Le ultime chiacchiere

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La scuola italiana non ha creato lettori. Ha creato persone traumatizzate da Manzoni

Sulla differenza tra insegnare a leggere e obbligare a farlo. E su quanti potenziali lettori abbiamo perso per strada


Lo so già cosa state pensando: un'altra che si lamenta della scuola. Ecco, no. Io la scuola, almeno quella parte della scuola, ce l'ho in un posto speciale del cuore. Ho avuto insegnanti che mi hanno cambiato la vita letteraria - e lo dico senza retorica, perché vengo da una famiglia in cui non si leggeva e in casa non c'erano libri. Tutt'al più qualche fumetto. Eppure leggevo già prima di saper leggere: qualunque cosa io trovassi in giro per casa - una rivista, un volantino, la scatola del detersivo - finiva tra le mie mani. Avevo fame di parole senza sapere ancora cosa farmene.

Sono stata fortunata! E lo dico con la piena consapevolezza di chi sa di essere un'eccezione.

Alle elementari avevo una maestra che teneva in classe una piccola libreria - sempre fornita, sempre accessibile - dalla quale potevamo prendere, attingere, senza obblighi e senza interrogazioni. Al liceo avevo un'insegnante di lettere che ci lasciava leggere quello che preferivamo, purché leggessimo.
E che - cosa che ancora oggi mi sembra quasi miracolosa - ci ha fatto amare follemente I Promessi Sposi. Sì, Manzoni. Quello che la maggior parte delle persone ricorda come il peggior trauma letterario della propria adolescenza. Io lo rileggo ancora oggi, ogni tanto, qualche passo. E lo trovo ancora bello!

Ma, appunto, sono un'anomalia!

Perché quello che succede nella maggior parte delle aule d'Italia è esattamente il contrario. E il risultato è sotto gli occhi di tutti - o meglio, sui comodini di quasi nessuno, visto che meno del 40% degli italiani legge almeno un libro all'anno.

Il problema non è la letteratura, ma come questa venga consegnata.

Esiste una categoria di insegnanti - e non sto parlando di tutti, per carità, esistono le Suor Giovanna di questo mondo - che interpreta l'educazione letteraria come una somministrazione coatta. Il libro viene assegnato, la data di consegna comunicata, il registro aperto. L'opinione del ragazzo non è richiesta, è richiesta quella giusta, quella che corrisponde all'interpretazione canonica, quella che prende otto. La lettura smette di essere un incontro e diventa una prestazione. E come tutte le prestazioni obbligatorie, lascia addosso una memoria fisica di fatica e di giudizio che è difficilissima da scrollarsi di dosso.

Ma c'è di peggio.

Perché oltre al metodo, c'è il problema dei titoli. E qui mi fermo un secondo, perché questa cosa mi fa perdere la pazienza in modo quasi comico: i programmi scolastici italiani propongono, con una fedeltà degna della miglior causa, gli stessi testi da decenni. Testi che erano già considerati indigesti quando ero ragazzina io - e io non sono nata ieri! Testi scritti in un italiano lontanissimo dall'uso quotidiano, ambientati in secoli che richiedono un apparato storico che a tredici anni nessuno ha ancora, che trattano temi - la Provvidenza, il destino, il libero arbitrio - per i quali serve una vita situa, non un'interrogazione imminente.

E questi testi vengono messi in mano a ragazzi del 2012 - ragazzi che vivono in un ecosistema di stimoli continui, veloci, visivi, interattivi - chiedendo loro di trovarli appassionanti. Senza spiegare perché dovrebbero. Senza lasciare loro lo spazio per dire "questo non mi dice niente" e non essere penalizzati per questo.

Il risultato prevedibile - e in effetti puntualmente previsto da chiunque ci ragioni sopra due minuti - è che quei ragazzi escono dalla scuola con un'associazione emotiva solidissima tra libro e noia obbligatoria. Non perché siano superficiali o perché Internet li abbia rimbecilliti, ma perché è stato fatto credere loro che la letteratura fosse qualcosa da subire e non da abitare.

E allora succede la cosa più ironica di tutte: la lettura vera - quella scelta, cercata, quella per cui si rimanda il sonno - inizia esattamente dove la scuola finisce. Non è il traguardo di un percorso formativo. È, spesso, l'atto con cui un adulto ripara qualcosa che era stato rotto. Quante persone conosco che hanno "scoperto" i libri a trenta, a quarant'anni, come se li incontrassero per la prima volta? Moltissime. E quasi sempre raccontano la stessa cosa: "Non pensavo di essere una lettrice." Come se fosse una categoria biologica riservata ad altri.

Non erano meno brave. Erano solo arrivate nel posto sbagliato, con l'insegnante sbagliato, nel momento sbagliato. E nessuno glielo aveva detto.

Io ho avuto la fortuna di incontrare, in momenti cruciali della mia formazione, persone che amavano i libri abbastanza da non imporli. Che capivano la differenza tra leggere e obbligare a leggere... differenza che sembra banale e invece è tutto. Che sapevano che un ragazzo a cui viene lasciata la libertà di scegliere cosa leggere, anche se sceglie male, anche se sceglie poco, sta costruendo qualcosa. Mentre un ragazzo a cui viene imposto un tomo di seicento pagine con data di consegna e voto finale, sta solo imparando a sopravvivere.

Non è colpa di Manzoni, sia chiaro. I Promessi Sposi è un romanzo straordinario e lo so perché l'ho incontrato nel modo giusto. Il punto è esattamente questo: lo stesso libri, nelle mani dell'insegnante giusto, può aprire un mondo; in quelle dell'insegnante sbagliato, può chiuderlo per vent'anni.

La vera domanda, quindi, non è perché gli italiani non leggano. È quanti lettori potenziali abbiamo perso per strada - non per colpa dei libri, ma per colpa del modo in cui glieli abbiamo consegnati.

E quante Suor Giovanna in più ci sarebbero volute!

 

'Quando le gru volano a sud' di Lisa Ridzén: un romanzo che riguarda tutti


QUANDO LE GRU VOLANO A SUD
Lisa Ridzén
Neri Pozza
335 pagine
15 aprile 2025


Bo ha ottantanove anni e la sua solitudine viene interrotta soltanto dalle visite degli assistenti domiciliari che si prendono cura di lui. Per il resto, non c’è molto che abbia sapore. Nemmeno i pasticcini alla panna montata che il figlio Hans si ostina a comprare e mettergli nel frigo. Bo è arrabbiato con il suo corpo che non obbedisce più, con le sue braccia un tempo forti che ora non riescono a fare più nulla, con le sue dita gonfie che non sanno più nemmeno aprire il barattolo che contiene lo scialle preferito di sua moglie Fredrika. Lo scialle che conserva ancora il suo profumo. È l’unica cosa che gli è rimasta di lei, da quando è stata trasferita in una casa di cura a Östersund, da quando Fredrika non riconosce più nessuno e lui non riconosce più la donna dietro i lineamenti di sua moglie. Ma, soprattutto, Bo è arrabbiato con Hans che vuole portargli via Sixten, il suo cane, perché si è convinto che un quasi novantenne non sia in grado di prendersene cura. E adesso non c’è più Fredrika a addolcire le parole aspre tra padre e figlio. Il vuoto lasciato dalla compagna di una vita e la preoccupazione di perdere l’affetto di Sixten, che ancora lo tiene nel mondo, trascinano Bo in un vortice di emozioni. Lo sospingono a ripercorrere la sua esistenza, a definire felici quei momenti in cui semplicemente non ci accadeva nulla, ad ammettere il suo modo imperfetto di amare gli altri. Delicato e potente, questo ritratto dell’ultima età della vita, protagonista invisibile della ma nostra epoca, è un romanzo sovversivo che ci riguarda, tutti, e rimarrà con noi.

'Cime tempestose': come ho odiato questo libro per trent'anni e poi ho perso una scommessa

 Emily Brontë e una rilettura che cambia tutto: quando finalmente sei pronta

Roby ha vinto.
Lo dico subito, così evitiamo l'elefante nella stanza: mio marito ha vinto una scommessa che si trascinava da un po'. E la prova è che ha dovuto letteralmente strapparmi di mano Cime tempestose e spingermi fuori casa per andare a lavorare.

Non ho detto niente. Non serviva. 
Il libro ancora aperto parlava per me.

La scommessa con Roby

Roby ha sempre sostenuto una cosa: che io non avessi mai davvero capito Cime tempestose. Che non fossi pronta, che quel libro mi aspettasse da qualche parte nel futuro, paziente come solo i grandi classici sanno essere.

Io, ovviamente, non ero d'accordo.

Avevo letto Cime tempestose a sedici anni, in terza liceo, e avevo odiato ogni singola pagina: i personaggi cupi, le atmosfere lugubri, la tossicità dei rapporti, la cattiveria che attraversava ogni relazione con un filo avvelenato.
Avevo chiuso il libro con la certezza granitica di chi ha già deciso: quel romanzo non faceva per me.

E per trent'anni ho vissuto con questa convinzione.

Poi è arrivata la scommessa. E io, che di scommesse ne perdo pochissime, ho riaperto Cime tempestose.

A sedici anni cercavo la luce

C'è una differenza sostanziale tra avere sedici anni e averne quarantanove (e non mi riferisco solo alle articolazioni!).

A sedici anni cercavo la positività, i buoni sentimenti, le storie capaci di far battere il cuore in modo pulito e rassicurante. Volevo eroi degni di esserlo, amori che finissero bene, atmosfera che mi facessero sentire al sicuro.

Cime tempestose non offre niente di tutto questo.

Emily Brontë non ha scritto un romanzo rassicurante. Ha scritto qualcosa di molto più scomodo: una storia che pretende lettori capaci di stare dietro al buio senza cercare immediatamente l'interruttore della luce.

Oggi quello sguardo non lo ho più. Non perché sia diventata cinica, ma perché ho imparato che la realtà ha mille sfumature di grigio e che la letteratura più onesta le racconta tutte, anche quelle che fanno male.

A sedici anni Cime tempestose mi aveva respinta.
A quarantanove mi ha presa per mano.

Heathcliff: non nasce mostro, viene costruito tale

Heathcliff è probabilmente il personaggio più tossico, manipolatore e oscuro dell'intera letteratura vittoriana. È vendicativo, crudele, incapace di qualsiasi gesto che non sia devastazione.

Eppure io l'ho amato. Profondamente.
Non me ne vergogno.

Perché Heathcliff non nasce mostro: viene costruito tale, mattone dopo mattone, abbandono dopo abbandono. Tutto quell'odio, tutto quell'astio verso chiunque gli capiti a tiro, derivano da un cuore spezzato in modo irreparabile. Da una ferita che nessuno si è mai preoccupato di medicare.

Emily Brontë capisce una cosa che molti romanzi dell'epoca fingono di non sapere: le persone non diventano cattive per vocazione. Diventano cattive quando il mondo insegna loro che l'unico linguaggio comprensibile è quello della sopravvivenza. E Heathcliff sopravvive nell'unico modo che conosce: distruggendo prima che qualcuno possa distruggerlo ancora.

È una logica feroce. È una logica umana.

Catherine: la comprensione storica e il giudizio personale

Catherine è il personaggio più controverso del romanzo. Molto più di Heathcliff, a ben pensarci.

Se contestualizziamo Catherine nell'epoca in cui è ambientata la storia, la sua scelta diventa comprensibile, quasi inevitabile. In quel momento storico era impensabile che una donna come lei potesse sposare un orfano di origini oscure, uno zingaro raccolto per strada.
Le convenzioni sociali non erano un ostacolo: erano muri. E i muri dell'Ottocento non si abbattevano, si aggiravano o si subivano.

Questo lo capisco.

Dal punto di vista personale, però, non la perdono. Non la giustifico. Non la comprendo.

Catherine amava Heathcliff - lo sapeva, lo dichiarava, lo urlava in ogni pagina. Avrebbe potuto scegliere diversamente, accettare la perdita del ceto, la disapprovazione sociale, persino l'isolamento. Invece ha scelto la sicurezza di Edgar Linton.

E la sua scelta ha condannato tutti all'infelicità.
Non solo Heathcliff. Tutti.

È quello il peso specifico di Cime tempestose: non esistono innocenti. Esistono solo persone che hanno fatto scelte e le scelte, in questo romanzo, hanno conseguenze che attraversano generazioni intere come una maledizione silenziosa.

Il momento in cui ho capito tutto questo è arrivato quando Catherine dice che lei è Heathcliff e Heathcliff è lei. Lì, in quella frase, ho colto la profondità assoluta di un sentimento talmente grande da non avere più confini tra due persone. E ho capito, contemporaneamente, quanto quella stessa profondità li avrebbe distrutti entrambi.

Cime tempestose non si consiglia

C'è una domanda che mi faccio sempre, alla fine di un libro: a chi lo consiglierei?

Con Cime tempestose non riesco a rispondere.

Perché Cime tempestose non si consiglia. È il classico più divisivo della storia della letteratura, di quelli che o si amano profondamente o si detestano senza remore, senza vie di mezzo, senza possibilità di appello.

Quello che posso dire è che esiste un'età giusta per leggerlo. Non anagrafica, ma esistenziale.
Bisogna aver accumulato abbastanza vita da saper stare dentro storie scomode senza scappare. Bisogna aver imparato che il grigio esiste, che le persone sono contraddittorie, che i sentimenti più potenti sono spesso anche i più distrutti.

Io quella maturità non la avevo a sedici anni, ovviamente.
La ho adesso.

E R
oby - che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa - lo sapeva già.

Ha vinto lui.
Ma il libro, alla fine, l'ho vinto anche io!


Come iniziare a leggere Stephen King senza perdere il sonno (guida per principianti)

 

Spoiler: non morirai. Forse.

C'è sempre quel momento, nella vita di ogni lettore, in cui succede una cosa molto precisa: qualcuno nomina Stephen King e tu fai quella faccia.
Quella tra il curioso e il traumatizzato preventivo.
Tipo: "Mi ispira tantissimo, però... ecco... dormo anche, ogni tanto."

Perché, diciamolo: King ha questa reputazione.
Quello dei pagliacci assassini, delle bambine inquietanti, delle cose che succedono quando spegni la luce.

E allora tu rimandi. Rimandi da anni. 
Rimandi con una dignità che nemmeno all'università.

E nel frattempo ti perdi una cosa fondamentale: Stephen King non è (solo) paura. Stephen King è letteratura.
Sì, proprio così.
Non svenire adesso.

Perché questa guida esiste

Questa guida esiste per un motivo molto semplice: King viene spesso iniziato nel modo sbagliato.

Gente che parte da libri che ti tolgono il sonno, la serenità e a volte pure la fiducia nell'umanità.
Gente che dice: "Leggi It!" come se fosse un racconto da ombrellone.
Gente che ti butta dentro l'oceano e poi urla: "Nuota!"

No.
No, grazie.

Stephen King va incontrato, non affrontato.
Va capito per quello che è davvero: uno scrittore che usa l'horror come altri usano il tè delle cinque.

E qui arriva la verità che nessuno ti dice (ma io sì, perché ti voglio bene):
King è la versione horror di Jane Austen.

Cambia l'ambientazione, cambia il tasso di inquietudine... ma sotto  c'è la stessa cosa: personaggi, relazioni, società, umanità.
Solo che invece di un ballo in salotto... c'è qualcosa sotto il letto!

Come iniziare davvero: le categorie giuste

Per non perdere il sonno (e la voglia di leggere), devi entrare in King dalla porta giusta.
Non tutte sono uguali. Alcune sono... diciamo... porta dell'inferno.

🟢  Il King "umano" (quello che ti frega senza farti urlare)

Questo è il punto di ingresso perfetto, quello che ti fa dire: "Ah... ma allora è questo."
Qui King racconta la vita, le persone, le relazioni.
E ogni tanto - così, giusto per non farci rilassare troppo - ci infila un brivido.

Il miglio verde
22/11/63

Qui capisci tutto: lo stile, il cuore, la profondità.
E no, non avrai incubi.
Avrai pensieri. Che è peggio, ma in senso bello!

🟡 Il King psicologico (ti entra in testa e non paga l'affitto)

Qui si alza un pochi il livello. 
Non di paura, ma di tensione interna.

Misery
Shining

Non è tanto "oddio cosa succede", quanto "oddio cosa sta succedendo dentro le persone".
Spoiler: è il King che diventa pericoloso, perché non puoi chiudere il libro e dire "era solo una storia".

🟠 Il King "classico ma accessibile" (quello giusto per capire il mito)

Qui entri nel territorio più noto, ma ancora gestibile.

Carrie

Breve, potente, diretto.
Perfetto per capire cosa può fare King quando decide di farti male senza avvisare.

🔴 Il King da NON iniziare (se vuoi continuare a dormire)

Qui facciamo un servizio pubblico.

Cujo
Pet Sematary
It (sì, lo dico: NON all'inizio)

Non perché non siano capolavori, ma perché sono come entrare in palestra il primo giorno e dire: "Sollevo 200 kg."

It, poi, è un romanzo di formazione gigantesco. 
Va letto quando sei pronto, non quando sei curioso e fragile come un biscotto nel latte.

La verità finale (quella che ti cambia prospettiva)

Stephen King non si legge per avere paura, si legge per capire quanto possa essere potente una storia.
La paura è solo uno strumento, come lo sono l'ironia o il romanticismo o il tè delle cinque!

E quando entri davvero nel suo mondo, succede una cosa strana: non hai più paura di King, hai paura di non leggerlo abbastanza.

Invito alla lettura

Se sei arrivato fin qui e stai pensando: "Ok, posso farcela", allora sì. Puoi farcela!

Non devi leggere tutto, non devi leggere subito i più difficili né dimostrare niente.
Devi solo iniziare dal posto giusto.
Perché Stephen King non è un test di coraggio, è un incontro.

E come tutti gli incontri importanti, va fatto con i tempi giusti.
E fidati di me: una volta che entri... non esci più.

E no, non è una minaccia.
O forse sì!




Bookblogger vs Ufficio Stampa: ovvero, l'arte sottile del "ti invieremo una copia"

Dietro le mail perfette degli uffici stampa: promesse, automatismi e l'arte di leggere tra le righe

Ogni volta. Ogni. Singola. Volta.

C'è un momento preciso, nella vita di una bookblogger, in cui apri la mail e capisci. Non serve neanche leggere sino in fondo, non serve scorrere oltre la seconda riga. Basta quella frase lì - quella elegante, educata, stirata bene come una camicia da matrimonio: "Saremmo felici di inviarti una copia del libro".
E tu pensi: ma guarda che gentili!
Poi cresci. E traduci: mai più sentirò parlare di voi.
È una competenza che si sviluppa in silenzio, anno dopo anno, senza che nessuno te la insegni. Te la costruisci da sola, mattone dopo mattone, su fondamenta di entusiasmi non corrisposti e follow-up senza risposta.

La Labrador emotiva (capitolo che preferirei non ricordare)

All'inizio ero esattamente quello che sembra: una labrador emotiva in libera uscita.
Rispondevo alle mail con entusiasmo sincero, quasi commovente a ripensarci adesso. 
Ringraziavo! Sorriso tra le righe, cura vera, attenzione reale, tempo... Scrivevo come se dall'altra parte ci fosse qualcuno che avrebbe letto, che avrebbe pensato: "Questa qui ci tiene davvero, vale la pena."
Spoiler: spesso non c'era nessuno del genere. C'era un automatismo, una catena di montaggio con la punteggiatura corretta, un template riscaldato e rimandato per trentocinquantesima volta con nomi diversi in calce.
Io mettevo anima, loro mettevano la firma automatica. Eravamo, a tutti gli effetti, su pianeti diversi.

Il dizionario che nessuno ha scritto, ma tutte noi usiamo

Il punto non è neanche la copia che non arriva - quella, a un certo punto, diventa folklore, quasi un elemento decorativo dell'esperienza. La storia divertente da raccontare alle colleghe blogger durante quelle conversazioni notturne sui direct che sembrano sedute di gruppo.
Il punto è il teatro, quel piccolo balletto diplomatico fatto di mail perfette con oggetti scritti in modo impeccabile, promesse leggere come carta velina che si sciolgono nell'aria prima che tu abbia finito di leggere, ringraziamenti standard che potresti incollare ovunque - tipo figurine Panini, intercambiabili, identiche, destinate a completare un album che non esiste.
E tu lì, dall'altra parte, a rispondere con cura vera. Che è una cosa ormai quasi sovversiva, ci rendiamo conto? Perché la verità è che nel mondo dei libri si parla tantissimo di attenzione, di relazione, di comunità. Ma si pratica poco. Molto poco.
"Provvederemo a inviarti una copia" significa che non sentirai più parlare di loro sino al prossimo catalogo stagionale.
"Ti terremo in considerazione per le prossime uscite" significa che sei in una lista che non scorre.
"Abbiamo letto con piacere il tuo blog" vuol dire che hanno guardato il profilo Instagram per circa undici secondi.
È una lingua, con le sue regole e le sue strutture. Una volta che la impari, non riesci a disimpararla.

Ci ho creduto per anni

Confessione, e la faccio senza troppa grazia perché non è il tipo di cosa su cui si riesce ad essere eleganti: ci ho creduto per anni. Non alla copia, no - a quella avevo smesso di credere abbastanza presto, e già questa è una forma di crescita. Ho creduto alla relazione, all'idea che ci fosse uno scambio vero, che dietro una mail ci fosse almeno una minima traccia di memoria. Un so chi sei, un ti ho letta, un mi ricordo che l'anno scorso hai scritto quella cosa su quel libro e mi aveva colpita.
Niente di tutto questo. Ogni volta ripartiva tutto da zero, come nelle relazioni tossiche - solo con la punteggiatura corretta e nessuna scena drammatica in cui sbattere la porta.
E io, ogni volta un po' più stanca. Non arrabbiata, attenzione. Stanca. Che è una cosa molto diversa e molto più difficile da gestire, perché la rabbia ha un'energia che puoi usare mentre la stanchezza ti si deposita addosso e rimane lì, silenziosa.

Non è una questione di rancore. È una questione di attenzione

Poi arriva quel momento lì - silenzioso, senza musica drammatica, senza un episodio preciso che faccia da spartiacque. Non ti arrabbi più. Non chiedi, non solleciti, non scrivi la mail di cortesia a dieci giorni dalla promessa. Non perché sei diventata zen, non perché hai raggiunto un qualche livello superiore di distacco emotivo. Perché sei satura. Che è molto diverso da serena e chi non ha mai provato quella differenza sulla propria pelle probabilmente non ha mai investito abbastanza in qualcosa per esaurirsi.
Capisci, in quel momento lì, che la vera moneta non è il libro. Non è mai stata il libro. È l'attenzione. E se quella non c'è - se dall'altra parte non c'è nessuno che ti vede davvero, che sa cosa fai e perché e per chi - il resto è carta. Anche quando arriva. Anche quando il pacco si materializza davvero nella buca delle lettere e tu lo apri e dentro c'è il volume col segnalibro promozionale e il bigliettino stampato con il tuo nome sbagliato di una lettera.

La presa di posizione (quella vera, non diplomatica)

Quindi sì, ho smesso. Di rispondere con entusiasmo a chi scrive senza ascoltare, di entrare in conversazioni che non sono conversazioni, ma monologhi travestiti da dialogo. Di fingere che sia normale, di fare la parte della blogger grata e disponibile sempre pronta a una collaborazione.
Perché no, non è normale. Non è normale che chi lavora con i libri - che vive di storie, di parole, di connessioni tra testo e lettore - dimentichi sistematicamente la cosa più importante: le persone che quei libri li leggono davvero. Quelle che scrivono recensioni vere, che costruiscono community reali, che hanno lettrici che le seguono da anni e si fidano di loro ciecamente. Non è normale, e smettere di fingere che lo sia non è cinismo. È solo onestà. Quella cosa rara.

La newsletter, però, quella arriva sempre

Oggi quando leggo "ti invieremo una copia", sorrido. Non più con speranza, ma con esperienza.
È esattamente come quando qualcuno ti dice "ci vediamo presto" e tu sai già, con certezza matematica, che no, non succederà e, anzi, probabilmente non vi vedrete per altri diciotto mesi almeno.
Il libro non arriverà, ma la newsletter dell'ufficio stampa - quella con le uscite del mese, le anteprime, i titoli in lavorazione, la firma di sette persone diverse in calce - quella sì.
Puntuale, ogni martedì, con l'oggetto scritto in maiuscolo... anche quando se ti sei mai iscritta alla loro mailing list.
Almeno la comunicazione, quella, non ha mai avuto problemi di disponibilità. E questa, devo dire, è già una piccola forma di rispetto. Solo che almeno lì non ti chiedono anche una recensione (positiva) entro quindici giorni.

E io, ovviamente, la newsletter l'ho aperta. L'ho letta. E ho già scritto mentalmente la risposta entusiasta alla prossima mail che arriverà.

Caso clinico, vi dicevo. Ma almeno lo so!




 

Il bookblogger e il suo habitat naturale: relazione di campo

Osservazioni di chi ci vive dentro

Nota metodologica: le osservazioni contenute in questo documento sono il risultato di mesi di convivenza diretta con l'esemplare. L'autore ha cercato di mantenere il distacco scientifico necessario. Non sempre ci è riuscito!

Premessa

Sono un architetto, conosco le strutture. Osservo gli spazi, ne comprendo la logica, ne valuto la funzionalità. Ho sviluppato nel tempo una certa capacità di leggere gli ambienti senza lasciarmi coinvolgere emotivamente.

Poi ho iniziato a vivere con una bookblogger.

Quello che segue è il tentativo - parzialmente riuscito - di applicare un metodo analitico a un soggetto che al metodo analitico oppone una resistenza sistematica e, a quanto pare, del tutto inconsapevole.

Descrizione dell'esemplare

La Libridinosa bibliophila è un mammifero di taglia media, attivo nelle ore mattutine, con picchi di produttività tra le 6 e le 9. Insegna danza classica quattro pomeriggi a settimana. Va in palestra due mattine e fa jogging appena può. Legge in ogni momento disponibile e in alcuni momenti che disponibili non erano.

Comunica attraverso un sistema misto verbale e non verbale di complessità elevata. Il canale non verbale è, nella mia esperienza, quello più ricco di informazioni.

Il sistema di comunicazione durante la lettura

Dopo un periodo di osservazione prolungato ho identificato due stati principali dell'esemplare durante la lettura, riconoscibili con buona precisone anche a distanza.

Stato uno: l'approvazione

L'esemplare è silenzioso: la postura è stabile. A volte, in modo del tutto inconsapevole, il pollice destro inizia ad accarezzare il mio pollice con un movimento lento e ripetuto. Ho verificato che questo comportamento non è intenzionale: interrogata in merito, l'esemplare nega o non ricorda. 
Si tratta tuttavia del segnale più affidabile che ho rilevato nel corso della ricerca. Quando il pollice si muove, il libro è buono.

Stato due: disapprovazione

L'esemplare produce una sequenza di segnali progressivi e inequivocabili. Prima una smorfia. Poi un suono breve, non classificabile come parola ma chiaramente espressivo. Poi, se la situazione peggiora, un commento ad alta voce rivolto ai libri, all'autore o a entrambi.

Ho imparato a riconoscere la transizione dallo stato uno allo stato due prima che diventi verbale. È una competenza che non avevo messo in conto di dover sviluppare, ma che si è rivelata utile.

L'habitat primario e le sue regole

La libreria domestica segue una logica interna che ho impiegato tempo a comprendere e che, ora, ritengo di aver mappato con sufficiente accuratezza.

I libri già letti sono separati da quelli da leggere. Sempre. La motivazione dichiarata è pratica. La motivazione reale, dopo mesi di osservazione, mi sembra più vicina a un bisogno di controllo su un sistema che, per sua natura, tende all'espansione infinita. La TBR cresce. La separazione la rende gestibile, almeno visivamente.

Gli autori del cuore occupano uno spazio separato e protetto. Non ho mai toccato quella sezione. Non per ordine esplicito, per comprensione del contesto.

Sul piano operativo di lettura - il divano - sono sempre presenti: matita, segnalibro, segnapagina, righello. Il righello merita una nota a parte: l'esemplare sottolinea i libri con regolarità e intensità. Le righe, tuttavia, devono essere dritte. Ho posto questa questione una volta sola. La risposta è stata: "È ovvio". Ho archiviato la questione.

Il rituale della sovracopertina

Prima di iniziare un nuovo volume, l'esemplare rimuove, laddove presente, la sovracopertina. La ripone in un luogo sicuro. Inizia la lettura.

Il libro verrà sottolineato, annotato, vissuto con un'intensità che lascia tracce fisiche evidenti su quasi ogni pagina. La sovracopertina resta intatta.

Ho elaborato diverse ipotesi interpretative nel corso di questi mesi. Nessuna mi ha soddisfatto completamente. Ho smesso di cercarne una. Alcune strutture funzionano senza che sia necessario capirne il principio. Questa è una di quelle.

La borsa

La borsa dell'esemplare contiene sempre un Kobo.

Questo dato è costante e indipendente da qualsiasi variabile esterna: destinazione, durata dello spostamento, agenda della giornata, presenza certificata di zero finestre temporali utili alla lettura.

Il Kobo è lì.

Ho chiesto una spiegazione una volta. La risposta è stata: "Non si sa mai."

Ho ritenuto la risposta esaustiva.

La fase di scrittura

Ogni mattina, nelle ore precedenti al resto della giornata, l'esemplare scrive per il blog.

Il processo richiede: cappuccino, silenzio, luce soffusa, connessione stabile e - questo è il dato che ho impiegato più tempo a comprendere appieno - la mia presenza fisica nella stanza.

Non mi viene chiesto di fare nulla. Non devo leggere, commentare, approvare. Devo solo essere lì. Seduto. Presente.

Ho verificato che la mia assenza produce un blocco creativo documentabile e rapidamente risolvibile con il mio rientro nella stanza.

Ho smesso di fare domande anche su questo.

Sono seduto qui, adesso, mentre scrivo queste righe. Lei sta messaggiando, accanto a me. Il pollice si sta muovendo.
La conversazione che la impegna è divertente.

Conclusione

Dopo mesi di osservazione diretta posso affermare con ragionevole certezza che La Libridinosa bibliophila è un sistema complesso, internamente coerente, governato da regole proprie che richiedono validazione esterna per funzionare.

Ho imparato a leggerne i segnali, a rispettarne i confini - soprattutto quelli della sezione autori del cuore. A stare seduto quando serve stare seduti.

In cambio, mi ama.
Mi pare un accordo equo.

L'autore è un architetto. Questa è la struttura più interessante che abbia mai studiato.