domenica 31 maggio 2020

Diario di Bordo - Cronaca di una quarantena...


... e di ciò che ho imparato in questi mesi.

Ho imparato che leggere non è più sufficiente.
Ho imparato che i libri non sono più i miei migliori amici.
Ho imparato che scrivere non era più possibile.
Ho imparato che ho bisogno di riappropriarmi dei miei spazi.
Ho imparato che mi ero chiusa in un mondo che non sentivo più mio.
Ho imparato che tuffare le mani in un impasto, maneggiarlo, plasmarlo, mi calmava.
Ho imparato che un foglio e una matita mi aiutano a non pensare.
Ho imparato che la paura mi toglie il fiato.
Ho imparato che la paura più forte riguardava le persone importanti della mia vita e non me.
Ho imparato che le mura di casa propria sono quanto di più prezioso esista.
Ho imparato che ci sono alimenti che non devono mai mancare in dispensa.
Ho imparato che sfornare cibo per la mia famiglia è una delle cose più importanti che io possa fare.
Ho imparato che della musica a tutto volume e cantare a squarciagola è terapeutico.
Ho imparato che i pomeriggi fatti di nulla, trascorsi guardando fuori da una finestra, sono necessari.
Ho imparato che si può guardare la tv sino a tarda notte e non sentirsi in colpa.
Ho imparato che sono pochissime le persone che ho necessità di riabbracciare.
Ho imparato che non mi mancano i luoghi, ma le sensazioni.
Ho imparato che mi mancano i sorrisi delle persone, nascosti dalle mascherine.

Ho trascorso giornate fissando il cielo dalla mia finestra.
Ho trascorso pomeriggi tracciando linee su un foglio, con una matita in mano e una gomma a fianco.
Ho trascorso nottate guardando serie tv e piangendo per dei film.
Ho impastato, sfornato, mescolato, fritto, mangiato.
Ho trascorso giorni interi senza leggere neanche una pagina. E sere in cui ne ho lette due o tre prima di dormire. E mi sono sentita soddisfatta, quasi felice.

Mi sono seduta davanti a un foglio e allo schermo di questo computer, sperando che le parole venissero fuori come per magia. 
Mi sono alzata da questa sedia senza aver scritto nulla, stretta in una morsa che era un misto di frustrazione e menefreghismo.
Mi sono riappropriata di spazi che avevo perduto.

Ho abbandonato le liste, le regole, le scadenze, le caselle in cui avevo incanalato la mia vita.
Ho indossato una mascherina e dei guanti, sono uscita e sono tornata a casa piangendo, spaventata.
Ho capito che fuori dai confini del mio giardino, mi manca l'aria.
Ho messo il guinzaglio al mio cane e lei mi ha aiutata a muovere qualche passo, ogni giorno qualche metro in più.
Ho capito che possiamo sorriderci anche da sotto una mascherina, basta guardarsi negli occhi.

Mi sono isolata, sono sparita da spazi in cui pensavo di star bene come fossero casa.
Ho capito che ci sono persone che mi hanno aspettata e altre che sono sparite e va bene così.
Ho imparato che non si può smettere di seguire qualcuno su Instagram senza che questi lo prenda come un affronto personale. E me ne sono fregata!
Ho capito che nella mia vita "virtuale" voglio solo chi mi interessa e mi fa star bene, esattamente come nella vita reale!

Ho pensato che tutto questo ci avrebbe cambiati, che avrebbe modificato la nostra scala di valori, la nostra percezione del mondo e degli altri.
Ho affrontato la delusione nel vedere che tutto è tornato come prima.

Ho pensato. Ho parlato a me stessa. Ho cercato di capire chi ero e chi sono diventata.
Ho capito che adesso mi piaccio di più: con meno libri, senza liste, senza scadenza, nessun assillo. 
Ho capito che un libro si può leggere in tre giorni, ma anche in un mese e non per questo si vale meno degli altri.
Ho capito che, perché i libri tornino ad essere miei amici, devo trascorrere con loro il tempo necessario ad amarli.
Ho imparato che nella vita ho bisogno di poche, pochissime persone e che senza di loro la mia vita sarebbe meno colorata.

Ho capito che un solo posto mi è mancato: questo blog. Che è casa, diario, aria, cielo, spazio, necessità.

lunedì 11 maggio 2020

Recensione 'Le case del malcontento' di Sacha Naspini - Edizioni e/o


LE CASE DEL MALCONTENTO || Sacha Naspini || Edizioni e/o || 28 febbraio 2018 || 460 pagine

C’è un borgo millenario scavato nella roccia dell’entroterra maremmano, il suo nome è Le Case. Un paese morente. Una trappola di provincia. Un microcosmo di personaggi che si trascinano in un gorgo di giorni sempre uguali. Fino a quando la piccola comunità non viene sconvolta dall’arrivo di Samuele Radi, nato e cresciuto nel cuore del borgo vecchio e poi fuggito nel mondo. Il suo ritorno a casa è l’innesco che dà vita a questo romanzo corale: la storia di un paese dove ognuno è dato in pasto al suo destino, con i suoi sprechi, le aspettative bruciate, le passioni, i giochi d’amore e di morte. Perché a Le Case l’universo umano non fa sconti e si mostra con oscenità. Ogni personaggio lascia dietro di sé una scia di fatti e intenzioni, originando trame che si incrociano, si accavallano, si scontrano dopo tragitti capaci di coprire intere esistenze. A Le Case si covano segreti inimmaginabili, si ammazza, si disprezza, si perdono fortune, si tramano vendette, ci si raccomanda a Dio, si vendono figli, si vive di superstizioni, si torna per salvarsi, si tradisce, si ruba, ci si rifugia, si cerca una nuova vita, si gioisce per le disgrazie altrui. Talvolta, inaspettatamente, si ama.