faccia paura. Niente sofferenza, niente lutto, niente colpi di scena che ti tengono sveglia la notte a chiederti come vada a finire. Solo la certezza, dalla prima all'ultima pagina, che andrà tutto bene. A volte ne ho bisogno anche io, diciamolo: prendo in mano un Andrea Vitali o una Fannie Flagg quando voglio staccare la spina, quando i pensieri sono troppi e voglio solo leggerezza.

Ma c'è una differenza enorme e qui sta tutto il punto: quella leggerezza mi lascia comunque qualcosa addosso. Un personaggio che mi resta in testa, una frase che mi torna in mente la settimana dopo, un piccolo sussulto che non avevo previsto. Il romance da copia carbone, invece, lo chiudi e non te ne ricordi più e non perché sia leggero, ma perché è vuoto, identico a mille altri che hai letto prima di quello.

Quindi, cosa porta a casa una lettrice seriale di romance? Cosa cresce in lei, cosa cambia, cosa resta? Io una risposta non ce l'ho e non perché non voglia trovarla: è che, semplicemente, non c'è.

Il verdetto


Quindi io vi dico la mia e poi sipario per davvero: nessun romance varcherà mai più la soglia di casa nostra. Non verrà sfiorato dalle nostre mani, non sarà guardato dai nostri occhi, non avrà accesso alla nostra libreria, che è un luogo sacro riservato a chi ha il coraggio di sorprendermi.

Volete il romanzo che fa esattamente quello che chiedo a un libro? Prendete Il Conte di Montecristo. Lì sì che l'autore ti cambia le carte in tavola ogni cinquanta pagine, lì sì che non sai mai cosa ti aspetta dietro l'angolo, lì sì che chiudi il libro diversa da come l'hai aperto. Altro che prati inglesi e gravidanze telefonate!

Io la sorpresa la voglio sempre. Anche a costo di chiudere un libro con un tonfo poco elegante. Anzi, soprattutto per quello.

Laura

'Uomini e topi' di John Steinbeck: quando prendersi cura di qualcuno è l'unica forma di potere che hai

Uomini e topi
Autore John Steinbeck
Editore Bompiani
Pagine 137
Uscita 1937
Genere Classico contemporaneo
La storia di un'amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come “i migliori progetti predisposti da uomini e topi” (è un verso di Robert Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un'America soffocata dalla crisi e di un'umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, Uomini e topi è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma Uomini e topi resta prima di tutto un romanzo indimenticabile.  

Vale la pena leggerlo? Sì e probabilmente ti spezzerà qualcosa dentro.
Fa per te se riesci a stare dentro una storia che non ti offre alcuna via d'uscita e non te ne vuole offrire.
Lascialo perdere se hai bisogno che la letteratura ti lasci almeno una porta aperta.