Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

Visualizzazione post con etichetta bookstagram. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bookstagram. Mostra tutti i post

Stiamo leggendo i classici o li stiamo esponendo?

 

Tra edizioni da Instagram e superiorità culturale, cosa resta della lettura vera

Tra letteratura e arredamento, una domanda che non è più evitabile

C'è una cosa che mi provoca un leggero fastidio epidermico.
Quel fastidio educato che non fa scenate, ma si mette lì e pulsa.

È il proliferare di edizioni meravigliose di classici.
Bordi dorati, copertine illustrate, colori coordinati.
Set fotografici che sembrano usciti da un catalogo nordico.

Bellissime.
Sì, bellissime!

E io non ne compro nemmeno una.
Non per snobismo contrario o purismo accademico.

Perché ogni volta che ne vedo una, mi faccio una domanda che mi scotta un po' in bocca: "Lo stiamo leggendo, quel libro? O lo stiamo solo mettendo in posa?"

Il ritorno dei classici (ma dove?)

Si dice che i classici stiano tornando.
Che i giovani li riscoprano.
Che le nuove edizioni li rendano accessibili.

E io vorrei crederci. Davvero.

Ma quello che vedo più spesso non è riscoperta.
È scenografia.

Classici impilati su tavolini candidi, citazioni estrapolate come oracoli motivazionali.
Foto perfette.
Silenzio sul contenuto.

Perché leggere Tolstoj non è estetico.
È faticoso, lento e disordinato.

Non è abbinabile al cuscino.

Confessione personale

Non ho mai comprato un classico per arredare.

Non sono immune al fascino delle belle edizioni, sia chiaro.
Ma quando apro un libro voglio sottolinearlo e sporcarlo di pensieri.

Un classico non è un oggetto sacro, ma un campo di battaglia.

E se non entri in quella battaglia, non stai leggendo.
Stai esibendo.

La superiorità culturale in copertina rigida

C'è poi un altro fenomeno, ancora più sottile: chi legge classici non per amore, ma per statuto.
Per potersi sedere a tavolare e dire, con quella calma che nasconde giudizio: "Io leggo solo classici."

Ah.

Solo classici.

Come se la letteratura fosse una gara di altezza morale.
Come se Dostoevskij fosse un gradino sociale.
Come se il contemporaneo fosse una colpa minore.

Questo non è amore per la letteratura, è gerarchia travestita da cultura.
E mi irrita più della copertina coordinata.

La scena tipica

Ho assistito più volte alla stessa scena.

Post elegante.
Libro classico.
Caption vaga.
Commenti entusiasti.

Poi parli in privato: "L'ho trovato lento", "Non mi ha preso", "Non l'ho finito".

E allora perché quella foto? 
Perché quell'aura?

Perché il classico fa curriculum.

E noi siamo diventati lettori con un curriculum in mano.

Ne parlavo con Roby

L'altra sera eravamo sul divano. Lui con i suoi progetti, io con l'ennesima copertina illustrata che mi compariva davanti.

Gli ho detto: "Ma dimmi tu se questo non è arredamento culturale."
Lui mi ha guardata, zen come suo solito, e ha detto: "Un oggetto bello può vivere anche senza essere usato. Un libro no."

Ho sentito la frase scendere piano.

Un libro non è una lampada, non è un vaso.
Non è un complemento d'arredo qualsiasi.

Se non lo vivi, muore.

La conseguenza culturale

Qui arriva la parte meno ironica: se il classico diventa scenografia, perde la sua funzione trasformata.

Diventa segno, non esperienza.
E quando la lettura diventa segno, diventa superficie.

Allora sì che tutto si appiattisce e la cultura diventa accessorio.
E quando la cultura diventa accessorio, la perdiamo.

Non tutta, ma abbastanza.

Difesa appassionata (perché sì, li difendo)

Io sto amando i classici.

Li amo quando mi fanno arrabbiare, quando mi fanno sentire ignorante, quando mi costringono a rileggere una pagina tre volte.

Amo il disordine che portano.

Un classico non deve essere impeccabile.
Deve essere vivo.

Non deve stare bene in foto.

Satira necessaria

Tra poco vedremo: edizione limitata di "Guerra e Pace" con bordo glitter e segnalibro coordinato al divano, "Delitto e castigo" in palette autunnale; "Anna Karenina" con filtro beige caldo e caption: "Vibes".

E rideremo.
Ma dentro quella risata c'è un nodo.

Perché se Dostoevskij diventa vibe, non resta molto.

Non è una crociata contro il bello

Il libro può essere bello, curato e può anche essere oggetto.
Ma non può essere solo quello.

La differenza sta nell'intenzione: lo compri perché vuoi affrontarlo o perché vuoi esibirlo?
Lo leggi per sentirti più alto o per capire quanto sei fragile?

La domanda vera

Leggere classici, oggi, è un atto culturale, ma può diventare anche un atto performativo.

E quando la cultura diventa performance, perde profondità.

Non voglio un feed pieno di libri perfetti.
Voglio lettori imperfetti.
Che sottolineano, dubitano, non finiscono, si contraddicono.

Non mi interessa chi legge solo classici, mi interessa chi li legge davvero.

E allora?

Forse il problema non è l'estetica, ma l'uso che ne facciamo.
Forse il classico no è tornato, è solo stato messo in cornice.

Io continuerò a leggerli in edizioni stropicciate.
A discuterne.
A contraddirli.

Perché un classico non nasce per essere fotografato.
Nasce per essere attraversato.



Come non farsi fregare dai consigli "motivazionali" da lettori perfetti


Perché "se vuoi il tempo lo trovi" è la frase più tossica detta a chi ama leggere

C'è una frase che mi manda in sofferenza più di un refuso in prima pagina.
Una di quelle che arrivano puntuali come l'influenza stagionale, con l'aria di chi sta facendo del bene all'umanità: "Se vuoi il tempo lo trovi".

Detta a chi legge poco.
Detta a chi è stanco.
Detta a chi ama profondamente i libri, ma non riesce sempre a infilarli in agenda come una vitamina obbligatoria.

Ogni volta che la sento, mi viene voglia di chiudere Instagram fare un respiro luuuuuuungo.
Così lungo da farmi dimenticare la password.

Quando la lettura diventa una disciplina (indovinate: non funziona)

Negli ultimi anni la lettura è stata raccontata come il fitness. 
Allenamento quotidiano.
Costanza. Routine. Disciplina.

Se non leggi, è perché non ti impegni abbastanza.
Se non trovi tempo, è perché non lo vuoi davvero.
Se molli un libro, è perché non sei abbastanza motivata.

Il problema non è il consiglio in sé.
Il problema è l'idea tossica che ci sta sotto: che leggere sia una prova di volontà, non un'esperienza emotiva.

E no, non funziona così.

Confessione: io ci sono cascata (eccome!)

Io sono stata una lettrice "brava".
Di quelle diligenti, precise, sempre sul pezzo.

Io ci sono cascata.
Sono stata una lettrice disciplinata.
Quella che leggeva sempre, comunque, anche quando era stanca.
Anche quando i libri servivano più a tappare silenzi che a nutrire davvero.

Ero la persona perfetta per ripetere quei consigli altri.
Poi ho smesso.
Non di leggere.
Di fingere che la lettura fosse un dovere.

Oggi sono più centrata.
Più selettiva.
Leggo meno, ma leggo meglio per me.

"Se vuoi il tempo lo trovi" è una bugia educata

Diciamolo piano, che fa rumore: non è vero che se vuoi il tempo lo trovi.

Il tempo non si trova.
Si toglie.
A qualcos'altro.

E non sempre è giusto toglierlo al sonno, alle relazioni, al riposo, solo per dimostrare di essere una lettrice "seria".

La lettura non è una dieta.
Non è una scheda di allenamento.
Non è una gara di resistenza.

E soprattutto: non è una prova di valore personale.

I lettori perfetti non esistono (ma parlano tantissimo)

I "lettori perfetti" che dispensano consigli motivazioni parlano quasi sempre da una posizione comoda.
Hanno tempo, energie o semplicemente una vita che, in quel momento, lo permette.

Ma la loro esperienza non è un modello universale.
E non è un metro di giudizio.

Se un consiglio ti fa sentire in difetto invece che accompagnata, non è un buon consiglio.
È solo rumore.
Rumore ben confezionato, certo.
Ma sempre rumore.

L'unico criterio che conta davvero

Oggi faccio così: leggo quando posso, quando voglio, quando mi serve.
E non devo dimostrare niente a nessuno.

Se vuoi leggere, leggerai.
Se non puoi, non sei sbagliata.
E se qualcuno ti dice il contrario, probabilmente non sta parlando di libri, ma di controllo.

Leggere non deve motivarti.
Deve reggerti.

E questo - mi spiace per i lettori perfetti - non si insegna con una frase fatta.




I social non stanno rovinando la lettura: stanno smascherando i lettori


C'è questa frase che gira da anni, come un mantra da circolo letterario con sedie scomode e aria fritta: "Eh, ma i social hanno rovinato la lettura."

No.
I social non hanno rovinato un bel niente.
Hanno semplicemente acceso la luce.
E quando accendi la luce, vedi cose che prima erano lì uguali, solo più educate.

La superficialità non è nata col BookTok

Era già lì. Solo senza hashtag.

I libri-merce esistevano anche prima.
I lettori che leggevano "perché sì", "perché lo leggono tutti", "perché fa colto" esistevano anche prima.
Solo che nessuno li filmava mentre piazzavano ventidue segnapagina coordinati per evidenziare frasi tipo:
Il curling è uno sport pericoloso
E sticazzi!

Il BookTok non ha inventato la lettura superficiale.
L'ha resa visibile, seriale, ripetibile.
E soprattutto monocorde.

Tutti leggono la stessa roba. E no, non è un caso.

Apri BookTok e vedi:
  • gli stessi libri
  • le stesse reazioni
  • le stesse lacrime
  • le stesse copertine tenute in mano come ostie consacrate
Romanzi diversi, dicono.
Esperienze uniche, promettono.

Poi leggi le recensioni e potrebbero andare bene per nove libri su dieci.
"Ti distrugge". "Ti entra dentro". "Non sarai mai più la stessa".

Mai un personaggio. Mai una scelta narrativa. Mai una domanda vera.
Solo hype.
E, guarda caso, quasi sempre romance di bassa lega spinti in massa, finché non arriva il prossimo.

Bookstagram: dalla lettura alla vetrina

Il Bookstagram, invece, ha scelto un'altra strada: non tanto leggere, quanto mostrare di leggere bene.

Spacchettamenti. Collaborazioni. Copertine perfette.
Recensioni fotocopia, tutte educate, tutte entusiaste, tutte uguali.

Non è cattiveria, eh.
È appiattimento.

Quando tutti devono piacere a tutti, i libri diventano accessori.
E la lettura smette di essere un atto critico per diventare una performance.

Il punto scomodo (quello che fa male)

Sì: i social hanno abbassato il livello medio della lettura.
Non perché leggiamo meno. Ma perché leggiamo tutti la stessa cosa, allo stesso modo, per gli stessi motivi.

Non per capire.
Non per sentire.
Ma per esserci.

Se leggi solo l'ultimo libro uscito, se leggi solo ciò che "funziona", se leggi  solo quello che sai già che piacerà... non stai scegliendo.
Stai eseguendo.

E la lettrice vera?

La lettrice vera non è morta.
È solo silenziosa.

Legge fuori dai trend. Abbandona libri senza scusarsi.
Non sente il bisogno di spiegare perché un romanzo non le abbia detto nulla.

Non evidenzia frasi a caso per moda. Non piange a comando.
Non sente il dovere di amare ciò che amano tutti.

E soprattutto, non confonde quantità con profondità.

Allora no: i social non sono il problema

Il problema è pensare che leggere significhi mostrare, replicare, uniformarsi.

I social non hanno rovinato la lettura. Hanno tolto il trucco.

E adesso la domanda finale, quella che resta addosso: stiamo leggendo perché i libri contano o perché vogliamo essere visti mentre li teniamo in mano?

A te la risposta.
Io, intanto, continuo a leggere come se nessuno mi stesse guardando.