Leggere come atto di resistenza: quando i libri diventano un rifugio dal rumore del mondo
È sera.
Sono sul divano, accoccolata tra le braccia di Roby. La casa è in silenzio, ma non quel silenzio teso che fa venire voglia di controllare il telefono, riempire spazi, dire qualcosa "di intelligente" pur di non restare fermi. È un silenzio abitabile.
Il libro è lì, sul tavolino. Non ci guarda con rimprovero. Non ci chiama. Non fa quella cosa fastidiosa che fanno certi oggetti culturali quando sembrano dire: dai, muoviti, produci, sfrutta il tempo.
Sta fermo. Come noi.
Ed è in quel momento - non mentre leggo, ma mentre non leggo - che capisco una cosa scomoda: forse la lettura, oggi, non è il gesto eroico che ci raccontiamo. Forse è una forma di resistenza molto più quieta. E molto meno instagrammabile.
Viviamo in un tempo che misura tutto.
Quello che fai. Quanto lo fai. Con che costanza. Con quale resa.
Anche la lettura è finita dentro questo tritacarne: challenge, obiettivi annuali, pile da smaltire, numeri da esibire come medaglie.
Leggi? Bene.
Quanto?
Perché?
A che scopo?
E a un certo punto, senza neanche accorgercene, il libro smette di essere un rifugio e diventa l'ennesima prestazione ben confezionata.
Una più elegante, certo. Ma pur sempre prestazione.
Il problema è che noi siamo stanchi.
Stanchi di dover dimostrare. Stanchi di essere performanti persino nel piacere. Stanchi di trasformare ogni spazio di libertà in un campo di gara.
E in mezzo a questa stanchezza, la lettura, quella vera, quella che dovrebbe salvarci - rischia di essere l'ennesima richiesta.
E allora no.
Se leggere ha ancora un senso, oggi, è solo se diventa un atto di resistenza. Al rumore. Alle aspettative. A quella voce fastidiosa che ti chiede sempre di fare meglio, di fare di più, di fare in modo che si veda.
Sezione I - Il mito della lettura che ti rende migliore
C'è questa idea molto educata e molto tossica secondo cui leggere ti renda automaticamente una persona migliore.
Più profonda. Più colta. Più interessante a cena.
Non funziona così.
E lo sappiamo tutti.
Ho visto persone leggere centinaia di libri e restare impermeabili al mondo.
E altre leggere pochissimo, ma con un'attenzione e una presenza che spostano l'aria nella stanza.
Le lettura non è un certificato morale.
Non ti assolve. Non ti migliora. Non ti rende più degna.
A volte ti conferma. A volte ti contraddice. A volte ti consola. A volte ti lascia più confusa di prima.
Ed è questo il suo valore.
Difendere la lettura come resistenza significa anche liberarla da questa aureola morale.
Leggere non per diventare qualcuno di migliore, ma per restare qualcuno di vivo.
Sezione II - Leggere tanto non significa leggere bene
Qui tocchiamo un nervo scoperto, lo so.
Siamo circondati da numeri: tot libri all'anno, tot pagine al mese, tot minuti al giorno.
La lettura è diventata una specie di tapis roulant culturale: se scendi, sembra che tu stia fallendo.
Ma leggere tanto non è una virtù.
È, al massimo, una statistica.
Leggere bene - che poi vuol dire leggere con presenza, con ascolto, con tempo - spesso significa leggere meno.
Molto meno.
Significa fermarsi. Lasciare un libro a metà. Tornare indietro di dieci pagine perché una frase ti ha bucato lo stomaco.
Significa anche accettare che ci sono stagioni della vita in cui leggere è difficile. E va bene così.
Resistere, qui, è smettere di correre.
È scegliere la lentezza in un mondo che applaude solo chi arriva piano.
Sezione III - Il diritto di non avere voglia
Questa è la parte che fa più fatica a passare.
Quella che disturba davvero.
Leggere, per me, oggi, significa anche dire che non ho voglia di farlo.
E no, non tutti sono pronti ad accettarlo.
C'è un'idea sotterranea secondo cui una "vera" lettrice dovrebbe avere sempre un libro in corso, sempre entusiasmo, sempre parole d'amore per la lettura.
Come se la passione fosse una prestazione continua.
Ma il desiderio funziona al contrario.
Più lo costringi, più scappa.
Difendere il diritto di non avere voglia significa difendere la lettura come spazio libero.
Non come dovere identitario.
Non come obbligo emotivo.
Ci sono sere in cui il libro resta chiuso. E va bene.
Ci sono giorni in cui la testa è altrove. E va bene.
Ci sono periodi in cui leggere non consola. E va bene anche questo.
Resistere, a volte, non è forzare.
Sezione IV - La lettura come sopravvivenza emotiva
Non voglio romanticizzare questa parte.
Ma non voglio neanche addomesticarla.
La lettura mi ha salvata.
Mi ha salvata dai silenzi. Dalla solitudine degli ultimi anni di matrimonio. Da quelle giornate in cui l'aria era piena di non detti e tu impari a respirare piano per non disturbare.
I libri, in quei momenti, non erano cultura.
Erano compagnia.
Erano una voce che diceva sono qui.
Erano un modo per non sparire.
Non c'era niente di nobile.
C'era solo la necessità.
E forse è da lì che nasce la mia idea di lettura come resistenza: dal suo essere una forma di sopravvivenza emotiva quando tutto il resto fallisce.
La crepa
C'è però una verità che non raccontiamo quasi mai, perché rovina la narrazione edificante.
Io ho letto anche per fuggire.
Solo per fuggire.
Ho letto per non sentire. Per non guardare. Per non affrontare.
Ho usato i libri come anestetico. Come parete. Come scusa.
E no, non sempre è stato sano.
Non sempre è stato bello.
Non sempre è stato giusto.
Ma era l'unica cosa che avevo in quel momento.
E giudicarlo oggi, con gli strumenti della serenità, sarebbe disonesto.
Resistere non significa essere impeccabili.
Significa restare in piedi come si può.
Oggi il mondo chiede rumore.
Presenza costante. Opinioni rapide. Contenuti continui. Performance anche nel piacere.
Io no.
Io scelgo il silenzio abitabile.
Scelgo i libri che non devo spiegare.
Scelgo le sere in cui non leggo.
Scelgo la lettura che non produce niente, se non la sensazione di essere ancora qui.
E se il mondo chiede rumore, io scelgo Roby.
Un corpo accanto.
Un respiro che non pretende.
Un silenzio che non pesa.
Il resto può aspettare.
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