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Le ultime chiacchiere

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura

'Carrie' di Stephen King: il vero mostro non ha artigli


Stanza 1 ・ Il terrore puro - romanzo numero 1 nella cronologia King ・ 1974

Carrie
Autore Stephen King
Editore Sonzogno
Pagine 224
Uscita 1974
Genere Horror Paranormale
Carrie è un'adolescente prigioniera del delirio fanatico della madre e presa di mira dai compagni, però ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, ciò che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione e scatena una serie di eventi che nessuno potrà mai dimenticare.

Vale la pena leggerlo? Sì e non solo se ami King - soprattutto se non lo hai mai letto.
Fa per te se riesci a stare dentro un romanzo che usa l'horror come bisturi della società civile.
Lascialo perdere se cerchi un King maturo e rifinito - questo è il punto zero, acerbo e già potentissimo.

La casa di King - Benvenuti nel ciclo


Articolo 0 ・ Settembre 2026 ・ Inizio del ciclo King


Lo scrittore da autogrill


Negli ultimi due anni sui social è accaduta una cosa strana: Stephen King è diventato, all'improvviso, una rivelazione.

Ventenni che pubblicano foto di Shining, scrivendo "ma perché non lo avevo letto prima?" Booktoker che si avvicinano a It come se il libro fosse appena arrivato in libreria, gente che dice "non immaginavo che King scrivesse in questo modo" con una meraviglia così genuina da fare tenerezza - e, ogni tanto, questa cosa fa anche un po' ridere!

Perché per decenni Stephen King è stato etichettato come lo scrittore da autogrill. Roba da ombrellone, letteratura di serie B, niente di serio. Noi kinghiani storici lo sapevamo già. Continuavamo a comprare i suoi romanzi, a leggerli in treno, a passarceli di mano come si fa con un segreto condiviso. Eravamo lettori di seconda fascia e, francamente, non ci pesava per niente.

Ora il mondo ha capito quello che noi sapevamo da sempre. Benissimo così.

Benvenuti, vi stavamo aspettando!

La libreria di Carmelo


Sono diventata kinghiana verso i tredici anni, nella stanza di un ragazzo che non era quasi mai in casa.

Carmelo era il fratello della mia migliore amica, Mimì. Studiava in un'altra città e tornava a casa solo per le feste. In quella stanza, però, aveva lasciato una libreria che sembrava progettata proprio per me: decine di romanzi di Stephen King, allineati per data di uscita, come una truppa in formazione. A casa di Mimì ci passavo moltissimo tempo - quasi ci abitavo - e di notte dormivo proprio in quella stanza.

Il resto lo sapete. O meglio: lo saprete. Una storia che comincia con Carrie, una me tredicenne e una libreria non mia. Una storia che non ha ancora raggiunto la sua fine.

Ma di questa storia vi parlerò nella recensione di lunedì prossimo. Qui mi interessa altro: quell'ordine. I romanzi uno dietro l'altro per data di pubblicazione, come se Carmelo avesse costruito - senza saperlo - una cronologia perfetta. Ho letto King così allora e così lo sto rileggendo ora: dall'inizio, in sequenza, senza saltare nulla. 

Con King il disordine è solo una scusa. L'ordine cronologico non è un dettaglio: è tutto. Almeno finché il mio animo da Gemelli incallita non deciderà di sconvolgere l'ordine prestabilito!

La casa


King non è uno scrittore nel senso canonico del termine. King è un mago che fabbrica mondi. E come ogni mondo degno di questo nome, anche il suo ha una geografia precisa, una mappa, dei confini che si impara a riconoscere.

Ho sempre pensato al suo catalogo come a una casa. Non una casa qualsiasi: quella casa, la villa vittoriana di Bangor, Maine, con i cancelli in ferro battuto pieni di ragni e pipistrelli. Per noi kinghiani è un posto quasi sacro. E per la Laura tredicenne che si addentrava nei suoi libri dalla camera di Carmelo, ogni stanza di quella casa conteneva un gruppo di romanzi tenuti insieme da un filo tematico sottile ma resistente.

Ho disegnato la mappa. Otto stanze al piano principale, ciascuna con la propria luce, la propria aria, i propri romanzi.

Il terrore puro - quello che ti sveglia alle tre di notte con il cuore in gola.
Il male quotidiano - quello che non ha bisogno di mostri perché l'essere umano basta e avanza.
La fine del mondo - le apocalissi, i crolli, i conti che prima o poi arrivano.
Il passato che non muore - la memoria come condanna, il tempo come trappola.
Il soprannaturale gentile - il lato luminoso del suo fantastico, quello che commuove più che spaventare.
L'infanzia perduta - i bambini al centro, l'innocenza che si incrina. 
Il crimine e la colpa - il detective come figura morale, la giustizia come ossessione.
E infine, Bachman - lo specchio oscuro, l'alter ego nichilista, il King che non voleva essere riconosciuto.

Al piano superiore, inaccessibile, c'è La Torre Nera: la colonna vertebrale dell'intero universo, la saga che raccoglie ogni filo, ogni personaggio, ogni piano parallelo che King abbia mai inventato. In cantina, d ove quasi non arriva luce, stanno i romanzi inclassificabili - quelli che non si fanno mettere in fila da nessuna parte.

Il ciclo


Da questo mese ripercorro tutto dall'inizio. Ogni romanzo avrà la sua recensione, ogni stanza avrà il suo articolo tematico ogni qualvolta avrò terminato tutti i libri che la abitano.

E poi c'è la casa vera, quella che potete visitare qui nel blog: una pianta interattiva, stanza per stanza. Ci passeggiate col mouse, cliccate, vedete cosa manca ancora. I titoli si accendono man mano che li recensisco, diventano link diretti alla recensione. È il modo più onesto che ho trovato per farvi vedere a che punto sono e a che punto siete voi, se deciderete di seguire questo percorso.

Non ho fretta: King non si divora, si abita.
Si comincia dall'inizio. Si ricomincia da Carrie.

Laura

'Soltanto il giorno' di Santina Cosetta: la Sicilia che non ti lascia andare

Soltanto il giorno
Autore Santina Cosetta
Editore Giunti
Pagine 485
Uscita 2026
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
L’amore non è una questione di sangue. È una scelta.
Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.
Avola, 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l'abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire.
L'infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l'America, Marianna viene mandata a servizio all'Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell'enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola. All'arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un'amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
«C’erano madri che non sapevano amare. E figlie che imparavano a non chiedere nulla.»

Vale la pena leggerlo? Sì, senza esitazione.
Fa per te se ami i romanzi di formazione al femminile con radici storiche solide e una prosa che sa essere poetica senza essere stucchevole.
Lascialo perdere se cerchi trame ad alto ritmo o personaggi per cui fare il tifo nel senso stretto del termine.

La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

'Villette' di Charlotte Brontë: il romanzo che ha scelto di non volerci bene

Villette
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 634
Uscita 1853
Genere Classico
Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l'occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un'impresa da poco: arrivata a Villette - città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles -, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l'iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell'autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccala la scintilla di un'intensa e tormentata storia d'amore, irrompe; sulla scena John Bretton, affascinante amico d'infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s'impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma non aspettarti che ti venga incontro; sei tu che devi andare da lui.
Fa per te se riesci ad apprezzare un romanzo che si prende tutto il tempo del mondo e non si scusa di niente.
Lascialo perdere se stai cercando Jane Eyre. Non la troverai qui e Charlotte lo sapeva benissimo.