Le prime ore: la pila senza spettatori
Sul tavolo hanno una pila di libri sistemata per gradazione di colore, che ieri alle 9:12, con la luce naturale, sembrava un'opera d'arte. Oggi è una pila. Nessuno la guarda. Resta lì, come un'installazione al MoMa che nessuno si è mai filato.
Io intanto chiedo a Roby se a lui Instagram funziona. Lui non ha un profilo - o almeno, ne ha uno da poco e lo usa di rado - quindi ci mette un attimo a capire la domanda, ma si gode la scena dalla poltrona con il suo libro in mano e l'espressione di chi aspettava questo momento da anni. Non dice "te l'avevo detto". Lo pensa con una dolcezza insopportabile.
Dopo 48 ore: i sintomi
Chi leggeva per la sfida dei cinquanta libri all'anno scopre che il trentasettesimo lo sta leggendo in un'ora e mezza e che nessuno lo conterà. Il motivo di tanta fretta è sparito e il libro, stranamente, comincia ad avere delle pagine. Parecchie.
Gli indeffessi degli spacchettamenti selvaggi si ritrovano con quindici libri nuovi e nessuno a cui mostrarli. Li guardano come si guardano i regali di Natale di una zia lontana: con gratitudine e un po' di panico. Qualcuno, per abitudine, dice ancora "ciao ragazzi" al soggiorno vuoto. Il soggiorno no risponde. Io almeno ho Vani e Lucrezia, che scodinzolano senza bisogno di pubblico.
Dopo una settimana: selezione naturale
Qui si separano le strade e senza bisogno di una classifica.
Chi ha sempre letto continua a farlo, con una sola variazione: i pareri non richiesti, che prima finivano nei commenti e ora devono trovare un altro sfogo. Amici e parenti, preparatevi. Il cognato che chiede "come va?" si becca venti minuti su "It". La fidanzata di mio figlio si salva perché è una lettrice anche lei: sa a cosa va incontro e lo fa per scelta, con la serenità di chi ha firmato un contratto a tempo indeterminato.
Chi invece aveva cominciato a leggere "in funzione" dei social, molla. Senza rancore, eh. Se leggere era un modo per stare in un posto e quel posto chiude, non ha molto senso restare davanti al cancello a fare finta di sfogliare. I libri - per fortuna - non se la prendono: hanno aspettato secoli, potranno aspettare ancora.
Dopo un mese: il processo
Arriva il momento in cui, senza pubblico, tocca guardarsi allo specchio e io ho un po' di scheletri da tirare fuori. Sono quelli di una lettrice che per anni ha fatto una cosa brutta e che oggi confessa con una certa leggerezza.
Anni fa scelsi alcuni libri perché ero sicura che molte persone ne avrebbero cercato la recensione. Non perché mi chiamassero dallo scaffale, ma perché avrebbero portato visite. Li leggevo con lo stesso entusiasmo di chi fa gli straordinari e sa che non gli verranno pagati. Mi è passata, ma ricordo ancora quel tipo di stanchezza: la fatica di leggere con un occhio sulle pagine e l'altro sull'orologio.
Poi c'è la questione delle foto. Ho sempre detestato le copertine lucide, perché riflettono tutto tranne il mio buonumore. Adesso le foto dei libri le genero con l'AI, quindi la copertina lucida può fare quello che vuole. Chi se ne frega?! Senza social non servirebbero nemmeno più e il lucido sarebbe finalmente una scelta estetica e non un'offesa personale. La tecnologia risolve i problemi, ho scoperto. E il problema, a pensarci bene, non era mai stato il libro.
Dopo tre mesi: la cosa che mi mancherebbe davvero
Qui smetto di fare la spiritosa, giusto un attimo.
Mi mancherebbero le persone. I social mi hanno fatto incontrare lettori che altrimenti non avrei mai conosciuto e alcuni sono diventati qualcosa di più, fuori dallo schermo. Non mi mancherebbero i numeri, i grafici, le notifiche alle sei del mattino. Mi mancherebbe parlare di un libro con chi l'ha letto e ha voglia di discuterne.
Per questo non ho mai pensato che condividere una lettura sia - di per sé - mostrarsi. Parlare di un libro per il piacere di farlo, per far sapere che quelle pagine mi hanno fatto provare qualcosa, è passare la voce. È voler diffondere un po' di bellezza. Il test per distinguere è semplice: se il libro sparisse e la foto restasse, ti basterebbe lo stesso? Se la risposta è sì, forse hai un problema o una carriera da fotografa di nature morte.
Dopo un anno: cosa è rimasto
Restano i libri, che vivono benissimo anche fuori dai social. Restano le librerie, con i loro librai che ti guardano come si guarda un parente tornato da un lungo viaggio. Resta il quaderno dove tengo i pensieri che non finisco nel blog o sul profilo: non tutto quello che leggo trova spazio in pubblico e molte letture restano solo mie. Non sono quelle che mi hanno insegnato meno.
E retano i libri che mi hanno cambiata, che non hanno mai avuto bisogno di una story. "It" l'ho letto per la prima volta a 14 anni e senza i Perdenti oggi non sarei quella che sono. "La tentazione di essere felici" ha cambiato la mia vita sotto così tanti aspetti che per elencarli servirebbe un post a parte. Nessuno dei due mi ha chiesto un like. Hanno fatto una cosa più scomoda: mi hanno trasformata.
Per tanti anni il motto del blog è stato "Cosa fai nella vita? Leggo!" Era la verità: le mie giornate ruotavano attorno ai libri e al tempo che dedicavo loro. Non c'era nessuno da impressionare, c'era da leggere.
Negli ultimi anni mi era sembrato di cogliere il ritorno alla lentezza, alla sincerità, alla lettura senza corse. Mi era perfino venuta un po' di speranza. Poi ho guardato meglio il feed e ritrovo gli stessi post di prima: stessa gara a chi legge di più, stessa paura di sparire dai radar. Si predica bene e si razzola male e sospetto che l'ambizione principale - a conti fatti - sia ancora la visibilità. Potrei sbagliarmi. Forse la lentezza è tornata davvero e a me capitano solo post sbagliati.
Quindi, se i social sparissero domani, i libri starebbero benissimo. Noi un po' meno, ma ce la caveremmo. E io - lo so già - domani mattina controllerà le statistiche di questo articolo, che parla proprio di quanto sia sciocco farlo.
Un libro letto bene non ha bisogno di testimoni. Noi, a quanto pare, un po' sì.
Laura


