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Le ultime chiacchiere

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E se leggere non mi piacesse più? Quando i libri smettono di essere un rifugio

Per quasi sei mesi non ho aperto un libro. E ve lo dico senza vergogna: ne ero felice.

I libri erano stati il mio rifugio per tanto tempo - compagni silenziosi nei momenti silenziosi. Poi la vita era cambiata, il silenzio era andato via e loro erano rimasti lì, sulla libreria, a guardarmi.
Non avevo voglia di aprirli, non avevo voglia di parlarne. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva cosa stessi leggendo, rispondevo "niente" con una leggerezza che mi sorprendeva anche.

Il blog era fermo. Instagram era silenzioso. La Libridinosa si era presa una pausa che non aveva annunciato a nessuno, perché certe pause non si annunciano - si prendono e basta.

I messaggi sono arrivati, naturalmente. Alcuni bellissimi - persone che dicevano di sentire la mia mancanza, che aspettavano, che c'erano. Altri un po' meno: qualcuno che minacciava l'unfollow se non avessi ripreso a recensire (la sentite la mia disperazione?), come se la mia vita fosse una programmazione televisiva con palinsesto da rispettare. A quelli ha risposto Roby, con la diplomazia che lo contraddistingue - e non sono ironica.

Ma ogni tanto, in un angolo quieto della testa, si affacciava una domanda: e se non mi piacesse più? E se fosse finita così, senza nemmeno accorgermene?

Chi sono io, senza i libri?


C'era la luce calda della piantana, attorno solo buio e Roby con un libro tra le mani. "Leggiamolo insieme", mi ha detto.

Due parole. Forse tre. Non ricordo esattamente - ricordo solo quello che ho sentito: protetta, accolta, ascoltata, vista. Come quando qualcuno ti tende una mano nel buio e tu la prendi senza neanche guardare dove ti porta.

Il libro era La ballerina di Patrick Modiano. Non è un romanzo che cambierà la storia della letteratura, ve lo dico subito. Ma avrà per sempre un posto speciale nella mia storia - perché è il libro che mi ha riportata tra le pagine stampate, in una sera di ottobre, tra le braccia di quello che sarebbe diventato mio marito.

Abbiamo letto in silenzio. Ed è stata la prima sorpresa: leggiamo alla stessa velocità. La seconda sorpresa è arrivata subito dopo - entrambi abbiamo bisogno di fermarci, di commentare, di parlare di quello che stiamo leggendo mentre lo stiamo ancora leggendo. Una frase, un personaggio, un'immagine - e il libro si chiude a metà pagina per fare spazio alla conversazione.

Questo significa che ci mettiamo un tempo indefinito a finire qualsiasi cosa. E non mi è mai sembrato così poco un problema.

I libri sono tornati, ma non come li avevo lasciati


Sono tornati in stereofonia - parola sua, di Roby. Una sera, a un certo punto, ha alzato gli occhi dal libro e ha detto: "Dai, ballerina, leggiamo in stereo." Ballerina - mi chiama così da sempre. E io che insegno danza, io che sono tornata ai libri attraverso un romanzo che si intitolava La ballerina, non ho potuto fare a meno di ridere. Certe cose le scrive la vita e lo fa meglio di qualsiasi romanzo.

La stereofonia, nella pratica, significa questo: non più un libro solo, uno alla volta, anima e corpo dedicati a quello e nessun'altra lettura fino all'ultima pagina. Adesso abbiamo sempre almeno due libri aperti, spesso tre... a volte anche quattro: un cartaceo - o due - tra le mani, un ebook per quando viaggiamo o leggiamo a letto, un audiolibro per quando il tempo non permette di fare altro. Non ci importa se sono dello stesso genere, se stonino tra loro, se passare dall'uno all'altro sembra disordinato. L'importante è avere sempre qualcosa che ci aspetta, in qualsiasi momento della giornata.

All'inizio mi sembrava quasi un tradimento della lettrice che ero stata. Adesso mi sembra semplicemente più onesto.

Sono tornati con la libertà.


E per capire quanto questa parola pesi, dovete sapere com'ero prima.

Quattro o cinque giorni prima della fine di ogni mese, mi sedevo e stilavo la lista dei libri da leggere nel mese successivo. C'era un post apposito nel blog - la presentavo ai lettori, la condividevo, la rendevo pubblica. E la seguivo rigidamente: nessun cambio, nessuno sgarro. Ero arrivata persino a dividere i libri in pagine giornaliere da leggere. Un piano di lettura. Una tabella di marcia. Come se la lettura fosse una cosa da portare a termine.

Adesso la libreria di casa la guardo in modo completamente diverso. Mi ci fermo davanti, sfoglio, aspetto. C'è qualcosa che assomiglia a un batticuore - una copertina, un titolo, una pagina aperta a caso - e quello è il libro. Nessun criterio, nessun programma, solo ascolto.

È una cosa piccola. Per me è stata una rivoluzione.

Sono tornati con i classici - quelli che avevo evitato per anni e che Roby mi ha messo in mano uno dopo l'altro, con la pazienza di chi sa aspettare.

E sono tornati con King. Il mio King, quello con cui sono cresciuta e che avevo messo da parte senza nemmeno accorgermene.

Roby non aveva mai letto nulla di Stephen King. Lo so, looooo sooooo - fa molto ridere. E io, che sono sempre stata fermamente contraria a far leggere It come primo romanzo a chi non conosce zio Steve, mi sono ritrovata a fare esattamente quella cosa. Perché lui non ha sentito ragioni: io avevo voglia di rileggerlo e lui voleva scoprirlo insieme a me. Punto.

Alle prime pagine ho capito che avevo fatto bene a cedere. Derry è tornata a essere casa - con le sue strade, i suoi incubi, la sua luce strana di inizio estate. Come certi posti dell'infanzia che pensi di aver dimenticato e che invece ti aspettano esattamente dove li avevi lasciati.

Rileggerlo con lui, che lo apriva per la prima volta, è stata una delle esperienze di lettura più belle della mia vita.

Quindi, chi sono io senza i libri?

Non lo so ancora del tutto. Ma so che quella sera di ottobre, con la luce calda della piantana e Roby accanto, ho capito una cosa: i libri non sono la risposta a quella domanda. Sono il posto in cui continuo a cercarla.

Laura

Vinted, i prezzi e il collezionismo di libri: e no, non è tutto la stessa cosa

foto creata con IA

Speculare su un bestseller appena uscito e vendere una prima edizione rara a prezzo di mercato non sono la stessa cosa. Eppure il bookstagram sembra convinto del contrario.


C'è una cosa che ho imparato in questi anni da blogger: la community dei lettori è generosa, appassionata e capace di cose meravigliose. Ha anche, però, una tendenza particolare a indignarsi in modo orizzontale, cioè a trattare situazioni completamente diverse come se fossero la stessa cosa, con la stessa intensità, lo stesso tono da manifesto rivoluzionario. Il tutto nei commenti di un reel su Instagram, che è il posto più adatto per le rivoluzioni culturali del nostro tempo.

L'episodio di questo sport è quello a cui ho assistito qualche settimana fa e riguarda Vinted.

Partiamo dal problema vero, che esiste


Non mi piace essere ingiusta. Quindi diciamolo chiaramente: sì, su Vinted ci sono prezzi assurdi e la lamentela dei lettori ha una base concreta.

Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Philipp Wilms (pubblicato da Sellerio da meno di due mesi, disponibile in ogni libreria online e fisica, prezzo di copertina 28 euro) si trova su Vinted anche a 50 euro. Cinquanta. Non perché sia introvabile, non perché sia fuori catalogo da trent'anni. Ma perché è diventato virale su Instagram e qualcuno ha pensato bene di monetizzare la cosa.

Questo è opportunismo. È speculazione su un libro comune, reperibile, nuovo di zecca. È la stessa logica dei biglietti dei concerti rivenduti a tre volte il prezzo, solo applicata ai libri, il che è più triste perché i libri non ci si aspetta di trovarli al bagarinaggio. E chi compra a quelle cifre quando potrebbe ordinarlo normalmente... capisco, son soldi suoi, non mi permetterei di giudicare. Ma un po' mi fa venire voglia di mandargli una cartina con la sezione "librerie" di Google Maps evidenziata in giallo.

Fin qui, siamo d'accordo. Critica giusta, sdegno legittimo.

Poi però ho letto quel commento


Ed è qui che la cosa si complica.

Tra i post indignati ho trovato uno screenshot: una delle prime edizioni di It di Stephen King in vendita a 40 euro. E l'utente che scrive, con la sicurezza di chi non ha nessun dubbio su niente: "Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ecco. Mi sono fermata. Ho respirato. Ho anche contato mentalmente fino a dieci. Beh... fino a quattro: non sono mai stata un'atleta della pazienza!

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: ha di speciale che è una prima edizione. Una copia stampata in un numero limitato o in un anno preciso o in un preciso momento della storia editoriale di uno degli scrittori più letti al mondo. Non è "un libro che si trova anche su Amazon a 18 euro". È un altro tipo di oggetto. Appartiene a un'altra categoria. Paragonarli è come indignarsi perché una Fiat Punto del 1995 viene venduta a più di una Fiat Punto nuova dal concessionario. Le macchine sono due cose diverse. I libri, idem.

Quaranta euro per una prima edizione di It non è un furto. È un prezzo di mercato, forse basso, forse giusto, dipende dalle condizioni, dall'anno, dall'edizione specifica. Ma è un prezzo che ha una logica. Una logica che si chiama collezionismo e che esiste da molto prima che Vinted aprisse i battenti.
Piccolo segreto: quaranta euro per quell'edizione erano una grande occasione!

Cosa significa davvero collezionare libri


Io non sono una collezionista. Lo dico subito per onestà intellettuale. Compro libri per leggerli, non per averli. La mia libreria è un archivio di letture, non un museo.

Roby è un'altra storia. Lui è un collezionista nel senso vero del termine: conosce le edizioni, studia le tirature, sa riconoscere un'opera di pregio da una ristampa rilegata bene. Da anni si affida a un libraio antiquario di fiducia, uno di quelli che sanno davvero di cosa parlano.
L'ultimo acquisto, un lotto di prime edizioni dei romanzi di King che Roby mi ha regalato per la mia nota ossessione, mi ha fatto fare dei salti di gioia che non facevo dai tempi delle prime lezioni di danza! E sì, quelle prime edizioni non costano come le copie in commercio. Costano di più perché valgono di più. Non sul mercato astratto della domanda e dell'offerta. Su quello molto concreto della storia, della rarità, dell'oggetto che non si può riprodurre.

Tenere in mano una prima edizione significa tenere qualcosa che ha una biografia. È passata per mani diverse, ha una data di nascita che non cambia. Non è sostituibile con una ristampa, anche se la ristampa contiene le stesse parole.

Questo è il collezionismo, non è follia. Non è snobismo. È una forma di rispetto per gli oggetti e per la storia che portano con sé. E si può non condividere, io per prima non l'ho praticato per anni, ma non capirlo non significa che sia sbagliato.

Il punto che nessuno sembra voglia capire


La questione di Vinted non è "i libri costano troppo". La questione è che esistono due mercati completamente diversi che vivono sulla stessa piattaforma e confonderli crea una conversazione che non porta da nessuna parte.

Il primo mercato è quello dei libri comuni rivenduti a prezzi gonfiati sull'onda del momento. Lì la critica ha senso. Lì chi vende specula e chi compra cade nella trappola. È un meccanismo che fa male alla cultura del libro perché trasforma la lettura in un accessorio di tendenza, qualcosa da avere perché è virale, non perché valga la pena leggerlo.

Il secondo mercato è quello del collezionismo antiquario, che ha regole sue, prezzi suoi e una storia che non comincia con l'avvento di Instagram. Lì i prezzi possono sembrare alti a chi non conosce il settore, ma raramente sono arbitrari. C'è una stima, c'è una valutazione, c'è un mercato di riferimento. Non è Vinted che li ha inventati.

Mettere insieme le due cose e chiamarle entrambe "prezzi esagerati" è come lamentarsi che i tartufi costino troppo perché le patate sono economiche. Sono tuberi, tecnicamente. Ma non sono la stessa cosa!

Una nota sul collezionismo di massa, che è un'altra cosa


C'è però un terzo fenomeno che merita due parole, perché è quello che trovo sinceramente più difficile da capire: il collezionismo di libri commerciali correnti. Le edizioni Adelphi, i Sellerio, i Calvino Einaudi degli anni Settanta trattati come pezzi pregiati non per la loro effettiva rarità ma per la loro estetica o per il brand che rappresentano.

Comprendo il desiderio di avere certi oggetti belli, comprendo l'amore per una copertina curata, per una carta di qualità, per una casa editrice con una storia. Ci mancherebbe. Ma quando un libro stampato in migliaia di copie, che si trova ancora in circolazione, che non ha nessuna rarità oggettiva, viene trattato come un pezzo da collezione solo perché porta un certo marchio, lì mi perdo un po'. Non lo giudico. Lo guardo con una certa curiosità benevola, come si guarda chi ordina lo stesso piatto ogni volta che va al ristorante perché "è quello che mi piace": va benissimo, ma non è esattamente un'avventura gastronomica.

Il collezionismo ha senso quando l'oggetto ha una rarità reale. Quando quella rarità è costruita solo sul desiderio collettivo, diventa qualcos'altro. Non so esattamente cosa. Forse solo un modo molto costoso di arredare una libreria.

Quindi, ricapitolando...


Speculare su un bestseller uscito due mesi fa e venderlo a prezzo doppio è sbagliato. Vendere una prima edizione rara al prezzo di mercato è corretto. Indignarsi per entrambe le cose allo stesso modo è il segno che manca un pezzo di informazione. Quel pezzo si chiama contesto.

Il bookstagram fa cose bellissime: avvicina le persone ai libri, crea conversazioni, tiene viva una comunità che altrimenti faticherebbe a trovarsi. Ma ogni tanto - e lo dico con tutto l'affetto che si deve a qualcosa che amo - prende una posizione su una cosa che non conosce abbastanza e lo fa con una sicurezza che sarebbe più comoda se fosse accompagnata da un minimo di documentazione.

"Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ha di speciale che tu non lo sai. E saperlo, prima di commentare, avrebbe reso tutti più felici. Me compresa!

Laura

La Libridinosa manda a quel paese chi recensisce e poi dice: "È solo la mia opinione"

Libro aperto con uva e fichi su sfondo autunnale, con il testo: è la mia opinione, senza il solo
Settembre.
Il mese del rientro. Il mese in cui si torna alla routine, si riapre il diario di lettura, si tornano a seguire a pieno ritmo i propri account preferiti sui social, si leggono le recensioni.

Le recensioni. Quelle belle, quelle brutte, quelle entusiaste, le stroncature colossali. Quelle che ti fanno aggiungere un libro all'infinita lista dei libri da comprare e quelle che te lo fanno debellare con un colpo di matita - o un click del mouse - talmente veloce da poter entrare nel Guinness dei primati!

Ecco, fermiamoci qui. Su quel gesto. Su quel momento preciso in cui tu leggi una recensione negativa, la trovi convincente e scrivi nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."
Perché quello che succede dopo - QUELLO CHE SUCCEDE DOPO mi fa venire voglia di sbattere la testa al muro!

Quello che succede dopo è che il recensore risponde: "Ma è solo la miaaaa opinioooooneeeee."

Sedetevi - dai su, lo sapete che a questo punto vi chiedo sempre di sedervi! Ho delle cose da dire - e sapete pure questo!

Prima questione: perché pubblichi una recensione


Voglio che ci fermiamo sulla domanda fondamentale, la domanda delle domande, l'annosa questione dei blogger e affini, quella che apparentemente nessuno si pone prima di aprire un'app o una pagina del browser e iniziare a scrivere.

Perché pubblichi una recensione?

Non è una domanda retorica, stelline di zia! È una domanda vera, con una risposta vera e voglio che ci pensiate prima di andare avanti.

La pubblicate perché vi pagano? No. Lo fate perché ve l'ha chiesto il ragazzo che vi piace? Nemmeno. Pubblicate una recensione perché avete letto un libro e volete condividere quello che ne pensate. Fin qui siamo tutti d'accordo, direi che possiamo andare avanti. Ma condividere con chi? Con la nonna? Con la zia, la cugina, la vicina di casa? No. 

Condividere con le persone che vi seguono, con le persone che leggono quello che scrivete. Con le persone che - carine loro - leggendovi, potrebbero farsi un'idea su quel libro; un'idea che non avevano prima o che avevano già e che voi confermate o smentite.

In una parola sola: condividere per influenzare.

Chi mi conosce sa quanto io detesti questa parola, ma facciamocene una ragione. 
Non è una parola brutta, ve lo dice zia Libbri! Influenzare (etciù!) - nel senso letterale, etimologico, pulito del termine - significa far scorrere qualcosa verso qualcuno... Possiamo fare in modo di non fare scorrere muco, per favore? Grazie!
Ergo, influenzare è sinonimo di far arrivare una prospettiva, offrire un punto di vista che l'altro può accettare o rifiutare.
Non serve l'aspirina, non dovrete mettere su il brodo di pollo, state tranquilli!

È quello che fa la critica letteraria. È quello che fa il consiglio di lettura, è quello che fa qualsiasi persona che parli di libri in pubblico, dal 1400 a oggi.

Se non volete trasmettere germi a nessuno, scrivete sul vostro diario. Tenete un file di note sul telefono, chiamate la nonna e raccontate a lei ciò che avete letto, parlatene con il vostro cane - le mie mi ascoltano sempre con grande interesse!

Seconda questione: cosa significa che qualcuno vi ringrazia


Torniamo alla scena del crimine, vi va?

Voi pubblicate una recensione negativa - e già questa cosa ha del miracoloso, visti i tempi che corrono! Diciamo che il libro non vi è piaciuto per vari motivi. Diciamo che avete argomentato - bene o male, non importa - il vostro giudizio.

Qualcuno legge, ci pensa e scrive nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."

Questo è il momento del successo. Questo è esattamente il motivo per cui avete pubblicato la recensione. Qualcuno vi ha letti, si è fidato di voi,  ha preso una decisione basandosi su quello che avete scritto.

Avete spostato dei germi influenzato qualcuno, ce l'avete fatta! E senza neanche attaccargli due linee di febbre.

E voi cosa fate? Vi smarcate. VI SMARCATE?

"Ma è solo la mia opiniooooone. Magari a te piacerà."
"Non prendere la mia parola per oro colato."
"Ognuno ha i suoi gusti!"

Voglio capire. Voglio davvero capire.

Avete appena ottenuto quello che cercavate - qualcuno che vi legge, vi considera affidabili, agisce di conseguenza - e la vostra reazione è quella di rimettere tutto in discussione? PERCHÉ?

Avete trascorso un'ora, forse di più, a scrivere quella recensione - PERCHÉ? - Avete scelto le parole, argomentato, pubblicato e aspettato i commenti. PERCHÉ?

E quando arriva il commento che dimostra che qualcuno vi ha presi sul serio, voi rispondete che forse non bisognava prendervi sul serio? PERCHÉ? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?

Terza questione: lo scudo dell'opinione


Perché succede questa cosa? Perché il recensore si smarca? PERCHÉ? 

Ho una teoria. Una teoria sola, semplice, che non richiede particolari strumenti di analisi: vi ricattano. Vi hanno rapito la famiglia e la tengono in ostaggio. Vi hanno minacciati di far sparire tutti i vostri libri. È per questo che lo fate, vero? Ah no (leggere con la faccia meme di Salvini)?

Allora la risposta è solo una: paura.

Paura di essere responsabili, paura che l'autore vi scopra e venga a bucarvi le gomme dell'auto sotto casa. Paura che le persone a cui quel libro è piaciuto, vi attacchino a muso duro tacciandovi di "non-aver-capito-una-beata-minchia-di-quel-capolavoro" (che è quello che penso io, ad esempio, quando vedo recensioni negative di "It").

E allora si costruisce lo scudo: "È solo la mia opinione" non è una dichiarazione di umiltà, gente. È una clausola di non responsabilità, il modo per avere il meglio di entrambi i mondi: l'engagement della recensione forte e la sicurezza della via d'uscita.

Volete che la gente vi legga, vi segua, vi commenti, vi condivida. Volete che la vostra voce abbia peso. Ma quando vedete il peso, avete orrore della bilancia e pensate alla dieta!

Non funziona così. O avete un'opinione e la difendete oppure non la pubblicate.
Non esiste la via di mezzo del "Ho un'opinione fortissima, ma non sono responsabile di niente."

Quarta questione: il lettore che ringrazia


E poi c'è l'altra faccia di questa storia, quella che mi sta altrettanto a cuore.

Il lettore che ha scritto "Grazie, lo depenno dalla lista." - e mi sta a cuore perché spesso io sono stata quel lettore.

Quel lettore ha fatto una cosa bellissima: ha letto,  ha considerato, ha deciso. Ha usato la recensione che avete scritto esattamente per quello per cui esiste. Ha trattato il recensore come una voce credibile, degna di essere ascoltata.

E in risposta si è sentito dire che forse non doveva fidarsi così tanto.

Questa cosa è scortese. Non lo dico per drammatizzare - lo dico perché è la parola giusta. È scortese nei confronti di chi ti ha letto con attenzione. È come dire a qualcuno "ti ho dato un consiglio, ma poi fa come ti pare che sia mai io ti rovini la vita!" - il che solleva la domanda: perché darlo, allora?

Quello che invece si può fare


Non voglio che questo pezzo sembri una condanna senza appello. Non è questo il punto.
Il punto è che esistono modi onesti per gestire l'incertezza di un'opinione pubblica.

Potete scrivere "questa è la mia esperienza con questo libro, la vostra potrebbe essere diversa" - dentro la recensione, non nei commenti dopo che qualcuno ha già preso una decisione.

Potete specificare che certi elementi che non vi sono piaciuti, potrebbero funzionare per altri tipi di lettori. Potete, semplicemente, scrivere recensioni più sfumate - che poi è quello che distingue la critica dalla stroncatura di pancia.

Quello che non potete fare - proprio no! - è pubblicare una recensione netta, raccogliere l'engagement di una recensione netta e poi smarcarvi dall'effetto di una recensione netta.

La coerenza ha un costo. Il costo si chiama responsabilità.

Conclusione, con sopracciglio invariato


Quindi no, mi spiace, non ho simpatia per lo scudo dell'opinione: un'opinione pubblicata è un atto pubblico, ha un peso, ha conseguenze.
E chi la pubblica deve essere disposto a starci dentro - fino in fondo, con tutto quello che comporta.

Io ho scritto di libri che ho amato e di libri che non mi sono piaciuti per niente, di autori che adoro e di altri che non fanno per me. E quando qualcuno mi ha ringraziata, dicendo che avrebbe tolto quel libro dalla lista, ho risposto: "Sono qui per questo."

Non: "ma è solo la mia opinioooone."

Perché non è solo la mia opinione.
È la mia opinione. Senza il "solo".

È quella differenza è tutto.

Laura

La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

Le recensioni negative fanno paura. Ma la colpa non è dei libri


Sull'ennesima polemica Instagram che divide i booklovers e sul perché la vera fedeltà è verso chi legge e non verso chi pubblica


C'è una cosa che ho imparato in tredici anni di blog: quando scrivi qualcosa che non piace a qualcuno, quella persona non te lo dice in privato. No no! Viene a dirtelo in pubblico, sotto al post, con la stessa energia di chi ha aspettato l'autobus per quaranta minuti sotto al sole cocente di agosto e finalmente si siede accanto a qualcuno con cui sfogarsi.

È successo qualche giorno fa. Ho pubblicato la mia recensione de La portinaia del 17, un libro che non mi è piaciuto. Non tiepidamente, non con riserva. Proprio non mi è piaciuto. L'ho scritto, come faccio sempre, senza finzioni e senza il cuscinetto di eufemismi che ormai è diventato il vocabolario ufficiale del bookstagram italiano.

E qualcuno, puntuale come un Apple Watch con il vizio della lite, è venuto a commentare per dirmi che pubblico solo recensioni negative, che stronco tutto, che sono negativa io stessa. Che forse dovrei scegliere libri migliori, addirittura mi ha chiesto perché io continui a leggere dato che non mi piace nulla. La cosa straordinaria è che non stava parlando con me: stava recitando, per un pubblico immaginario che avrebbe dovuto darle ragione. Per fortuna, quel pubblico ha risposto nel modo sbagliato... ma sbagliato per lei! Molte lettrici hanno detto la cosa ovvia: le recensioni negative vanno pubblicate. I lettori hanno diritto di sapere.

Ma questa storia non è nuova. È l'ennesima puntata di una serie che va avanti da anni e forse vale la pena parlarne (ancora) con calma - o con l'ironia che merita, che poi è la stessa cosa.

Il problema non è chi scrive recensioni negative. È chi non le scrive.


Proviamo a fare un giro su Instagram in una qualsiasi mattina: libri meravigliosi, imperdibili, che hanno cambiato la vita di chi li ha letti, commosso, emozionato, illuminato più di questo sole di agosto che ci sta bruciando tutti! Scrittori strabilianti, penne straordinarie, storie che restano nel cuore, "ommioddio ommioddio ho trovato il libro della vita" ripetuto ogni cinque libri. Ogni libro è un capolavoro. Ogni lettura è un'esperienza straordinaria.

Ora: siete sicuri che tutti i libri pubblicati in Italia ogni anno siano davvero capolavori? Perché io qualche dubbio lo ho!

Il mercato editoriale italiano sforna titoli a un ritmo che neanche io con le pizze in pieno lockdown. In questo contesto, noi bookqualcosa dovremmo fare una cosa precisa: aiutare i lettori a orientarsi. Invece, spesso, funzioniamo come una vetrina dove tutti i manichini sembrano bellissimi e si esce dal negozio con tre borse e zero pentimenti. Fino a quando si arriva a casa e ci si rende conto che non ci sta bene niente.

La recensione negativa non è un atto di cattiveria, ma di rispetto verso chi sta per spendere venti e più euro e alcune ore della propria vita. Verso chi si fida di noi perché ogni tanto diciamo anche che qualcosa non ha funzionato.

L'amico che dice sempre sì non è un amico


C'è un tipo di persona che tutti conosciamo: quella che non ti dice mai una cosa scomoda, che trova sempre il lato positivo. Che quando le mostri un nuovo taglio di capelli discutibile, risponde "stai benissimo" con la stessa convinzione con cui direbbe "certo che stai bene" se le mostrassi un referto medico allarmante.

All'inizio sembra una persona meravigliosa. Poi capisci che in realtà non ti sta parlando, sta solo riflettendo le tue insicurezze su uno schermo compiacente.

Il bookqualcosa che dice sempre sì funziona esattamente così. È rassicurante, carino, fa sentire tutti al sicuro, ma non ti è utile. Non ti dice quando un libro ha un secondo atto che crolla o quando i personaggi sono piatti come tovaglioli di carta, quando la prosa è così gonfia da rallentare qualsiasi ritmo narrativo. Non ti dice niente di tutto questo perché ha paura. O peggio, perché ha qualcosa da perdere.

E qui arriviamo al punto vero.

Le case editrici, le collaborazioni e l'elefante nella stanza


Diciamolo chiaramente e senza giri di parole: una parte consistente del silenzio sulle recensioni negative dipende dalle collaborazioni con le case editrici. Non è un segreto, non è nemmeno una colpa, in astratto - lavorare con i propri canali professionali è legittimo.
Il problema è quando quella collaborazione smette di essere un accordo professionale e diventa un vincolo invisibile che cambia quello che scrivi o, meglio, quello che non scrivi più.

Io non collaboro più da tempo - salvo casi veramente eccezionali e, spesso, mi interfaccio direttamente con gli autori. Ho ricevuto libri da uffici stampa per anni e ho scritto recensioni negative di libri ricevuti in questo modo, perché la mia fedeltà non è mai stata verso chi mi ha mandato il libro, ma verso chi mi legge. Se questo mi ha fatto perdere qualche rapporto - e sì, me ne ha fatti perdere - pazienza! Ho dormito bene lo stesso, anzi ho dormito anche meglio!

Non sto dicendo che tutti debbano fare come me. Ognuno gestisce il proprio lavoro con i propri criteri, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere di non recensire un libro che non ti è piaciuto - il che è legittimo - e recensirlo fingendo che ti sia piaciuto. La prima è una scelta editoriale, la seconda è una paraculata. E una paraculata rimane una paraculata!

La critica letteraria non è il servizio di pubbliche relazioni dell'editoria


Uno degli argomenti che sento più spesso a difesa del "parliamo solo bene" è che criticare un libro significa criticare il lavoro di persone reali. L'autore, l'editor, il grafico, il team marketing. Persone che ci hanno messo mesi, anni, a volte una vita intera.

È vero. Ed è vero anche che chi scrive merita rispetto, sempre. Una stroncatura che attacca la persona anziché il testo è sbagliata, punto. Ma recensire un libro non significa recensire l'autore come essere umano. Significa mettere in relazione quel testo con il lettore, con onestà.

La critica letteraria esiste da secoli proprio perché qualcuno ha deciso che era necessario dire: questo funziona, questo non funziona ed ecco perché. Sono stati criticati Manzoni, Svevo, Buzzati - scrittori che oggi consideriamo pilastri. Non per questo sono diventati meno bravi, anzi...

Se ogni recensione fosse un abbraccio, la critica letteraria non sarebbe mai esistita. E la letteratura, probabilmente, sarebbe molto più piatta di quello che è.

Cosa vuol dire amare davvero i libri


Quando le persone vengono a dirmi che sono troppo severa o che stronco tutto, mi fermo sempre un attimo a pensare. Non perché mi metta in dubbio - davvero, non potete pensare che io lo faccia - ma perché trovo interessante la premessa implicita: amare i libri significherebbe trovarli tutti belli.

Ma io ho una biblioteca di oltre mille volumi letti. So cosa significa un libro che ti cambia qualcosa dentro, conosco la differenza tra una storia che resta e una che evapora nel giro di una settimana. Ho quella sensazione fisica - sì, fisica - di un romanzo che funziona davvero: qualcosa che si stringe nello stomaco verso pagina trenta e non ti molla più.

Quando un libro non mi dà questo, lo dico. Non perché voglia fare la difficile, ma perché ho rispetto per quella sensazione e non voglio svilirla fingendo che si prova con qualsiasi cosa.

Amare i libri non significa essere indulgente con tutti. Significa sapere cosa vuol dire quando uno è davvero buono e quindi saper riconoscere quando uno non lo è.

Una cosa, alla fine


C'è un'ultima cosa che voglio dire a chi mi ha accusata di pubblicare solo recensioni negative e a chiunque pensi che la generosità consista nel tacere quando qualcosa non funziona.

Pensate all'amico più onesto che avete, quello che vi ha detto una volta una cosa scomoda, che sul momento vi ha fatto male e che poi avete capito avere ragione. Quell'amico vi vuole bene davvero.

Poi pensate a chi vi dice sempre che state benissimo.

Ecco, il libro che merita il vostro tempo non ha bisogno di essere protetto dalla mia recensione. Ha bisogno di trovare chi lo legge davvero. E io, da tredici anni, sto cercando di fare esattamente questo. 

Non recensisco libri, faccio da specchio ai lettori. E gli specchi non mentono - semmai non piacciono.

Laura

Perché il romance mi respinge (e perché Il Conte di Montecristo no)


Allora, mettiamoci comode perché devo raccontarvi di quella volta in cui ho chiuso un libro con una violenza che normalmente riservo solo ai vasetti di marmellata che non si aprono.

Stavo leggendo il sesto volume di Bridgerton. Francesca, per chi non mastica la saga come fosse pane quotidiano, è quella timida, quella musicale, quella che sembra la più sensata di tutta la famiglia. E infatti, per cinque libri ho pensato: ecco, finalmente uno di questi otto fratelli mi sorprenderà. Macché! Eccola lì, sul prato di casa della madre, con il marito Michael, in una scena descritta con un dettaglio che definire "minuzioso" è fargli un complimento. E mentre i due si danno parecchio da fare nell'erba inglese del diciannovesimo secolo, capisci, da certi segnali narrativi che non sto qui a spiegarvi perché siamo tutte adulte, che Francesca rimarrà incinta. Lì. Su quel prato. In quel preciso momento.

Ho chiuso il libro con un gesto che definire "poco elegante" è essere clemente con me stessa.

E non perché sia bigotta, sia chiaro: il problema non è il prato né quello che ci succede sopra. Il problema è che lo sapevo già. Lo sapevo da pagina dieci. Lo sapevo, diciamocelo, da quando ho scelto di leggere un romance.

Il patto che non voglio firmare


Io leggo per essere sorpresa. È l'unica clausola del mio contratto con un libro, qualunque sia il genere: thriller, narrativa, romanzo storico, non importa. Voglio che l'autore mi prenda per mano, mi indichi una direzione con sicurezza assoluta e poi, proprio mentre penso di aver capito tutto, mi tiri via il tappeto da sotto i piedi. Voglio arrivare all'ultima pagina essendo una persona diversa da quella che aveva iniziato il libro. Magari arrabbiata. Va benissimo arrabbiata. L'importante è che qualcosa, dentro, si sia mosso.

Il romance, invece, mi propone un patto opposto. Un patto che suona più o meno così: "Cara lettrice, ti garantisco che non succederà nulla che tu non possa prevedere fin dalla copertina." Due protagonisti, generalmente belli come dei e nuotanti nell'oro, che si detestano per trenta pagine con una violenza degna della faida tra Montecchi e Capuleti, salvo poi innamorarsi perdutamente entro il capitolo otto e vivere, manco a dirlo, felici e contenti. Fine. Sipario. Tutti a casa.

E qui qualcuno, giustamente, mi fermerà: e Jane Austen allora? Anche lei scriveva di nemici che si innamoravano, di matrimonio e lieto fine assicurato. Verissimo! Niente uomini palestrati, certo, ma il meccanismo è quello. E qui devo essere onesta, perché odiare per partito preso non fa per me: il problema non è il genere romance in sé, è quando diventa un copione fotocopiato all'infinito, con personaggi creati con lo stampino dei biscotti, dove cambi i nomi, ma la forma resta identica.

Ma io capisco, eh


Lasciatemi essere indulgente per un momento, prima di tornare cattiva: capisco perché si legga romance. Capisco benissimo chi cerca un libro che non faccia paura. Niente sofferenza, niente lutto, niente colpi di scena che ti tengono sveglia la notte a chiederti come vada a finire. Solo la certezza, dalla prima all'ultima pagina, che andrà tutto bene. A volte ne ho bisogno anche io, diciamolo: prendo in mano un Andrea Vitali o una Fannie Flagg quando voglio staccare la spina, quando i pensieri sono troppi e voglio solo leggerezza.

Ma c'è una differenza enorme e qui sta tutto il punto: quella leggerezza mi lascia comunque qualcosa addosso. Un personaggio che mi resta in testa, una frase che mi torna in mente la settimana dopo, un piccolo sussulto che non avevo previsto. Il romance da copia carbone, invece, lo chiudi e non te ne ricordi più e non perché sia leggero, ma perché è vuoto, identico a mille altri che hai letto prima di quello.

Quindi, cosa porta a casa una lettrice seriale di romance? Cosa cresce in lei, cosa cambia, cosa resta? Io una risposta non ce l'ho e non perché non voglia trovarla: è che, semplicemente, non c'è.

Il verdetto


Quindi io vi dico la mia e poi sipario per davvero: nessun romance varcherà mai più la soglia di casa nostra. Non verrà sfiorato dalle nostre mani, non sarà guardato dai nostri occhi, non avrà accesso alla nostra libreria, che è un luogo sacro riservato a chi ha il coraggio di sorprendermi.

Volete il romanzo che fa esattamente quello che chiedo a un libro? Prendete Il Conte di Montecristo. Lì sì che l'autore ti cambia le carte in tavola ogni cinquanta pagine, lì sì che non sai mai cosa ti aspetta dietro l'angolo, lì sì che chiudi il libro diversa da come l'hai aperto. Altro che prati inglesi e gravidanze telefonate!

Io la sorpresa la voglio sempre. Anche a costo di chiudere un libro con un tonfo poco elegante. Anzi, soprattutto per quello.

Laura

Separare l'autore dall'opera: è giusto leggere libri di scrittori controversi?

Separare l'opera dall'autore: è possibile?


C'è una domanda che negli ultimi tempi torna puntuale ogni volta che uno scrittore finisce al centro di una polemica: si può separare l'opera dall'autore?

Erri De Luca divide per le sue prese di posizione sul Medio Oriente, Michele Mari è finito nella bufera per alcune parole su Michela Murgia, J. K. Rowling è ormai il simbolo mondiale di questo dibattito.

Ogni volta la domanda è la stessa: continuiamo a leggere i loro libri o no?
La mia risposta è semplice: dipende. E, soprattutto, dipende da noi. Io, per esempio, non riesco quasi mai a separare l'opera dall'autore. Non è una scelta razionale, è il modo in cui vivo la lettura.

Quando leggo un romanzo, entro nella testa di qualcuno per giorni, mi affido alla sua voce. E se quella stessa persona, fuori dal libro, esprime idee che sento profondamente lontane dalle mie, quel rapporto di fiducia si incrina.
Per questo, a volte, scelgo di non comprare un libro. No, non è censura. È semplicemente decidere come spendere i propri soldi.

Quando conoscere uno scrittore cambia il nostro modo di leggere


Ogni libro acquistato è anche un sostegno economico a chi lo ha scritto. Sapere a chi va quel sostegno è un diritto del lettore, non un dovere morale. Naturalmente esistono casi più complicati.

Ogni volta che si affronta questo tema, saltano fuori gli stessi nomi: Céline, Pound, Heidegger. Autori enormi, che hanno lasciato opere fondamentali nonostante idee politiche o morali difficili, quando non apertamente ripugnanti.
Che facciamo? Li cancelliamo? Io no.
La storia della letteratura non si riscrive. Quelle opere esistono, hanno avuto un peso enorme e sarebbe intellettualmente disonesto fingere il contrario. Ma questo non significa che io debba comprarle oggi con entusiasmo o consigliarle senza raccontare anche chi fossero i loro autori.

La differenza rispetto al passato è enorme. Oggi sappiamo tutto e lo sappiamo in tempo reale. Gli scrittori non parlano solo attraverso i romanzi: parlano sui social, nelle interviste, nei festival, nei podcast.
Ed è inevitabile che tutto questo influenzi anche il modo in cui li leggiamo.

Erri De Luca e la coerenza tra autore e persona

Prendiamo Erri De Luca.
Ha costruito la propria immagine pubblica sull'idea di una perfetta coerenza tra parola e azione. Le sue opinioni, quindi, non sono un dettaglio: fanno parte del personaggio pubblico che lui stesso ha costruito.

J. K. Rowling e il peso della nostalgia

J. K. Rowling è un caso diverso.
Per molti Harry Potter non è soltanto una saga: è un pezzo di vita. Separare quei libri dalla loro autrice significa mettere in discussione anche ricordi, affetti e nostalgia. 
Lo capisco perfettamente.
Io, però, non ho mai avuto quel legame emotivo e probabilmente questo rende la mia scelta più semplice.

Michele Mari e il confine tra pubblico e privato

Il caso di Michele Mari è ancora diverso.
Qui si intrecciano almeno due questioni: ciò che è stato detto e il fatto che quelle parole provenissero da una conversazione privata poi resa pubblica.
Sono piani diversi e spesso vengono confusi. 

Gli scrittori devono essere anche un esempio morale?


Ma, alla fine, il punto per me non cambia. Non mi interessa distribuire patenti morali agli scrittori, non pretendo che siano santi, pretendo soltanto di poter scegliere. 

C'è però un aspetto che trovo curioso: agli scrittori chiediamo sempre qualcosa in più rispetto ad altri artisti. Forse perché leggere è un'esperienza profondamente intima. Per ore viviamo dentro la voce di una persona e quella voce, inevitabilmente, finisce per sembrarci familiare.
Ed è proprio per questo che, quando scopriamo idee che ci respingono, la delusione è diversa. Più personale, più difficile da ignorare.
Non perché gli autori non debbano avere opinioni, ma perché avere un'opinione non significa necessariamente doverla condividere con il mondo intero.

Il diritto di scegliere cosa leggere


Alla fine, però, non credo esista una risposta giusta: c'è chi riesce davvero a separare autore e opera e chi preferisce non sapere nulla della vita degli scrittori.

E poi ci sono io. Io voglio sapere. E, sapendo, qualche volta decido di passare oltre.
Senza boicottaggi, senza campagne social, senza indignazione da esibire. Semplicemente scegliendo un altro libro.
Perché, in fondo, la libertà più grande che abbiamo come lettori è proprio questa: decidere chi far entrare nella nostra libreria.

Laura

La Libridinosa manda a quel paese chi si lamenta che le sue recensioni non funzionano sui social


Luglio.

Caldo. Afa. E sui social - puntuale come l'anticiclone africano - il lamento.

"Ho pubblicato una recensione e non l'ha vista nessuno."
"L'algoritmo penalizza i contenuti lunghi."
"Ho scritto duemila parole su questo libro e ho fatto tredici like."
"Non capisco, il contenuto era ottimo."

Fermi.
Tutti fermi.

Respiro.

Prima questione: cos'è una recensione


Voglio che ci mettiamo d'accordo su una cosa prima di procedere, perché ho l'impressione che ci sia una piccola grande confusione terminologica che sta alla base di tutto il problema.

Una recensione è un testo critico: ha una tesi, argomenta, analizza lo stile, la struttura, i personaggi, le scelte narrative dell'autore. Mette il libro in un contesto. Esprime un giudizio motivato - non un'emozione, un giudizio - e lo difende con strumenti letterari.

Una recensione è una cosa difficile da scrivere bene. Ci vuole tempo, competenza e una certa dose di coraggio intellettuale, perché significa esporsi con un'opinione che qualcuno potrebbe non condividere.

Ora... Quello che vedo nel Bookstagram e nel BookTok - e lo dico con tutto l'affetto del mondo, giuro, affetto vero - non è sempre una recensione.

È spesso qualcos'altro.

È "questo libro mi ha distrutta."
È "non riuscivo a smettere di piangere."
È "cinque stelle perché il protagonista mi ha guardata negli occhi attraverso le pagine."
È la foto del libro accanto a una candela con scritto sopra "atmosfera autunnale" in corsivo.

Queste sono cose bellissime, per carità. Sono testimonianze, reazioni, sono la prova che un libro ha toccato qualcosa in una persona reale e questo ha un valore enorme.

Ma non sono recensioni.

E se non sono recensioni, il problema del reach non è un problema dell'algoritmo.

Seconda questione: l'algoritmo


Ah, l'algoritmo.

Il grande nemico. Il mostro invisibile. Il responsabile di tutto - del reach basso, della scarsa visibilità, del fatto che quel contenuto bellissimo che hai pubblicato alle undici di martedì sera non l'ha visto quasi nessuno.

Posso dirvi una cosa sull'algoritmo?
Non sa leggere!

L'algoritmo non sa se la tua recensione è brillante o mediocre, profonda o superficiale, originale o la copia carbone di altre duemila recensioni dello stesso libro pubblicate la stessa settimana. L'algoritmo sa solo se le persone si fermano, guardano, interagiscono, restano.

E le persone si fermano su quello che le colpisce.

Quindi, quando dici "l'algoritmo penalizza i contenuti lunghi", quello che stai dicendo in realtà è "le persone non si sono fermate abbastanza a leggere quello che ho scritto". E questa è un'informazione preziosa - molto più preziosa della colpa scaricata su un sistema informatico che, ribadisco, non sa leggere.

L'algoritmo non ce l'ha con te.
L'algoritmo è indifferente.

E l'indifferenza, credetemi, è molto più istruttiva dell'ostilità.

Terza questione: il contenuto ottimo


"Il contenuto era ottimo."

Questa mi fa impazzire. Mi fa impazzire con tenerezza, sia chiaro - non con cattiveria - ma mi fa impazzire.

Chi ha stabilito che il contenuto era ottimo? Tu!

Hai scritto il contenuto, hai deciso che era ottimo, l'hai pubblicato e quando il pubblico non ha confermato la tua valutazione, hai concluso che il problema era altrove.

Ora, esiste la possibilità - remota, improbabile, quasi fantascientifica - che il contenuto non fosse ottimo?
Che fosse, che so, nella media? Discreto? Buono ma non indimenticabile? Uno dei duemila contenuti identici pubblicati quella settimana sullo stesso libro con la stessa copertina fotografata dallo stesso angolo con la stessa tazza di tè a fianco? 

Io scrivo di libri da tredici anni. Tredici. Ho una laurea in umiltà conseguita sul campo, pagata a caro prezzo in termini di traffico, commenti e domeniche passate a chiedermi perché un pezzo sul quale avevo lavorato una settimana aveva fatto meno click di una foto di Vani che dormiva sul divano.

E la risposta, quasi sempre, era una sola: potevo fare di meglio.

Non l'algoritmo, non il giorno o l'ora sbagliati.

Io. Potevo fare di meglio.

Quarta questione: BookTok, Bookstagram e il grande equivoco


Parliamoci chiaro una volta per tutte.

BookTok e Bookstagram sono piattaforme di intrattenimento. Non sono riviste letterarie né supplementi culturali. Non sono luoghi dove il pubblico arriva con la matita in mano pronto ad approfondire.

Sono luoghi dove le persone scorrono veloce, cercando qualcosa che le fermi e se le fermi hai venti secondi - forse trenta se hai fatto qualcosa di davvero interessante - per convincerle a restare.

In venti secondi non si fa letteratura, si fa comunicazione.

E la comunicazione ha regole diverse dalla letteratura. Ha regole diverse dalla critica e dalla recensione classica.

Questo non significa che su queste piattaforme non si possa dire nulla di intelligente - si può, eccome. Significa che bisogna imparare il linguaggio del mezzo e capire come funziona prima di lamentarsi che non funziona.

Chi va su BookTok aspettandosi di fare la stessa cosa che farebbe su un blog e ottenere gli stessi risultati, sta confondendo uno Spritz con un Barolo. Sono entrambe bevande. Finisce lì.

Quindi


Se la tua recensione non ha reach, ci sono esattamente tre possibilità.

Prima possibilità: non è una recensione, è una reazione emotiva. Le reazioni emotive funzionano benissimo sui social - ma funzionano in un altro modo, con un altro linguaggio, con un'altra strategia. Imparala.

Seconda possibilità: è una recensione, ma è uguale ad altre duemila recensioni dello stesso libro. Il problema non è l'algoritmo. È la differenziazione. Cosa dici tu che non dice nessun altro? Perché dovrei fermarmi sul tuo contenuto e non su quello di qualcun altro?

Terza possibilità: è una recensione ottima, originale, ben scritta e semplicemente non ha ancora trovato il suo pubblico. Questo succede. Succede ai blog, succede ai libri, succede agli articoli di critica letteraria pubblicati su testate serissime. Il buon contenuto non garantisce visibilità immediata. Garantisce, nel tempo, una reputazione. E la reputazione vale più dell'algoritmo.

In tutti e tre i casi, la soluzione non è lamentarsi.
La soluzione è lavorare.

Conclusione, con affetto invariato


Quindi no.

Non ho simpatia per il lamento sul reach. Non perché sia insensibile - sono sensibilissima, chiedetelo a chiunque mi conosca davvero - ma perché il lamento sul reach è energia sprecata che potrebbe andare a migliorare il contenuto successivo.

Su questo blog scrivo di libri da tredici anni. Non ho smesso quando i numeri erano più bassi, non ho mai pensato che il problema fosse l'algoritmo. Ho pensato, ogni volta, che potevo fare meglio e ho provato a farlo.

E quando Vani che dorme sul divano fa più click della mia recensione su Strout, rido. E poi scrivo una recensione migliore.

Perché i libri lo meritano.
E voi che leggete, ancora di più!

Laura

Come si recensisce un libro nel 2026 senza diventare un'influencer di sé stessa


Ci sono polemiche che leggo con un certo distacco. Questa no. Perché quando Giunti ha presentato un avatar generato con l'intelligenza artificiale per lanciare un suo prossimo titolo e mezza community di lettori sui social si è indignata all'istante, io mi sono ritrovata a fare una cosa rara per me: stare zitta e ascoltare tutti prima di dire la mia.

Ora la dico. E la dico intera.

Riassunto delle puntate precedenti, per chi parla di libri ma non li legge


Giunti ha creato un avatar con l'AI per promuovere un libro in uscita. Non un illustratore digitale per la copertina, non un traduttore automatico per il testo: proprio una faccia, virtuale, che parla al posto di una persona in carne e ossa. Apriti cielo! Le bookinfluencer si sono sollevate in coro che neanche i gabbiani di Nemo: non è corretto - hanno starnazzato - non si può sostituire una persona con un avatar. Il tutto condito dal solito sottotesto, quello per cui le case editrici userebbero l'AI per risparmiare sui professionisti veri: illustratori, traduttori, editor... e questa è l'unica cosa giusta che hanno detto.

Fin qui la cronaca. Ora la parte in cui smetto di fare la "giornalista" e comincio a fare quello che sono davvero: una lettrice che non ha peli sulla lingua.

Mi schiero. Ma solo a metà e non per vigliaccheria


Sull'intelligenza artificiale usata per illustrare copertine o tradurre romanzi, io sto dalla parte di chi protesta. Punto. Esistono illustratori capaci di regalare a un libro un'identità visiva che nessun prompt saprà mai replicare ed esistono traduttori che passano mesi a scegliere una sola parola. Sostituirli con un algoritmo non è innovazione, è un modo elegante per non pagare qualcuno che meriterebbe di essere pagato.

Ma il caso dell'avatar promozionale è un'altra storia e trattarlo come se fosse la stessa cosa è pigrizia intellettuale. Una casa editrice che sceglie di usare un volto virtuale per presentare un libro sta facendo una scelta di marketing, discutibile quanto si vuole, ma sua. Nessuno ha tolto lavoro a un editor per farlo, nessun traduttore ha perso una commessa. È un testimonial, non un mestiere rubato.

Diciamocela tutta: la vera paura non è l'autenticità


E qui arrivo al punto che nessuno, tra le indignate di professione, ha avuto il coraggio di scrivere.

La sollevazione contro gli avatar non nasce da un principio, ma da un timore molto più prosaico: che un giorno le case editrici scoprano di non aver più bisogno di spedire copie omaggio a nessuno, perché un avatar non chiede né la copia né di essere invitato all'evento. La retorica sull'autenticità è un vestito buono cucito addosso a una paura molto meno nobile: perdere il posto nella lista degli invii gratuiti.

E se vogliamo essere davvero oneste fino in fondo, c'è una domanda che dovremmo farci tutte, prima di scandalizzarci: perché le parole pronunciate da questi avatar suonano, parola per parola, identiche a quelle di certe booktoker in carne e ossa? Se un algoritmo riesce a imitare perfettamente il tuo modo di parlare di un libro, forse il problema non è l'algoritmo!

Cosa significa ancora, oggi, dire la verità su un libro


Qui sta il cuore della faccenda ed è più semplice di quanto tutto questo rumore lasci intendere. Dire la verità su un libro non ha niente a che fare con chi o cosa la esprime, ma con il rischio che si corre. Un avatar non rischia niente. Non perde follower, non litiga con gli autori, non deve guardarsi allo specchio dopo aver scritto una recensione che non pensa davvero. Una persona sì.

Il problema del 2026, allora, non è l'intelligenza artificiale che finge di aver letto un libro, ma quante persone reali, per non perdere lo status, la copia omaggio, l'invito, hanno già imparato a scrivere come se fingessero anche loro.

Un algoritmo può recitare la parte di chi ha letto un romanzo. Il vero danno è che, da tempo, non è più l'unico a saperlo fare.

Laura

Contro il buonismo narrativo: l'editoria ci sta proteggendo da quello che la letteratura dovrebbe darci

 

Stavo leggendo un buon libro. Poi è arrivato il finale.


Conosci quella sensazione: stai leggendo un romanzo che funziona - tensione giusta, personaggi ambigui, qualcosa di vero che si accumula pagina dopo pagina. Non sai dove sta andando, ma senti che ci sta andando davvero. Che non si tirerà indietro.

Poi arriva il capitolo finale.

E tutti capiscono. Tutti perdonano. La figlia e la madre si abbracciano dopo vent'anni di silenzio, il personaggio che aveva vissuto nell'errore trova pace, qualcuno impara la lezione, qualcuno rinuncia all'orgoglio. La tensione che il romanzo aveva costruito con cura - quella tensione vera, scomoda, che assomigliava alla vita - si scioglie in tre pagine di rappacificazione universale.

Chiudi il libro, ti senti defraudata.

Non perché volessi una tragedia o perché tu abbia qualcosa contro la speranza o contro i finali che respirano. Ma perché quello che hai appena letto non era un finale onesto, era una resa. L'autore o l'autrice aveva costruito qualcosa di complesso e all'ultimo momento aveva deciso di non fidarsi né del libro né di te.

E la cosa peggiore è che non si tratta di un caso isolato, ma di una tendenza. Di qualcosa che nell'editoria contemporanea sta diventando, silenziosamente, uno standard.

Il libro-coperta e l'industria del conforto


Negli ultimi anni è emersa una categoria editoriale che non ha ancora un nome ufficiale, ma che chiunque frequenti le librerie riconosce a colpo d'occhio. Chiamiamola come vogliamo - letteratura del benessere, narrativa consolatoria, feel-good fiction - ma il meccanismo è sempre lo stesso: il libro come oggetto terapeutico. Il romanzo che ti abbraccia, la storia che ti lascia migliore di come ti ha trovata.

le copertine lo dichiarano già in quarta: una storia di rinascita, un viaggio verso la luce, una seconda possibilità. Il finale è annunciato prima che tu apra la prima pagina: non stai per leggere un romanzo, stai per acquistare una promessa di sollievo.

Non è un fenomeno marginale. È il cuore del mercato librario contemporaneo, almeno in quella fascia di narrativa accessibile, da classificare a regalo. I libri che vendono di più sono spesso quelli che rassicurano di più. E l'editoria, che è un'industria come le altre, ha imparato la lezione e la ripete.

Il risultato è una narrativa italiana e tradotta in cui il finale consolatorio non è più una scelta dell'autore - è un'aspettativa di sistema. Una convenzione silenziosa tra chi pubblica e chi compa. Il lettore sa già che andrà a finire bene, almeno abbastanza bene. E lo sa ancora prima di leggere la prima riga.

Poi c'è il BookTok. E lì il meccanismo si accelera fino a diventare quasi comico. I video che fanno girare i libri sono quasi sempre costruiti su due assi: mi ha fatto piangere e mi ha fatto stare bene. Spesso, entrambi, in quest'ordine. Il pianto è concesso - anzi, è quasi obbligatorio - ma deve essere un pianto catartico, pulito, che porta da qualche parte. Un pianto che finisce con un sorriso. L'emozione come esperienza sicura, guidata, con uscita di emergenza segnalata.

E i bookblogger - me compresa, quando non sto attenta - contribuiscono. Fa bene al cuore è diventato un complimento standard. Ti scalda l'anima è una raccomandazione. Come se la letteratura fosse una borsa dell'acqua calda. Come se il suo compito principale fosse non trasmettere troppo freddo.

Finché succede e perché è un problema


Sarebbe facile dare la colpa ai lettori. Non lo farò, perché non è onesto e perché i lettori non sono il problema. Il lettore che cerca conforto in un libro non sta sbagliando nulla - sta cercando qualcosa di legittimo, e la narrativa ha sempre avuto anche questa funzione.

Il problema è quando il contro diventa l'unica funzione ammessa.

L'editoria misura il successo sul gradimento medio. Le recensioni a cinque stelle, i passaparola, i riacquisti, le classifiche. E il gradimento medio premia il comfort - non per cattiveria, ma per natura. Ciò che rassicura è più facilmente condivisibile di ciò che disturba. Ciò che scalda è più facilmente raccomandabile di ciò che brucia.

L'algoritmo registra tutto questo e lo restituisce amplificato. I libri che funzionano sui social sono quelli che generano emozione positiva e senso di comunità - anche tu hai amato questo libro, anche tu hai pianto in quel capito, anche tu ti sei sentita capita. È un meccanismo potente e non è neutro.

In parallelo c'è stata una colonizzazione silenziosa della narrativa da parte di un immaginario che viene dal self-help, dalla crescita personale, dalla psicologia divulgativa. Ogni romanzo deve insegnare qualcosa, ogni personaggio deve evolvere, ogni storia deve avere un arco trasformativo che va dal buio alla luce - possibilmente con qualche strumento pratico applicabile nella vita reale.

La scrittura come servizio al lettore. Il libro come specchio in cui il lettore si vede migliorato.

Il problema è che la letteratura non funziona così - o almeno, non funziona solo così. La letteratura che resta, quella che ti cambia davvero qualcosa, spesso non ti lascia migliore. Ti lascia più consapevole, più inquieta, più complicata. Ti lascia con domande che non hanno risposta. con personaggi che non hanno imparato nulla e a cui tu non riesci a smettere di pensare proprio per questo.

I libri che non mi hanno consolata e che amo esattamente per questo


Le madri non dormono mai di Lorenzo Marone è uno di quei romanzi che non ti chiedono permesso. Entra, fa quello che deve fare e se ne va senza scusarsi. Non c'è rappacificazione, non c'è lezione. C'è qualcosa di vero che succede, qualcosa che assomiglia al modo in cui certe cose succedono davvero, senza logica narrativa, senza arco trasformativo, senza che nessuno ne esca migliorato.

L'ho amato proprio per questo. Per il coraggio di non spiegare, di non consolare, di non costruire un'uscita di sicurezza per il lettore.

Poi penso a certi romanzi italiani recenti - scritti bene, costruiti con competenza, capaci di toccare temi difficili con estrema sensibilità - che arrivano all'ultima parte e cedono. Non crollano: cedono. Con delicatezza, quasi con timore. Come se l'autrice avesse paura di lasciare il lettore a mani vuote. Come se un finale aperto o scomodo o semplicemente onesto fosse una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha letto.

Non lo è. È l'opposto.

Un finale che tradisce le aspettative - nel senso più nobile del termine, quello che significa non fare la cosa facile - rispetta il lettore molto più di trenta pagine di rappacificazione universale. Gli sta dicendo: sei abbastanza adulto da accettare questo. Non ho bisogno di proteggerti.

La radice del male di Adam Rapp, che ho letto di recente, non ti protegge. I Larkin non imparano nulla, Ava non cambia. Il male che attraversa quella famiglia non trova redenzione, ma continuità. Ed è uno dei romanzi più onesti che ho letto quest'anno, proprio perché non si scusa di essere ciò che è.

Quello che chiedo a un libro


Non chiedo di stare bene dopo.

Non chiedo di imparare qualcosa di applicabile. Non chiedo un personaggio con cui identificarmi né un arco narrativo che mi mostri come si fa. Non chiedo conforto, non chiedo speranza obbligatoria, non chiedo che le cose si sistemino.

Chiedo verità. Anche scomoda, anche parziale, anche senza conclusione.

Chiedo personaggi che restino ambigui sino alla fine - che non abbiano una rivelazione all'ultimo capitolo, che non trovino pace, che non chiedano scusa e non ottengano perdono solo perché la storia deve finire.

Chiedo finali che assomiglino alla vita. E la vita, come sappiamo, non ha molto rispetto per gli archi narrativi.

Questo non significa che la letteratura debba essere cupa per principio o che i finali lieti siano una forma di disonestà. Significa che la consolazione guadagnata - quella che arriva dopo pagine di versa tensione, di ambiguità tenuta sino in fondo, di coraggio narrativo - vale infinitamente di più di quella distribuita a rate fin dalla quarta di copertina.

La differenza tra un libro che ti consola e un libro che ti cambia non sta nel finale. Sta in quanto l'autore si è fidato di te lungo la strada.

E io sto con gli autori che si fidano.

Laura