Il quiet posting è il trend del 2026: smettere di pubblicare sui social, ritirarsi dalla visibilità, scegliere il silenzio. Ne parlano tutti. La letteratura lo fa da secoli. Bartleby lo scrivano di Melville, scritto nel 1853, ha già risposto a tutto. Spoiler: con due parole sole.
Quindi adesso smettere di postare è diventato figo
Permettetemi di ridere. No, sul serio: permettetemelo, perché ho bisogno di un momento!
Nel 2026, i giornali ci spiegano che il nuovo trend è il "quiet posting". La "de-influezzazione". Il "ritiro digitale". Essere invisbili all'algoritmo è diventato - cito testualmente - il vero lusso digitale. Le persone stanche di Instagram stanno scoprendo che forse non è necessario documentare ogni respiro per esistere. Che forse si può vivere senza che tremila sconosciuti sappiano cosa hai mangiato a colazione. Che forse, solo forse, la costante necessità di essere presenti, brillanti, coerenti col brand e possibilmente virali è una forma molto raffinata di tortura volontaria.
Straordinario! Rivoluzionario! Completamente inedito.
Peccato che la letteratura lo sapesse già nel 1853.
"Preferirei di no"
Herman Melville - quello di Moby Dick, quello che scriveva romanzi che nessuno comprava e continuava a farlo lo stesso - nel 1853 pubblicò un racconto breve su un copista di nome Bartleby. Bartleby lavora in uno studio legale a Wall Street. Un giorno, il suo datore di lavoro gli chiede di fare una cosa.
Bartleby risponde: "Preferirei di no."
Fine.
Non si arrabbia, non si giustifica. Non scrive un post di sfogo sulla sua pagina, non manda messaggi privati alle persone per comunicare che non collaborerà più con loro. Dice semplicemente: preferire di no. E continua a esistere, in silenzio, nel suo angolo.
Bartlbey ha inventato il quiet posting 170 anni prima che qualcuno ci appiccicasse sopra un nome inglese e un articolo su Wired.
Il punto di Melville - che era un tipo scomodo, poco amato, molto fuori dal suo tempo - è che il rifiuto di partecipare non è nichilismo. È una forma di autodifesa. Bartleby non vuole niente da nessuno. Non cerca validazione, non aspetta commenti. Esiste e basta, con una coerenza che mette a disagio chi gli sta intorno, proprio perché chi gli sta intorno non riesce a capire come si possa non voler performare.
Suona familiare, vero?!
Io, Instagram e le persone che sentivano il bisogno di dirmelo
Ho smesso di parlare di libri per parecchi mesi. Non era una strategia, non era neanche un "digital detox" con hashtag dedicato e non stavo seguendo nessun trend. Ero semplicemente sopraffatta: dalla necessità di esserci sempre, di rispondere sempre, di essere riconoscibile, coerente e presente. Di produrre contenuti nel senso più industriale del termine, come se avessi un nastro trasportatore o il mondo dei libri si sarebbe fermato.
E sapete cos'è successo? Le persone mi scrivevano in privato per comunicarmi che avrebbero smesso di seguirmi.
Ci penso ancora e non capisco. Non lo capisco davvero. L'unfollow è una delle operazioni più semplici dell'universo digitale: un tap, zero conseguenze, nessuna notifica all'altro. Eppure c'è una categoria di persone - numerosa, fidatevi - che sente il bisogno di avvisarti, di renderti partecipe della loro decisione, di trasformare il loro abbandono in un evento comunicativo: "Non ti seguo più perché non sei più attiva come prima."
Grazie. Grazie mille! Avrei dormito malissimo senza saperlo!
Quello che non riuscivano a concepire - quello che il quietposting-come-trend ancora non riesce a spiegare davvero - è che la mia assenza non era un malfunzionamento, ma una scelta: non stavo leggendo, stavo vivendo. Stavo, per dirla con Bartleby, preferendo di no!
Ray Bradbury ci aveva già avvertiti. Non lo abbiamo ascoltato
Nel 1953 - lo stesso anno in cui Melville pubblicava Bartleby, per una coincidenza che mi fa venire i brividi - Ray Bradbury scriveva Fahrenheit 451.
Sì, lo so, lo avete letto alle medie. Aspettate.
Fahrenheit 451 non parla di libri bruciati. parla di una società che ha sostituito la conversazione con il rumore. Le pareti delle case sono schermi giganteschi che trasmettono contenuti senza sosta. Le persone indossano auricolari che riempiono ogni silenzio. Nessuno legge non perché sia vietato - il divieto arriva dopo - ma perché nessuno ne sente più il bisogno. Il flusso continuo di stimoli è più comodo del pensiero.
Bradbury non stava descrivendo il 1953, stava descrivendo il 2026.
E la cosa più agghiacciante non è lo schermo. È la logica che ci sta sotto: la paura del silenzio. La convinzione che stare fermi, stare zitti, smettere di produrre significhi non esistere. I personaggi di Fahrenheit 451 non sopportano il silenzio perché non sanno cosa farsene. Non hanno strumenti per abitarlo. E allora lo riempiono, lo riempiono, lo riempiono... finché non resta niente.
Instagram ha rovinato i libri. L'ho detto.
Non ho paura di dirlo: secondo me Instagram e TikTok sono stati la rovina del mondo editoriale. Non per i libri in sé - quelli resistono, sempre - ma per il modo in cui li abbiamo iniziati a trattare. Come oggetti fotografabili, come accessori estetici, come occasioni per costruire un'identità da mostrare.
Quante copertine avete visto in posa su lenzuola di lino color cipria? Quante recensioni in cinque punti con emoji? Quanta gente che "non riusciva a smettere di leggere" un libro che, guarda caso, era arrivato loro proprio dalla casa editrice?
Ho visto persone scrivere in privato le peggiori cose su autori, editori e altri bookstagrammer e poi sorridere in foto di gruppo agli eventi. Ho visto l'ansia da prestazione trasformare la lettura, che dovrebbe essere la cosa più solitaria e libera del mondo, in una gara di visibilità.
L'ho fatto anche io (no, non sorridere fintamente, quello no). Me ne vergogno. Ho smesso!
Ottessa Moshfegh lo sapeva anche lei
Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh è il libro più quiet posting della storia recente, anche se probabilmente Moshfegh riderebbe sentendoselo dire.
La protagonista è una ragazza bella, ricca, con un lavoro prestigioso a New York. Decide di drogarsi per un anno intero con l'aiuto di una psichiatra borderline, con l'obiettivo dichiarato di dormire quanto più possibile e sparire dal mondo.
Nessun motivo tragico, nessuna crisi spettacolare. Solo la lucidissima consapevolezza che il mondo che frequenta è vuoto, rumoroso e sfiancante e che l'unico modo per sopravvivergli è non vederlo per un po'.
È un libro scomodo perché non giustifica la protagonista, ma non la condanna neanche. La lascia lì, nella sua scelta radicale e un po' grottesca, senza morale finale. E quello che resta, una volta finito il libro, è una domanda fastidiosa: e se avesse ragione?
Non sto dicendo di sedarsi, sia chiaro! Sto dicendo che il desiderio di sparire - di smettere di essere visibili, valutabili, eseguibili - non è una patologia, ma una risposta sensata a un sistema che ci chiede troppo.
Quindi, dove eravamo rimasti?
Il quiet posting è il trend del 2026. Ne scrivono tutti, lo analizzano, lo nominano, ci fanno i podcast.
Melville ci aveva già scritto un racconto nel 1853, Bradbury un romanzo nel 1953, Moshfegh un altro nel 2018.
Io ho semplicemente smesso di postare per qualche mese, ho perso qualche follower che si è sentito in dovere di avvisarmi e ho vissuto la mia vita.
Come sempre, i libri sapevano già tutto. Noi stavamo solo aspettando il momento giusto per accorgercene.
"Ne parlano tutti. I libri, prima." è la rubrica in cui parto da quello di cui tutti parlano e arrivo dove arrivo sempre: ai libri. Che, diciamolo, ci arrivano prima.
Nota della Libridinosa: si ringrazia Marito per la scelta dei titoli. Marito non è stato sottoposto ad alcuna tortura per lavorare a questo post (forse).
Laura







