King Size 2 ∙ Parte 2 - Stanza 1 ∙ Il terrore puro ∙ Romanzo numero 2
La Marsten House sta in cima alla collina e si vede da quasi ogni punto di Jerusalem's Lot. Non è un caso. A King interessa che tu l'abbia sempre davanti, anche mentre i personaggi fanno la spesa, litigano con il marito o tirano giù la serranda del negozio. Il Male, qui, non ha bisogno di salire fin lassù: è già in cima e domina tutto.
La nascita del romanzo, con la roulotte e la lettera a Bill Thompson, la trovi nella prima parte. Qui si entra in città.
Una città costruita per essere distrutta
Michael Collings, tra gli studio di King più attenti, parla di Jerusalem's Lot come di un "organismo collettivo". Più che una metafora è una scelta di costruzione. King dedica centinaia di pagine a negozi, strade, case, vicini, ricordi, abitudini, economia locale e nessuna di queste cose serve alla trama. Servono a resistere la città come qualcosa di vivo. Togli Barlow e resta comunque un romanzo sulla fine di una comunità. Togli Jersualem's Lot e non resta quasi niente.
Anche il nome lavora: Jerusalem, non Salem. Il nome completo porta con sé le risonanze bibliche, la città della redenzione trasformata in città della dannazione, un New England coloniale pieno di insediamenti dai nomi sacri, credibilissimo e inquietante. Poi c'è Lot, il lotto, il terreno assegnato: l'insediamento maledetto.
La geografia è morale. La Marsten House guarda dall'alto, poi arrivano il quartiere residenziale, il centro con la chiesa e il municipio, i boschi in periferia, il cimitero. Nel Medioevo il punto più alto di una città era occupato dalla cattedrale o dal castello, sal sacro o dal potere. King ci ha messo la casa del Male.
E c'è il pettegolezzo, che non è folklore. In una comunità vera si vive di informazioni parziali, mezze verità, maldicenze che girano senza controllo. I personaggi di Salem non sanno, credono, suppongono, raccontano e il lettore conosce la città come si conosce un paese di provincia: per sentito dire. Tony Magistrale sostiene che questa tecnica aumenti il realismo, perché nessuna comunità possiede una conoscenza oggettiva di sé stessa. Ha ragione. Se Jerusalem's Lot avesse avuto un gruppo Whatsapp di condominio, Barlow sarebbe arrivato in un paese informatissimo e incapace di fare qualcosa.
Barlow non porta il Male, lo rende visibile
Da qui si capisce perché il vampiro occupa così poche pagine. Compare tardi, parla poco, agisce quasi sempre fuori scena, perché il suo ruolo è un altro. Douglas Winter, uno dei critici kinghiani più autorevoli, lo descrive come un agente rivelatore: non crea il male, lo accelera. La comunità era malata prima del suo arrivo: vicini che non si parlano, violenze domestiche che tutti fingono di non vedere, ipocrisie religiose, rancori coltivati per generazioni. Barlow è il catalizzatore. La malattia la avevano già in casa.
Alla fine lui viene sconfitto e il lettore non prova nessuna sensazione di vittoria. Jerusalem's Lot è perduta e con lei non solo le persone, ma la fiducia, la quotidianità, la memoria condivisia: quella cosa fragile e imprecisa che chiamiamo comunità e che non si ricostruisce. King lo sa e non ci passa sopra con una carezza. Il finale di Salem è tra i più onesti e duri che abbia scritto.
Padre Callahan, il prete che non regge
Callahan è il personaggio più discusso del romanzo e probabilmente il più frainteso. Sulla carta è il classico esperto di vampiri: conosce il folklore, sa usare gli oggetti sacri, capisce prima degli altri che cosa sta succedendo. Poi King fa una cosa che nella narrativa vampiresca non si era vista in modo così sistematico: lo fa fallire, non per stupidità o per codardia, ma per qualcosa di molto più scomodo. La sua fede vacilla nel momento esatto in cui ne avrebbe più bisogno.
Da Van Helsing in poi, nel romanzo gotico gli oggetti sacri funzionano quasi in automatico: la croce respinge il vampiro perché è una croce. King cambia la regola. La croce funziona finché chi la regge ci crede davvero. Callahan lo scopre nel momento peggiore, davanti a Barlow, quando sente la propria certezza incrinarsi e il potere dell'oggetto calare in tempo reale insieme a lei.
La critica lo ha letto in tre modi. Winter lo considera una delle figure meglio riuscite del primo King proprio per questa fragilità. Magistrale vede nella sua crisi il riflesso della crisi di autorità nell'America degli anni Settanta, post Watergate e post Vietnam, quando le istituzioni e le figure di riferimento perdono credito. Heidi Strengell guarda alla tensione tra fede personale e istituzione religiosa. Tre letture, tutte plausibili, il che dice parecchio sullo spessore del personaggio.
A me colpisce un'altra cosa, che si nota meno. Callahan soffre non solo perché perde, ma perché sente di aver tradito la propria vocazione. È vergogna e King la costruisce con una cura che nel genere, allora, si vedeva di rado.
Poi c'è la parte che nel 1975 nessun lettore poteva sapere. Callahan non finisce a Jerusalem's Lot. Quasi trent'anni dopo King lo riprende nella saga della Torre Nera, soprattutto ne I lupi del Calla (2003), dove racconta quello che è successo dopo la fuga: l'esiliato che si porta addosso il fallimento, il sacerdote che cerca qualcosa di simile a una redenzione in un cosmo molto più grande e molto più strano di quello in cui era stato ordinato. Riletta oggi, la sua sconfitta in Salem cambia segno. Non è il capitolo finale, è il punto di partenza. Chi legge adesso ha il privilegio della prospettiva, ma anche senza saperlo si avverte che questo personaggio è troppo ingombrante per chiudersi in un solo libro.
Perché nessuno riesce a filmare Salem
Salem ha avuto tre vite sullo schermo e sono molto diverse. La prima, la miniserie CBS del 1979 diretta da Tobe Hooper, ha riscritto la memoria collettiva del romanzo. Quando si pensa a Barlow si vede quello di Reggie Nalder: pelle grigiastra, testa calva, occhi luminosi, denti enormi. Un mostro costuito sull'estetica del Nosferatu di Murnau (1922), scelto di proposito: Hooper rifiutò il vampiro aristocratico della Hammer e puntò su qualcosa di più animalesco e perturbante.
Il Barlow del libro è un'altra creatura. King lo costruisce sull'ambiguità, sulla presenza strategica, sul silenzio: fa paura aspettando, non mostrandosi. Il cinema ha dovuto trasformare quella tensione in un'immagine e l'immagine ha poi colonizzato la lettura all'indietro. Chi apre Salem oggi si porta dietro la miniserie del '79, anche senza volerlo. La televisione di allora, per giunta, aveva vincoli pesanti e la città resta uno scenario più che un organismo.
La miniserie TNT del 2004, per la regia di Mikael Salomon, prova a recuperare il vampiro aristocratico, un Barlow più vicino a Stoker, con Rutger Hauer. Sacrifica però la città sull'altare della trama, che è esattamente l'errore opposto a quello che fa King e funziona di meno: si vede meno, è rimasta meno. Il film di Gary Dauberman del 2024 è quello che si impegna di più a ristabilire il rapporto tra comunità e contagio e a tratti ci riesce. Rispetta il materiale più di quanto mi aspettassi, ma l'impatto del '79 non lo raggiunge e ha il problema di entrambi: due ore contro un libro che per un bel pezzo costruisce la città prima che accada qualcosa di soprannaturale. Comprimi quelle pagine e perdi la cosa fondamentale.
Il paradosso è questo. Più gli adattamenti cercando di riprodurre la struttura del romanzo, più sbattono contro il fatto che quella struttura è pensata per un letto che ha ore davanti a sé e una città da abitare con la testa. Cinema e televisione fanno il contrario: ti mostrano tutto subito, ti tolgono il lavoro dell'immaginazione e, con quello, la cosa che nel libro fa più paura.
Barlow sullo schermo è visibile. Barlow nel romanzo è un'assenza che riempie tutto.



