Recensione 'Tutti i particolari in cronaca'
di Antonio Manzini - Mondadori

by - 15.1.24


TUTTI I PARTICOLARI IN CRONACA || Antonio Manzini || Mondadori || 9 gennaio 2024 || 301 pagine



La corsa all'alba, la colazione al bar, poi nove ore di lavoro all'archivio del tribunale, una cena piena di silenzi e la luce spenta alle dieci: Carlo Cappai è l'incarnazione della metodicità, della solitudine. Dell'ordinarietà. Nessuno sospetta che ai suoi occhi quel labirinto di scatole, schede e cartelle non sia affatto carta morta. Tutto il contrario: quei faldoni parlano, a volte gridano la loro verità inascoltata, la loro richiesta di giustizia. Sono i casi in cui, infatti, il tribunale ha fallito, e i colpevoli sono stati assolti "per non aver commesso il fatto" – in realtà per i soliti, meschini imbrogli di potere. Cappai, semplicemente, porta la Giustizia dove la Legge non è riuscita ad arrivare – sempre nell'attesa, ormai da quarant'anni, di punire una colpa che gli ha segnato la vita. Walter Andretti è invece un giornalista precipitato dallo Sport, dove si trovava benissimo, alla Cronaca, dove si trova malissimo. Quando il capo gli scarica addosso la copertura di due recenti omicidi, Andretti suo malgrado indaga, e dopo iniziali goffaggini e passi falsi comincia a intuire che in quelle morti c'è qualcosa di strano. Un legame. Forse la stessa mano... Antonio Manzini, il creatore dell'indimenticabile vicequestore Schiavone, entra nel catalogo del Giallo Mondadori con una storia serrata e sorprendente che si interroga sull'equilibrio tra legge e giustizia, e su ciò che saremmo disposti a fare pur di guarire le nostre ferite.


Ogni volta che Antonio Manzini pubblica un nuovo romanzo, io ho la conferma del fatto che i grafici lo odino profondamente. Chissà che avrà fatto di male?!
Copertina (brutta) a parte, Manzini cambia editore e protagonista, salutando (definitivamente? Volesse il cielo!) il Vicequestore Rocco Schiavone.
Cambio anche di location: per questo nuovo lavoro, ci spostiamo a Bologna, ma la storia avrebbe potuto svolgersi a Roma, Milano, Torino, persino a Casalpusterlengo e poco sarebbe cambiato; a differenza dei romanzi con Schiavone, infatti, nei quali tanto Roma quanto Aosta risultano parte integrante della storia, qui Bologna è un luogo come un altro, che si intuisce da alcuni dettagli e da un paio di piatti di tortellini e che viene rivelata solo all'ultima pagina.

La storia si divide in due parti, due voci e due protagonisti: Walter Andretti, giornalista passato da poco alla cronaca nera dopo anni allo sport, e Carlo Cappai, un quasi sessantenne, archivista presso il tribunale, figlio di un magistrato ormai defunto.
Due, come detto, le voci narranti, che viaggiano parallele in un alternarsi di capitoli in prima persona e che, se distinguibili grazie alla scelta di utilizzare due font diversi, non altrettanto immediati risultano quando il lettore deve riannodare i fili della trama tra un personaggio e l'altro.

La "struttura" dei personaggi è molto diversa: Carlo Cappai è quasi da manuale! La sua vita, la sua psicologia, i suoi segreti e il suo passato vengono sviscerati da Manzini con grande attenzione, regalando al lettore mille motivi per affezionarsi al solitario archivista e altrettanti per prendere le sue difese anche quando sbaglia.
Tutto il contrario accade, invece, con Walter Andretti, che risulta scialbo e opaco, poco approfondito sia dal punto di vista psicologico che personale. Di lui sappiamo che va per i 40, è stato lasciato dalla fidanzata e si ritrova a scrivere pagine di cronaca nera. Perché? Come mai un giornalista sportivo si trova in nera? Manzini non risponde alla domanda e questo, assieme ad altri insignificanti dettagli, lascia addosso la sensazione di trovarsi davanti al primo romanzo di una nuova serie (Anto', io gna fo!).

Se, come me, siete affezionati lettori di Gigi Paoli e avete avuto la fortuna di leggere i romanzi con protagonista il giornalista Carlo Alberto Marchi, sarà inevitabile fare un parallelo tra i due personaggi. Ma se Marchi risulta credibile, vero e dotato di rara cazzimma quanto di ironia, Andretti è quasi una marionetta nelle mani del suo creatore che, duole dirlo, non ha fatto un gran lavoro.
Il parallelo prosegue nel vedere Walter appassionarsi a ciò che scrive e iniziare, quasi in parallelo, una sua indagine sugli omicidi che stanno insanguinando le strade di Bologna. Ma se Paoli sa di ciò che scrive, essendo lui per primo un giornalista, e riesce, quindi, a rendere credibile Marchi, Manzini non è del mestiere e Andretti è più una ridicola macchietta che non un giornalista credibile!
Le situazioni nelle quali si infila restano a metà tra il ridicolo (alcune sono davvero tirate per i capelli!) e l'inutile.

E il giallo? Sta in copertina... inteso come colore! Che Manzini non incentri su quello i suoi romanzi, è cosa nota; i suoi gialli sono più un contorno, una scusa per raccontarci le storie dei personaggi, ma in questo caso la trama è davvero fragile.
Arrivata a pagina 50 ho scritto alla Bacci, dicendole che avevo la sensazione di aver capito tutto; ed effettivamente era così.
Ma è stata una scelta dell'autore quella di apparecchiare la soluzione sin dall'inizio: svelare la mano che arma la pistola è un modo per farci comprende i motivi che portano l'assassino a uccidere le sue vittime.
Un piccolo mistero lo si potrebbe avere nelle ultime pagine, ma se si è lettori attenti, anche quello sarà facilmente intuibile.

Insomma, un disastro? Uno sfacelo? Ovviamente no, perché che Manzini sappia scrivere non lo scopriamo certo oggi. Ed è proprio la sua scrittura, malinconica, a tratti poetica, che tiene il lettore incollato alle pagine, desideroso anche di scoprire se ci sarà un guizzo, una sorpresa, qualcosa di inaspettato in quella che, purtroppo, risulta essere una trama un po' piatta.

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