Le ultime chiacchiere

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I social non stanno rovinando la lettura: stanno smascherando i lettori


C'è questa frase che gira da anni, come un mantra da circolo letterario con sedie scomode e aria fritta: "Eh, ma i social hanno rovinato la lettura."

No.
I social non hanno rovinato un bel niente.
Hanno semplicemente acceso la luce.
E quando accendi la luce, vedi cose che prima erano lì uguali, solo più educate.

La superficialità non è nata col BookTok

Era già lì. Solo senza hashtag.

I libri-merce esistevano anche prima.
I lettori che leggevano "perché sì", "perché lo leggono tutti", "perché fa colto" esistevano anche prima.
Solo che nessuno li filmava mentre piazzavano ventidue segnapagina coordinati per evidenziare frasi tipo:
Il curling è uno sport pericoloso
E sticazzi!

Il BookTok non ha inventato la lettura superficiale.
L'ha resa visibile, seriale, ripetibile.
E soprattutto monocorde.

Tutti leggono la stessa roba. E no, non è un caso.

Apri BookTok e vedi:
  • gli stessi libri
  • le stesse reazioni
  • le stesse lacrime
  • le stesse copertine tenute in mano come ostie consacrate
Romanzi diversi, dicono.
Esperienze uniche, promettono.

Poi leggi le recensioni e potrebbero andare bene per nove libri su dieci.
"Ti distrugge". "Ti entra dentro". "Non sarai mai più la stessa".

Mai un personaggio. Mai una scelta narrativa. Mai una domanda vera.
Solo hype.
E, guarda caso, quasi sempre romance di bassa lega spinti in massa, finché non arriva il prossimo.

Bookstagram: dalla lettura alla vetrina

Il Bookstagram, invece, ha scelto un'altra strada: non tanto leggere, quanto mostrare di leggere bene.

Spacchettamenti. Collaborazioni. Copertine perfette.
Recensioni fotocopia, tutte educate, tutte entusiaste, tutte uguali.

Non è cattiveria, eh.
È appiattimento.

Quando tutti devono piacere a tutti, i libri diventano accessori.
E la lettura smette di essere un atto critico per diventare una performance.

Il punto scomodo (quello che fa male)

Sì: i social hanno abbassato il livello medio della lettura.
Non perché leggiamo meno. Ma perché leggiamo tutti la stessa cosa, allo stesso modo, per gli stessi motivi.

Non per capire.
Non per sentire.
Ma per esserci.

Se leggi solo l'ultimo libro uscito, se leggi solo ciò che "funziona", se leggi  solo quello che sai già che piacerà... non stai scegliendo.
Stai eseguendo.

E la lettrice vera?

La lettrice vera non è morta.
È solo silenziosa.

Legge fuori dai trend. Abbandona libri senza scusarsi.
Non sente il bisogno di spiegare perché un romanzo non le abbia detto nulla.

Non evidenzia frasi a caso per moda. Non piange a comando.
Non sente il dovere di amare ciò che amano tutti.

E soprattutto, non confonde quantità con profondità.

Allora no: i social non sono il problema

Il problema è pensare che leggere significhi mostrare, replicare, uniformarsi.

I social non hanno rovinato la lettura. Hanno tolto il trucco.

E adesso la domanda finale, quella che resta addosso: stiamo leggendo perché i libri contano o perché vogliamo essere visti mentre li teniamo in mano?

A te la risposta.
Io, intanto, continuo a leggere come se nessuno mi stesse guardando.

'Wellness' di Nathan Hill: quando un romanzo scambia la lunghezza per profondità


WELLNESS
Nathan Hill
Rizzoli
736 pagine
21 maggio 2024


Chicago 1993. Elizabeth e Jack sono arrivati nella grande metropoli a vent’anni, due origini molto diverse, ma lo stesso obiettivo di costruirsi una vita. La città è effervescente, in piena trasformazione, tante sono le spinte verso una nuova scena culturale. I due ragazzi vivono in due piccoli appartamenti in un quartiere bohémien, dove artisti e studenti infondono linfa giovane a una vecchia area industriale. Fin qui, non si conoscono. Ma le loro finestre affacciano sullo stesso vicolo e la sera, quando le luci si accendono, si accendono anche le loro vite intime: lei sfoglia pesanti manuali alla luce di una candela, accanto un bicchiere di vino, lui mescola colori e solventi, ispeziona negativi con la lente di ingrandimento. Elizabeth studia psicologia, Jack è fotografo. È inverno e si osservano. Una sera, a un concerto, Jack si fa coraggio e avvicina Elizabeth invitandola a bere qualcosa. Il periodo dell’università vissuto insieme è esaltante, ma a distanza di vent’anni, dopo il matrimonio, dopo un figlio, cosa resta? Oggi, i risparmi investiti nell’appartamento all’ultimo piano di un ex cantiere navale e i progetti di ristrutturazione rivelano i cedimenti dei loro sogni. Elizabeth, ad esempio, vorrebbe due camere da letto e due ingressi separati, mentre Jack non ne capisce il senso. Ecco il benessere ottenuto. Se Wellness sia il canto del cigno dell’amore coniugale contemporaneo o il resoconto di due anime che, affiancate, attraversano la vita pienamente è da scoprirsi in questo affresco poderoso, ironico e tenero, e infine spietato di un’intera parte di mondo.

"Sotto mentite spoglie" di Antonio Manzini: Rocco e la squadra tra ironia, mistero e malinconia


SOTTO MENTITE SPOGLIE
Antonio Manzini
Sellerio
546 pagine
4 novembre 2025


Ad Aosta è quasi Natale. Una stagione difficile, per Rocco Schiavone, e non solo per lui. Un periodo dell’anno che da sempre con le sue usanze svetta nella nota classifica affissa in Questura.
Tutto sembra andare male. Ovunque nelle strade si esibiscono cori di dilettanti che cantano in ogni momento della giornata. La città è preda di lucine a intermittenza, della puzza di fritto, dell’agita- zione dovuta all’acquisto compulsivo. Lampeggiano vetrine e finestre, auto e antifurti. Di fronte ai negozi, pupazzi di raso e fiamme di stoffa si agitano al soffio dell’aria calda dimenando braccia, teste e lingue. Non c’è da aspettarsi niente di buono. 
E infatti. Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui gior- nali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica. Eppure qualcosa si muove. Sandra sta meglio, sta per uscire dall’ospedale. Piccoli spiragli, rari sorri- si, la squadra, come la chiama Rocco con un filo di sarcasmo, sembra crescere, i colleghi migliorano, i superiori comprendono. Schiavone a tratti sembra trovare le energie per affrontare gli eventi che si susseguono, le difficoltà che si porta dentro, e poi quello slancio svanisce e ancora si riforma. Il vi- cequestore entra ed esce dalla sua oscurità, a volte il sole lo aspetta, quasi sempre il cielo è plumbeo, una promessa di neve e di gelo. Passo dopo passo, però, anche se stanco, amareggiato, arrabbiato, Rocco Schiavone continua a guardare il mondo con gli occhi socchiusi, a indignarsi, a tenere insieme il cuore e il cervello, la memoria e il futuro.

Come non rispondere alla domanda "Quanti libri hai letto quest'anno?"



La scena del crimine

Succede sempre così: ti siedi, prendi fiato, sei tranquilla.
Poi arriva lei, la domanda: "Quanti libri hai letto quest'anno?".

Detta con quel tono lì, quello che non chiede davvero. Quello che misura.
Come se stessi per salire su una bilancia emotiva e il risultato comparisse in sovrimpressione: lettrice valida/lettrice deludente.

Io sorrido. Dentro, però, sento lo stesso brividino che si prova quando qualcuno ti chiede l'età e tu sai che non è una curiosità, è un confronto.

Il nodo: quando i numeri diventano più importanti dei libri

Per anni sono stata una lettrice da almeno 100 libri l'anno.
Lo dico senza falsa modestia e senza orgoglio: era un fatto.
Leggevo ovunque, sempre. Anche quando non ne avevo voglia. Anche quando ero stanca.
Anche quando, a dirla tutta, stavo tappando silenzi che non volevo ascoltare.

Poi è arrivato Instagram.
E con lui la classifica non richiesta: wrap up (che a me sa sempre di cibo del McDonald's!), obiettivi, sfide, "se leggi meno di X stai sprecando tempo".
La lettura, che per me era rifugio, è diventata una maratona con tanto di pubblico ai bordi che applaude solo chi corre più veloce.

Non importa cosa leggi.
Importa quanto.

Quest'anno sono ferma a 31

Quest'anno ho letto 31 libri.
Trentuno.
Li posso contare sulle dita delle mani... con calma!

E no, non credo che arriverò a molti di più.
Non perché non me ne importi, ma perché finalmente non scappo.

Quest'anno sono stata presa per mano e riportata fuori.
Roby e la sua famiglia sono entrati nella mia vita come solo le cose vere fanno. Facendo rumore, occupando tempo, riempiendo silenzi.
Sono tornate le parole (non scritte), le risate, le cene lunghe, la felicità che non chiede permesso.

E i libri? 
I libri hanno aspettato.
Come fanno quelli che ti vogliono bene.

La lettura non è una gara (e se lo diventa, qualcosa si rompe)

Diciamolo chiaramente: la domanda "Quanti libri hai letto?" è una trappola.

Ti fa sentire in difetto se sono pochi.
Ti fa sentire superiore se sono tanti.
In entrambi i casi, ti allontana dal punto.

La qualità non fa rumore.
La quantità sì.
E in un mondo che misura tutto, anche la lettura è diventata una prova di performance.
Una gara a chi ce l'ha più lungo. Il discorso, ovviamente.

Io non ci sto più.
Ho letto meno.
Ho vissuto di più.
E non devo giustificarmi con nessuno.

Quello che resta

Quindi la prossima volta che qualcuno mi chiederà quanti libri ho letto, forse risponderò così: "Abbastanza".

Abbastanza per restare me stessa.
Abbastanza per non perdermi.
Abbastanza per ricordarmi che i libri sono una parte della vita, non il suo alibi.

Ora voglio sapere da te: questa domanda ti mette a disagio anche solo un po'?
Parliamone, ma senza numeri!




"La Rosa e La Spina" di Stefania Bertola: una storia carina, dimenticabile e un finale che si chiude troppo presto


LA ROSA E LA SPINA
Stefania Bertola
Einaudi
232 pagine
7 ottobre 2025


Rosa Soave ha quasi quarant’anni, un figlio, un ex marito che l’ha lasciata il giorno di Natale e un quaderno Pigna con cui chiacchiera come se fosse un amico. E poi intorno a lei volteggiano cognate eco-bio con smanie romantiche, capi fin troppo affascinanti, preti impiccioni, editori sentimentali, professori sexy, amiche tuttofare, famiglie pericolose... In questo tourbillon, Rosa ha una sola certezza: con l’amore ha chiuso. Ma quando dalle nebbie del passato riemerge Doralice Spina – la sua miglior nemica del liceo, specializzata nel rovinare le vite degli altri – è davvero troppo. La Spina pungerà ancora o Rosa riuscirà a impedirglielo? Una deliziosa commedia metropolitana che ci consola, ci fa ridere e ci conferma che a volte non c’è altro da fare: bisogna prendere un bel respiro e ricominciare da capo. Oltre a scrivere sul suo quaderno nuovo e a detestare l’altrettanto nuova fidanzata dell’uomo che fino a ieri era suo marito, Rosa Soave ha molti altri impegni: tenere a bada le maestre troppo creative di suo figlio Valentino, frequentare un corso di danze irlandesi, difendersi dalla svagatissima cognata Clementina che abita sul suo stesso pianerottolo e le controlla la raccolta differenziata. E poi, soprattutto, provare a rimediare ai pasticci di Claudio, il fascinoso direttore del supplemento letterario per cui lavora. Fra amori improbabili, cene trappola e pettegolezzi d’ufficio, Rosa prova a tenere insieme i pezzi della sua esistenza e a inventarsi di punto in bianco una nuova normalità. Poi però, è ovvio, arrivano i problemi. Il primo è che Malefica – sì, l’ha ribattezzata così – non solo le ha soffiato il marito, ma adesso inizia persino a minacciarla perché firmi al più presto le carte per il divorzio. Il secondo è che torna in scena pure la sua nemica giurata del liceo, Doralice Spina, più seducente che mai e pronta a qualsiasi sotterfugio per ottenere ciò che vuole. È lei la vera antagonista di questa storia, visto che non c’è rosa senza spina: da una così conviene tenersi alla larga, chiedere a chi non l’ha fatto in passato e l’ha pagata carissima. Ma quando il bel direttore perde la testa proprio per Doralice, beh, Rosa non può certo restare a guardare. Con ritmo serrato, una comicità disincantata e quella leggerezza intelligente che da sempre rende unico il suo sguardo, Stefania Bertola firma un romanzo gustosissimo, brillante, ricco di colpi di scena. E ci trascina in un vortice di vita che celebra l’arte sottile di arrangiarsi con grazia.

"Le ore fragili" di Virginie Grimaldi - Quando il dolore fa meno rumore


LE ORE FRAGILI
Virginie Grimaldi
Edizioni e/o
256 pagine
17 settembre 2025


Diane ha sempre avuto sogni semplici. Un marito, due figli e un lavoro che le piace è più di quanto avesse osato sperare. Il giorno in cui Seb la lascia il suo mondo vacilla. Concentrata sul proprio dolore, non vede la tragedia che si sta svolgendo altrove. Accanto a lei, nella camera di fronte alla sua, le risate della figlia si estinguono. Lou ha sedici anni e paura di crescere, e la sua prima pena d’amore le strappa qualcosa di più che semplici lacrime. Quando Diane lo capisce è pronta a tutto per aiutarla, anche a tornare verso un passato da cui era fuggita. Insieme, madre e figlia camminano su un filo teso. Sotto di loro, il torrente della vita ribolle e porta via con sé le ore fragili.

Bookblogger vs Bookstagrammer: parole storte, foto perfette



Io, un libro e una foto venuta male: buongiorno, realtà

Stamattina ho fotografato un libro. Anzi, no: ho tentato di fotografare un libro.
Risultato? Una copertina storta, luce pessima, tazza mezza vuota e riflesso della mia faccia stanca sullo schermo. Nel frattempo, su Instagram, qualcuno aveva già pubblicato l'ennesimo flat lay perfetto: libro centrato al millimetro, caffè fumante, fiore secco strategico, luce naturale che neanche Capri a mezzogiorno.

Preset contro pensieri: quando l'estetica prende a schiaffi la sostanza

Il mondo dei libri oggi è questo: da una parte chi racconta, dall'altra chi mostra.
I Bookstagrammer costruiscono estetiche, i Bookblogger costruiscono pensieri. Loro lavorano di palette, noi di paragrafi. Loro regolano i preset, noi i filtri mentali.

Non è una guerra, teoricamente. È una convivenza forzata. Ma ogni tanto sembra una sfida silenziosa: chi deve essere più perfetto? Il contenuto o la confezione?
Perché sì, la foto è pulita, elegante, armonica. Ma poi leggi la caption e scopri che il libro è "intenso, travolgente, emotivo". Tutti e nessuno.
Io invece ti scrivo un papiro di 3000 parole per spiegarti perché quel romanzo mi ha fatto male in un punto preciso dell'anima. Però lo faccio con la felpa macchiata di caffè e zero senso estetico.

Sì, li invidio: confessioni scomode di una bookblogger stanca

La verità? Io li invidio, i Bookstagrammer.
Invidio quella calma visiva, quella capacità di sistemare il caos in una foto quadrata. Io, al massimo, sistemo il caos in una frase. E male!

Mentre loro studiano luci, io accumulo stanchezza. Mentre loro scelgono lo sfondo giusto, io scelgo se tagliare una riflessione che mi ha tolto il sonno.
E ogni tanto mi chiedo se il mio modo di raccontare sia diventato troppo storto per un mondo che chiede solo cose belle da guardare.

Poi mi ricordo che non riesco a essere leggera quando una storia mi pesa addosso. E pace ai preset.

Spoiler: la foto non salva i libri vuoti

E allora lo dico chiaramente, senza filtri fotografici né morali: la bellezza non sostituisce la profondità. La accompagna, semmai. Ma non la rimpiazza.

Una foto perfetta non salva una recensione vuota, un'estetica curata non compensa una lettura fatta di corsa. Così come una recensione sgangherata, scritta col cuore in disordine, può valere più di mille composizioni impeccabili.
Non è una questione di formato, è una questione di onestà emotiva.

Io non voglio convincerti che un libro è meraviglioso perché è bello accanto a una candela, voglio dirti se ti spazzerà via o se lo dimenticherai il giorno dopo.

La fitta che non si fotografa

Alla fine, loro hanno foto perfette. Io ho le occhiaie perfette. Loro hanno griglie ordinate. Io ho pensieri messi in fila male.

Ma quando chiudo un libro e sento quella fitta precisa - quella che non si fotografa - so che sto facendo ancora la cosa giusta. Anche se non è instagrammabile.
La foto sarà pure perfetta. La TBR un disastro. Ma almeno le storie, quelle, continuano a scombinarmi dentro. E io, sinceramente, non voglio smettere.

Adesso tocca a te: sei più da flat lay perfetto o da pensieri storti alle due di notte? Ti senti più Bookstagrammer, Bookblogger... o un disastro ibrido come me?

L'anno dei libri dimenticati: quando la vita cambia e la lettura resta indietro



Premessa affettuosamente disperata

C'è stato un tempo - tipo l'anno scorso, niente di epico - in cui potevo permettermi il lusso di leggere 6 romanzi al mese. Avevo una routine, una poltrona, dei cani che russavano e un buon rapporto con la mia libreria. Insomma, un equilibrio (orribile, ma tale era).

Poi è arrivato questo nuovo anno che, invece di bussare, è entrato sfondando la porta: nuova città, nuova casa, un lavoro, nuovo amore!
Un quartetto perfetto... per ridurre drasticamente la mia capacità di leggere qualunque cosa più lunga della lista della spesa.

Il risultato?
L'anno dei libri dimenticati. Iniziati e abbandonati, sfogliati e traditi, lasciati a metà come relazioni estive senza messaggio di addio.
E non nego che, per una lettrice come me, abituata a macinare pagine come se stessi allenandomi per le olimpiadi della TBR, la scoperta sia stata, almeno inizialmente, traumatica.

La sfilata dei libri abbandonati (non per colpa loro)

Giuro che non erano libri sbagliati.
Ero io. Davvero.
La lettrice esausta, distratta, rimescolata.

Ci sono romanzi che ho cominciato in treno e poi dimenticato nella borsa del cambio vita. Altri che ho posato sul comodino promettendo: "Stasera ti riprendo"... e che ora sono coperti da una pila di calzini, documenti e altre promesse non mantenute.

Qualcuno mi ha tenuto compagnia per tre sere, poi ho traslocato.
Un altro è stato vittima nella nuova relazione (che, come tutti sanno, porta con sé la fase del "leggo pochissimo perché sto vivendo la vita vera").

Non c'è stata cattiveria. Solo un tempismo discutibile e un'estate bollente in cui il mio neurone lettore si è sciolto come una tavoletta di cioccolato lasciata sulla spiaggia.

L'estate senza leggere (un'esperienza extracorporea)

Dovrebbero metterlo come avviso legale sulle creme solari: "Attenzione: l'esposizione prolungata al sole potrebbe causare perdita temporanea della voglia di leggere".

Io l'ho vissuta sulla mia pelle, letteralmente.
Tre mesi di nulla.
Un'estate intera in cui i libri mi guardavano. E io guardavo il mare.

Un'estate in cui non ho letto neanche quei romanzi leggeri che di solito uso per staccare il cervello e sentirmi ancora viva come lettrice.
Niente.
Zero.
Solo sudore, cambi di vita, scatoloni e serate in cui la mia unica attività intellettuale consisteva nello scegliere quale angolo della casa fosse meno caldo.

E se pensate che io stia esagerando... vi giuro che non mi riconoscevo (ma ero felice!).
È stato il mio personale Erasmus emotivo: ho provato la vita da persona non-lettrice.
Esperienza forte.
Potrei anche decidere di ripeterla, chissà!

Le nuove abitudini che ti fregano senza avvisare

Perché sì, Roby è adorabile. E comprensivo. E simpatico. Ed è un lettore forte che si è trovato davanti a una persona che non sapeva più leggere.
E ha dovuto prendere le misure con le mie nuove abitudini da lettrice ritrovata.
Ha preso un libro in mano e ha detto: "Leggiamo".
Ed è così che ho ricominciato: tra le sue braccia, stessa pagina, stessa riga, stesso momento.

Il lavoro? Bellissimo, stimolante, entusiasmante.
Ma, piccolo dettaglio, mi ciuccia l'anima. perché lo amo e perché sono una persona che si butta a capofitto in quello che fa, che deve farlo bene, dare sempre il massimo (sono Gemelli, rassegnatevi!).
E quando arriviamo a casa, la sera, fatico persino a ricordare come mi chiamo. Figurarsi leggere!

E poi c'è la nuova città. Tutta da esplorare, da annusare, da vivere.
E indovinate chi ha perso ore che una tempo avrebbe passato con il naso tra le pagine? Esatto!
La me "urban explorer" che ha tradito la me "lettrice da divano".

Morale della favola? L'amore per i libri non è sparito. Si è solo nascosto

So che la lettrice che divora pagine è ancora lì, nascosta da qualche parte tra i suoi occhi e le sue braccia che mi stringono e che sta solo aspettando che la vita si stabilizzi quel tanto che basta per farle spazio di nuovo.
Ma sotto sotto so anche che non tornerò  quella di una volta, quella delle tbr mensili rigidissime, dei 100 libri letti in un anno (altrimenti sei una lettrice fallita), quella che programmava persino il numero di pagine da leggere ogni giorno.

La verità è che non ho dimenticato i libri.
Ho dimenticato il tempo.
E quando la vita cambia così tanto, così in fretta, è normale perdere qualche pezzo per strada.
Anche dei romanzi.

E ora che l'anno volge al termine, mi guardo indietro e penso: "Sì, ho letto poco. Sì, ho dimenticato un sacco di libri. Ma devo dire che sono stata magnificamente coerente!"

Chiusura (pungente!)

Se c'è una lezione da portarsi dietro da quest'anno è semplice: non esistono davvero libri dimenticati. Esistono vite che chiedono priorità.
E se qualcuno ha qualcosa da ridire, che venga pure a discutere con la mia TBR.
È armata, nervosa e non ha letto nemmeno lei.

Ora tocca a voi: qual è stato IL libro che avete abbandonato quest'anno senza uno straccio di spiegazione? 
E soprattutto: vi siete sentiti in colpa o avete fatto finta di niente come me?
Raccontatemelo nei commenti che ci consoliamo a vicenda!

Narrativa contemporanea: 12 romanzi imperdibili che hanno davvero senso


La narrativa contemporanea è piena di trabocchetti.
Apri un libro sperando di trovare una storia intelligente e ti ritrovi con un personaggio che parla come un post motivazionale di Instagram. Oppure incappi nel famigerato "romanzo che ti cambierà la vita"... e l'unica cosa che cambia è la tua voglia di fidarti delle fascette!

E allora eccomi qui, io - La Libridinosa, Laura in persona - a fare quello che faccio meglio: selezionare solo i romanzi che hanno senso davvero. Niente fuffa, niente moralismi impacchettati bene, niente storie scritte per insegnarti qualcosa che in realtà già sai.

Solo libri che fanno quello che un libro dovrebbe fare: sentire.
Sentire forte, sentire bene.

Ecco la mia selezione di irrinunciabili:

1. La tentazione di essere felici - Lorenzo Marone
Il romanzo che ti prende per mano, ti fa una carezza, poi ti dà una sberla (dolce), poi di nuovo una carezza. Marone riesce a parlare di fragilità e seconde possibilità senza mai diventare melenso. Cesare Annunziata è uno di quei personaggi che ti si appiccicano addosso e non ti mollano più.

2. Dov'è finita Audrey? - Sophie Kinsella
La Kinsella, quando vuole, sa scrivere romanzi che stanno in piedi, emozionano e fanno pensare. Audrey - con le sue ferite, i suoi silenzi e il suo mondo che trema - è un personaggio di una verità spiazzante. Questo è un romanzo tenero, ironico e soprattutto onesto.

3. I Goldbaum - Natasha Solomons
Una saga familiare sontuosa, elegante e malinconica. Solomons costruisce un mondo fatto di tradizioni, aspettative e contraddizioni, e ci immerge nella vita di una famiglia che sembra invincibile... finché la Storia non decide di bussare alla porta. Raffinato, stratificato, necessario.

4. Come l'arancio amaro - Milena Palminteri
Un romanzo che profuma di Sicilia e di ferite antiche. Palminteri scrive con la precisione di chi conosce la vita e sa che il dolore, a volte, è l'unico modo per far maturare le cose importanti. Un'esordiente che mette sul tavolo una voce già matura e solidissima.

5. La mondina - Silvia Montemurro
Un romanzo che scava nella storia delle donne che hanno lottato, sudato, resistito. Montemurro dà voce a una protagonista memorabile, che non fa la rivoluzione sui social ma nel fango. Vivo, ruvido e pieno di verità.

6. Cambiare l'acqua ai fiori - Valérie Perrin
Il romanzo che ha fatto piangere mezzo mondo - e per una volta il motivo è valido. Violette è una delle figure più luminose della narrativa contemporanea: imperfetta, tragica, splendida nella sua normalità. Una storia che smonta e ricostruisce con infinita delicatezza.

7. Il ballo delle pazze - Victoria Mas
Ambientato nella Parigi del XIX secolo, racconta la violenza invisibile che si abbatteva (e si abbatte ancora) sulle donne quando qualcuno decide che sono "fuori posto". Mas scrive con una lucidità che taglia: elegante, feroce, bellissimo.

8. I quaderni botanici di Madame Lucie - Mélissa Da Costa
Un romanzo che è un balsamo per gli animi stanchi. Da Costa ha la straordinaria capacità di parlare di dolore e rinascita con una delicatezza musicale. Madame Lucie è una donna che cura gli altri e, leggendo, sembra quasi che curi anche te.

9. La figlia del Reich - Louise Fein
Un romanzo che prende la Storia e la fa diventare carne, emozione, conflitto. Fein racconta cosa significhi crescere dentro un'ideologia senza avere gli strumenti per decodificarla. Forte, doloroso, luminoso nelle sue zone d'ombra.

10. Oliva Denaro - Viola Ardone
Un romanzo che dovrebbe essere letto nelle scuole. Ardone restituisce la voce a tutte quelle ragazze cui è stato insegnato a sopportare. Oliva è straordinaria nella sua normalità: un'eroina senza mantello, una di quelle che resistono stando in piedi.

11. Tutto per i bambini - Delphine de Vigan
De Vigan non sbaglia un colpo. Questo romanzo è un pugno nello stomaco travestito da analisi sociale: famiglia, pressioni, narcisismi contemporanei, sovraesposizione. Una storia che scava e scava e scava ancora. E quando finisce, rimani lì a pensare.

12. Le madri non dormono mai - Lorenzo Marone
Marone torna in lista - e con merito. Qui racconta la maternità senza retorica: è dolce, è feroce, è stanca, è bellissima. Un romanzo che ha la capacità di guardarti dentro e illuminare gli angoli con gentilezza, per poi spegnere quella luce senza preavviso.

Perché questi 12 romanzi hanno davvero senso?

Perché parlano di noi: delle nostre fragilità, dei nostri errori, dei nostri tentativi di resistere alle intemperie della vita.
Sono storie che non urlano, non esagerano, non chiedono applausi: accompagnano. E quando un romanzo accompagna, allora sì, ha davvero senso.

Buona lettura, lettori miei.
E ricordate: la narrativa contemporanea non è un genere, è un abbraccio ben riuscito!



Recensione 'Tanta ancora vita' di Viola Ardone: quando la voce dell'autrice rovina anche la speranza


TANTA ANCORA VITA
Viola Ardone
Einaudi
336 pagine
23 settembre 2025


«Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore». Una mattina Vita apre la porta di casa e trova, accoccolato sull’uscio, Kostya. Lui, che neppure parla la sua lingua, le cambierà l’esistenza. Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti. Nei romanzi di Viola Ardone l’incontro fra esseri umani ha sempre la potenza di un miracolo, capace di scardinare la solitudine, di ricomporre la speranza. Kostya ha dieci anni quando si mette in viaggio per arrivare dalla nonna Irina, domestica a Napoli. Nello zaino, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo. Suo padre è al fronte per difendere l’Ucraina appena invasa. Tra soldati che cercano di bloccarlo al confine e sconosciute che gli dànno una mano, il bambino riesce ad arrivare. Vita, la signora per cui la nonna lavora, lo scopre addormentato sullo zerbino. Quattro anni fa lei ha perso suo figlio e ora passa le giornate da sola, o con Irina, che ha letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento. Il piccolo ospite inatteso la costringe di nuovo in quel ruolo che il destino le ha tolto. Poi, quando il padre di Kostya è dato per disperso, Irina torna nel suo Paese a cercarlo. D’impulso, Vita decide di raggiungerla, per aiutarla. Tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.