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Le ultime chiacchiere

La Libridinosa manda a quel paese chi si lamenta che le sue recensioni non funzionano sui social


Luglio.

Caldo. Afa. E sui social - puntuale come l'anticiclone africano - il lamento.

"Ho pubblicato una recensione e non l'ha vista nessuno."
"L'algoritmo penalizza i contenuti lunghi."
"Ho scritto duemila parole su questo libro e ho fatto tredici like."
"Non capisco, il contenuto era ottimo."

Fermi.
Tutti fermi.

Respiro.

Prima questione: cos'è una recensione


Voglio che ci mettiamo d'accordo su una cosa prima di procedere, perché ho l'impressione che ci sia una piccola grande confusione terminologica che sta alla base di tutto il problema.

Una recensione è un testo critico: ha una tesi, argomenta, analizza lo stile, la struttura, i personaggi, le scelte narrative dell'autore. Mette il libro in un contesto. Esprime un giudizio motivato - non un'emozione, un giudizio - e lo difende con strumenti letterari.

Una recensione è una cosa difficile da scrivere bene. Ci vuole tempo, competenza e una certa dose di coraggio intellettuale, perché significa esporsi con un'opinione che qualcuno potrebbe non condividere.

Ora... Quello che vedo nel Bookstagram e nel BookTok - e lo dico con tutto l'affetto del mondo, giuro, affetto vero - non è sempre una recensione.

È spesso qualcos'altro.

È "questo libro mi ha distrutta."
È "non riuscivo a smettere di piangere."
È "cinque stelle perché il protagonista mi ha guardata negli occhi attraverso le pagine."
È la foto del libro accanto a una candela con scritto sopra "atmosfera autunnale" in corsivo.

Queste sono cose bellissime, per carità. Sono testimonianze, reazioni, sono la prova che un libro ha toccato qualcosa in una persona reale e questo ha un valore enorme.

Ma non sono recensioni.

E se non sono recensioni, il problema del reach non è un problema dell'algoritmo.

Seconda questione: l'algoritmo


Ah, l'algoritmo.

Il grande nemico. Il mostro invisibile. Il responsabile di tutto - del reach basso, della scarsa visibilità, del fatto che quel contenuto bellissimo che hai pubblicato alle undici di martedì sera non l'ha visto quasi nessuno.

Posso dirvi una cosa sull'algoritmo?
Non sa leggere!

L'algoritmo non sa se la tua recensione è brillante o mediocre, profonda o superficiale, originale o la copia carbone di altre duemila recensioni dello stesso libro pubblicate la stessa settimana. L'algoritmo sa solo se le persone si fermano, guardano, interagiscono, restano.

E le persone si fermano su quello che le colpisce.

Quindi, quando dici "l'algoritmo penalizza i contenuti lunghi", quello che stai dicendo in realtà è "le persone non si sono fermate abbastanza a leggere quello che ho scritto". E questa è un'informazione preziosa - molto più preziosa della colpa scaricata su un sistema informatico che, ribadisco, non sa leggere.

L'algoritmo non ce l'ha con te.
L'algoritmo è indifferente.

E l'indifferenza, credetemi, è molto più istruttiva dell'ostilità.

Terza questione: il contenuto ottimo


"Il contenuto era ottimo."

Questa mi fa impazzire. Mi fa impazzire con tenerezza, sia chiaro - non con cattiveria - ma mi fa impazzire.

Chi ha stabilito che il contenuto era ottimo? Tu!

Hai scritto il contenuto, hai deciso che era ottimo, l'hai pubblicato e quando il pubblico non ha confermato la tua valutazione, hai concluso che il problema era altrove.

Ora, esiste la possibilità - remota, improbabile, quasi fantascientifica - che il contenuto non fosse ottimo?
Che fosse, che so, nella media? Discreto? Buono ma non indimenticabile? Uno dei duemila contenuti identici pubblicati quella settimana sullo stesso libro con la stessa copertina fotografata dallo stesso angolo con la stessa tazza di tè a fianco? 

Io scrivo di libri da tredici anni. Tredici. Ho una laurea in umiltà conseguita sul campo, pagata a caro prezzo in termini di traffico, commenti e domeniche passate a chiedermi perché un pezzo sul quale avevo lavorato una settimana aveva fatto meno click di una foto di Vani che dormiva sul divano.

E la risposta, quasi sempre, era una sola: potevo fare di meglio.

Non l'algoritmo, non il giorno o l'ora sbagliati.

Io. Potevo fare di meglio.

Quarta questione: BookTok, Bookstagram e il grande equivoco


Parliamoci chiaro una volta per tutte.

BookTok e Bookstagram sono piattaforme di intrattenimento. Non sono riviste letterarie né supplementi culturali. Non sono luoghi dove il pubblico arriva con la matita in mano pronto ad approfondire.

Sono luoghi dove le persone scorrono veloce, cercando qualcosa che le fermi e se le fermi hai venti secondi - forse trenta se hai fatto qualcosa di davvero interessante - per convincerle a restare.

In venti secondi non si fa letteratura, si fa comunicazione.

E la comunicazione ha regole diverse dalla letteratura. Ha regole diverse dalla critica e dalla recensione classica.

Questo non significa che su queste piattaforme non si possa dire nulla di intelligente - si può, eccome. Significa che bisogna imparare il linguaggio del mezzo e capire come funziona prima di lamentarsi che non funziona.

Chi va su BookTok aspettandosi di fare la stessa cosa che farebbe su un blog e ottenere gli stessi risultati, sta confondendo uno Spritz con un Barolo. Sono entrambe bevande. Finisce lì.

Quindi


Se la tua recensione non ha reach, ci sono esattamente tre possibilità.

Prima possibilità: non è una recensione, è una reazione emotiva. Le reazioni emotive funzionano benissimo sui social - ma funzionano in un altro modo, con un altro linguaggio, con un'altra strategia. Imparala.

Seconda possibilità: è una recensione, ma è uguale ad altre duemila recensioni dello stesso libro. Il problema non è l'algoritmo. È la differenziazione. Cosa dici tu che non dice nessun altro? Perché dovrei fermarmi sul tuo contenuto e non su quello di qualcun altro?

Terza possibilità: è una recensione ottima, originale, ben scritta e semplicemente non ha ancora trovato il suo pubblico. Questo succede. Succede ai blog, succede ai libri, succede agli articoli di critica letteraria pubblicati su testate serissime. Il buon contenuto non garantisce visibilità immediata. Garantisce, nel tempo, una reputazione. E la reputazione vale più dell'algoritmo.

In tutti e tre i casi, la soluzione non è lamentarsi.
La soluzione è lavorare.

Conclusione, con affetto invariato


Quindi no.

Non ho simpatia per il lamento sul reach. Non perché sia insensibile - sono sensibilissima, chiedetelo a chiunque mi conosca davvero - ma perché il lamento sul reach è energia sprecata che potrebbe andare a migliorare il contenuto successivo.

Su questo blog scrivo di libri da tredici anni. Non ho smesso quando i numeri erano più bassi, non ho mai pensato che il problema fosse l'algoritmo. Ho pensato, ogni volta, che potevo fare meglio e ho provato a farlo.

E quando Vani che dorme sul divano fa più click della mia recensione su Strout, rido. E poi scrivo una recensione migliore.

Perché i libri lo meritano.
E voi che leggete, ancora di più!

Laura

'Qui tutti mentono' di Shari Lapena: un thriller che promette tutto e mantiene poco

Qui tutti mentono
Autore Shari Lapena
Editore Bollati Boringhieri
Pagine 256
Uscita 24 giugno 2025
Genere Thriller
William Wooler, sposato con due figli, ha una relazione segreta. Il giorno in cui la sua amante tronca la loro storia, William torna a casa, trova la figlia Avery, 9 anni, inaspettatamente rientrata a casa da scuola troppo presto. William perde la pazienza nei confronti della bambina, le dà una sberla, poi esce. Qualche ora dopo la bambina scompare. La polizia indaga, concentrandosi sugli abitanti della strada dove abita Avery e da dove è sparita. Ma ricostruire quanto potrebbe essere accaduto è difficilissimo per i due detective incaricati dell’indagine: in quella strada tutti sembrano mentire. Presunti testimoni si fanno avanti con informazioni che forse sono vere o forse no. Il vicinato è sempre più in allarme. E dunque dov’è Avery? È stata rapita?
Entrato nella classifica dei bestseller del «New York Times» all’uscita, Qui tutti mentono è un thriller coinvolgente, inquietante, capace di alzare la temperatura della suspense domestica a livelli altissimi, per poi regalarci un finale mozzafiato.

Come si recensisce un libro nel 2026 senza diventare un'influencer di sé stessa


Ci sono polemiche che leggo con un certo distacco. Questa no. Perché quando Giunti ha presentato un avatar generato con l'intelligenza artificiale per lanciare un suo prossimo titolo e mezza community di lettori sui social si è indignata all'istante, io mi sono ritrovata a fare una cosa rara per me: stare zitta e ascoltare tutti prima di dire la mia.

Ora la dico. E la dico intera.

Riassunto delle puntate precedenti, per chi parla di libri ma non li legge


Giunti ha creato un avatar con l'AI per promuovere un libro in uscita. Non un illustratore digitale per la copertina, non un traduttore automatico per il testo: proprio una faccia, virtuale, che parla al posto di una persona in carne e ossa. Apriti cielo! Le bookinfluencer si sono sollevate in coro che neanche i gabbiani di Nemo: non è corretto - hanno starnazzato - non si può sostituire una persona con un avatar. Il tutto condito dal solito sottotesto, quello per cui le case editrici userebbero l'AI per risparmiare sui professionisti veri: illustratori, traduttori, editor... e questa è l'unica cosa giusta che hanno detto.

Fin qui la cronaca. Ora la parte in cui smetto di fare la "giornalista" e comincio a fare quello che sono davvero: una lettrice che non ha peli sulla lingua.

Mi schiero. Ma solo a metà e non per vigliaccheria


Sull'intelligenza artificiale usata per illustrare copertine o tradurre romanzi, io sto dalla parte di chi protesta. Punto. Esistono illustratori capaci di regalare a un libro un'identità visiva che nessun prompt saprà mai replicare ed esistono traduttori che passano mesi a scegliere una sola parola. Sostituirli con un algoritmo non è innovazione, è un modo elegante per non pagare qualcuno che meriterebbe di essere pagato.

Ma il caso dell'avatar promozionale è un'altra storia e trattarlo come se fosse la stessa cosa è pigrizia intellettuale. Una casa editrice che sceglie di usare un volto virtuale per presentare un libro sta facendo una scelta di marketing, discutibile quanto si vuole, ma sua. Nessuno ha tolto lavoro a un editor per farlo, nessun traduttore ha perso una commessa. È un testimonial, non un mestiere rubato.

Diciamocela tutta: la vera paura non è l'autenticità


E qui arrivo al punto che nessuno, tra le indignate di professione, ha avuto il coraggio di scrivere.

La sollevazione contro gli avatar non nasce da un principio, ma da un timore molto più prosaico: che un giorno le case editrici scoprano di non aver più bisogno di spedire copie omaggio a nessuno, perché un avatar non chiede né la copia né di essere invitato all'evento. La retorica sull'autenticità è un vestito buono cucito addosso a una paura molto meno nobile: perdere il posto nella lista degli invii gratuiti.

E se vogliamo essere davvero oneste fino in fondo, c'è una domanda che dovremmo farci tutte, prima di scandalizzarci: perché le parole pronunciate da questi avatar suonano, parola per parola, identiche a quelle di certe booktoker in carne e ossa? Se un algoritmo riesce a imitare perfettamente il tuo modo di parlare di un libro, forse il problema non è l'algoritmo!

Cosa significa ancora, oggi, dire la verità su un libro


Qui sta il cuore della faccenda ed è più semplice di quanto tutto questo rumore lasci intendere. Dire la verità su un libro non ha niente a che fare con chi o cosa la esprime, ma con il rischio che si corre. Un avatar non rischia niente. Non perde follower, non litiga con gli autori, non deve guardarsi allo specchio dopo aver scritto una recensione che non pensa davvero. Una persona sì.

Il problema del 2026, allora, non è l'intelligenza artificiale che finge di aver letto un libro, ma quante persone reali, per non perdere lo status, la copia omaggio, l'invito, hanno già imparato a scrivere come se fingessero anche loro.

Un algoritmo può recitare la parte di chi ha letto un romanzo. Il vero danno è che, da tempo, non è più l'unico a saperlo fare.

Laura

'Dandelion è morta' di Rosie Storey: quando un inizio brillante non basta a salvare un finale già scritto

Dandelion è morta
Autore Rosie Storey
Editore Neri Pozza
Pagine 384 pagine
Uscita 5 giugno 2026
Genere narrativa contemporanea
Jake è innamorato di Dandelion. Un sentimento fulmineo e ostinato. Dandelion è bella, libera, unica. Dandelion, però, è morta da sette mesi. Quando Poppy si imbatte nei messaggi di Jake sul profilo Hinge di Dandelion, avverte una vertigine: il richiamo di una vita che non è più, che pure continua a vivere. Decide di rispondere, di prendere in prestito per una sera il suo nome e la sua voce, per tenere a bada quella nostalgia che le toglie il respiro. Un appuntamento soltanto, nel giorno in cui Dandelion avrebbe compiuto quarant’anni: un gesto imprudente e irresistibile – esattamente il tipo di avventura verso cui sua sorella l’avrebbe spinta, se non altro per allontanarla da Sam, che a Dandelion non è mai piaciuto. Jake, dal canto suo, cerca di resistere al disordine che ha intorno: dopo la fine del suo matrimonio e la scoperta che il fidanzato ventenne della sua ex si è trasferito nella casa di famiglia, desidera qualcosa di vero. Quando incontra la donna che si presenta come Dandelion, sente di averlo trovato. Mentre, una sera dopo l’altra, la curiosità diventa amore, Poppy si ritrova intrappolata nei panni della sorella, nella doppia vita che non aveva avuto intenzione di creare. Eppure, ogni momento che trascorre con Jake sembra genuino, elettrizzante, giusto; tra loro c’è una chimica calda e confusa. Ma che cosa resta quando ci si innamora di una bugia?

Contro il buonismo narrativo: l'editoria ci sta proteggendo da quello che la letteratura dovrebbe darci

 

Stavo leggendo un buon libro. Poi è arrivato il finale.


Conosci quella sensazione: stai leggendo un romanzo che funziona - tensione giusta, personaggi ambigui, qualcosa di vero che si accumula pagina dopo pagina. Non sai dove sta andando, ma senti che ci sta andando davvero. Che non si tirerà indietro.

Poi arriva il capitolo finale.

E tutti capiscono. Tutti perdonano. La figlia e la madre si abbracciano dopo vent'anni di silenzio, il personaggio che aveva vissuto nell'errore trova pace, qualcuno impara la lezione, qualcuno rinuncia all'orgoglio. La tensione che il romanzo aveva costruito con cura - quella tensione vera, scomoda, che assomigliava alla vita - si scioglie in tre pagine di rappacificazione universale.

Chiudi il libro, ti senti defraudata.

Non perché volessi una tragedia o perché tu abbia qualcosa contro la speranza o contro i finali che respirano. Ma perché quello che hai appena letto non era un finale onesto, era una resa. L'autore o l'autrice aveva costruito qualcosa di complesso e all'ultimo momento aveva deciso di non fidarsi né del libro né di te.

E la cosa peggiore è che non si tratta di un caso isolato, ma di una tendenza. Di qualcosa che nell'editoria contemporanea sta diventando, silenziosamente, uno standard.

Il libro-coperta e l'industria del conforto


Negli ultimi anni è emersa una categoria editoriale che non ha ancora un nome ufficiale, ma che chiunque frequenti le librerie riconosce a colpo d'occhio. Chiamiamola come vogliamo - letteratura del benessere, narrativa consolatoria, feel-good fiction - ma il meccanismo è sempre lo stesso: il libro come oggetto terapeutico. Il romanzo che ti abbraccia, la storia che ti lascia migliore di come ti ha trovata.

le copertine lo dichiarano già in quarta: una storia di rinascita, un viaggio verso la luce, una seconda possibilità. Il finale è annunciato prima che tu apra la prima pagina: non stai per leggere un romanzo, stai per acquistare una promessa di sollievo.

Non è un fenomeno marginale. È il cuore del mercato librario contemporaneo, almeno in quella fascia di narrativa accessibile, da classificare a regalo. I libri che vendono di più sono spesso quelli che rassicurano di più. E l'editoria, che è un'industria come le altre, ha imparato la lezione e la ripete.

Il risultato è una narrativa italiana e tradotta in cui il finale consolatorio non è più una scelta dell'autore - è un'aspettativa di sistema. Una convenzione silenziosa tra chi pubblica e chi compa. Il lettore sa già che andrà a finire bene, almeno abbastanza bene. E lo sa ancora prima di leggere la prima riga.

Poi c'è il BookTok. E lì il meccanismo si accelera fino a diventare quasi comico. I video che fanno girare i libri sono quasi sempre costruiti su due assi: mi ha fatto piangere e mi ha fatto stare bene. Spesso, entrambi, in quest'ordine. Il pianto è concesso - anzi, è quasi obbligatorio - ma deve essere un pianto catartico, pulito, che porta da qualche parte. Un pianto che finisce con un sorriso. L'emozione come esperienza sicura, guidata, con uscita di emergenza segnalata.

E i bookblogger - me compresa, quando non sto attenta - contribuiscono. Fa bene al cuore è diventato un complimento standard. Ti scalda l'anima è una raccomandazione. Come se la letteratura fosse una borsa dell'acqua calda. Come se il suo compito principale fosse non trasmettere troppo freddo.

Finché succede e perché è un problema


Sarebbe facile dare la colpa ai lettori. Non lo farò, perché non è onesto e perché i lettori non sono il problema. Il lettore che cerca conforto in un libro non sta sbagliando nulla - sta cercando qualcosa di legittimo, e la narrativa ha sempre avuto anche questa funzione.

Il problema è quando il contro diventa l'unica funzione ammessa.

L'editoria misura il successo sul gradimento medio. Le recensioni a cinque stelle, i passaparola, i riacquisti, le classifiche. E il gradimento medio premia il comfort - non per cattiveria, ma per natura. Ciò che rassicura è più facilmente condivisibile di ciò che disturba. Ciò che scalda è più facilmente raccomandabile di ciò che brucia.

L'algoritmo registra tutto questo e lo restituisce amplificato. I libri che funzionano sui social sono quelli che generano emozione positiva e senso di comunità - anche tu hai amato questo libro, anche tu hai pianto in quel capito, anche tu ti sei sentita capita. È un meccanismo potente e non è neutro.

In parallelo c'è stata una colonizzazione silenziosa della narrativa da parte di un immaginario che viene dal self-help, dalla crescita personale, dalla psicologia divulgativa. Ogni romanzo deve insegnare qualcosa, ogni personaggio deve evolvere, ogni storia deve avere un arco trasformativo che va dal buio alla luce - possibilmente con qualche strumento pratico applicabile nella vita reale.

La scrittura come servizio al lettore. Il libro come specchio in cui il lettore si vede migliorato.

Il problema è che la letteratura non funziona così - o almeno, non funziona solo così. La letteratura che resta, quella che ti cambia davvero qualcosa, spesso non ti lascia migliore. Ti lascia più consapevole, più inquieta, più complicata. Ti lascia con domande che non hanno risposta. con personaggi che non hanno imparato nulla e a cui tu non riesci a smettere di pensare proprio per questo.

I libri che non mi hanno consolata e che amo esattamente per questo


Le madri non dormono mai di Lorenzo Marone è uno di quei romanzi che non ti chiedono permesso. Entra, fa quello che deve fare e se ne va senza scusarsi. Non c'è rappacificazione, non c'è lezione. C'è qualcosa di vero che succede, qualcosa che assomiglia al modo in cui certe cose succedono davvero, senza logica narrativa, senza arco trasformativo, senza che nessuno ne esca migliorato.

L'ho amato proprio per questo. Per il coraggio di non spiegare, di non consolare, di non costruire un'uscita di sicurezza per il lettore.

Poi penso a certi romanzi italiani recenti - scritti bene, costruiti con competenza, capaci di toccare temi difficili con estrema sensibilità - che arrivano all'ultima parte e cedono. Non crollano: cedono. Con delicatezza, quasi con timore. Come se l'autrice avesse paura di lasciare il lettore a mani vuote. Come se un finale aperto o scomodo o semplicemente onesto fosse una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha letto.

Non lo è. È l'opposto.

Un finale che tradisce le aspettative - nel senso più nobile del termine, quello che significa non fare la cosa facile - rispetta il lettore molto più di trenta pagine di rappacificazione universale. Gli sta dicendo: sei abbastanza adulto da accettare questo. Non ho bisogno di proteggerti.

La radice del male di Adam Rapp, che ho letto di recente, non ti protegge. I Larkin non imparano nulla, Ava non cambia. Il male che attraversa quella famiglia non trova redenzione, ma continuità. Ed è uno dei romanzi più onesti che ho letto quest'anno, proprio perché non si scusa di essere ciò che è.

Quello che chiedo a un libro


Non chiedo di stare bene dopo.

Non chiedo di imparare qualcosa di applicabile. Non chiedo un personaggio con cui identificarmi né un arco narrativo che mi mostri come si fa. Non chiedo conforto, non chiedo speranza obbligatoria, non chiedo che le cose si sistemino.

Chiedo verità. Anche scomoda, anche parziale, anche senza conclusione.

Chiedo personaggi che restino ambigui sino alla fine - che non abbiano una rivelazione all'ultimo capitolo, che non trovino pace, che non chiedano scusa e non ottengano perdono solo perché la storia deve finire.

Chiedo finali che assomiglino alla vita. E la vita, come sappiamo, non ha molto rispetto per gli archi narrativi.

Questo non significa che la letteratura debba essere cupa per principio o che i finali lieti siano una forma di disonestà. Significa che la consolazione guadagnata - quella che arriva dopo pagine di versa tensione, di ambiguità tenuta sino in fondo, di coraggio narrativo - vale infinitamente di più di quella distribuita a rate fin dalla quarta di copertina.

La differenza tra un libro che ti consola e un libro che ti cambia non sta nel finale. Sta in quanto l'autore si è fidato di te lungo la strada.

E io sto con gli autori che si fidano.

Laura

Ne parlano tutti. I libri, prima. - Stanca dei social? Benvenuta nel club. Fondato nel 1853.


Il quiet posting è il trend del 2026: smettere di pubblicare sui social, ritirarsi dalla visibilità, scegliere il silenzio. Ne parlano tutti. La letteratura lo fa da secoli. Bartleby lo scrivano di Melville, scritto nel 1853, ha già risposto a tutto. Spoiler: con due parole sole.

 

Quindi adesso smettere di postare è diventato figo


Permettetemi di ridere. No, sul serio: permettetemelo, perché ho bisogno di un momento!

Nel 2026, i giornali ci spiegano che il nuovo trend è il "quiet posting". La "de-influezzazione". Il "ritiro digitale". Essere invisbili all'algoritmo è diventato - cito testualmente - il vero lusso digitale. Le persone stanche di Instagram stanno scoprendo che forse non è necessario documentare ogni respiro per esistere. Che forse si può vivere senza che tremila sconosciuti sappiano cosa hai mangiato a colazione. Che forse, solo forse, la costante necessità di essere presenti, brillanti, coerenti col brand e possibilmente virali è una forma molto raffinata di tortura volontaria.

Straordinario! Rivoluzionario! Completamente inedito.

Peccato che la letteratura lo sapesse già nel 1853.

"Preferirei di no"


Herman Melville - quello di Moby Dick, quello che scriveva romanzi che nessuno comprava e continuava a farlo lo stesso - nel 1853 pubblicò un racconto breve su un copista di nome Bartleby. Bartleby lavora in uno studio legale a Wall Street. Un giorno, il suo datore di lavoro gli chiede di fare una cosa. 
Bartleby risponde: "Preferirei di no."

Fine.

Non si arrabbia, non si giustifica. Non scrive un post di sfogo sulla sua pagina, non manda messaggi privati alle persone per comunicare che non collaborerà più con loro. Dice semplicemente: preferire di no. E continua a esistere, in silenzio, nel suo angolo.

Bartlbey ha inventato il quiet posting 170 anni prima che qualcuno ci appiccicasse sopra un nome inglese e un articolo su Wired.

Il punto di Melville - che era un tipo scomodo, poco amato, molto fuori dal suo tempo - è che il rifiuto di partecipare non è nichilismo. È una forma di autodifesa. Bartleby non vuole niente da nessuno. Non cerca validazione, non aspetta commenti. Esiste e basta, con una coerenza che mette a disagio chi gli sta intorno, proprio perché chi gli sta intorno non riesce a capire come si possa non voler performare.

Suona familiare, vero?!

Io, Instagram e le persone che sentivano il bisogno di dirmelo


Ho smesso di parlare di libri per parecchi mesi. Non era una strategia, non era neanche un "digital detox" con hashtag dedicato e non stavo seguendo nessun trend. Ero semplicemente sopraffatta: dalla necessità di esserci sempre, di rispondere sempre, di essere riconoscibile, coerente e presente. Di produrre contenuti nel senso più industriale del termine, come se avessi un nastro trasportatore o il mondo dei libri si sarebbe fermato.

E sapete cos'è successo? Le persone mi scrivevano in privato per comunicarmi che avrebbero smesso di seguirmi.

Ci penso ancora e non capisco. Non lo capisco davvero. L'unfollow è una delle operazioni più semplici dell'universo digitale: un tap, zero conseguenze, nessuna notifica all'altro. Eppure c'è una categoria di persone - numerosa, fidatevi - che sente il bisogno di avvisarti, di renderti partecipe della loro decisione, di trasformare il loro abbandono in un evento comunicativo: "Non ti seguo più perché non sei più attiva come prima."

Grazie. Grazie mille! Avrei dormito malissimo senza saperlo!

Quello che non riuscivano a concepire - quello che il quietposting-come-trend ancora non riesce a spiegare davvero - è che la mia assenza non era un malfunzionamento, ma una scelta: non stavo leggendo, stavo vivendo. Stavo, per dirla con Bartleby, preferendo di no!

Ray Bradbury ci aveva già avvertiti. Non lo abbiamo ascoltato 


Nel 1953 - lo stesso anno in cui Melville pubblicava Bartleby, per una coincidenza che mi fa venire i brividi - Ray Bradbury scriveva Fahrenheit 451.

Sì, lo so, lo avete letto alle medie. Aspettate.

Fahrenheit 451 non parla di libri bruciati. parla di una società che ha sostituito la conversazione con il rumore. Le pareti delle case sono schermi giganteschi che trasmettono contenuti senza sosta. Le persone indossano auricolari che riempiono ogni silenzio. Nessuno legge non perché sia vietato - il divieto arriva dopo - ma perché nessuno ne sente più il bisogno. Il flusso continuo di stimoli è più comodo del pensiero.

Bradbury non stava descrivendo il 1953, stava descrivendo il 2026.

E la cosa più agghiacciante non è lo schermo. È la logica che ci sta sotto: la paura del silenzio. La convinzione che stare fermi, stare zitti, smettere di produrre significhi non esistere. I personaggi di Fahrenheit 451 non sopportano il silenzio perché non sanno cosa farsene. Non hanno strumenti per abitarlo. E allora lo riempiono, lo riempiono, lo riempiono... finché non resta niente.

Instagram ha rovinato i libri. L'ho detto.


Non ho paura di dirlo: secondo me Instagram e TikTok sono stati la rovina del mondo editoriale. Non per i libri in sé - quelli resistono, sempre - ma per il modo in cui li abbiamo iniziati a trattare. Come oggetti fotografabili, come accessori estetici, come occasioni per costruire un'identità da mostrare.

Quante copertine avete visto in posa su lenzuola di lino color cipria? Quante recensioni in cinque punti con emoji? Quanta gente che "non riusciva a smettere di leggere" un libro che, guarda caso, era arrivato loro proprio dalla casa editrice?

Ho visto persone scrivere in privato le peggiori cose su autori, editori e altri bookstagrammer e poi sorridere in foto di gruppo agli eventi. Ho visto l'ansia da prestazione trasformare la lettura, che dovrebbe essere la cosa più solitaria e libera del mondo, in una gara di visibilità.

L'ho fatto anche io (no, non sorridere fintamente, quello no). Me ne vergogno. Ho smesso!

Ottessa Moshfegh lo sapeva anche lei


Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh è il libro più quiet posting della storia recente, anche se probabilmente Moshfegh riderebbe sentendoselo dire.

La protagonista è una ragazza bella, ricca, con un lavoro prestigioso a New York. Decide di drogarsi per un anno intero con l'aiuto di una psichiatra borderline, con l'obiettivo dichiarato di dormire quanto più possibile e sparire dal mondo.
Nessun motivo tragico, nessuna crisi spettacolare. Solo la lucidissima consapevolezza che il mondo che frequenta è vuoto, rumoroso e sfiancante e che l'unico modo per sopravvivergli è non vederlo per un po'.

È un libro scomodo perché non giustifica la protagonista, ma non la condanna neanche. La lascia lì, nella sua scelta radicale e un po' grottesca, senza morale finale. E quello che resta, una volta finito il libro, è una domanda fastidiosa: e se avesse ragione?

Non sto dicendo di sedarsi, sia chiaro! Sto dicendo che il desiderio di sparire - di smettere di essere visibili, valutabili, eseguibili - non è una patologia, ma una risposta sensata a un sistema che ci chiede troppo.

Quindi, dove eravamo rimasti?


Il quiet posting è il trend del 2026. Ne scrivono tutti, lo analizzano, lo nominano, ci fanno i podcast.

Melville ci aveva già scritto un racconto nel 1853, Bradbury un romanzo nel 1953, Moshfegh un altro nel 2018.

Io ho semplicemente smesso di postare per qualche mese, ho perso qualche follower che si è sentito in dovere di avvisarmi e ho vissuto la mia vita.
Come sempre, i libri sapevano già tutto. Noi stavamo solo aspettando il momento giusto per accorgercene.


"Ne parlano tutti. I libri, prima." è la rubrica in cui parto da quello di cui tutti parlano e arrivo dove arrivo sempre: ai libri. Che, diciamolo, ci arrivano prima.

Nota della Libridinosa: si ringrazia Marito per la scelta dei titoli. Marito non è stato sottoposto ad alcuna tortura per lavorare a questo post (forse).

Laura