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Le ultime chiacchiere

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La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

Le recensioni negative fanno paura. Ma la colpa non è dei libri


Sull'ennesima polemica Instagram che divide i booklovers e sul perché la vera fedeltà è verso chi legge e non verso chi pubblica


C'è una cosa che ho imparato in tredici anni di blog: quando scrivi qualcosa che non piace a qualcuno, quella persona non te lo dice in privato. No no! Viene a dirtelo in pubblico, sotto al post, con la stessa energia di chi ha aspettato l'autobus per quaranta minuti sotto al sole cocente di agosto e finalmente si siede accanto a qualcuno con cui sfogarsi.

È successo qualche giorno fa. Ho pubblicato la mia recensione de La portinaia del 17, un libro che non mi è piaciuto. Non tiepidamente, non con riserva. Proprio non mi è piaciuto. L'ho scritto, come faccio sempre, senza finzioni e senza il cuscinetto di eufemismi che ormai è diventato il vocabolario ufficiale del bookstagram italiano.

E qualcuno, puntuale come un Apple Watch con il vizio della lite, è venuto a commentare per dirmi che pubblico solo recensioni negative, che stronco tutto, che sono negativa io stessa. Che forse dovrei scegliere libri migliori, addirittura mi ha chiesto perché io continui a leggere dato che non mi piace nulla. La cosa straordinaria è che non stava parlando con me: stava recitando, per un pubblico immaginario che avrebbe dovuto darle ragione. Per fortuna, quel pubblico ha risposto nel modo sbagliato... ma sbagliato per lei! Molte lettrici hanno detto la cosa ovvia: le recensioni negative vanno pubblicate. I lettori hanno diritto di sapere.

Ma questa storia non è nuova. È l'ennesima puntata di una serie che va avanti da anni e forse vale la pena parlarne (ancora) con calma - o con l'ironia che merita, che poi è la stessa cosa.

Il problema non è chi scrive recensioni negative. È chi non le scrive.


Proviamo a fare un giro su Instagram in una qualsiasi mattina: libri meravigliosi, imperdibili, che hanno cambiato la vita di chi li ha letti, commosso, emozionato, illuminato più di questo sole di agosto che ci sta bruciando tutti! Scrittori strabilianti, penne straordinarie, storie che restano nel cuore, "ommioddio ommioddio ho trovato il libro della vita" ripetuto ogni cinque libri. Ogni libro è un capolavoro. Ogni lettura è un'esperienza straordinaria.

Ora: siete sicuri che tutti i libri pubblicati in Italia ogni anno siano davvero capolavori? Perché io qualche dubbio lo ho!

Il mercato editoriale italiano sforna titoli a un ritmo che neanche io con le pizze in pieno lockdown. In questo contesto, noi bookqualcosa dovremmo fare una cosa precisa: aiutare i lettori a orientarsi. Invece, spesso, funzioniamo come una vetrina dove tutti i manichini sembrano bellissimi e si esce dal negozio con tre borse e zero pentimenti. Fino a quando si arriva a casa e ci si rende conto che non ci sta bene niente.

La recensione negativa non è un atto di cattiveria, ma di rispetto verso chi sta per spendere venti e più euro e alcune ore della propria vita. Verso chi si fida di noi perché ogni tanto diciamo anche che qualcosa non ha funzionato.

L'amico che dice sempre sì non è un amico


C'è un tipo di persona che tutti conosciamo: quella che non ti dice mai una cosa scomoda, che trova sempre il lato positivo. Che quando le mostri un nuovo taglio di capelli discutibile, risponde "stai benissimo" con la stessa convinzione con cui direbbe "certo che stai bene" se le mostrassi un referto medico allarmante.

All'inizio sembra una persona meravigliosa. Poi capisci che in realtà non ti sta parlando, sta solo riflettendo le tue insicurezze su uno schermo compiacente.

Il bookqualcosa che dice sempre sì funziona esattamente così. È rassicurante, carino, fa sentire tutti al sicuro, ma non ti è utile. Non ti dice quando un libro ha un secondo atto che crolla o quando i personaggi sono piatti come tovaglioli di carta, quando la prosa è così gonfia da rallentare qualsiasi ritmo narrativo. Non ti dice niente di tutto questo perché ha paura. O peggio, perché ha qualcosa da perdere.

E qui arriviamo al punto vero.

Le case editrici, le collaborazioni e l'elefante nella stanza


Diciamolo chiaramente e senza giri di parole: una parte consistente del silenzio sulle recensioni negative dipende dalle collaborazioni con le case editrici. Non è un segreto, non è nemmeno una colpa, in astratto - lavorare con i propri canali professionali è legittimo.
Il problema è quando quella collaborazione smette di essere un accordo professionale e diventa un vincolo invisibile che cambia quello che scrivi o, meglio, quello che non scrivi più.

Io non collaboro più da tempo - salvo casi veramente eccezionali e, spesso, mi interfaccio direttamente con gli autori. Ho ricevuto libri da uffici stampa per anni e ho scritto recensioni negative di libri ricevuti in questo modo, perché la mia fedeltà non è mai stata verso chi mi ha mandato il libro, ma verso chi mi legge. Se questo mi ha fatto perdere qualche rapporto - e sì, me ne ha fatti perdere - pazienza! Ho dormito bene lo stesso, anzi ho dormito anche meglio!

Non sto dicendo che tutti debbano fare come me. Ognuno gestisce il proprio lavoro con i propri criteri, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere di non recensire un libro che non ti è piaciuto - il che è legittimo - e recensirlo fingendo che ti sia piaciuto. La prima è una scelta editoriale, la seconda è una paraculata. E una paraculata rimane una paraculata!

La critica letteraria non è il servizio di pubbliche relazioni dell'editoria


Uno degli argomenti che sento più spesso a difesa del "parliamo solo bene" è che criticare un libro significa criticare il lavoro di persone reali. L'autore, l'editor, il grafico, il team marketing. Persone che ci hanno messo mesi, anni, a volte una vita intera.

È vero. Ed è vero anche che chi scrive merita rispetto, sempre. Una stroncatura che attacca la persona anziché il testo è sbagliata, punto. Ma recensire un libro non significa recensire l'autore come essere umano. Significa mettere in relazione quel testo con il lettore, con onestà.

La critica letteraria esiste da secoli proprio perché qualcuno ha deciso che era necessario dire: questo funziona, questo non funziona ed ecco perché. Sono stati criticati Manzoni, Svevo, Buzzati - scrittori che oggi consideriamo pilastri. Non per questo sono diventati meno bravi, anzi...

Se ogni recensione fosse un abbraccio, la critica letteraria non sarebbe mai esistita. E la letteratura, probabilmente, sarebbe molto più piatta di quello che è.

Cosa vuol dire amare davvero i libri


Quando le persone vengono a dirmi che sono troppo severa o che stronco tutto, mi fermo sempre un attimo a pensare. Non perché mi metta in dubbio - davvero, non potete pensare che io lo faccia - ma perché trovo interessante la premessa implicita: amare i libri significherebbe trovarli tutti belli.

Ma io ho una biblioteca di oltre mille volumi letti. So cosa significa un libro che ti cambia qualcosa dentro, conosco la differenza tra una storia che resta e una che evapora nel giro di una settimana. Ho quella sensazione fisica - sì, fisica - di un romanzo che funziona davvero: qualcosa che si stringe nello stomaco verso pagina trenta e non ti molla più.

Quando un libro non mi dà questo, lo dico. Non perché voglia fare la difficile, ma perché ho rispetto per quella sensazione e non voglio svilirla fingendo che si prova con qualsiasi cosa.

Amare i libri non significa essere indulgente con tutti. Significa sapere cosa vuol dire quando uno è davvero buono e quindi saper riconoscere quando uno non lo è.

Una cosa, alla fine


C'è un'ultima cosa che voglio dire a chi mi ha accusata di pubblicare solo recensioni negative e a chiunque pensi che la generosità consista nel tacere quando qualcosa non funziona.

Pensate all'amico più onesto che avete, quello che vi ha detto una volta una cosa scomoda, che sul momento vi ha fatto male e che poi avete capito avere ragione. Quell'amico vi vuole bene davvero.

Poi pensate a chi vi dice sempre che state benissimo.

Ecco, il libro che merita il vostro tempo non ha bisogno di essere protetto dalla mia recensione. Ha bisogno di trovare chi lo legge davvero. E io, da tredici anni, sto cercando di fare esattamente questo. 

Non recensisco libri, faccio da specchio ai lettori. E gli specchi non mentono - semmai non piacciono.

Laura

'Il calamity club' di Kathryn Stockett: diciassette anni di idee e nessuna scelta

Il calamity club
Autore Kathryn Stockett
Editore Mondadori
Pagine 734
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
Oxford, Mississippi, 1933. A soli undici anni, Margot "Meg" Lefleur ha imparato a sue spese che non può fidarsi di nessuno. Dal giorno in cui improvvisamente la sua adorata madre, Charlie, non è tornata a casa, Meg è diventata una delle bambine "non adottabili" dell'orfanotrofio della città, dove lotta ogni giorno per non perdere la speranza e mantenere vivo il suo spirito indomito. "È la speranza una creatura alata" recita una meravigliosa poesia che ha imparato a memoria. E quella poesia le ricorda la sua mamma. Quando incontra Birdie, Meg ha finalmente la sensazione che qualcuno si preoccupi davvero del suo futuro. È stata la disperazione a portare Birdie lì a Oxford: la Grande Depressione stringe la sua morsa e, se non paga le rate arretrate del mutuo, rischia di finire in mezzo alla strada. La giovane intende chiedere un prestito alla sorella, che ha sposato l'erede dei Tartt, una famiglia ricca e ben introdotta nei salotti dell'alta società. Molto presto, però, si rende conto che il loro benessere non è altro che una facciata sostenuta da un'impalcatura di bugie. Ma un giorno il caso conduce Charlie davanti alla porta di Birdie. Vittima di un sistema che l'ha ridotta sul lastrico per poi portarle via la figlia, Charlie non ha più nulla, tranne la sua intraprendenza. E propone a Birdie un piano audace ed estremamente rischioso, che potrebbe però risolvere i problemi di entrambe. È un'alleanza insolita, quella che si crea in casa Tartt, eppure fortissima, come accade tra persone che possono contare solo su ciò che hanno da darsi reciprocamente, sfidando ipocrisie e convenzioni. E, in un momento in cui alle donne viene negato ogni diritto, il loro piccolo atto di ribellione porterà conseguenze che non avrebbero mai immaginato... Arguto, commovente e irresistibilmente ironico, Il Calamity Club è una storia indimenticabile di resilienza e amicizia, un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di trasformare persino una calamità in un nuovo inizio.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma preparati a un romanzo che aveva tutto per essere grande e ha scelto di essere troppo.
Fa per te se ami la narrativa americana ambientata negli anni Trenta e riesci a goderti una storia corale anche quando perde il filo.
Lascialo perdere se entri con le aspettative di The help, perché quella scrittrice, qui, si vede solo a tratti.

Libri per l'ora peggiore di agosto: quel pomeriggio in cui non si può fare niente



Per quei pomeriggi in cui persino respirare costa fatica. Nove libri, tre strategie di sopravvivenza, un climatizzatore.

Esiste un momento preciso di agosto che chi l'ha vissuto riconosce all'istante. Non è la mattina, che ha ancora una sua grazia fresca, non è la sera, che porta almeno la promessa di un po' d'aria. È il pomeriggio. Quel pomeriggio lì - le tre, le quattro, quando il sole picchia verticale e il mondo intero sembra essersi fermato.

Quei pomeriggi in cui persino respirare costa fatica. Quelli in cui l'unica cosa che puoi fare è stenderti sul divano, accendere il climatizzatore e pregare gli dei che l'estate finisca quanto prima.

Ecco. Questa guida è per quel momento.

Perché questa guida esiste


Perché in quel pomeriggio lì non funziona niente.

Non funziona il telefono: scorrere Instagram con 38 gradi addosso è una forma di autopunizione. Non funziona la serie tv: il cervello è troppo molle per seguire una trama. Non funziona nemmeno dormire, perché il caldo ti sveglia ogni venti minuti con la sensazione precisa di essere una focaccia appena uscita dal forno.

Quello che funziona - l'unica cosa che funziona davvero - è un libro giusto. Non qualsiasi libro. Il libro giusto per quel momento preciso. E adesso ti dico come riconoscerlo.

Come scegliere il libro per il pomeriggio di agosto: le tre categorie


Il libro giusto per quel pomeriggio lì può fare tre cose molto diverse. Tutte e tre funzionano. Dipende da te, da come stai, da quanto è caldo.

☀️ Quelli che finisci prima che il climatizzatore rinfreschi la stanza


Questi sono libri corti, ma corti nel senso giusto: non facili, non banali. Corti perché ogni pagina è densa, ogni parola è quella giusta e non ne servono di più.

Li apri alle tre e alle sei hai finito. E nel mezzo il pomeriggio è sparito senza che tu te ne sia accorta.

Io e te - Niccolò Ammaniti
Per sentire il fresco di una cantina. Due fratellastri, uno scantinato, una settimana. Fuori il mondo va avanti; dentro il tempo si ferma - e fa fresco, finalmente. Brevissimo, claustrofobico nel senso migliore, si divora in un pomeriggio solo.

Baumgartner - Paul Auster
Perché la nostalgia può far dimenticare il caldo. L'ultimo Auster - asciutto, malinconico, preciso - racconta un uomo che fa i conti con l'assenza di chi ha amato. Una lettura che si finisce in una sessione, ma che resta addosso molto più a lungo.

Mio fratello rincorre i dinosauri - Giacomo Mazzariol
Per ricordarci che la normalità è un concetto astratto. Una storia vera, brevissima, emotivamente potentissima. Il tipo di libro che finisci con gli occhi rossi e il cuore stranamente più leggero - che poi è esattamente quello di cui hai bisogno alle quattro di un pomeriggio di agosto.

🌀 Quelli che ti fanno dimenticare il caldo


Questi non sono libri corti, sono libri totali.
Libri in cui entri e il pomeriggio di agosto semplicemente non esiste più. Esiste solo la storia, esiste solo la prossima pagina e quella dopo e quella dopo ancora. Quando rialzi la testa sono le sei di sera, il sole si è spostato e tu non sai bene come ci sei arrivata.

→ La saga di Blackwater - Michael McDowell
Per ricordarci che la pioggia esiste. Sei volumi, una famiglia, una palude del Mississippi - e una creatura che non ti aspetti. McDowell costruisce un mondo così reale, così umido, così denso, che il caldo secco di agosto diventa un ricordo lontano. Il risucchio è garantito fin dalla prima pagina.

La tredicesima storia - Diane Setterfield
Perché una casa buia e fresca dona sollievo. E la casa di questo romanzo - gotica, inglese, piena di segreti e di stanze chiuse - è esattamente questo: buia, fresca e impossibile da lasciare. Una narratrice inaffidabile, una storia dentro la storia, un finale che non si vede arrivare.

Il conte di Montecristo - Alexandre Dumas
Perché sì, perché lui vale sempre. Perché Edmond Dantès non invecchia, non stanca, non delude. Perché leggere il Conte nei pomeriggi di agosto - con il climatizzatore, il divano e niente da fare - è una delle esperienze di lettura più complete che esistano. Nessuna scusa è valida se non l'hai ancora letto.

🧊 Quelli che fanno fresco


Questi sono i libri-rimedio.
Non ti distraggono dal caldo: te lo tolgono fisicamente. Ambientazioni gelide, case buie, neve, brughiere, inverni inglesi. Mentre leggi senti - davvero, non è una metafora - abbassarsi la temperatura. Un grado, forse due. Forse è suggestione. Forse non importa.

Shining - Stephen King
La neve dell'Overlook Hotel è il motivo migliore. L'Overlook in mezzo alle montagne del Colorado, in pieno inverno, tagliato fuori dal mondo. Fuori la neve, dentro qualcosa di molto peggio. Freddo letterario assoluto - e il re del brivido nel pieno della sua forma.

Mrs England - Stacy Halls
Per ricordarci che adesso anche gli inglesi patiscono il caldo - ma non nei loro romanzi. Yorkshire edwardiano, nebbia, case di campagna, segreti di famiglia. Temperatura percepita: dodici gradi. Esattamente quello che serve.

Il filo avvelenato - Laura Purcell
Perché regala brividi e in questo periodo servono. Gotico vittoriano, inverni inglesi, un'atmosfera che pesa nel senso migliore - quella sensazione precisa di essere in una casa buia mentre fuori tira vento. Aprite il libro. Chiudete gli occhi un secondo. Sentite? Il fresco!

La verità finale (e il permesso che ti stavi dando)


Il pomeriggio di agosto in cui non si può fare niente non è tempo sprecato.
È il momento in cui finalmente hai una scusa perfetta, inattaccabile, meteorologicamente certificata per non fare niente di utile e leggere. Nessuno ti può dire niente: fuori ci sono più di 40°, il mondo si è fermato e tu stai leggendo.

Questo è il momento, questi sono i libri.
Scegli quello che ti chiama di più, stenditi e lascia che agosto diventi sopportabile.

Invito alla lettura


Non c'è un ordine giusto. C'è solo il tuo divano, il tuo climatizzatore e la domanda che ti fai ogni giorno a quest'ora: ma quando finisce 'sta estate?

Finisce. Nel frattempo, leggi.

Buona lettura e che il climatizzatore non ti abbandoni mai!

Laura

'Le dirimpettaie' di Serena Bortone: tre donne meritavano un romanzo e ne hanno avuto uno e mezzo

Le dirimpettaie
Autore Serena Bortone
Editore Rizzoli
Pagine 364
Uscita 7 aprile 2026
Genere Narrativa contemporanea
C'è stato un tempo in cui la vita delle donne era solo una conseguenza del marito che si sposava. Poi è arrivato il Sessantotto e la rivoluzione sessuale che ha ribaltato radicalmente questo copione per le più giovani. Mentre le donne già sposate, strette nelle loro esistenze ordinate, si sono trovate all'improvviso travolte da mille pensieri di libertà. Come tre valchirie danzanti, Tina, Gabriella e Maria compiono la loro metamorfosi personale in un condominio romano di Talenti. Tre vite che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l'una per l'altra, legate da un'amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche. Cresciute in un mondo che assegna ruoli rigidi alle donne, le tre amiche affrontano matrimoni spesso più di convenienza che sentimentali, maternità vissute tra dovere e ambivalenza, desideri repressi, tradimenti e improvvise fughe. Intorno a loro si muove un Paese in trasformazione: il boom economico, la Dolce Vita, l'emancipazione femminile, il divorzio. In un arco temporale che si estende dagli anni Sessanta al Capodanno del nuovo millennio, Serena Bortone ci regala tre donne indimenticabili, imprigionate in una vita dove il "buon matrimonio" non corrisponde a felicità. Gabriella rimugina e trova nei suoi pensieri la forza di scrollarsi di dosso un matrimonio stanco. Maria sogna e ogni tanto sparisce. Tina scopre l'eros e decide di tenerselo stretto. A ogni costo. "Le dirimpettaie" è un romanzo corale, vorticoso, irresistibile. Una storia che parla di noi, delle nostre madri, e di tutto quello che ci portiamo ancora addosso quando proviamo a scegliere la nostra vita.

Le dirimpettaie racconta tre donne che negli anni Sessanta si ritrovano vicine di pianerottolo e, come voleva l'epoca, diventano amiche per forza di cose più che per scelta. L'idea di partenza è preziosa, la condizione femminile vista da dentro le mura di casa. il problema è che Bortone le annega in capitoli filosofeggianti, ritmo che si impantana e un personaggio, Maria, che a un certo punto sembra uscito da tutt'altro libro. Restano belle pagine isolate e un rimpianto, quello per la storia secondaria che meritava di essere la principale.

La Libridinosa manda a quel paese chi si lamenta che le sue recensioni non funzionano sui social


Luglio.

Caldo. Afa. E sui social - puntuale come l'anticiclone africano - il lamento.

"Ho pubblicato una recensione e non l'ha vista nessuno."
"L'algoritmo penalizza i contenuti lunghi."
"Ho scritto duemila parole su questo libro e ho fatto tredici like."
"Non capisco, il contenuto era ottimo."

Fermi.
Tutti fermi.

Respiro.

Prima questione: cos'è una recensione


Voglio che ci mettiamo d'accordo su una cosa prima di procedere, perché ho l'impressione che ci sia una piccola grande confusione terminologica che sta alla base di tutto il problema.

Una recensione è un testo critico: ha una tesi, argomenta, analizza lo stile, la struttura, i personaggi, le scelte narrative dell'autore. Mette il libro in un contesto. Esprime un giudizio motivato - non un'emozione, un giudizio - e lo difende con strumenti letterari.

Una recensione è una cosa difficile da scrivere bene. Ci vuole tempo, competenza e una certa dose di coraggio intellettuale, perché significa esporsi con un'opinione che qualcuno potrebbe non condividere.

Ora... Quello che vedo nel Bookstagram e nel BookTok - e lo dico con tutto l'affetto del mondo, giuro, affetto vero - non è sempre una recensione.

È spesso qualcos'altro.

È "questo libro mi ha distrutta."
È "non riuscivo a smettere di piangere."
È "cinque stelle perché il protagonista mi ha guardata negli occhi attraverso le pagine."
È la foto del libro accanto a una candela con scritto sopra "atmosfera autunnale" in corsivo.

Queste sono cose bellissime, per carità. Sono testimonianze, reazioni, sono la prova che un libro ha toccato qualcosa in una persona reale e questo ha un valore enorme.

Ma non sono recensioni.

E se non sono recensioni, il problema del reach non è un problema dell'algoritmo.

Seconda questione: l'algoritmo


Ah, l'algoritmo.

Il grande nemico. Il mostro invisibile. Il responsabile di tutto - del reach basso, della scarsa visibilità, del fatto che quel contenuto bellissimo che hai pubblicato alle undici di martedì sera non l'ha visto quasi nessuno.

Posso dirvi una cosa sull'algoritmo?
Non sa leggere!

L'algoritmo non sa se la tua recensione è brillante o mediocre, profonda o superficiale, originale o la copia carbone di altre duemila recensioni dello stesso libro pubblicate la stessa settimana. L'algoritmo sa solo se le persone si fermano, guardano, interagiscono, restano.

E le persone si fermano su quello che le colpisce.

Quindi, quando dici "l'algoritmo penalizza i contenuti lunghi", quello che stai dicendo in realtà è "le persone non si sono fermate abbastanza a leggere quello che ho scritto". E questa è un'informazione preziosa - molto più preziosa della colpa scaricata su un sistema informatico che, ribadisco, non sa leggere.

L'algoritmo non ce l'ha con te.
L'algoritmo è indifferente.

E l'indifferenza, credetemi, è molto più istruttiva dell'ostilità.

Terza questione: il contenuto ottimo


"Il contenuto era ottimo."

Questa mi fa impazzire. Mi fa impazzire con tenerezza, sia chiaro - non con cattiveria - ma mi fa impazzire.

Chi ha stabilito che il contenuto era ottimo? Tu!

Hai scritto il contenuto, hai deciso che era ottimo, l'hai pubblicato e quando il pubblico non ha confermato la tua valutazione, hai concluso che il problema era altrove.

Ora, esiste la possibilità - remota, improbabile, quasi fantascientifica - che il contenuto non fosse ottimo?
Che fosse, che so, nella media? Discreto? Buono ma non indimenticabile? Uno dei duemila contenuti identici pubblicati quella settimana sullo stesso libro con la stessa copertina fotografata dallo stesso angolo con la stessa tazza di tè a fianco? 

Io scrivo di libri da tredici anni. Tredici. Ho una laurea in umiltà conseguita sul campo, pagata a caro prezzo in termini di traffico, commenti e domeniche passate a chiedermi perché un pezzo sul quale avevo lavorato una settimana aveva fatto meno click di una foto di Vani che dormiva sul divano.

E la risposta, quasi sempre, era una sola: potevo fare di meglio.

Non l'algoritmo, non il giorno o l'ora sbagliati.

Io. Potevo fare di meglio.

Quarta questione: BookTok, Bookstagram e il grande equivoco


Parliamoci chiaro una volta per tutte.

BookTok e Bookstagram sono piattaforme di intrattenimento. Non sono riviste letterarie né supplementi culturali. Non sono luoghi dove il pubblico arriva con la matita in mano pronto ad approfondire.

Sono luoghi dove le persone scorrono veloce, cercando qualcosa che le fermi e se le fermi hai venti secondi - forse trenta se hai fatto qualcosa di davvero interessante - per convincerle a restare.

In venti secondi non si fa letteratura, si fa comunicazione.

E la comunicazione ha regole diverse dalla letteratura. Ha regole diverse dalla critica e dalla recensione classica.

Questo non significa che su queste piattaforme non si possa dire nulla di intelligente - si può, eccome. Significa che bisogna imparare il linguaggio del mezzo e capire come funziona prima di lamentarsi che non funziona.

Chi va su BookTok aspettandosi di fare la stessa cosa che farebbe su un blog e ottenere gli stessi risultati, sta confondendo uno Spritz con un Barolo. Sono entrambe bevande. Finisce lì.

Quindi


Se la tua recensione non ha reach, ci sono esattamente tre possibilità.

Prima possibilità: non è una recensione, è una reazione emotiva. Le reazioni emotive funzionano benissimo sui social - ma funzionano in un altro modo, con un altro linguaggio, con un'altra strategia. Imparala.

Seconda possibilità: è una recensione, ma è uguale ad altre duemila recensioni dello stesso libro. Il problema non è l'algoritmo. È la differenziazione. Cosa dici tu che non dice nessun altro? Perché dovrei fermarmi sul tuo contenuto e non su quello di qualcun altro?

Terza possibilità: è una recensione ottima, originale, ben scritta e semplicemente non ha ancora trovato il suo pubblico. Questo succede. Succede ai blog, succede ai libri, succede agli articoli di critica letteraria pubblicati su testate serissime. Il buon contenuto non garantisce visibilità immediata. Garantisce, nel tempo, una reputazione. E la reputazione vale più dell'algoritmo.

In tutti e tre i casi, la soluzione non è lamentarsi.
La soluzione è lavorare.

Conclusione, con affetto invariato


Quindi no.

Non ho simpatia per il lamento sul reach. Non perché sia insensibile - sono sensibilissima, chiedetelo a chiunque mi conosca davvero - ma perché il lamento sul reach è energia sprecata che potrebbe andare a migliorare il contenuto successivo.

Su questo blog scrivo di libri da tredici anni. Non ho smesso quando i numeri erano più bassi, non ho mai pensato che il problema fosse l'algoritmo. Ho pensato, ogni volta, che potevo fare meglio e ho provato a farlo.

E quando Vani che dorme sul divano fa più click della mia recensione su Strout, rido. E poi scrivo una recensione migliore.

Perché i libri lo meritano.
E voi che leggete, ancora di più!

Laura

Instagram non salverà il vostro blog (e in molti casi nemmeno serve)


Perché continuiamo a confondere i follower con i lettori e cosa cambia quando smettiamo di farlo

C'è un discorso che gira da anni nel mondo dei lettori e che ormai ha la consistenza di un'evidenza che nessuno si prendere la briga di verificare. 
Suona più o meno così: "I blog sono morti, ormai si legge solo su Instagram, se non sei lì non esisti."
Lo si sente nei salotti virtuali, nei corsi di "personal branding letterario", nei consigli ben intenzionati di chi pensa di sapere come si fa.

È una frase comoda. Ed è quasi sempre sbagliata.

Il malinteso si è radicato


Da qualche parte, lungo il cammino, abbiamo cominciato a confondere due cose che non sono mai state la stessa cosa. Abbiamo confuso la visibilità con il valore, l'audience con la lettura, il follower con il lettore. Sono parole che si somigliano abbastanza da poter essere usate l'una al posto dell'altra in una conversazione superficiale, e abbastanza diverse da costruire - quando le confondiamo davvero - strategie editoriali che non portano da nessuna parte.

Un follower è una persona che, in un momento qualsiasi della sua giornata, ha deciso che il tuo profilo poteva stare nella sua lista. Magari ha letto un tuo post, magari ha solo apprezzato una grafica. Magari ti ha seguita per il follow-for-follow di tre anni fa e non si è mai più accorta della tua esistenza.

Un lettore è un'altra cosa. Un lettore torna, sceglie di tornare. Apre il browser, digita il tuo indirizzo oppure clicca su un segnalibro che ha salvato due anni fa. Il lettore compie un gesto attivo; il follower, nella maggior parte dei casi, viene attraversato da te.

Cosa misurano davvero i due canali


Un blog e un profilo Instagram non sono due declinazioni della stessa cosa. Sono due strutture diverse, con regole diverse e - soprattutto - con significati diversi.

Un blog vive di chi torna. La sua salute non si misura in visualizzazioni effimere, ma in lettori che, nel tempo, costruiscono un'abitudine. Vive di SEO, cioè di quella misteriosa capacità di un articolo scritto oggi di continuare a essere trovato fra cinque anni da qualcuno che non sapeva nemmeno della tua esistenza. Vive di bookmark, di feed RSS, di lettori fedeli che non hanno mai messo "mi piace" a niente, ma sanno esattamente quando esce il prossimo articolo.

Instagram vive di chi scrolla. La sua salute si misura nell'intensità di un momento. Un reel può fare quarantamila visualizzazioni e non lasciare traccia, un carosello brillante muore in tre giorni, l'algoritmo decide cosa vedi, quando lo vedi e quanto a lungo lo vedi. Non c'è memoria, non c'è archivio realmente accessibile. C'è il flusso e basta.

Sono due metriche di esistenza diverse. La prima costruisce un rapporto, la seconda un'impressione.

Per dare un'idea concreta della distanza tra le due: nel mio caso parliamo di poco più di 9000 follower Instagram e oltre 200 mila visite mensili sul blog. Non è un'eccezione virtuosa, è la struttura di come funzionano questi due canali quando si guardano i numeri. Il blog ha una memoria lunga e un pubblico stratificato; Instagram ha una memoria corta e un pubblico mobile. Confonderli porta a strategie che lavorano contro entrambe le cose.

Perché continuiamo a inseguire la cosa sbagliata


La domanda vera, allora, non è perché Instagram sia diventato così centrale nel discorso pubblico sui libri. La domanda è perché continuiamo a credere che il numero accanto al nostro nome sia una misura di qualcosa che conta.

E la risposta, se vogliamo essere oneste, non è lusinghiera per nessuno.

Inseguire Instagram è confortante perché è misurabile in tempo reale. Pubblichi un post e nel giro di poche ore sai se ha funzionato. Like, salvataggi, commenti. È un feedback istantaneo ed è esattamente quello che il nostro cervello cerca quando è stanco, frustrato o semplicemente umano.
Il blog non funziona così. Il blog richiede pazienza, richiede di scrivere oggi un articolo che, forse, fra otto mesi, qualcuno troverà cercando su Google. Richiede di accettare che la tua più grande recensione del 2026 potrebbe essere letta nel 2029 da una donna che non sa nemmeno chi sei.

C'è una verità che facciamo fatica a dire ad alta voce: molte di non hanno smesso di scrivere nel blog perché "non funziona". Hanno smesso perché non sopportano la lentezza con cui un blog cresce davvero. Instagram dà la dopamina del riscontro immediato, il blog dà la radice. Sono due piaceri completamente diversi e ci illudiamo che il primo possa sostituire il secondo.

Non può.

Costruire un blog significa scrivere ogni settimana per qualcuno che oggi non c'è ancora. Significa accettare che il pubblico vero arriva con anni di ritardo rispetto allo sforzo. Significa rinunciare alla rassicurazione del numero che cresce in tempo reale per scommettere su una cosa che, per molto tempo, sembrerà non muoversi.

È un'operazione che richiede una certa solidità. E che, fra l'altro, non è per tutti - il che va benissimo. Ma confondere la difficoltà di farla con il fatto che non funzioni più è un errore di lettura del mondo.

La frase che cambia lo sguardo


C'è una distinzione che, una volta interiorizzata, cambia il modo in cui si guarda al proprio lavoro online. Vale la pena tenerla a portata di mano:
un follower è una persona che ti ha messo in lista. Un lettore è una persona che torna. Sono due cose diverse e nessun algoritmo trasformerà mai il primo nel secondo.
Si può ottimizzare un profilo Instagram all'infinito, si può imparare a fare i reel virali, a scrivere caption che convertono, a usare gli hashtag giusti. Tutto questo costruisce un'audience più grande. Non costruisce automaticamente un pubblico più fedele. Sono due lavori diversi e si fanno con strumenti diversi.

Il pubblico fedele si costruisce scrivendo, si costruisce nel tempo, dando alle persone una buona ragione per tornare e poi un'altra e un'altra ancora, fino a quando tornare diventa un'abitudine. Questo lavoro non si fa su Instagram. Si può fare in molti posti - un blog, una newsletter, un podcast - ma non lì. Instagram è progettato per altro.

Non è una critica al canale, è solo un riconoscimento di cosa fa e cosa non fa.

Il punto non è essere su Instagram o non esserci. Il punto è capire cosa stiamo costruendo davvero e per chi.
Perché ci sono tante voci che ti diranno come si fa la bookblogger nel 2026 e quasi tutte ti porteranno verso Instagram. Ma alla fine della giornata resta una sola domanda interessante: dei nomi che ti seguono, quanti torneranno fra un anno a leggere quello che hai scritto?

Il numero giusto, di solito, è molto più piccolo di quello che esibiamo. Ed è esattamente quello che conta.






 

La Libridinosa manda a quel paese i libri da ombrellone


È fine maggio.

Il che significa una cosa sola: da qualche parte, in qualche redazione, in qualche profilo Instagram con la bio che recita "lettrice appassionata ☕️📚✨", qualcuno sta già preparando LA lista.

I libri da ombrellone.

Eccoli. Puntuali come il caldo, fastidiosi come la sabbia nelle mutande, inevitabili come il vicino di ombrellone che mette la musica a tutto volume e poi ti chiede se ti dà fastidio.

Ma qualcuno può spiegarmi cosa sono, esattamente?


No, aspettate. Fermi tutti.

Prima di lanciarmi in qualsiasi discorso, voglio che qualcuno mi risponda a una domanda molto semplice, quella che mi faccio ogni anno intorno a questa data, con una tazza di cappuccino in mano e un sopracciglio alzato: chi ha inventato i libri da ombrellone?

Voglio un nome, un cognome e, possibilmente, un indirizzo.

Perché io continuo a non capire. Ho riletto la definizione in ogni modo possibile e continuo a non trovare un senso logico in questa categoria. Un libro da ombrellone è un libro che si legge sotto l'ombrellone, giusto? Bene! 
E allora, un libro che si legge sul divano come si chiama? Libro da divano? E uno che si legge in treno? Libro da pendolare? E quello che leggiamo in bagno, alle undici di sera, perché non riusciamo a metterlo giù? È il libro da water?

Qualcuno ha stabilito - e lo ha fatto con una sicurezza che mi lascia senza parole - che esistono libri adatti all'estate e libri che, invece, l'estate proprio non la meritano. Come se i libri avessero bisogno di una stagione, come se Guerra e Pace ad agosto diventasse improvvisamente illeggibile perché fa caldo. Come se Dostoevskij in bikini non funzionasse.

Spoiler: Dostoevskij funziona sempre. È Dostoevskij!

La grande ipocrisia del "leggere di più in estate"


C'è poi un secondo livello di questa follia collettiva che mi fa venire voglia di prendere un aperitivo alle undici di mattina, e cioè la narrazione per cui d'estate si legge di più.

Di più rispetto a quando?

Perché io, ad esempio, sotto l'ombrellone non leggo quasi mai. Non perché non voglia, ma perché tra il sole negli occhi, la sabbia sulle pagine, il rumore delle famiglie con bambini che urlano nomi di battesimo con tre vocali consecutive e la voglia di buttarmi in acqua ogni cinque minuti, riesco a malapena a tenere gli occhi sul libro.

E allora cosa faccio? Leggo a casa. Con l'aria condizionata, come una persona civile.
Ma questo, apparentemente, non conta come lettura estiva. Perché in camera da letto non abbiamo l'ombrellone!

I tre imputati


Detto questo, entriamo nel vivo. Perché se esiste una cosa chiamata "libro da ombrellone", esistono anche dei generi che in questa categoria finiscono sempre, ogni anno, con una puntualità che fa quasi tenerezza.

E io ho delle cose da dire su ciascuno di loro.

Il romance con la copertina pastello


Ah, il romance con la copertina pastello! Quello con i colori che sembrano i macarons di una pasticceria francese, col titolo che contiene almeno una delle seguenti parole: estate, amore, Grecia, ritorno, cuore o una combinazione imprevedibile di tutte e cinque.

Ora, attenzione: io non ho niente contro il romance in sé (non ridete!). Ho già detto la mia su Bridgerton e l'ho detto onestamente. Ma c'è qualcosa di profondamente condiscendente nel modo in cui il romance viene confinato all'estate come se fosse un gelato alla fragola. Come se una storia d'amore richiedesse per forza 30° e un mojito per essere letta, come se il romance fosse troppo leggero per l'inverno, quando in realtà d'inverno abbiamo ancora più bisogno di qualcuno che si innamori di qualcun altro in modo irragionevole e bellissimo.
Il romance con la copertina pastello non è un libro da ombrello.
È un libro. Punto.

Il thriller estivo da "non dormire"


Questo mi fa sorridere, perché c'è una contraddizione interna talmente evidente che mi stupisce non venga notata più spesso.

Il thriller estivo viene consigliato come lettura leggera, spensierata, perfetta per la spiaggia.
Ma il thriller - quello vero - è un libro che ti tiene sveglia la notte, che ti fa sentire passi dove non ci sono, che ti fa guardare il tuo vicino di ombrellone con occhi leggermente diversi dopo 200 pagine.

Quindi: è leggero o è inquietante?
È per rilassarsi o per non dormire?

Perché se è per rilassarsi, forse il thriller non è la scelta più ovvia. E se è per non dormire, benvenuti nel club, ma allora non chiamatelo "da ombrellone" come se fosse una passeggiata.

La saga familiare da 700 pagine consigliata per il fine settimana al mare


Questa è la mia preferita! La categoria che mi fa capire che chi compila queste liste non ha mai fatto una vera vacanza in vita sua.

La saga familiare da 700 pagine. Quella con quattro generazioni, due guerre mondiali, un segreto di famiglia tenuto nascosto per cinquant'anni e almeno tre personaggi che si chiamano con lo stesso nome ma in lingue diverse...

"Perfetta per l'estate! La leggerete in un lampo!"

Un lampo. Settecento pagine. In un lampo.

Io impiego tre settimane a leggere settecento pagine e lo faccio con tutta la concentrazione e il rispetto che merita un libro di quella portata. Tre giorni al mare, tra la crema solare, il pranzo al chiosco, la pennichella obbligatoria e la partita a carte con la famiglia, non sono sufficienti per fare giustizia a quattro generazioni di nessuno.

La vera domanda


Il punto - quello vero, quello che mi sta a cuore - non è dire che certi libri sono brutti. Non è questo.
Il punto è che l'etichetta "libro da ombrellone" è condiscendente verso i libri e verso i lettori allo stesso tempo.
Verso i libri perché li riduce a uno strumento di intrattenimento stagionale, come se la loro unica funzione fosse riempire i vuoti tra un bagno e l'altro.
Verso i lettori perché presuppone che d'estate il cervello vada in vacanza insieme al corpo. Che in luglio e agosto non siamo più capaci di leggere qualcosa di impegnativo, qualcosa che ci chieda uno sforzo, qualcosa che ci lasci emozioni addosso.

E invece c'è chi d'estate legge classici perché finalmente ha il tempo per farlo, chi sceglie il saggio che ha rimandato per mesi e chi rilegge qualcosa che aveva amato anni fa. E c'è chi, sì, sceglie un romance o un thriller, ma perché lo vuole, non perché qualcuno ha deciso che è il momento giusto per farlo.

Nessuno di loro ha bisogno di un ombrellone per validare la propria scelta di lettura.

Conclusione (senza ombrellone)


Quindi no, quest'estate non troverete su questo blog nessuna lista di libri da ombrellone.
Troverete libri che vale la pena leggere sempre, in qualsiasi stagione, con qualunque temperatura, in tutte le posizioni - sdraiati, seduti, in piedi su un treno oppure, se proprio volete, sotto un ombrellone.

Ma l'ombrellone non c'entra niente!

E la prossima volta che qualcuno mi manda una lista intitolata "i migliori libri da ombrellone", io lo mando gentilmente - ma con grande convinzione - a fanculo!

Con affetto, come sempre, 




Bookblogger vs Critico Letterario: io leggo per emozione, tu per tesi. Entrambi per soffrire


Lui analizza i simbolismi, io piango al capitolo 12. Lui costruisce una tesi, io costruisco un trauma. Eppure, stranamente, abbiamo letto lo stesso libro. E forse - solo forse - abbiamo entrambi ragione.

C'è una guerra silenziosa che nessuno nomina


Non è la guerra tra chi legge e chi non legge; nemmeno quella tra chi legge in cartaceo e chi in digitale, che già di per sé è una guerra civile con morti e feriti da entrambe le parti.

No.

La guerra più sottile, più elegante e più insopportabile del mondo letterario è un'altra: quella tra il critico letterario e il bookblogger.
Due figure che amano i libri con la stessa intensità febbricitante, ma li amano in modo così diverso da non riuscire, spesso, nemmeno a riconoscersi l'una nell'altra.

Io sono una bookblogger.
Lo dico senza vergogna, anzi con la stessa fierezza con cui potrei dire "sono una sopravvissuta" - perché in fondo è la stessa cosa.

Ho un blog che esiste dal 2013, un profilo Instagram e una collezione di libri che ha ormai colonizzato ogni superficie disponibile di casa, incluso il comodino di Roby, che non protesta ma cerca di capire dove poggiare i suoi, di libri.

E da anni - da anni - mi sento dire, in modo più o meno diretto, più o meno educato: "Sì, ma tu leggi per emozione. Non è la stessa cosa."

Oggi rispondo!

Il critico letterario: un ritratto affettuoso ma spietato


Il critico letterario è una creatura affascinante.

Vive in un ecosistema fatto di saggi, convegni, supplementi culturali e quella specifica aria di sufficienza che si affina nel tempo come un vino importante - solo che il vino, alla fine, qualcuno se lo gode. L'aria di sufficienza resta lì, sospesa.

Ha letto tutto.

Dico tutto nel senso più assoluto del termine: ha letto le opere, i carteggi, i diari, le lettere che l'autore ha scritto a sedici anni al cugino di secondo grado. Ha letto le note a piè di pagina delle note a piè di pagina e la prefazione all'edizione del 1987 curata da uno studioso di cui nessuno ha mai sentito parlare.

Quando il critico letterario legge un romanzo, non lo legge soltanto.
Lo stratifica.

Ogni frase diventa uno scavo archeologico, ogni metafora nasconde tre significati, due rimandi intertestuali e almeno un'allusione alla filosofia di Schopenhauer. Il protagonista non ha fame: sta incarnando il vuoto esistenziale del soggetto borghese nel tardo Ottocento. La finestra aperta nel terzo capitolo non è una finestra aperta: è il simbolo della tensione irrisolta tra libertà e costrizione sociale.

La pioggia? Non è mai solo pioggia.

E in tutto questo - in questa stratificazione meravigliosa e un po' estenuante - c'è una cosa che non succede quasi mai.

Il critico letterario non piange al capitolo 12.
O se piange, non lo dice. E sicuramente non lo scrive su Instagram con tre emoji di cuore spezzato e un sondaggio nelle stories.

Il bookblogger: autoritratto con qualche livido


Io, invece, piango.
Anche con una certa regolarità e con grande soddisfazione e l'assoluta consapevolezza che quello che sto vivendo non è debolezza: è letteratura che funziona.

Quando leggo un libro non lo analizzo - almeno non nell'immediato. Lo abito: entro dentro la storia come si entra in una casa che non è la propria ma che, in qualche modo, conosci già; con un po' di cautela all'inizio e  poi - quando capisci che l'aria è quella giusta - ti togli le scarpe e ti siedi sul divano di qualcun altro come se fosse il tuo.

Sento i personaggi, li giudico, mi arrabbio con loro, li difendo anche quando hanno torto - soprattutto quando hanno torto - perché li ho adottati, perché nel tempo che ho passato con loro sono diventati reali; e i personaggi meritano lo stesso trattamento che riserviamo alle persone reali: un misto di affetto, esasperazione e lealtà cieca.

Quando scrivo una recensione, non costruisco una tesi.
Costruisco un'esperienza.

Cerco la frase che faccia capire al lettore cosa si provi a stare dentro quel libro. Cerco il punto di contatto tra la storia e la vita, perché la letteratura, per me, ha senso solo se si tocca con la vita. Se non riesce a sfiorarti, se non lascia almeno un'impronta sul vetro, allora qualcosa non ha funzionato.

E sì, mi fermo al capitolo 12 per recuperare i fazzoletti.
Lo riconosco. Ne sono orgogliosa!

La grande accusa: "Ma tu non sei oggettiva"


Ah! L'obiezione classica.

Quella che il critico letterario - o chi ne fa le veci - tira fuori prima o poi, con la stessa puntualità di un orologio svizzero e la stessa soddisfazione di chi ha calato l'asso.

"Tu non sei oggettiva, sei troppo coinvolta emotivamente."

Vero. Verissimo.
Non sono oggettiva, non ho mai finto di esserlo, non ho mai avuto nessuna intenzione di diventarlo.
Ma permettetemi di fare una domanda molto semplice, quasi banale: esiste davvero un lettore oggettivo?

Il critico letterario che costruisce la sua tesi lo fa sempre a partire da qualcosa: una formazione, una scuola di pensiero, un'estetica di riferimento, un canone che qualcuno prima di lui ha deciso fosse il canone giusto. Anche la sua analisi passa attraverso un filtro; il filtro è semplicemente più accademico del mio, più invisibile, più legittimato dal sistema.

Ma il filtro c'è.

La differenza è che io il mio filtro lo dichiaro.
Dico: questo libro mi ha fatto piangere, mi ha entusiasmata, mi ha delusa, mi ha tenuta sveglia la notte. Dico esattamente dove mi ha presa e dove mi ha persa. Non costruisco una maschera di neutralità sopra un'opinione e la chiamo analisi.
La chiamo per quella che è: una lettura. La mia lettura. Onesta, dichiarata e assolutamente soggettiva.

E soggettiva non è sinonimo di sbagliata.

Quello che ci accomuna: soffrire


Ecco però la parte che nessuno dice abbastanza.
Sotto tutta questa differenza di metodo, di linguaggio, di formato e di lacrime versate o trattenute, il critico letterario e il bookblogger hanno qualcosa di fondamentale in comune: soffrono per entrambi i libri.

Il critico soffre quando un'opera importante viene ignorata, quando il mercato premia la mediocrità, quando la letteratura viene ridotta a intrattenimento di consumo. Soffre quando nessuno capisce che quella finestra aperta nel terzo capitolo non era una finestra aperta.

Il bookblogger soffre quando finisce un libro che amava, quando un personaggio muore senza avvertimento, quando la storia prende una piega che non si aspettava o quando le sue parole non riescono a trasmettere quello che ha sentito. 

Entrambi hanno scelto di dedicare tempo, energia e una quantità imbarazzante di spazio mentale a qualcosa che il mondo considera, nella migliore delle ipotesi, un hobby raffinato e, nella peggiore, un'attività economicamente irrazionale.
Entrambi hanno uno scaffale - o venti - che è anche uno specchio. Entrambi sanno cosa voglia dire finire un libro e restare fermi qualche minuto, in silenzio, prima di rientrare nel mondo ordinario.

Entrambi abbiamo ragione. Entrambi abbiamo perso qualcosa.


Il critico letterario ha guadagnato profondità e ha perso, a volte, immediatezza.
Il bookblogger ha guadagnato vicinanza e ha perso, a volte, distanza critica.

E probabilmente la lettura più completa - quella che nessuno dei due fa mai davvero - sarebbe quella che riesce a tenere insieme entrambe le cose. Il pianto al capitolo 12 e la finestra come simbolo irrisolto, l'emozione e l'analisi, la pancia e la testa.

Succede, a volte. Nei libri migliori succede da sé, senza quasi accorgersene: leggi con il cuore e poi ti fermi e realizzi che stavi anche pensando, che stavi anche costruendo qualcosa, che il testo ti aveva dato abbastanza per fare entrambe le cose insieme.

Quei libri sono i più pericolosi.
Quelli che ti fanno piangere al capitolo 12 e ti lasciano a guardare il soffitto e a chiederti cosa significasse davvero quella finestra aperta.
Quelli, sia io che il critico letterario, li leggiamo nello stesso modo.

Con la stessa intensità scomoda, con la stessa resa totale, con lo stesso senso che qualcosa di importante stia succedendo, anche se poi lo chiamiamo con nomi diversi.

Lui chiama quella sensazione risonanza estetica. Io la chiamo "accidenti, questo libro mi ha distrutta."

Stessa cosa, parole diverse. Stesso amore scomodo per qualcosa che non smette mai di chiederci tutto.



L'ironia non è un orpello: il mio modo di leggere (e di stare al mondo)


Il primo ricordo che ho di me stessa è una scena che, a raccontarla adesso, suona come una barzelletta. Avevo quattro anni, ero rannicchiata in un angolo della mia cameretta, tra il letto e l'armadio - la posizione che da bambini si sceglie quando si vuole essere irraggiungibili.
Avevo in mano un libro enorme, senza una sola illustrazione e lo tenevo sottosopra. Mio padre entrò, mi chiese cosa stessi facendo e io, con una serenità che ancora oggi mi sembra commovente, gli risposi che stavo leggendo. E iniziai a raccontargli la trama: una ballerina magica rinchiusa in un teatro incantato.

Il libro era un volume dell'Enciclopedia Treccani.

Mi ci sono voluti anni - e il racconto divertito di mio padre - per capire che dentro la Treccani, di ballerine magiche non ce n'è nemmeno una. Però intanto era successa una cosa: avevo già deciso, senza saperlo, che ai libri si poteva chiedere qualcosa che i libri, a volte, non avevano. Si poteva persino tenerli al contrario. Si poteva ricavarne una storia che non c'era. Si poteva, soprattutto, rispondere a chi ti chiedeva "cosa stai facendo?" con uno "sto leggendo" detto senza incertezze, anche se chiunque ti guardasse capiva benissimo che no, non stavi affatto leggendo.

Sono trascorsi quarantasei anni. Ho ancora più o meno lo stesso atteggiamento.