Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

Visualizzazione post con etichetta editoriale del mercoledì. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta editoriale del mercoledì. Mostra tutti i post

Bridgerton: sei ragazze da marito e una sola donna vera


In sei romanzi Bridgerton ho incontrato sei ragazze da marito e una sola persona. Si chiama Penelope Featherington


Dopo sei romanzi della saga Bridgerton ho una certezza.
Julia Quinn ha scritto, più o meno bene, sempre lo stesso protagonista maschile. Ne ho parlato nell'articolo precedente di questo ciclo e non ho cambiato idea.

Quello che ancora non avevo detto, e che i romanzi cinque e sei mi hanno costretta a guardare in faccia, è che il problema non riguarda solo i fratelli. Riguarda soprattutto le donne.
In sei romanzi ho incontrato sei protagoniste femminili. Una di loro è una persona, le altre cinque sono ragazze da marito: declinazione diversa, risultato identico.

Daphne, Kate, Sophie: il prototipo in tre varianti


Provo a presentarle e mi accorgo che bastano poche righe per ciascuna.

Daphne Bridgerton apre la saga. È bella, buona, amata da tutti, adatta al il matrimonio. Fine. Non è stupida, non è cattiva: è semplicemente insipida. Vuole innamorarsi e sposarsi, ci riesce al capitolo previsto e si ferma lì.

Kate Sharma arriva nel secondo romanzo con l'aria di essere diversa: ha carattere, dice le cose in faccia, all'inizio rifiuta persino l'idea del matrimonio. Poi cede, ovviamente - questo è il patto del romance storico, lo sappiamo già. Ma il vero problema con Kate non è che ceda, è il modo in cui esercita questo presunto carattere: più rumorosa che forte, più ostinata che profonda. Kate risulta insopportabile, e non nel senso buono in cui un personaggio complesso possa esserlo.

Sophie, nel terzo romanzo, è la più anonima delle tre. È lì. Esiste. Scala i gradini della trama e arriva all'altare con lo stesso entusiasmo con cui si compila un modulo. Il fatto che la sua storia sia una Cenerentola dichiarata non la rende più interessante: la rende più prevedibile.

Tre protagoniste. Tre varianti della stessa funzione narrativa: essere degne dell'alfa che le vuole.

Eloise Bridgerton, o come distruggere una femminista in 300 pagine


Il quinto romanzo avrebbe potuto essere interessante.

Chi ha visto la serie Netflix conosce Eloise Bridgerton come uno dei personaggi più riusciti dell'intero universo: una ragazza che vuole studiare, che rifiuta il matrimonio come unico destino possibile, che si oppone alle convenzioni dell'epoca con una lucidità sorprendente per l'Inghilterra dell'Ottocento.

Eloise, nella serie, è una femminista ante litteram. Convinta, coerente, credibile.
Nel romanzo, Eloise è un'altra persona.
La troviamo piena di insicurezze, in bilico su sé stessa, incerta su cosa voglia davvero. Fin qui si potrebbe anche giustificare: una ragazza complicata, in un'epoca complicata. Ma il momento in cui il personaggio perde ogni coerenza con la sua versione televisiva è uno preciso: quello in cui Eloise vede la sua migliore amica Penelope sposarsi.

Penelope - quella che non veniva mai corteggiata da nessuno, quella che nessuno guardava, quella per cui nessuno si preoccupava di fare bella figura - si sposa.

E Eloise va in crisi.

Non una crisi esistenziale, non una riflessione sulla propria scelta di vita. Una crisi di posizione: se si è sposata lei, perché non mi sono sposata io?
Da quel momento in poi, Eloise fa quello che fa ogni altra protagonista della saga: si mette su piazza. Lo fa in modo anomalo - non frequenta i salotti giusti, non segue le regole, finisce per innamorarsi in modo imprevisto. Ma il motore è lo stesso. Il matrimonio come punto di arrivo, il panico come acceleratore.

Non è una svista di Julia Quinn, è il limite di un genere che non riesce a fare eccezioni nemmeno quando ne avrebbe tutti i motivi.

Francesca e le quindici pagine che non servivano


Il sesto romanzo era atteso, almeno tra le lettrici più affezionate alla saga, come qualcosa di diverso.

Si credeva - e lo si diceva in giro - che la storia di Francesca ruotasse attorno all'infertilità. Un tema difficile, tutt'altro che banale per un romance storico, un genere che di solito risolve tutto con una gravidanza all'ultimo capitolo.

Ebbene, non è così.

Francesca, con qualche difficoltà, alla fine diventerà madre. Il tema dell'infertilità esiste, è presente, ma viene risolto prima che diventi davvero una storia. Il sesto romanzo è quello che avrebbe potuto essere coraggioso e ha scelto di essere comodo.

Ma c'è di peggio.

A un certo punto, Julia Quinn dedica un intero capitolo - oltre venti pagine - esclusivamente a Francesca e Michael in camera da letto. Venti pagine consecutive esplicite, che nulla aggiungono alla trama, ai personaggi, alla relazione tra i due.

Era necessario? No.
Il sesto romanzo è, insieme al terzo, il peggiore del ciclo. E la cosa più scoraggiante non è la qualità in sé: è rendersi conto che ne mancano ancora due!

Penelope Featherington, l'unica eccezione


E poi c'è Penelope.

Penelope Featherington compare sin dal primo romanzo come un personaggio secondario. È la migliore amica di Eloise, è la ragazza che nessuno corteggia, è quella fuori dai canoni dell'epoca - fuori dalla silhouette, fuori dagli schemi sociali, fuori dal tipo che ci si aspetta di trovare al centro di una storia d'amore.

Julia Quinn la tiene ai margini per tre romanzi e mezzo. La usa come spalla, come presenza, come voce laterale. E intanto le costruisce qualcosa che alle protagoniste principali non ha mai dato: una vita propria.
Perché Penelope - prima ancora di diventare la protagonista del quarto romanzo - è Lady Whistledown.

È la penna più acuta, più informata, più temuta dell'intera stagione mondana. Ha un'intelligenza che usa in
segreto, non per mancanza di coraggio, ma perché sa esattamente quanto potere abbia quella voce anonima che nessuno assocerebbe mai a lei.
Questo la distingue da tutte le altre.

Daphne vuole essere amata, Kate vuole avere ragione, Sophie vuole essere riconosciuta, Eloise non vuole sposarsi - e poi lo fa. Francesca esiste nel proprio romanzo senza lasciare un'impronta profonda.
Penelope, invece, vuole qualcosa di specifico: vuole contare. E lo fa, a modo suo, per quattro romanzi, prima ancora che qualcuno si accorga di lei.

È per questo che il quarto romanzo funziona meglio degli altri - non per Colin, che è lo stampino camuffato da profondità di cui ho già scritto, ma per lei.

Il prezzo che Penelope paga nei libri


Detto questo c'è una cosa che il romanzo fa e che vale la pena notare. Penelope, nel corso della storia, dimagrisce di dodici chili.

Julia Quinn lo scrive come parte della sua trasformazione, come parte del percorso che la porta a essere finalmente vista - da Colin, dal mondo, da sé stessa.

La serie Netflix ha fatto una scelta radicalmente diversa e, a mio avviso, molto più onesta. 
Nella serie, Penelope non dimagrisce; il suo corpo rimane morbido, fuori dai canoni dell'epoca, lontano da quello che ci si aspetterebbe da una protagonista romantica. E questo - invece di essere un ostacolo - diventa uno dei suoi punti di forza. Penelope viene desiderata com'è. Viene scelta com'è.

Nei libri il messaggio è: prima diventa un po' più piccola, poi puoi essere la protagonista.
Nella serie il messaggio è: sei già la protagonista.
Non è una differenza di dettaglio. È una differenza di visione.

Sei romanzi, una sola persona


Dopo sei romanzi della saga Bridgerton, la mia impressione è questa.

Julia Quinn ha scritto le sue protagoniste femminili con la stessa logica con cui ha scritto i suoi protagonisti maschili: seguendo uno schema collaudato, variando i dettagli, rispettando il patto del genere.

Daphne è insipida, Kate è insopportabile, Sophie è anonima, Eloise è un personaggio che la serie ha immaginato meglio di chi l'ha creata, Francesca è sprecata.
Penelope è l'unica che sembra abitare davvero il proprio romanzo - non perché Quinn abbia cambiato schema ma perché le ha dedicato quattro libri per costruirle una storia prima ancora di metterla al centro.

Il problema è che la Penelope dei libri è già molto lontana dalla Penelope che la serie ci ha restituito.
Quella televisiva è rimasta sé stessa sino in fondo.
Quella dei romanzi ha dovuto perdere dodici chili per meritarsi il suo lieto fine.




Bookblogger vs Podcaster letterario: io parlo con la tastiera, tu col microfono. Ma chi ascolta davvero?


Io scrivo, tu registri. Io correggo i refusi alle undici di sera, tu l'audio alle undici di mattina. Io parlo da sola con la tastiera, tu da solo con il microfono. Nel mezzo, da qualche parte, ci sono i libri. E la speranza che qualcuno, prima o poi, stia davvero ascoltando.

C'è un nuovo fronte


Avevo appena sistemato i conti con il critico letterario - almeno interiormente, almeno per ora - quando il mondo dell'intrattenimento culturale mi ha presentato il prossimo contendente: il podcaster letterario.
Non è arrivato in punta di piedi. È arrivato con un microfono professionale, un'interfaccia audio da trecento euro, le cuffie appoggiate sul collo come chi sa già di essere interessante e quella frase che prima o poi tutti dicono: "Ho pensato di creare un podcast."

E io, dall'altra parte dello schermo, con il mio blog aperto su Blogger, la mia tazza di cappuccino ormai freddo e un post a metà che aspettava ancora il titolo, ho sorriso.
Il sorriso di chi riconosce un collega. Il sorriso di chi riconosce, soprattutto, qualcuno che sta per fare la stessa cosa stupenda e masochistica che faccio io da anni: parlare di libri a degli sconosciuti, sperando che qualcuno ascolti.

Il podcaster letterario: ritratto con cuffie


Il podcaster letterario è una creatura moderna, ambiziosa e tecnologicamente attrezzata nel modo in cui io non sarò mai.
Ha una postazione, non un angolo della scrivania con una lampada Ikea e tre libri usati come sostegno per il telefono. Lui ha una postazione!

Con il pannello fonoassorbente sul muro, il braccio telescopico per il microfono, la luce ad anello per le copertine dei libri che mostra nelle clip video. A volte ha anche il filtro anti-pop. Io non so con certezza cosa sia un filtro anti-pop, ma lui sì, e si vede.

Quando decide di parlare di un libro, non scrive una riga. Si siede, preme REC e inizia a raccontare.
Con la voce che scende sulle parole giuste, con le pause calibrate, con quella capacità di sembrare contemporaneamente preparatissimo e improvvisato - che è una delle arti più difficili del mondo e lui la pratica ogni settimana con un'irritante naturalezza.

Il podcaster letterario non ha i refusi. Questa è la cosa che non gli perdonerò mai!
Non ha refusi perché non scrive. Parla. E quando sbaglia una parola o la ridice o la taglia in post-produzione o - nella versione più rilassata di sé - ci ride sopra e va avanti come se niente fosse, il che è un livello di autoironia che personalmente non ho ancora raggiunto.

Ha degli ascoltatori che gli scrivono su Spotify, le recensioni a cinque stelle su Apple Podcasts. Ha i commenti vocali nelle storie Instagram, che sono una cosa che esiste e che io continuo a trovare vagamente perturbante.
E soprattutto - soprattutto - ha quella cosa per cui io nutro un misto di ammirazione e sana invidia professionale: ha qualcuno che lo sente parlare. Non legge le sue parole. Le sente!
E c'è una differenza enorme, anche se nessuno dei due sa esattamente quale sia.

Il bookblogger: autoritratto con refusi


Io scrivo.
Scrivo e riscrivo e poi passo l'articolo al mio beta reader ufficiale. E poi pubblico ed ecco che salta fuori il refuso... tre minuti dopo la pubblicazione, quando il post è già andato sui social e almeno quaranta persone lo hanno visto.

Questo è il mio filtro anti-pop. Si chiama "pubblicare e sperare"!

Quando decido di scrivere di un libro, mi siedo, apro Pages e inizio a costruire le frasi con la cura artigianale di chi sa che quelle frasi resteranno lì,  ferme, nero su bianco, per sempre - o almeno fino a quando deciderò di metterle su Blogger e lui deciderà di aggiornarsi in modo incomprensibile e cambiare tutto il layout senza preavviso.

Le parole scritte hanno un peso diverso da quelle dette.
Non si correggono in post-produzione, non si tagliano con un montaggio. Restano esattamente dove le hai messe, con tutti i loro pregi e tutti i loro difetti e se hai scelto la parola sbagliata lo scopri quando qualcuno te lo fa notare nei commenti con una gentilezza vagamente punitiva.

Ma hanno anche una cosa che la voce non ha: puoi rileggerle.
Puoi tornare su una frase a distanza di anni e ritrovare esattamente quello che stavi pensando in quel momento - l'atmosfera, il ritmo, persino l'umore. La voce registrata fa una cosa simile, lo so. Ma la parola scritta ha una permanenza diversa. Più silenziosa, più testarda.

Tu registri. Io sottolineo refusi. Ma entrambi parliamo da soli


Eccola, la verità scomoda.

Il podcaster parla in una stanza vuota. Spesso da solo, a volte con un co-host, il che tecnicamente rompe la solitudine, ma non quella fondamentale - quella del momento in cui ha finito di registrare, premi Stop e non sai ancora se a qualcuno interesserà quello che hai detto.

Il bookblogger scrive in una stanza vuota. Da solo. Sempre. Con il cane ai piedi se va bene - Vani e Lucrezia non hanno ancora sviluppato un interesse genuino per la critica letteraria, ma la loro presenza è comunque confortante - e con quella domanda sullo sfondo che non si spegne mai del tutto: qualcuno sta leggendo?

Entrambi lanciamo le nostre parole nel vuoto digitale.
Lui con la voce, io con la tastiera.

Entrambi contiamo le visualizzazioni, i download, i follower, i commenti - e poi proviamo a convincerci che i numeri non siano l'unica misura di quello che stiamo facendo, con risultati alterni e una certa dose di agitazione interiore.

Entrambi abbiamo scelto il formato più lungo, più lento e più impegnativo possibile per parlare di libri nell'era dell'attenzione a cinque secondi. 
Il che ci rende, a ben vedere, entrambi magnificamente fuori tempo.

La grande domanda: ma chi ascolta davvero?


Ascolto, in senso lato.
Non solo l'ascolto delle orecchie - quello del podcaster, le cuffie, Spotify, il pendolare in metropolitana con lo zaino e un'ora di tragitto da riempire.
Ascolto nel senso di: qualcuno recepisce davvero quello che stai comunicando?

Il podcaster ha i suoi  numeri. Io ho i miei. Entrambi sappiamo che dietro ogni download e ogni pageview c'è una persona reale che ha deciso, in quel momento specifico, di dedicarci un pezzo del suo tempo.

E il tempo delle persone - questo lo sappiamo entrambi - è la cosa più preziosa che esista.
Qualcuno lo ascolta davvero. Qualcuno lo legge davvero.

Non molti, forse. Non quanto vorremmo, non quanto ci raccontiamo di notte quando siamo generosi con noi stessi. Ma abbastanza. Abbastanza da giustificare il microfono da trecento euro o l'ennesima revisione del post alle undici e mezza di sera.

Abbastanza da continuare.

Quello che ci accomuna: il terrore del silenzio


Perché questa è la cosa che il podcaster letterario e il bookblogger non dicono mai abbastanza chiaramente, forse perché fa un po' paura dirla ad alta voce: entrambi abbiamo il terrore del silenzio.

Il silenzio del podcaster è un episodio che non ottiene download, una settimana senza messaggi. Quella sensazione di aver parlato bene, a lungo, con cura e di non aver sentito nessuno rispondere.
Il silenzio del bookblogger è un post che non genera commenti, un editoriale che pensavi fosse il migliore che avessi mai scritto e che ha ricevuto meno interazioni di una storia in cui avevi fotografato il caffè.

Il caffè.

Il caffè.

Entrambi conosciamo quel silenzio.
Entrambi abbiamo imparato, nel tempo, a non lasciarlo vincere - anche se ogni tanto vince lo stesso e si fa sentire e bisogna aspettare che passi, come si aspetta che passi un temporale: chiudendo le finestre, facendo qualcos'altro e sperando che dopo ci sia l'arcobaleno o almeno un messaggio carino in direct.

Chi vince, allora?


Nessuno.
E tutti e due.

Il podcast arriva dove la scrittura non arriva: nelle orecchie di chi non aprirebbe mai un browser per cercare un blog. Nel momento del jogging, dei piatti da lavare, del viaggio in treno. La voce ha un'intimità immediata che le parole scritte raggiungono solo dopo un po', quando il lettore si è già fidato di te.

Il blog arriva dove il podcast non arriva: in quel momento di lettura lenta, intenzionale, in cui qualcuno ha scelto di stare fermo e leggere. Le parole scritte si portano dietro, si salvano, si rileggono, si citano, restano.

Formati diversi, stessa ossessione.

Lo stesso amore un po' incosciente per i libri e per le persone che li leggono. Lo stesso rito settimanale di costruire qualcosa - con la voce o con la tastiera - e mandarlo fuori nel mondo sperando che arrivi bene.

Lui preme REC.
Io premo pubblica.
Entrambi tratteniamo il respiro un secondo.
Poi andiamo avanti.




La Libridinosa manda a quel paese i libri da ombrellone


È fine maggio.

Il che significa una cosa sola: da qualche parte, in qualche redazione, in qualche profilo Instagram con la bio che recita "lettrice appassionata ☕️📚✨", qualcuno sta già preparando LA lista.

I libri da ombrellone.

Eccoli. Puntuali come il caldo, fastidiosi come la sabbia nelle mutande, inevitabili come il vicino di ombrellone che mette la musica a tutto volume e poi ti chiede se ti dà fastidio.

Ma qualcuno può spiegarmi cosa sono, esattamente?


No, aspettate. Fermi tutti.

Prima di lanciarmi in qualsiasi discorso, voglio che qualcuno mi risponda a una domanda molto semplice, quella che mi faccio ogni anno intorno a questa data, con una tazza di cappuccino in mano e un sopracciglio alzato: chi ha inventato i libri da ombrellone?

Voglio un nome, un cognome e, possibilmente, un indirizzo.

Perché io continuo a non capire. Ho riletto la definizione in ogni modo possibile e continuo a non trovare un senso logico in questa categoria. Un libro da ombrellone è un libro che si legge sotto l'ombrellone, giusto? Bene! 
E allora, un libro che si legge sul divano come si chiama? Libro da divano? E uno che si legge in treno? Libro da pendolare? E quello che leggiamo in bagno, alle undici di sera, perché non riusciamo a metterlo giù? È il libro da water?

Qualcuno ha stabilito - e lo ha fatto con una sicurezza che mi lascia senza parole - che esistono libri adatti all'estate e libri che, invece, l'estate proprio non la meritano. Come se i libri avessero bisogno di una stagione, come se Guerra e Pace ad agosto diventasse improvvisamente illeggibile perché fa caldo. Come se Dostoevskij in bikini non funzionasse.

Spoiler: Dostoevskij funziona sempre. È Dostoevskij!

La grande ipocrisia del "leggere di più in estate"


C'è poi un secondo livello di questa follia collettiva che mi fa venire voglia di prendere un aperitivo alle undici di mattina, e cioè la narrazione per cui d'estate si legge di più.

Di più rispetto a quando?

Perché io, ad esempio, sotto l'ombrellone non leggo quasi mai. Non perché non voglia, ma perché tra il sole negli occhi, la sabbia sulle pagine, il rumore delle famiglie con bambini che urlano nomi di battesimo con tre vocali consecutive e la voglia di buttarmi in acqua ogni cinque minuti, riesco a malapena a tenere gli occhi sul libro.

E allora cosa faccio? Leggo a casa. Con l'aria condizionata, come una persona civile.
Ma questo, apparentemente, non conta come lettura estiva. Perché in camera da letto non abbiamo l'ombrellone!

I tre imputati


Detto questo, entriamo nel vivo. Perché se esiste una cosa chiamata "libro da ombrellone", esistono anche dei generi che in questa categoria finiscono sempre, ogni anno, con una puntualità che fa quasi tenerezza.

E io ho delle cose da dire su ciascuno di loro.

Il romance con la copertina pastello


Ah, il romance con la copertina pastello! Quello con i colori che sembrano i macarons di una pasticceria francese, col titolo che contiene almeno una delle seguenti parole: estate, amore, Grecia, ritorno, cuore o una combinazione imprevedibile di tutte e cinque.

Ora, attenzione: io non ho niente contro il romance in sé (non ridete!). Ho già detto la mia su Bridgerton e l'ho detto onestamente. Ma c'è qualcosa di profondamente condiscendente nel modo in cui il romance viene confinato all'estate come se fosse un gelato alla fragola. Come se una storia d'amore richiedesse per forza 30° e un mojito per essere letta, come se il romance fosse troppo leggero per l'inverno, quando in realtà d'inverno abbiamo ancora più bisogno di qualcuno che si innamori di qualcun altro in modo irragionevole e bellissimo.
Il romance con la copertina pastello non è un libro da ombrello.
È un libro. Punto.

Il thriller estivo da "non dormire"


Questo mi fa sorridere, perché c'è una contraddizione interna talmente evidente che mi stupisce non venga notata più spesso.

Il thriller estivo viene consigliato come lettura leggera, spensierata, perfetta per la spiaggia.
Ma il thriller - quello vero - è un libro che ti tiene sveglia la notte, che ti fa sentire passi dove non ci sono, che ti fa guardare il tuo vicino di ombrellone con occhi leggermente diversi dopo 200 pagine.

Quindi: è leggero o è inquietante?
È per rilassarsi o per non dormire?

Perché se è per rilassarsi, forse il thriller non è la scelta più ovvia. E se è per non dormire, benvenuti nel club, ma allora non chiamatelo "da ombrellone" come se fosse una passeggiata.

La saga familiare da 700 pagine consigliata per il fine settimana al mare


Questa è la mia preferita! La categoria che mi fa capire che chi compila queste liste non ha mai fatto una vera vacanza in vita sua.

La saga familiare da 700 pagine. Quella con quattro generazioni, due guerre mondiali, un segreto di famiglia tenuto nascosto per cinquant'anni e almeno tre personaggi che si chiamano con lo stesso nome ma in lingue diverse...

"Perfetta per l'estate! La leggerete in un lampo!"

Un lampo. Settecento pagine. In un lampo.

Io impiego tre settimane a leggere settecento pagine e lo faccio con tutta la concentrazione e il rispetto che merita un libro di quella portata. Tre giorni al mare, tra la crema solare, il pranzo al chiosco, la pennichella obbligatoria e la partita a carte con la famiglia, non sono sufficienti per fare giustizia a quattro generazioni di nessuno.

La vera domanda


Il punto - quello vero, quello che mi sta a cuore - non è dire che certi libri sono brutti. Non è questo.
Il punto è che l'etichetta "libro da ombrellone" è condiscendente verso i libri e verso i lettori allo stesso tempo.
Verso i libri perché li riduce a uno strumento di intrattenimento stagionale, come se la loro unica funzione fosse riempire i vuoti tra un bagno e l'altro.
Verso i lettori perché presuppone che d'estate il cervello vada in vacanza insieme al corpo. Che in luglio e agosto non siamo più capaci di leggere qualcosa di impegnativo, qualcosa che ci chieda uno sforzo, qualcosa che ci lasci emozioni addosso.

E invece c'è chi d'estate legge classici perché finalmente ha il tempo per farlo, chi sceglie il saggio che ha rimandato per mesi e chi rilegge qualcosa che aveva amato anni fa. E c'è chi, sì, sceglie un romance o un thriller, ma perché lo vuole, non perché qualcuno ha deciso che è il momento giusto per farlo.

Nessuno di loro ha bisogno di un ombrellone per validare la propria scelta di lettura.

Conclusione (senza ombrellone)


Quindi no, quest'estate non troverete su questo blog nessuna lista di libri da ombrellone.
Troverete libri che vale la pena leggere sempre, in qualsiasi stagione, con qualunque temperatura, in tutte le posizioni - sdraiati, seduti, in piedi su un treno oppure, se proprio volete, sotto un ombrellone.

Ma l'ombrellone non c'entra niente!

E la prossima volta che qualcuno mi manda una lista intitolata "i migliori libri da ombrellone", io lo mando gentilmente - ma con grande convinzione - a fanculo!

Con affetto, come sempre, 




Bookblogger vs Critico Letterario: io leggo per emozione, tu per tesi. Entrambi per soffrire


Lui analizza i simbolismi, io piango al capitolo 12. Lui costruisce una tesi, io costruisco un trauma. Eppure, stranamente, abbiamo letto lo stesso libro. E forse - solo forse - abbiamo entrambi ragione.

C'è una guerra silenziosa che nessuno nomina


Non è la guerra tra chi legge e chi non legge; nemmeno quella tra chi legge in cartaceo e chi in digitale, che già di per sé è una guerra civile con morti e feriti da entrambe le parti.

No.

La guerra più sottile, più elegante e più insopportabile del mondo letterario è un'altra: quella tra il critico letterario e il bookblogger.
Due figure che amano i libri con la stessa intensità febbricitante, ma li amano in modo così diverso da non riuscire, spesso, nemmeno a riconoscersi l'una nell'altra.

Io sono una bookblogger.
Lo dico senza vergogna, anzi con la stessa fierezza con cui potrei dire "sono una sopravvissuta" - perché in fondo è la stessa cosa.

Ho un blog che esiste dal 2013, un profilo Instagram e una collezione di libri che ha ormai colonizzato ogni superficie disponibile di casa, incluso il comodino di Roby, che non protesta ma cerca di capire dove poggiare i suoi, di libri.

E da anni - da anni - mi sento dire, in modo più o meno diretto, più o meno educato: "Sì, ma tu leggi per emozione. Non è la stessa cosa."

Oggi rispondo!

Il critico letterario: un ritratto affettuoso ma spietato


Il critico letterario è una creatura affascinante.

Vive in un ecosistema fatto di saggi, convegni, supplementi culturali e quella specifica aria di sufficienza che si affina nel tempo come un vino importante - solo che il vino, alla fine, qualcuno se lo gode. L'aria di sufficienza resta lì, sospesa.

Ha letto tutto.

Dico tutto nel senso più assoluto del termine: ha letto le opere, i carteggi, i diari, le lettere che l'autore ha scritto a sedici anni al cugino di secondo grado. Ha letto le note a piè di pagina delle note a piè di pagina e la prefazione all'edizione del 1987 curata da uno studioso di cui nessuno ha mai sentito parlare.

Quando il critico letterario legge un romanzo, non lo legge soltanto.
Lo stratifica.

Ogni frase diventa uno scavo archeologico, ogni metafora nasconde tre significati, due rimandi intertestuali e almeno un'allusione alla filosofia di Schopenhauer. Il protagonista non ha fame: sta incarnando il vuoto esistenziale del soggetto borghese nel tardo Ottocento. La finestra aperta nel terzo capitolo non è una finestra aperta: è il simbolo della tensione irrisolta tra libertà e costrizione sociale.

La pioggia? Non è mai solo pioggia.

E in tutto questo - in questa stratificazione meravigliosa e un po' estenuante - c'è una cosa che non succede quasi mai.

Il critico letterario non piange al capitolo 12.
O se piange, non lo dice. E sicuramente non lo scrive su Instagram con tre emoji di cuore spezzato e un sondaggio nelle stories.

Il bookblogger: autoritratto con qualche livido


Io, invece, piango.
Anche con una certa regolarità e con grande soddisfazione e l'assoluta consapevolezza che quello che sto vivendo non è debolezza: è letteratura che funziona.

Quando leggo un libro non lo analizzo - almeno non nell'immediato. Lo abito: entro dentro la storia come si entra in una casa che non è la propria ma che, in qualche modo, conosci già; con un po' di cautela all'inizio e  poi - quando capisci che l'aria è quella giusta - ti togli le scarpe e ti siedi sul divano di qualcun altro come se fosse il tuo.

Sento i personaggi, li giudico, mi arrabbio con loro, li difendo anche quando hanno torto - soprattutto quando hanno torto - perché li ho adottati, perché nel tempo che ho passato con loro sono diventati reali; e i personaggi meritano lo stesso trattamento che riserviamo alle persone reali: un misto di affetto, esasperazione e lealtà cieca.

Quando scrivo una recensione, non costruisco una tesi.
Costruisco un'esperienza.

Cerco la frase che faccia capire al lettore cosa si provi a stare dentro quel libro. Cerco il punto di contatto tra la storia e la vita, perché la letteratura, per me, ha senso solo se si tocca con la vita. Se non riesce a sfiorarti, se non lascia almeno un'impronta sul vetro, allora qualcosa non ha funzionato.

E sì, mi fermo al capitolo 12 per recuperare i fazzoletti.
Lo riconosco. Ne sono orgogliosa!

La grande accusa: "Ma tu non sei oggettiva"


Ah! L'obiezione classica.

Quella che il critico letterario - o chi ne fa le veci - tira fuori prima o poi, con la stessa puntualità di un orologio svizzero e la stessa soddisfazione di chi ha calato l'asso.

"Tu non sei oggettiva, sei troppo coinvolta emotivamente."

Vero. Verissimo.
Non sono oggettiva, non ho mai finto di esserlo, non ho mai avuto nessuna intenzione di diventarlo.
Ma permettetemi di fare una domanda molto semplice, quasi banale: esiste davvero un lettore oggettivo?

Il critico letterario che costruisce la sua tesi lo fa sempre a partire da qualcosa: una formazione, una scuola di pensiero, un'estetica di riferimento, un canone che qualcuno prima di lui ha deciso fosse il canone giusto. Anche la sua analisi passa attraverso un filtro; il filtro è semplicemente più accademico del mio, più invisibile, più legittimato dal sistema.

Ma il filtro c'è.

La differenza è che io il mio filtro lo dichiaro.
Dico: questo libro mi ha fatto piangere, mi ha entusiasmata, mi ha delusa, mi ha tenuta sveglia la notte. Dico esattamente dove mi ha presa e dove mi ha persa. Non costruisco una maschera di neutralità sopra un'opinione e la chiamo analisi.
La chiamo per quella che è: una lettura. La mia lettura. Onesta, dichiarata e assolutamente soggettiva.

E soggettiva non è sinonimo di sbagliata.

Quello che ci accomuna: soffrire


Ecco però la parte che nessuno dice abbastanza.
Sotto tutta questa differenza di metodo, di linguaggio, di formato e di lacrime versate o trattenute, il critico letterario e il bookblogger hanno qualcosa di fondamentale in comune: soffrono per entrambi i libri.

Il critico soffre quando un'opera importante viene ignorata, quando il mercato premia la mediocrità, quando la letteratura viene ridotta a intrattenimento di consumo. Soffre quando nessuno capisce che quella finestra aperta nel terzo capitolo non era una finestra aperta.

Il bookblogger soffre quando finisce un libro che amava, quando un personaggio muore senza avvertimento, quando la storia prende una piega che non si aspettava o quando le sue parole non riescono a trasmettere quello che ha sentito. 

Entrambi hanno scelto di dedicare tempo, energia e una quantità imbarazzante di spazio mentale a qualcosa che il mondo considera, nella migliore delle ipotesi, un hobby raffinato e, nella peggiore, un'attività economicamente irrazionale.
Entrambi hanno uno scaffale - o venti - che è anche uno specchio. Entrambi sanno cosa voglia dire finire un libro e restare fermi qualche minuto, in silenzio, prima di rientrare nel mondo ordinario.

Entrambi abbiamo ragione. Entrambi abbiamo perso qualcosa.


Il critico letterario ha guadagnato profondità e ha perso, a volte, immediatezza.
Il bookblogger ha guadagnato vicinanza e ha perso, a volte, distanza critica.

E probabilmente la lettura più completa - quella che nessuno dei due fa mai davvero - sarebbe quella che riesce a tenere insieme entrambe le cose. Il pianto al capitolo 12 e la finestra come simbolo irrisolto, l'emozione e l'analisi, la pancia e la testa.

Succede, a volte. Nei libri migliori succede da sé, senza quasi accorgersene: leggi con il cuore e poi ti fermi e realizzi che stavi anche pensando, che stavi anche costruendo qualcosa, che il testo ti aveva dato abbastanza per fare entrambe le cose insieme.

Quei libri sono i più pericolosi.
Quelli che ti fanno piangere al capitolo 12 e ti lasciano a guardare il soffitto e a chiederti cosa significasse davvero quella finestra aperta.
Quelli, sia io che il critico letterario, li leggiamo nello stesso modo.

Con la stessa intensità scomoda, con la stessa resa totale, con lo stesso senso che qualcosa di importante stia succedendo, anche se poi lo chiamiamo con nomi diversi.

Lui chiama quella sensazione risonanza estetica. Io la chiamo "accidenti, questo libro mi ha distrutta."

Stessa cosa, parole diverse. Stesso amore scomodo per qualcosa che non smette mai di chiederci tutto.



L'ironia non è un orpello: il mio modo di leggere (e di stare al mondo)


Il primo ricordo che ho di me stessa è una scena che, a raccontarla adesso, suona come una barzelletta. Avevo quattro anni, ero rannicchiata in un angolo della mia cameretta, tra il letto e l'armadio - la posizione che da bambini si sceglie quando si vuole essere irraggiungibili.
Avevo in mano un libro enorme, senza una sola illustrazione e lo tenevo sottosopra. Mio padre entrò, mi chiese cosa stessi facendo e io, con una serenità che ancora oggi mi sembra commovente, gli risposi che stavo leggendo. E iniziai a raccontargli la trama: una ballerina magica rinchiusa in un teatro incantato.

Il libro era un volume dell'Enciclopedia Treccani.

Mi ci sono voluti anni - e il racconto divertito di mio padre - per capire che dentro la Treccani, di ballerine magiche non ce n'è nemmeno una. Però intanto era successa una cosa: avevo già deciso, senza saperlo, che ai libri si poteva chiedere qualcosa che i libri, a volte, non avevano. Si poteva persino tenerli al contrario. Si poteva ricavarne una storia che non c'era. Si poteva, soprattutto, rispondere a chi ti chiedeva "cosa stai facendo?" con uno "sto leggendo" detto senza incertezze, anche se chiunque ti guardasse capiva benissimo che no, non stavi affatto leggendo.

Sono trascorsi quarantasei anni. Ho ancora più o meno lo stesso atteggiamento.

Il feticismo dei libri: quando la lettura diventa un complemento d'arredo


Spray edges, librerie arcobaleno e cappuccini fotogenici: ma qualcuno legge ancora davvero?


C'è una libreria, su Instagram, disposta rigorosamente per colore.
Dal rosso al rosa, dal blu petrolio al celeste polvere, sfumature degne di una cartella Pantone.
È bellissima, lo ammetto. Sembra una pasticceria francese.

Poi guardi meglio e ti viene un dubbio: ma qualcuno, in quella libreria, avrà mai letto qualcosa?

Perché un libro disposto per colore è, inevitabilmente, un libro che non viene preso in mano. Se lo prendi, lo rimetti dove capita. Se lo rimetti dove capita, l'arcobaleno si rompe. E se l'arcobaleno si rompe, si rompe anche la foto.

Quindi no: quel libro non si tocca. Si guarda.

E qui, miei cari, dovremmo farci una domanda che evitiamo da troppo tempo.

La nuova religione del lettore


C'è una condizione molto rassicurante che gira nel mondo dei libri: viviamo un'epoca d'oro della lettura.
I social parlano di libri. BookTok lancia titoli in classifica (sorvoliamo sui titoli, per favore!), Bookstagram sforna contenuti a ciclo continuo, le librerie indipendenti, pur faticando, restano un punto di riferimento. 
I lettori non sono mai stati così tanti, così visibili, così appassionati.

Un trionfo. O almeno, così ci raccontiamo.

La crepa (e questa fa male)


Il problema è che leggere e sembrare lettori sono due attività completamente diverse. E negli ultimi anni si sono separate in silenzio, senza che nessuno lo dicesse ad alta voce.

Da una parte c'è chi legge: persone normali, spesso noiose da fotografare, che leggono in metropolitana con la copertina sgualcita, sul divano in pigiama, in coda dal medico. Niente di estetico, niente di instagrammabile.

Dall'altra parte c'è chi performa la lettura: librerie composte per gradazione cromatica, spray edges che luccicano, segnalibri abbinati alla copertina, edizioni speciali, custodie in stoffa, lampade da lettura di design, cover per e-reader in collezione completa, cappuccini sempre fumanti - sempre - accanto al libro chiuso.

Si può essere lettori in entrambi i modi? Certo.
È la stessa cosa? No.
Lo stiamo ammettendo? Mai.

Una complicità che conviene a tutti


La colpa, se vogliamo davvero cercarla, non è di nessuno. O meglio: è di una complicità reciproca che funziona troppo bene per essere fermata.

I social premiano i contenuti visivi: copertine, palette, atmosfere. L'editoria si è adeguata e produce libri belli da fotografare, con trame sempre più fragili, levigate, costruite per non disturbare nessuno. Il lettore-feticista compra, espone, fotografa. Il libro vende, l'algoritmo gioisce. Tutti contenti... più o meno.

Tutti tranne il libro, che resta chiuso.

Io sono qui, con la mia libreria un po' caotica, non disposta per colore (e di questo vado piuttosto fiera!), che osservo lucida e un po' delusa. Lucida perché ho capito da un pezzo come funziona; delusa perché amavo qualcosa che adesso fatico a riconoscere.

Mi mancano i lettori che parlavano dei libri dopo averli letti, non prima di sceglierli. Mi mancano i consigli dati con un "fidati" invece che con uno "sta andando fortissimo". Mi manca quella sensazione fisica di sparire dentro una storia, di alzare gli occhi dal libro e non sapere più che ore sono, dove sei, se hai cenato.

Quella roba lì non si vede in foto. Per questo, forse, sta scomparendo.

Il libro come luogo, non come oggetto


Una volta il libro era un luogo: ci entravi e ti perdevi. Ti dimenticavi di tutto, uscivi dopo ore con gli occhi un po' annebbiati, la testa altrove e addosso una strana sensazione... quella di aver vissuto una vita che non era la tua.

Adesso il libro è un oggetto. Bello, curato, abbinato. Ma muto.

E qui arriva la cosa più scomoda da dire: il problema non è il feticismo. Collezionare, esporre, abbinare, fotografare - sono attività perfettamente legittime, anche divertenti.

Il problema è la confusione.

Confondere il leggere con il sembrare lettori ci sta facendo perdere qualcosa di prezioso: la possibilità di parlare davvero dei libri. Perché quando tutti sembrano lettori, distinguere chi lo è davvero diventa un esercizio sfiancante. E spesso, semplicemente, ci si rinuncia.

Una proposta scomoda


Smettiamo di fingere: o leggi o collezioni. Sono due hobby diversi, entrambi legittimi, ma non sono lo stesso hobby.

Chi legge sa di cosa parlo: sa cosa vuol dire piangere a pagina 312, sa cosa vuol dire chiudere un libro e non parlare per dieci minuti, sa cosa vuol dire portarsi dentro un personaggio per giorni.

Chi colleziona ha tutto il diritto di farlo: i libri sono oggetti meravigliosi anche senza essere letti, le copertine sono opere d'arte, gli spray edges sono indubbiamente ipnotici.

Ma chiamare entrambe le cose "amore per la lettura" è un'operazione di marketing, non di verità.

E se fosse ora di tornare a leggere in silenzio?
Senza foto, senza segnalibro abbinato, senza la copertina rivolta verso l'obiettivo.
Solo tu, una storia e quel rumore lieve delle pagine che sanno ancora dove portarti.




 

Dentro la famiglia Bridgerton: i fratelli, nei libri, sono lo stesso uomo


Dopo aver letto i primi quattro romanzi di Julia Quinn, dei fratelli Bridgerton ne ho conosciuti davvero tre: Anthony, Benedict e Colin. E ho scoperto che sono praticamente lo stesso uomo con nomi diversi.

Nel primo articolo di questo ciclo Bridgerton, vi avevo detto una cosa semplice: la serie funziona meglio dei libri.
Dopo aver letto altri due romanzi della saga, posso essere più precisa: la serie funziona meglio dei libri soprattutto quando si tratta dei fratelli Bridgerton.
Perché Julia Quinn, in quattro libri, mi ha dato sostanzialmente un solo protagonista maschile. Declinato in tre varianti.


Il manuale del maschio romance secondo Julia Quinn

Esiste, nei libri di Quinn, un maschio tipo.

Non è difficile individuarlo: basta sovrapporre i protagonisti e vedere cosa rimane uguale.
Primo requisito: un trauma. Possibilmente paterno. Se il padre è morto in modo inaspettato, meglio.
Secondo requisito: il rifiuto ostentato dell'amore. Lui non vuole innamorarsi, lui non ha bisogno di nessuno, lui la sceglie per convenienza, per errore, per scandalo.
Terzo requisito: il cedimento. Dopo aver dichiarato per 200 pagine che non cederà mai, cede puntualmente al capitolo previsto.
Quarto requisito: un finale con gravidanza.

Su questa matrice, Quinn costruisce Anthony. Poi ci costruisce Benedict e infine Colin.

Cambia loro il lavoro - il Visconte gestisce la famiglia, l'artista dipinge, il viaggiatore viaggia - ma lo schema è sempre quello.

È il patto del romance storico, lo so.
Ma è anche il motivo per cui, finito un libro e cominciato il successivo, ho faticato a ricordare cosa distinguesse davvero un fratello dall'altro.


Anthony Bridgerton, il fratello più rigido dei suoi colletti

Nel primo articolo avevo già scritto quanto Anthony, sulla pagina, fosse più rigido persino dei suoi colletti inamidati.

Leggere gli altri romanzi non ha cambiato quella sensazione. Semmai l'ha confermata.
Anthony è il fratello maggiore, il responsabile, quello che ha visto il padre morire e da allora è convinto che morirà giovane anche lui.
Tutto il suo impianto psicologico si regge su questo trauma.
E lì si ferma.

Nel libro è un uomo ossessivo che si ritrova all'altare con Kate per puro meccanismo narrativo. La sua cosiddetta evoluzione emotiva sta tutta in poche pagine finali, compresse come una fisarmonica.
Nella serie, invece, Anthony diventa un personaggio: il tormento, che sulla carta mi era sembrato un alibi per giustificare cento errori, in tv diventa carne, sguardo, silenzio tra una battuta e l'altra.

Non è un caso che Jonathan Bailey abbia conquistato mezzo pianeta e Anthony-dei-romanzi sia il fratello che ricordo meno.


Benedict Bridgerton, il mio preferito (e il più inutilmente sprecato)

Lo ammetto: Benedict è il mio fratello Bridgerton preferito.
Lo è nella serie, lo è nei libri, lo è a prescindere dalle sue effettive qualità letterarie.

È l'artista della famiglia, il pittore. Quello che dorme fuori casa dopo un ballo in maschera e non viene giudicato per questo dai fratelli.

Nel suo romanzo, Quinn decide di raccontarlo dentro una struttura dichiaratamente fiabesca: Cenerentola. C'è il ballo, c'è il guanto al posto della scarpa, c'è la fanciulla povera che lui ritrova anni dopo a servizio in una casa di amici.

La fiaba, nelle intenzioni di Quinn, doveva dare a Benedict un'aura diversa dagli altri fratelli. 
In parte funziona.

Benedict è più tenero, più romantico nel senso antico del termine. Meno ingessato di Anthony.

Ma è anche il fratello a cui Quinn infligge il comportamento più ambiguo di tutto il primo ciclo: per metà libro Benedict vorrebbe che Sophie fosse la sua amante, non sua moglie. Perché lei non è nobile, perché lui è un Bridgerton.

Qui si vede, in modo quasi imbarazzante, quanto lo schema del genere pesi sull'autrice.
Lo schema prevede che il protagonista all'inizio si comporti come un cretino, quindi Quinn glielo fa fare, anche quando per quel personaggio sarebbe stato più onesto risparmiarcelo.

Nella serie, Benedict ha ancora una strada lunga prima della sua stagione completa. Ma già nelle prime stagioni si intuisce che sarà un altro Benedict: più autentico, meno prigioniero della fiaba.


Colin Bridgerton: ovvero lo stampino camuffato da profondità

Il quarto libro è quello che molte persone, in rete, definiscono il migliore della saga.
È il libro di Colin e Penelope, della rivelazione di Lady Whistledown, del viaggiatore che finalmente si ferma.

E io, leggendolo, ho capito una cosa: Colin è lo stesso maschio romance di Anthony e Benedict, solo che qui Quinn è più brava a camuffarlo.
Perché Colin, in apparenza, sembra diverso: più leggero, più ironico, meno tormentato.

Ma guardate bene cosa succede nel suo romanzo.
Uno: Colin ha un'insicurezza profonda. Si sente superficiale, vuoto, in cerca di uno scopo che non trova. È il trauma, mascherato da crisi esistenziale da trentenne viziato.
Due: quando si rende conto di essere innamorato di Penelope, la prima reazione non è stupore tenero. È rifiuto. Irritazione. Il classico "no, io non posso provare un sentimento per lei". È il cedimento ritardato, puntualmente previsto dallo schema.
Tre: il matrimonio precipitoso, formula canonica.

Colin è un Anthony che ha viaggiato di più, un Benedict senza cavalletto.

Il quarto libro è più godibile degli altri, lo concedo. Ha ritmo, ha il caso Whistledown, ha una dinamica amici-che-diventano-amanti che funziona meglio della media.

Ma la fabbrica è la stessa.


Perché la serie ha dovuto riscriverli

A questo punto una domanda è quasi inevitabile: se i fratelli Bridgerton, nei libri, sono in larga parte la stessa persona, come fa la serie a farceli sembrare diversi?
La risposta è semplice: li riscrive.

Chi sta dietro Bridgerton su Netflix ha dovuto fare quello che Julia Quinn non aveva fatto: distinguere.
Dare ad Anthony un'ossessione per il controllo che si legge nello sguardo prima ancora che nelle parole.
Dare a Benedict un'inquietudine identitaria più vasta della fiaba cenerentoliana.
Dare a Colin un percorso di crescita che parta da un'ingenuità reale, non da un'insicurezza spiegata tre volte in tre capitoli diversi.

Nei libri, quando finisci un romanzo e ne cominci un altro, il protagonista sembra sempre un cugino molto somigliante al precedente. Cambia il nome, cambia il contesto, ma il motore psicologico è quasi identico.

Nella serie, quando una stagione chiude e una si apre, il nuovo fratello Bridgerton arriva in scena con una personalità che non assomiglia a quella di prima.

Questo lo si deve al casting, certo.
Ma soprattutto a una scrittura televisiva che ha scelto di smontare lo stampino invece di replicarlo.


In conclusione: Julia Quinn scrive sempre lo stesso uomo

Dopo quattro romanzi della serie Bridgerton, la mia impressione è che Julia Quinn abbia scritto lo stesso maschio romance sei, sette, otto volte.
Non è necessariamente un difetto: è il patto del genere. Chi apre un romance storico sa cosa sta per leggere: l'alfa tormentato, il rifiuto iniziale, il cedimento, il lieto fine con neonato.
Ma quel patto spiega perché, nei libri, i fratelli Bridgerton tendano a confondersi.

E perché la serie Netflix, dovendo tenerli insieme sullo schermo e farceli amare uno per stagione, abbia dovuto lavorare molto più di Julia Quinn sulla differenza tra un Bridgerton e l'altro.

Dei libri porto a casa Benedict, con parecchie riserve.
Anthony lo lascio volentieri alla serie.
Di Colin, invece, mi tengo la cosa migliore che Julia Quinn abbia scritto in quattro romanzi: non il protagonista maschile, ma Penelope Featherington.

Ma questa è un'altra storia e la vedremo nel prossimo articolo del ciclo.





Bookblogger vs Ufficio Stampa: ovvero, l'arte sottile del "ti invieremo una copia"

Dietro le mail perfette degli uffici stampa: promesse, automatismi e l'arte di leggere tra le righe

Ogni volta. Ogni. Singola. Volta.

C'è un momento preciso, nella vita di una bookblogger, in cui apri la mail e capisci. Non serve neanche leggere sino in fondo, non serve scorrere oltre la seconda riga. Basta quella frase lì - quella elegante, educata, stirata bene come una camicia da matrimonio: "Saremmo felici di inviarti una copia del libro".
E tu pensi: ma guarda che gentili!
Poi cresci. E traduci: mai più sentirò parlare di voi.
È una competenza che si sviluppa in silenzio, anno dopo anno, senza che nessuno te la insegni. Te la costruisci da sola, mattone dopo mattone, su fondamenta di entusiasmi non corrisposti e follow-up senza risposta.

La Labrador emotiva (capitolo che preferirei non ricordare)

All'inizio ero esattamente quello che sembra: una labrador emotiva in libera uscita.
Rispondevo alle mail con entusiasmo sincero, quasi commovente a ripensarci adesso. 
Ringraziavo! Sorriso tra le righe, cura vera, attenzione reale, tempo... Scrivevo come se dall'altra parte ci fosse qualcuno che avrebbe letto, che avrebbe pensato: "Questa qui ci tiene davvero, vale la pena."
Spoiler: spesso non c'era nessuno del genere. C'era un automatismo, una catena di montaggio con la punteggiatura corretta, un template riscaldato e rimandato per trentocinquantesima volta con nomi diversi in calce.
Io mettevo anima, loro mettevano la firma automatica. Eravamo, a tutti gli effetti, su pianeti diversi.

Il dizionario che nessuno ha scritto, ma tutte noi usiamo

Il punto non è neanche la copia che non arriva - quella, a un certo punto, diventa folklore, quasi un elemento decorativo dell'esperienza. La storia divertente da raccontare alle colleghe blogger durante quelle conversazioni notturne sui direct che sembrano sedute di gruppo.
Il punto è il teatro, quel piccolo balletto diplomatico fatto di mail perfette con oggetti scritti in modo impeccabile, promesse leggere come carta velina che si sciolgono nell'aria prima che tu abbia finito di leggere, ringraziamenti standard che potresti incollare ovunque - tipo figurine Panini, intercambiabili, identiche, destinate a completare un album che non esiste.
E tu lì, dall'altra parte, a rispondere con cura vera. Che è una cosa ormai quasi sovversiva, ci rendiamo conto? Perché la verità è che nel mondo dei libri si parla tantissimo di attenzione, di relazione, di comunità. Ma si pratica poco. Molto poco.
"Provvederemo a inviarti una copia" significa che non sentirai più parlare di loro sino al prossimo catalogo stagionale.
"Ti terremo in considerazione per le prossime uscite" significa che sei in una lista che non scorre.
"Abbiamo letto con piacere il tuo blog" vuol dire che hanno guardato il profilo Instagram per circa undici secondi.
È una lingua, con le sue regole e le sue strutture. Una volta che la impari, non riesci a disimpararla.

Ci ho creduto per anni

Confessione, e la faccio senza troppa grazia perché non è il tipo di cosa su cui si riesce ad essere eleganti: ci ho creduto per anni. Non alla copia, no - a quella avevo smesso di credere abbastanza presto, e già questa è una forma di crescita. Ho creduto alla relazione, all'idea che ci fosse uno scambio vero, che dietro una mail ci fosse almeno una minima traccia di memoria. Un so chi sei, un ti ho letta, un mi ricordo che l'anno scorso hai scritto quella cosa su quel libro e mi aveva colpita.
Niente di tutto questo. Ogni volta ripartiva tutto da zero, come nelle relazioni tossiche - solo con la punteggiatura corretta e nessuna scena drammatica in cui sbattere la porta.
E io, ogni volta un po' più stanca. Non arrabbiata, attenzione. Stanca. Che è una cosa molto diversa e molto più difficile da gestire, perché la rabbia ha un'energia che puoi usare mentre la stanchezza ti si deposita addosso e rimane lì, silenziosa.

Non è una questione di rancore. È una questione di attenzione

Poi arriva quel momento lì - silenzioso, senza musica drammatica, senza un episodio preciso che faccia da spartiacque. Non ti arrabbi più. Non chiedi, non solleciti, non scrivi la mail di cortesia a dieci giorni dalla promessa. Non perché sei diventata zen, non perché hai raggiunto un qualche livello superiore di distacco emotivo. Perché sei satura. Che è molto diverso da serena e chi non ha mai provato quella differenza sulla propria pelle probabilmente non ha mai investito abbastanza in qualcosa per esaurirsi.
Capisci, in quel momento lì, che la vera moneta non è il libro. Non è mai stata il libro. È l'attenzione. E se quella non c'è - se dall'altra parte non c'è nessuno che ti vede davvero, che sa cosa fai e perché e per chi - il resto è carta. Anche quando arriva. Anche quando il pacco si materializza davvero nella buca delle lettere e tu lo apri e dentro c'è il volume col segnalibro promozionale e il bigliettino stampato con il tuo nome sbagliato di una lettera.

La presa di posizione (quella vera, non diplomatica)

Quindi sì, ho smesso. Di rispondere con entusiasmo a chi scrive senza ascoltare, di entrare in conversazioni che non sono conversazioni, ma monologhi travestiti da dialogo. Di fingere che sia normale, di fare la parte della blogger grata e disponibile sempre pronta a una collaborazione.
Perché no, non è normale. Non è normale che chi lavora con i libri - che vive di storie, di parole, di connessioni tra testo e lettore - dimentichi sistematicamente la cosa più importante: le persone che quei libri li leggono davvero. Quelle che scrivono recensioni vere, che costruiscono community reali, che hanno lettrici che le seguono da anni e si fidano di loro ciecamente. Non è normale, e smettere di fingere che lo sia non è cinismo. È solo onestà. Quella cosa rara.

La newsletter, però, quella arriva sempre

Oggi quando leggo "ti invieremo una copia", sorrido. Non più con speranza, ma con esperienza.
È esattamente come quando qualcuno ti dice "ci vediamo presto" e tu sai già, con certezza matematica, che no, non succederà e, anzi, probabilmente non vi vedrete per altri diciotto mesi almeno.
Il libro non arriverà, ma la newsletter dell'ufficio stampa - quella con le uscite del mese, le anteprime, i titoli in lavorazione, la firma di sette persone diverse in calce - quella sì.
Puntuale, ogni martedì, con l'oggetto scritto in maiuscolo... anche quando se ti sei mai iscritta alla loro mailing list.
Almeno la comunicazione, quella, non ha mai avuto problemi di disponibilità. E questa, devo dire, è già una piccola forma di rispetto. Solo che almeno lì non ti chiedono anche una recensione (positiva) entro quindici giorni.

E io, ovviamente, la newsletter l'ho aperta. L'ho letta. E ho già scritto mentalmente la risposta entusiasta alla prossima mail che arriverà.

Caso clinico, vi dicevo. Ma almeno lo so!




 

Il bookblogger e il suo habitat naturale: relazione di campo

Osservazioni di chi ci vive dentro

Nota metodologica: le osservazioni contenute in questo documento sono il risultato di mesi di convivenza diretta con l'esemplare. L'autore ha cercato di mantenere il distacco scientifico necessario. Non sempre ci è riuscito!

Premessa

Sono un architetto, conosco le strutture. Osservo gli spazi, ne comprendo la logica, ne valuto la funzionalità. Ho sviluppato nel tempo una certa capacità di leggere gli ambienti senza lasciarmi coinvolgere emotivamente.

Poi ho iniziato a vivere con una bookblogger.

Quello che segue è il tentativo - parzialmente riuscito - di applicare un metodo analitico a un soggetto che al metodo analitico oppone una resistenza sistematica e, a quanto pare, del tutto inconsapevole.

Descrizione dell'esemplare

La Libridinosa bibliophila è un mammifero di taglia media, attivo nelle ore mattutine, con picchi di produttività tra le 6 e le 9. Insegna danza classica quattro pomeriggi a settimana. Va in palestra due mattine e fa jogging appena può. Legge in ogni momento disponibile e in alcuni momenti che disponibili non erano.

Comunica attraverso un sistema misto verbale e non verbale di complessità elevata. Il canale non verbale è, nella mia esperienza, quello più ricco di informazioni.

Il sistema di comunicazione durante la lettura

Dopo un periodo di osservazione prolungato ho identificato due stati principali dell'esemplare durante la lettura, riconoscibili con buona precisone anche a distanza.

Stato uno: l'approvazione

L'esemplare è silenzioso: la postura è stabile. A volte, in modo del tutto inconsapevole, il pollice destro inizia ad accarezzare il mio pollice con un movimento lento e ripetuto. Ho verificato che questo comportamento non è intenzionale: interrogata in merito, l'esemplare nega o non ricorda. 
Si tratta tuttavia del segnale più affidabile che ho rilevato nel corso della ricerca. Quando il pollice si muove, il libro è buono.

Stato due: disapprovazione

L'esemplare produce una sequenza di segnali progressivi e inequivocabili. Prima una smorfia. Poi un suono breve, non classificabile come parola ma chiaramente espressivo. Poi, se la situazione peggiora, un commento ad alta voce rivolto ai libri, all'autore o a entrambi.

Ho imparato a riconoscere la transizione dallo stato uno allo stato due prima che diventi verbale. È una competenza che non avevo messo in conto di dover sviluppare, ma che si è rivelata utile.

L'habitat primario e le sue regole

La libreria domestica segue una logica interna che ho impiegato tempo a comprendere e che, ora, ritengo di aver mappato con sufficiente accuratezza.

I libri già letti sono separati da quelli da leggere. Sempre. La motivazione dichiarata è pratica. La motivazione reale, dopo mesi di osservazione, mi sembra più vicina a un bisogno di controllo su un sistema che, per sua natura, tende all'espansione infinita. La TBR cresce. La separazione la rende gestibile, almeno visivamente.

Gli autori del cuore occupano uno spazio separato e protetto. Non ho mai toccato quella sezione. Non per ordine esplicito, per comprensione del contesto.

Sul piano operativo di lettura - il divano - sono sempre presenti: matita, segnalibro, segnapagina, righello. Il righello merita una nota a parte: l'esemplare sottolinea i libri con regolarità e intensità. Le righe, tuttavia, devono essere dritte. Ho posto questa questione una volta sola. La risposta è stata: "È ovvio". Ho archiviato la questione.

Il rituale della sovracopertina

Prima di iniziare un nuovo volume, l'esemplare rimuove, laddove presente, la sovracopertina. La ripone in un luogo sicuro. Inizia la lettura.

Il libro verrà sottolineato, annotato, vissuto con un'intensità che lascia tracce fisiche evidenti su quasi ogni pagina. La sovracopertina resta intatta.

Ho elaborato diverse ipotesi interpretative nel corso di questi mesi. Nessuna mi ha soddisfatto completamente. Ho smesso di cercarne una. Alcune strutture funzionano senza che sia necessario capirne il principio. Questa è una di quelle.

La borsa

La borsa dell'esemplare contiene sempre un Kobo.

Questo dato è costante e indipendente da qualsiasi variabile esterna: destinazione, durata dello spostamento, agenda della giornata, presenza certificata di zero finestre temporali utili alla lettura.

Il Kobo è lì.

Ho chiesto una spiegazione una volta. La risposta è stata: "Non si sa mai."

Ho ritenuto la risposta esaustiva.

La fase di scrittura

Ogni mattina, nelle ore precedenti al resto della giornata, l'esemplare scrive per il blog.

Il processo richiede: cappuccino, silenzio, luce soffusa, connessione stabile e - questo è il dato che ho impiegato più tempo a comprendere appieno - la mia presenza fisica nella stanza.

Non mi viene chiesto di fare nulla. Non devo leggere, commentare, approvare. Devo solo essere lì. Seduto. Presente.

Ho verificato che la mia assenza produce un blocco creativo documentabile e rapidamente risolvibile con il mio rientro nella stanza.

Ho smesso di fare domande anche su questo.

Sono seduto qui, adesso, mentre scrivo queste righe. Lei sta messaggiando, accanto a me. Il pollice si sta muovendo.
La conversazione che la impegna è divertente.

Conclusione

Dopo mesi di osservazione diretta posso affermare con ragionevole certezza che La Libridinosa bibliophila è un sistema complesso, internamente coerente, governato da regole proprie che richiedono validazione esterna per funzionare.

Ho imparato a leggerne i segnali, a rispettarne i confini - soprattutto quelli della sezione autori del cuore. A stare seduto quando serve stare seduti.

In cambio, mi ama.
Mi pare un accordo equo.

L'autore è un architetto. Questa è la struttura più interessante che abbia mai studiato.