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Le ultime chiacchiere

'Le notti di Salem' di Stephen King: nato da una lezione su Dracula, una roulette e un titolo salvato da Tabitha

il libro "Le notti di Salem" su una scrivania in legno che affaccia su Salem's Lot

King Size 2 • Parte 1 - Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2


Esiste un momento preciso, nella vita di qualunque lettrice kinghiana storica, in cui capisci che Carrie non era un colpo di fortuna. Che lo zio Steve non aveva azzeccato una cosa sola per poi sedersi sugli allori. Il mio ha una data e una finestra: la notte in cui Danny Glick bussa al vetro del suo amico Mark. Al secondo piano.

Avevo tra le mani un mattone con una cittadina del Maine chiusa in una palla di vetro sulla copertina, come se fosse la cosa più innocua del mondo. Ho lasciato il libro sul cuscino e ho acceso tutte le luci. Non lo rifarò mai più, perché con Le notti di Salem la luce non aiuta: ti fa vedere benissimo quello che c'è nella stanza e ti lascia tutto il tempo per immaginare quello che non c'è.

Benvenuti nel secondo numero di King Size. Prima di entrare a Jerusalem's Lot facciamo un passo indietro, perché la nascita di questo romanzo è più strana e più povera di come la si racconti di solito.

Un libro scritto al verde, non dall'alto della fama


Si tende a immagine Salem come il secondo romanzo di uno scrittore già lanciato: successo di Carrie, soldi in banca, un vampiro per passatempo. È un'immagine comoda e sbagliata. L'idea nasce nel 1972. King ha venticinque anni, insegna inglese alla Hampden Academy, vive in un roulotte con Tabitha e due bambini piccoli e a casa il telefono è stato staccato perché le bollette non si pagavano.

Non lo racconto per il colore. È il terreno da cui cresce tutta la narrativa kinghiana: la classe media che ha paura di perdere la casa, i personaggi senza rete di sicurezza, il conto che arriva sempre prima dello stipendio. Carrie e Salem nascono a poca distanza l'uno dall'altro, nello stesso periodo di aule e arretrati. Due gemelli con nomi diversi.

Una lezione su Dracula e una domanda scomoda


King non leggeva Dracula per piacere. Lo insegnava, in un corso di fantasy e fantascienza, e insegnarlo vuol dire smontarlo davanti a una classe: spiegarne i meccanismi, rispondere alle domande dei ragazzi. Da quelle ore esce una domanda che non lo molla più. Che cosa succederebbe se Dracula arrivasse in una piccola città americana degli anni Settanta?

La domanda è semplice e questo è il suo pregio. Stoker aveva Londra, la nobiltà, le traversate in nave. King ha un paese del Maine con un emporio, un bar, una scuola e un cimitero. Il vampiro lo mette in una casa dove non va più nessuno e a l resto pensa la gente del posto.

Un apostrofo e il titolo cambia genere


Il romanzo non nasce con il nome che conosciamo. Il primo titolo è Second Coming, la seconda venuta. Poi diventa Jerusalem's Lot, che è il nome delal città. Alla Doubleday, però, il reparto vendite storce il naso: così sembra un romanzo religioso, non un horror di vampiri.

La soluzione la propone Tabitha King: accorciare il nome della città, con l'apostrofo davanti al posto delle prime lettere, 'Salem's Lot. A lei si attribuisce anche una battuta che non fa una piega: così la gente penserà alla stregoneria e non a Israele. Salem, Massachusetts, i processi alle streghe, qualcosa di oscuro e molto americano, per una cittadina del Maine che esiste solo nella testa di King. Quattro lettere in meno e un libro che cambia genere sullo scaffale. (L'Italia, come spesso accade, ha preferito le notti.)

La lettera in cui King si smentisce da solo


C'è una lettera del 2 giugno 1976, indirizzata a Bill Thompson, l'editor di Doubleday, che racconta la genesi meglio di una biografia. King scrive che l'idea gli era venuta l'anno prima, mentre insegnava Dracula, e confessa di aver pensato di poter scrivere un libro migliore. Poche righe dopo ci ripensa: il suo, ammette, ancora non regge il confronto.

Ho una tenerezza particolare per chi riesce a scrivere nero su bianco di non essere ancora all'altezza del proprio maestro e a scriverlo proprio all'editor che deve decidere se pubblicarlo. A venticinque anni e senza telefono è un lusso da signori.

Il vampiro non è quello che regge il libro


Fin qui Salem visto da chi lo scrive, un insegnante al verde, un vampiro preso in prestito da Stoker e un titolo aggiustato da sua moglie. Dal lato di chi lo legge succede una cosa curiosa: il vampiro che dà il tono a tutto il terrore compare tardi, parla poco e per lunghi tratti si limita a essere nominato. A reggere il libro c'è qualcun altro e ha un indirizzo: una cittadina del Maine con una casa sulla collina. 

Ci vediamo nella seconda parte, con lei e con i tre adattamenti che non sono riusciti a metterla davanti a una macchina da presa.

Laura

'Le notti di Salem' di Stephen King: il romanzo in cui la città è il mostro

Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2 • 1975


Vale la pena leggerlo? Sì. E se lo stai rimandando perché pensi di sapere già com'è fatto un romanzo di vampiri, è esattamente per questo che devi leggerlo.
Fa per te se vuoi che un libro ti faccia sentire davvero a disagio - non per una scena, ma per un'atmosfera che si insinua lentamente e non te ne accorgi finché non è già dappertutto.
Lascialo perdere se cerchi trama compatta e ritmo serrato; King costruisce una città intera prima di lasciarti sentire l'odore del sangue e questo richiede una pazienza che non tutti hanno.

E se leggere non mi piacesse più? Quando i libri smettono di essere un rifugio

Per quasi sei mesi non ho aperto un libro. E ve lo dico senza vergogna: ne ero felice.

I libri erano stati il mio rifugio per tanto tempo - compagni silenziosi nei momenti silenziosi. Poi la vita era cambiata, il silenzio era andato via e loro erano rimasti lì, sulla libreria, a guardarmi.
Non avevo voglia di aprirli, non avevo voglia di parlarne. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva cosa stessi leggendo, rispondevo "niente" con una leggerezza che mi sorprendeva anche.

Il blog era fermo. Instagram era silenzioso. La Libridinosa si era presa una pausa che non aveva annunciato a nessuno, perché certe pause non si annunciano - si prendono e basta.

I messaggi sono arrivati, naturalmente. Alcuni bellissimi - persone che dicevano di sentire la mia mancanza, che aspettavano, che c'erano. Altri un po' meno: qualcuno che minacciava l'unfollow se non avessi ripreso a recensire (la sentite la mia disperazione?), come se la mia vita fosse una programmazione televisiva con palinsesto da rispettare. A quelli ha risposto Roby, con la diplomazia che lo contraddistingue - e non sono ironica.

Ma ogni tanto, in un angolo quieto della testa, si affacciava una domanda: e se non mi piacesse più? E se fosse finita così, senza nemmeno accorgermene?

Chi sono io, senza i libri?


C'era la luce calda della piantana, attorno solo buio e Roby con un libro tra le mani. "Leggiamolo insieme", mi ha detto.

Due parole. Forse tre. Non ricordo esattamente - ricordo solo quello che ho sentito: protetta, accolta, ascoltata, vista. Come quando qualcuno ti tende una mano nel buio e tu la prendi senza neanche guardare dove ti porta.

Il libro era La ballerina di Patrick Modiano. Non è un romanzo che cambierà la storia della letteratura, ve lo dico subito. Ma avrà per sempre un posto speciale nella mia storia - perché è il libro che mi ha riportata tra le pagine stampate, in una sera di ottobre, tra le braccia di quello che sarebbe diventato mio marito.

Abbiamo letto in silenzio. Ed è stata la prima sorpresa: leggiamo alla stessa velocità. La seconda sorpresa è arrivata subito dopo - entrambi abbiamo bisogno di fermarci, di commentare, di parlare di quello che stiamo leggendo mentre lo stiamo ancora leggendo. Una frase, un personaggio, un'immagine - e il libro si chiude a metà pagina per fare spazio alla conversazione.

Questo significa che ci mettiamo un tempo indefinito a finire qualsiasi cosa. E non mi è mai sembrato così poco un problema.

I libri sono tornati, ma non come li avevo lasciati


Sono tornati in stereofonia - parola sua, di Roby. Una sera, a un certo punto, ha alzato gli occhi dal libro e ha detto: "Dai, ballerina, leggiamo in stereo." Ballerina - mi chiama così da sempre. E io che insegno danza, io che sono tornata ai libri attraverso un romanzo che si intitolava La ballerina, non ho potuto fare a meno di ridere. Certe cose le scrive la vita e lo fa meglio di qualsiasi romanzo.

La stereofonia, nella pratica, significa questo: non più un libro solo, uno alla volta, anima e corpo dedicati a quello e nessun'altra lettura fino all'ultima pagina. Adesso abbiamo sempre almeno due libri aperti, spesso tre... a volte anche quattro: un cartaceo - o due - tra le mani, un ebook per quando viaggiamo o leggiamo a letto, un audiolibro per quando il tempo non permette di fare altro. Non ci importa se sono dello stesso genere, se stonino tra loro, se passare dall'uno all'altro sembra disordinato. L'importante è avere sempre qualcosa che ci aspetta, in qualsiasi momento della giornata.

All'inizio mi sembrava quasi un tradimento della lettrice che ero stata. Adesso mi sembra semplicemente più onesto.

Sono tornati con la libertà.


E per capire quanto questa parola pesi, dovete sapere com'ero prima.

Quattro o cinque giorni prima della fine di ogni mese, mi sedevo e stilavo la lista dei libri da leggere nel mese successivo. C'era un post apposito nel blog - la presentavo ai lettori, la condividevo, la rendevo pubblica. E la seguivo rigidamente: nessun cambio, nessuno sgarro. Ero arrivata persino a dividere i libri in pagine giornaliere da leggere. Un piano di lettura. Una tabella di marcia. Come se la lettura fosse una cosa da portare a termine.

Adesso la libreria di casa la guardo in modo completamente diverso. Mi ci fermo davanti, sfoglio, aspetto. C'è qualcosa che assomiglia a un batticuore - una copertina, un titolo, una pagina aperta a caso - e quello è il libro. Nessun criterio, nessun programma, solo ascolto.

È una cosa piccola. Per me è stata una rivoluzione.

Sono tornati con i classici - quelli che avevo evitato per anni e che Roby mi ha messo in mano uno dopo l'altro, con la pazienza di chi sa aspettare.

E sono tornati con King. Il mio King, quello con cui sono cresciuta e che avevo messo da parte senza nemmeno accorgermene.

Roby non aveva mai letto nulla di Stephen King. Lo so, looooo sooooo - fa molto ridere. E io, che sono sempre stata fermamente contraria a far leggere It come primo romanzo a chi non conosce zio Steve, mi sono ritrovata a fare esattamente quella cosa. Perché lui non ha sentito ragioni: io avevo voglia di rileggerlo e lui voleva scoprirlo insieme a me. Punto.

Alle prime pagine ho capito che avevo fatto bene a cedere. Derry è tornata a essere casa - con le sue strade, i suoi incubi, la sua luce strana di inizio estate. Come certi posti dell'infanzia che pensi di aver dimenticato e che invece ti aspettano esattamente dove li avevi lasciati.

Rileggerlo con lui, che lo apriva per la prima volta, è stata una delle esperienze di lettura più belle della mia vita.

Quindi, chi sono io senza i libri?

Non lo so ancora del tutto. Ma so che quella sera di ottobre, con la luce calda della piantana e Roby accanto, ho capito una cosa: i libri non sono la risposta a quella domanda. Sono il posto in cui continuo a cercarla.

Laura

'Theo da Golden e la forma della felicità' di Allen Levi: quando un romanzo vuole farti piangere a tutti i costi

Libro "Theo da Golden" su piano di legno scuro contornato da ritratti
Theo da Golden e la forma della felicità
Autore Allen Levi
Editore Salani
Pagine 448
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
In una mattina di primavera, un uomo molto anziano arriva a Golden, una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti. Nessuno sa chi sia né da dove venga. Elegante ed enigmatico, dice soltanto di chiamarsi Theo e accenna vagamente a degli ‘affari da sistemare’. Quando entra in una caffetteria del centro, scopre una galleria di novantadue ritratti a matita appesi alle pareti. Sono i volti degli abitanti di Golden, disegnati con straordinaria delicatezza da un artista locale. Ne rimane incantato e matura un’idea semplice quanto radicale: acquistarli tutti e, uno a uno, restituirli ai loro ‘legittimi proprietari’. Da quel momento, questa diventa la sua missione. Allo sguardo di Theo non sfugge niente: osserva, ascolta, riconosce negli altri le cicatrici invisibili che la vita lascia dietro di sé. E così ogni consegna si trasforma in un incontro capace di imprimere un segno profondo. Nascono amicizie inattese, vecchie ferite cominciano a rimarginarsi, persone abituate a sentirsi ignorate si scoprono finalmente accolte. Giorno dopo giorno, Theo risveglia emozioni dimenticate e intreccia i destini di una comunità intera, dimostrando che essere gentili, senza aspettarsi niente in cambio, è l’atto più rivoluzionario del nostro tempo. Ma il romanzo non si ferma solo a questo: ci sono un mistero da risolvere, un legame lontano, un destino che si deve compiere senza lasciare tracce... Inno al potere dell’empatia e dei gesti senza clamore, Theo da Golden è un romanzo corale e toccante, ricco di personaggi indimenticabili, di amore e di condivisione. Un personaggio che riporta fiducia nell’umanità e che ci ricorda quanto la cura dell’altro restituisca pienezza al significato della vita.

Vale la pena leggerlo? Solo se piangi alle pubblicità del Mulino Bianco e non ti importa di arrivare al finale con le lacrime di qualcun altro.
Fa per te se ami i romanzi che abbracciano, che rassicurano, che ti ricordano che il mondo è bello anche quando fa schifo - e se non ti dà fastidio che questo te lo ripetano ogni venti pagine.
Lascialo perdere se hai una soglia bassa per le ripetizioni e zero tolleranza per i finali che vogliono strapparti le lacrime con la forza.

Vinted, i prezzi e il collezionismo di libri: e no, non è tutto la stessa cosa

foto creata con IA

Speculare su un bestseller appena uscito e vendere una prima edizione rara a prezzo di mercato non sono la stessa cosa. Eppure il bookstagram sembra convinto del contrario.


C'è una cosa che ho imparato in questi anni da blogger: la community dei lettori è generosa, appassionata e capace di cose meravigliose. Ha anche, però, una tendenza particolare a indignarsi in modo orizzontale, cioè a trattare situazioni completamente diverse come se fossero la stessa cosa, con la stessa intensità, lo stesso tono da manifesto rivoluzionario. Il tutto nei commenti di un reel su Instagram, che è il posto più adatto per le rivoluzioni culturali del nostro tempo.

L'episodio di questo sport è quello a cui ho assistito qualche settimana fa e riguarda Vinted.

Partiamo dal problema vero, che esiste


Non mi piace essere ingiusta. Quindi diciamolo chiaramente: sì, su Vinted ci sono prezzi assurdi e la lamentela dei lettori ha una base concreta.

Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Philipp Wilms (pubblicato da Sellerio da meno di due mesi, disponibile in ogni libreria online e fisica, prezzo di copertina 28 euro) si trova su Vinted anche a 50 euro. Cinquanta. Non perché sia introvabile, non perché sia fuori catalogo da trent'anni. Ma perché è diventato virale su Instagram e qualcuno ha pensato bene di monetizzare la cosa.

Questo è opportunismo. È speculazione su un libro comune, reperibile, nuovo di zecca. È la stessa logica dei biglietti dei concerti rivenduti a tre volte il prezzo, solo applicata ai libri, il che è più triste perché i libri non ci si aspetta di trovarli al bagarinaggio. E chi compra a quelle cifre quando potrebbe ordinarlo normalmente... capisco, son soldi suoi, non mi permetterei di giudicare. Ma un po' mi fa venire voglia di mandargli una cartina con la sezione "librerie" di Google Maps evidenziata in giallo.

Fin qui, siamo d'accordo. Critica giusta, sdegno legittimo.

Poi però ho letto quel commento


Ed è qui che la cosa si complica.

Tra i post indignati ho trovato uno screenshot: una delle prime edizioni di It di Stephen King in vendita a 40 euro. E l'utente che scrive, con la sicurezza di chi non ha nessun dubbio su niente: "Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ecco. Mi sono fermata. Ho respirato. Ho anche contato mentalmente fino a dieci. Beh... fino a quattro: non sono mai stata un'atleta della pazienza!

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: ha di speciale che è una prima edizione. Una copia stampata in un numero limitato o in un anno preciso o in un preciso momento della storia editoriale di uno degli scrittori più letti al mondo. Non è "un libro che si trova anche su Amazon a 18 euro". È un altro tipo di oggetto. Appartiene a un'altra categoria. Paragonarli è come indignarsi perché una Fiat Punto del 1995 viene venduta a più di una Fiat Punto nuova dal concessionario. Le macchine sono due cose diverse. I libri, idem.

Quaranta euro per una prima edizione di It non è un furto. È un prezzo di mercato, forse basso, forse giusto, dipende dalle condizioni, dall'anno, dall'edizione specifica. Ma è un prezzo che ha una logica. Una logica che si chiama collezionismo e che esiste da molto prima che Vinted aprisse i battenti.
Piccolo segreto: quaranta euro per quell'edizione erano una grande occasione!

Cosa significa davvero collezionare libri


Io non sono una collezionista. Lo dico subito per onestà intellettuale. Compro libri per leggerli, non per averli. La mia libreria è un archivio di letture, non un museo.

Roby è un'altra storia. Lui è un collezionista nel senso vero del termine: conosce le edizioni, studia le tirature, sa riconoscere un'opera di pregio da una ristampa rilegata bene. Da anni si affida a un libraio antiquario di fiducia, uno di quelli che sanno davvero di cosa parlano.
L'ultimo acquisto, un lotto di prime edizioni dei romanzi di King che Roby mi ha regalato per la mia nota ossessione, mi ha fatto fare dei salti di gioia che non facevo dai tempi delle prime lezioni di danza! E sì, quelle prime edizioni non costano come le copie in commercio. Costano di più perché valgono di più. Non sul mercato astratto della domanda e dell'offerta. Su quello molto concreto della storia, della rarità, dell'oggetto che non si può riprodurre.

Tenere in mano una prima edizione significa tenere qualcosa che ha una biografia. È passata per mani diverse, ha una data di nascita che non cambia. Non è sostituibile con una ristampa, anche se la ristampa contiene le stesse parole.

Questo è il collezionismo, non è follia. Non è snobismo. È una forma di rispetto per gli oggetti e per la storia che portano con sé. E si può non condividere, io per prima non l'ho praticato per anni, ma non capirlo non significa che sia sbagliato.

Il punto che nessuno sembra voglia capire


La questione di Vinted non è "i libri costano troppo". La questione è che esistono due mercati completamente diversi che vivono sulla stessa piattaforma e confonderli crea una conversazione che non porta da nessuna parte.

Il primo mercato è quello dei libri comuni rivenduti a prezzi gonfiati sull'onda del momento. Lì la critica ha senso. Lì chi vende specula e chi compra cade nella trappola. È un meccanismo che fa male alla cultura del libro perché trasforma la lettura in un accessorio di tendenza, qualcosa da avere perché è virale, non perché valga la pena leggerlo.

Il secondo mercato è quello del collezionismo antiquario, che ha regole sue, prezzi suoi e una storia che non comincia con l'avvento di Instagram. Lì i prezzi possono sembrare alti a chi non conosce il settore, ma raramente sono arbitrari. C'è una stima, c'è una valutazione, c'è un mercato di riferimento. Non è Vinted che li ha inventati.

Mettere insieme le due cose e chiamarle entrambe "prezzi esagerati" è come lamentarsi che i tartufi costino troppo perché le patate sono economiche. Sono tuberi, tecnicamente. Ma non sono la stessa cosa!

Una nota sul collezionismo di massa, che è un'altra cosa


C'è però un terzo fenomeno che merita due parole, perché è quello che trovo sinceramente più difficile da capire: il collezionismo di libri commerciali correnti. Le edizioni Adelphi, i Sellerio, i Calvino Einaudi degli anni Settanta trattati come pezzi pregiati non per la loro effettiva rarità ma per la loro estetica o per il brand che rappresentano.

Comprendo il desiderio di avere certi oggetti belli, comprendo l'amore per una copertina curata, per una carta di qualità, per una casa editrice con una storia. Ci mancherebbe. Ma quando un libro stampato in migliaia di copie, che si trova ancora in circolazione, che non ha nessuna rarità oggettiva, viene trattato come un pezzo da collezione solo perché porta un certo marchio, lì mi perdo un po'. Non lo giudico. Lo guardo con una certa curiosità benevola, come si guarda chi ordina lo stesso piatto ogni volta che va al ristorante perché "è quello che mi piace": va benissimo, ma non è esattamente un'avventura gastronomica.

Il collezionismo ha senso quando l'oggetto ha una rarità reale. Quando quella rarità è costruita solo sul desiderio collettivo, diventa qualcos'altro. Non so esattamente cosa. Forse solo un modo molto costoso di arredare una libreria.

Quindi, ricapitolando...


Speculare su un bestseller uscito due mesi fa e venderlo a prezzo doppio è sbagliato. Vendere una prima edizione rara al prezzo di mercato è corretto. Indignarsi per entrambe le cose allo stesso modo è il segno che manca un pezzo di informazione. Quel pezzo si chiama contesto.

Il bookstagram fa cose bellissime: avvicina le persone ai libri, crea conversazioni, tiene viva una comunità che altrimenti faticherebbe a trovarsi. Ma ogni tanto - e lo dico con tutto l'affetto che si deve a qualcosa che amo - prende una posizione su una cosa che non conosce abbastanza e lo fa con una sicurezza che sarebbe più comoda se fosse accompagnata da un minimo di documentazione.

"Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ha di speciale che tu non lo sai. E saperlo, prima di commentare, avrebbe reso tutti più felici. Me compresa!

Laura

'Molto felice per te' di Holly Bourne: quattro amiche, un incendio, zero thriller

Copertina di "Molto felice per te" di Holly Bourne
Molto felice per te
Autore Holly Bourne
Editore Heloola Books
Pagine 456
Uscita 2026
Genere Thriller
Quattro migliori amiche. Un baby shower in fiamme. Chi avrà appiccato l’incendio?
Nicki, Lauren, Charlotte e Steffi sono amiche dai tempi dell'università. Ora che hanno superato i trent'anni, la vita le sta inevitabilmente allontanando. Ma quando Charlotte decide di organizzare un baby shower per Nicki, si riuniscono di nuovo per una festa che cambierà le sorti della loro amicizia.
In una torrida giornata d’estate inglese, la tensione è palpabile e alla fine della serata tra di loro niente sarà più come prima. Qualcuno ha appiccato un incendio nella casa e tutte sono sospettate... È stata Steffi, felicemente senza figli ma che si sente giudicata dalle amiche per la sua scelta? È stata Charlotte, desiderosa di avere un bambino e gelosa delle amiche che hanno già partorito? È stata Lauren, la cui maternità si sta rivelando molto peggio di quanto avesse mai immaginato? O è stata Nicki stessa, che a dirla tutta non voleva nemmeno una festa? Ognuna si è fatta un’idea diversa dell’accaduto, ma all'indomani dell'incidente, quando la polizia ricollega tutti i fatti, la verità sconvolgerà tutte loro.
Molto felice per te è un page turner viscerale, sarcastico e liberatorio che tratta con empatia e realismo i diversi volti dell’esistenza femminile e rivela come la maternità, in tutte le sue forme, incida sulle amicizie tra donne.

Vale la pena leggerlo?  No e ti spiego qui perché ci ho pensato su.
Fa per te se hai nostalgia di Sex&TheCity ma con un budget narrativo ridotto all'osso e zero ironia.
Lascialo perdere se hai già letto qualcosa di buono quest'anno e non vuoi rovinare la media.

Da dove iniziare a leggere Luca Bianchini (senza partire dal romanzo sbagliato)

Natura morta con libri di Luca Bianchini, candela e decorazioni con il testo: spoiler, i tuoi vicini di casa non sono mai stati così commoventi

Spoiler: i tuoi vicini di casa non sono mai stati così commoventi


Esiste una categoria di scrittori di cui non si parla mai abbastanza nei salotti letterari.

Non perché siano brutti o banali, ma perché sono troppo riconoscibili, troppo vicini, troppo capaci di farti ridere e piangere nello stesso capitolo senza che tu te ne accorga.

Luca Bianchini è uno di questi.

E se ancora non lo hai letto o se lo hai letto a caso partendo dal romanzo sbagliato, questa guida esiste per te.

Perché questa guida esiste


Perché Bianchini ha un catalogo vasto e non tutti i romanzi si equivalgono come punto di partenza.

C'è una serie da leggere nell'ordine giusto - altrimenti ti fai spoiler enormi e perdi metà della magia. Ci sono stand-alone che puoi prendere quando vuoi. E c'è uno spin-off che funziona meglio se arrivi preparata.

Orientarsi non è difficile, ma qualcuno doveva pur farlo!
E adesso ti dico una cosa che nessuno scrive sulle quarte di copertina (ma io sì, perché ti voglio bene): Luca Bianchini ha la capacità di raccontare la vita quotidiana con allegria e spensieratezza, facendoci sempre commuovere e innamorare di personaggi che, a pensarci bene, non sono altro che i nostri vicini di casa.

Ecco, tienila a mente. Adesso vediamo da dove si entra.

La mappa del suo mondo: come leggere Bianchini senza perdersi


Prima di consigliarti i singoli romanzi, una cosa importante: il catalogo di Luca non è piatto: ha una struttura precisa e rispettarla fa la differenza.

C'è una serie - tre romanzi ambientati a Polignano, con gli stessi protagonisti, da leggere in ordine. Se li prendi alla rinfusa ti perdi la storia d'amore più bella che Bianchini abbia mai costruito.

C'è uno spin-off - ambientato nello stesso mondo di Polignano, ma con un protagonista nuovo. Funziona da solo, ma guadagna se arrivi dalla serie.

Ci sono gli stand-alone - romanzi indipendenti che puoi prendere in qualsiasi ordine, senza prerequisiti. Perfetti per iniziare, perfetti per continuare.

Detto questo, partiamo!

La serie di Polignano


Polignano a Mare, Puglia. Il mare, le masserie, le famiglie allargate, gli amori complicati e i pranzi della domenica che durano fino a cena.

Questi tre romanzi vanno letti nell'ordine in cui sono elencati. Non è un suggerimento: è un'istruzione. Cambiare l'ordine significa rovinarsi da soli la storia - e con Bianchini sarebbe un peccato imperdonabile.

Cuore mio! Due parole e ho già detto tutto quello che c'è da dire su questo romanzo. È il primo della serie, è il punto di partenza ed è uno di quei libri che ti entrano dentro con una semplicità disarmante e non ne escono più. È stato il libro con cui ho scoperto Luca, quello che mi ha fatto innamorare della sua scrittura, della sua ironia e della sua sensibilità. Per me è quasi un figlio... e capeit u fat?!

Leggere questo romanzo breve è come tornare a casa per Natale quando sei del Sud e vivi al Nord. Non necessariamente a casa tua, ma a casa nel senso più pieno e caldo della parola. I personaggi della serie si ritrovano, si amano, litigano, si perdonano. Come fanno sempre le famiglie vere.

Finalmente l'amore trionfa! La chiusura della serie è esattamente quello che una serie come questa merita: generosa, calda, piena di mare e di Puglia. Se sei arrivata fin qui senza saltare niente, questo romanzo ti ripaga di tutto.

Lo spin-off


Una chicca. Ambientato a Polignano, con i protagonisti della serie che fanno da spalla, ma il vero motore di questo romanzo è il maresciallo Gino Clemente, personaggio nuovo e già amatissimo.
Si può leggere senza aver letto la serie? Tecnicamente sì, ma se arrivi da Polignano lo apprezzi il doppio: riconosci i luoghi, le facce e capisci subito perché Bianchini lo ha ambientato proprio lì.

Gli stand-alone


Qui puoi entrare da dove vuoi. Non c'è un ordine obbligatorio e non ci sono pre-requisiti. Scegli quello che ti chiama di più.

Serviranno tanti fazzoletti. Non è un avviso, è una promessa! Bianchini in questo romanzo prende la leggerezza del suo stile e la usa per raccontare qualcosa di molto più grande e il risultato è uno di quei libri che non ti aspetti e che, per questo, ti arrivano il doppio.

Dolce. Semplicemente, profondamente dolce - nel senso migliore, quello che non ha niente di stucchevole. Un romanzo che si legge con la stessa sensazione di una domenica pomeriggio tranquilla: niente di urgente, tutto di prezioso.

Un libro che lascia addosso la voglia di saperne di più - di quelle storie, di quei luoghi, di quelle vite. Bianchini qui esce un po' dal suo perimetro consueto e il risultato è un romanzo che sorprende anche chi lo conosce bene.

La verità finale (e il permesso che ti stavi dando)


Leggere Bianchini non è una colpa. Non è una lettura "facile" nel senso sminuente del termine. È una lettura onesta, generosa, che ti chiede di abbassare le difese e lasciare che i personaggi ti sembrino familiari - perché lo sono.

I suoi protagonisti non sono eroi, non hanno vite straordinarie. Hanno le stesse domeniche, gli stessi pranzi, gli stessi amori complicati che abbiamo tutti.
E questa, se ci pensi, è la cosa più difficile da scrivere bene.

Da dove iniziare: il consiglio definitivo


Se non hai mai letto Luca Bianchini, inizia da Io che amo solo te. Poi vai in ordine con la serie, poi passa agli stand-alone quando vuoi.

Se lo conosci già ma hai letto a caso: recupera la serie nell'ordine giusto. Ti accorgerai di cosa ti sei persa.

Se lo ami già: Le ragazze di Tunisi è il Bianchini che non ti aspetti. Vale la pena!

Buona lettura e benvenuti a Polignano!

Laura

'Il professore' di Charlotte Brontë: il romanzo che avevano ragione a non voler pubblicare

Illustrazione d'epoca su tessuto con fiori secchi e il testo: il romanzo che avevano ragione a non voler pubblicare, recensione de Il professore di Charlotte Brontë
Il professore
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 298
Uscita 1857
Genere Classico vittoriano
William, uomo sensibile e letterato, decide di scappare da un lavoro pesante e competitivo nella zona industriale dello Yorkshire. Si trasferisce così in Belgio per insegnare in un istituto femminile, dove fa la conoscenza di Frances Henri, studentessa bisognosa e particolarmente intelligente, della quale un po' per volta si innamora, e dalla quale sarà corrisposto. I due innamorati però non avranno vita facile: saranno infatti numerose le sventure che la coppia dovrà affrontare – a cominciare dall'aperta avversione della scaltra direttrice della scuola – prima di riuscire a coronare il loro amore.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma solo se sai già cosa stai cercando - e non è un romanzo da amare.
Fa per te se vuoi capire come nasce Jane Eyre e ti basta la curiosità filologica come carburante.
Lascialo perdere se cerchi la Charlotte che brucia, che soffre, che ti prende per la gola - perché qui non c'è ancora.

La Libridinosa manda a quel paese chi recensisce e poi dice: "È solo la mia opinione"

Libro aperto con uva e fichi su sfondo autunnale, con il testo: è la mia opinione, senza il solo
Settembre.
Il mese del rientro. Il mese in cui si torna alla routine, si riapre il diario di lettura, si tornano a seguire a pieno ritmo i propri account preferiti sui social, si leggono le recensioni.

Le recensioni. Quelle belle, quelle brutte, quelle entusiaste, le stroncature colossali. Quelle che ti fanno aggiungere un libro all'infinita lista dei libri da comprare e quelle che te lo fanno debellare con un colpo di matita - o un click del mouse - talmente veloce da poter entrare nel Guinness dei primati!

Ecco, fermiamoci qui. Su quel gesto. Su quel momento preciso in cui tu leggi una recensione negativa, la trovi convincente e scrivi nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."
Perché quello che succede dopo - QUELLO CHE SUCCEDE DOPO mi fa venire voglia di sbattere la testa al muro!

Quello che succede dopo è che il recensore risponde: "Ma è solo la miaaaa opinioooooneeeee."

Sedetevi - dai su, lo sapete che a questo punto vi chiedo sempre di sedervi! Ho delle cose da dire - e sapete pure questo!

Prima questione: perché pubblichi una recensione


Voglio che ci fermiamo sulla domanda fondamentale, la domanda delle domande, l'annosa questione dei blogger e affini, quella che apparentemente nessuno si pone prima di aprire un'app o una pagina del browser e iniziare a scrivere.

Perché pubblichi una recensione?

Non è una domanda retorica, stelline di zia! È una domanda vera, con una risposta vera e voglio che ci pensiate prima di andare avanti.

La pubblicate perché vi pagano? No. Lo fate perché ve l'ha chiesto il ragazzo che vi piace? Nemmeno. Pubblicate una recensione perché avete letto un libro e volete condividere quello che ne pensate. Fin qui siamo tutti d'accordo, direi che possiamo andare avanti. Ma condividere con chi? Con la nonna? Con la zia, la cugina, la vicina di casa? No. 

Condividere con le persone che vi seguono, con le persone che leggono quello che scrivete. Con le persone che - carine loro - leggendovi, potrebbero farsi un'idea su quel libro; un'idea che non avevano prima o che avevano già e che voi confermate o smentite.

In una parola sola: condividere per influenzare.

Chi mi conosce sa quanto io detesti questa parola, ma facciamocene una ragione. 
Non è una parola brutta, ve lo dice zia Libbri! Influenzare (etciù!) - nel senso letterale, etimologico, pulito del termine - significa far scorrere qualcosa verso qualcuno... Possiamo fare in modo di non fare scorrere muco, per favore? Grazie!
Ergo, influenzare è sinonimo di far arrivare una prospettiva, offrire un punto di vista che l'altro può accettare o rifiutare.
Non serve l'aspirina, non dovrete mettere su il brodo di pollo, state tranquilli!

È quello che fa la critica letteraria. È quello che fa il consiglio di lettura, è quello che fa qualsiasi persona che parli di libri in pubblico, dal 1400 a oggi.

Se non volete trasmettere germi a nessuno, scrivete sul vostro diario. Tenete un file di note sul telefono, chiamate la nonna e raccontate a lei ciò che avete letto, parlatene con il vostro cane - le mie mi ascoltano sempre con grande interesse!

Seconda questione: cosa significa che qualcuno vi ringrazia


Torniamo alla scena del crimine, vi va?

Voi pubblicate una recensione negativa - e già questa cosa ha del miracoloso, visti i tempi che corrono! Diciamo che il libro non vi è piaciuto per vari motivi. Diciamo che avete argomentato - bene o male, non importa - il vostro giudizio.

Qualcuno legge, ci pensa e scrive nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."

Questo è il momento del successo. Questo è esattamente il motivo per cui avete pubblicato la recensione. Qualcuno vi ha letti, si è fidato di voi,  ha preso una decisione basandosi su quello che avete scritto.

Avete spostato dei germi influenzato qualcuno, ce l'avete fatta! E senza neanche attaccargli due linee di febbre.

E voi cosa fate? Vi smarcate. VI SMARCATE?

"Ma è solo la mia opiniooooone. Magari a te piacerà."
"Non prendere la mia parola per oro colato."
"Ognuno ha i suoi gusti!"

Voglio capire. Voglio davvero capire.

Avete appena ottenuto quello che cercavate - qualcuno che vi legge, vi considera affidabili, agisce di conseguenza - e la vostra reazione è quella di rimettere tutto in discussione? PERCHÉ?

Avete trascorso un'ora, forse di più, a scrivere quella recensione - PERCHÉ? - Avete scelto le parole, argomentato, pubblicato e aspettato i commenti. PERCHÉ?

E quando arriva il commento che dimostra che qualcuno vi ha presi sul serio, voi rispondete che forse non bisognava prendervi sul serio? PERCHÉ? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?

Terza questione: lo scudo dell'opinione


Perché succede questa cosa? Perché il recensore si smarca? PERCHÉ? 

Ho una teoria. Una teoria sola, semplice, che non richiede particolari strumenti di analisi: vi ricattano. Vi hanno rapito la famiglia e la tengono in ostaggio. Vi hanno minacciati di far sparire tutti i vostri libri. È per questo che lo fate, vero? Ah no (leggere con la faccia meme di Salvini)?

Allora la risposta è solo una: paura.

Paura di essere responsabili, paura che l'autore vi scopra e venga a bucarvi le gomme dell'auto sotto casa. Paura che le persone a cui quel libro è piaciuto, vi attacchino a muso duro tacciandovi di "non-aver-capito-una-beata-minchia-di-quel-capolavoro" (che è quello che penso io, ad esempio, quando vedo recensioni negative di "It").

E allora si costruisce lo scudo: "È solo la mia opinione" non è una dichiarazione di umiltà, gente. È una clausola di non responsabilità, il modo per avere il meglio di entrambi i mondi: l'engagement della recensione forte e la sicurezza della via d'uscita.

Volete che la gente vi legga, vi segua, vi commenti, vi condivida. Volete che la vostra voce abbia peso. Ma quando vedete il peso, avete orrore della bilancia e pensate alla dieta!

Non funziona così. O avete un'opinione e la difendete oppure non la pubblicate.
Non esiste la via di mezzo del "Ho un'opinione fortissima, ma non sono responsabile di niente."

Quarta questione: il lettore che ringrazia


E poi c'è l'altra faccia di questa storia, quella che mi sta altrettanto a cuore.

Il lettore che ha scritto "Grazie, lo depenno dalla lista." - e mi sta a cuore perché spesso io sono stata quel lettore.

Quel lettore ha fatto una cosa bellissima: ha letto,  ha considerato, ha deciso. Ha usato la recensione che avete scritto esattamente per quello per cui esiste. Ha trattato il recensore come una voce credibile, degna di essere ascoltata.

E in risposta si è sentito dire che forse non doveva fidarsi così tanto.

Questa cosa è scortese. Non lo dico per drammatizzare - lo dico perché è la parola giusta. È scortese nei confronti di chi ti ha letto con attenzione. È come dire a qualcuno "ti ho dato un consiglio, ma poi fa come ti pare che sia mai io ti rovini la vita!" - il che solleva la domanda: perché darlo, allora?

Quello che invece si può fare


Non voglio che questo pezzo sembri una condanna senza appello. Non è questo il punto.
Il punto è che esistono modi onesti per gestire l'incertezza di un'opinione pubblica.

Potete scrivere "questa è la mia esperienza con questo libro, la vostra potrebbe essere diversa" - dentro la recensione, non nei commenti dopo che qualcuno ha già preso una decisione.

Potete specificare che certi elementi che non vi sono piaciuti, potrebbero funzionare per altri tipi di lettori. Potete, semplicemente, scrivere recensioni più sfumate - che poi è quello che distingue la critica dalla stroncatura di pancia.

Quello che non potete fare - proprio no! - è pubblicare una recensione netta, raccogliere l'engagement di una recensione netta e poi smarcarvi dall'effetto di una recensione netta.

La coerenza ha un costo. Il costo si chiama responsabilità.

Conclusione, con sopracciglio invariato


Quindi no, mi spiace, non ho simpatia per lo scudo dell'opinione: un'opinione pubblicata è un atto pubblico, ha un peso, ha conseguenze.
E chi la pubblica deve essere disposto a starci dentro - fino in fondo, con tutto quello che comporta.

Io ho scritto di libri che ho amato e di libri che non mi sono piaciuti per niente, di autori che adoro e di altri che non fanno per me. E quando qualcuno mi ha ringraziata, dicendo che avrebbe tolto quel libro dalla lista, ho risposto: "Sono qui per questo."

Non: "ma è solo la mia opinioooone."

Perché non è solo la mia opinione.
È la mia opinione. Senza il "solo".

È quella differenza è tutto.

Laura

'L'altra moglie di Garibaldi' di Silvia Montemurro: una donna vera non è necessariamente una donna amabile

Copertina di "L'altra moglie di Garibaldi" di Silvia Montemurro.
L'altra moglie di Garibaldi
Autore Silvia Montemurro
Editore Edizioni e/o
Pagine 299
Uscita 2026
Genere Biografia storica narrativa
Inverno 1860. In una cappella privata nei dintorni di Como vengono celebrate le nozze tra Giuseppe Garibaldi e la marchesa Giuseppina Raimondi. Il matrimonio dura un giorno soltanto. Lo scandalo che ne consegue, invece, passerà alla storia.
In una narrazione che intreccia realtà e fantasia, tra splendide ville affacciate sul lago, ambascerie segrete, amori proibiti e misteriose chiromanti, Silvia Montemurro ci guida nella riscoperta di un affascinante episodio del Risorgimento italiano. A caccia della verità, ammesso che ce ne sia una sola.
Seconda metà dell’Ottocento. Figlia della relazione illegittima tra il marchese Raimondi e una donna dal passato oscuro, la giovane Giuseppina ha imparato presto a guardare con disincanto sia all’amore sia al potere. Finché, mentre tutt’attorno imperversano i moti risorgimentali, il generale Giuseppe Garibaldi non s’invaghisce di lei. Giuseppina si ritrova così incastrata in un disegno troppo grande in cui la sua volontà sembra relegata a margine. Ma il destino, come scoprirà a proprie spese, segue vie tutte sue. Lo sa bene anche Alma, la chiromante che del destino ha fatto un mestiere. Cresciuta in una comunità nomade, fin da piccola ha appreso che la divinazione non consiste nel predire il futuro, ma nel portare alla luce quel che gli altri si rifiutano di vedere. Le vite delle due donne, Giuseppina e Alma, all’apparenza distanti nel tempo e nello spazio, sono in realtà legate a doppio filo. Perché la verità, detta o taciuta, finirà per avere conseguenze irreversibili per entrambe. Partendo da un’impeccabile ricostruzione storica, Silvia Montemurro firma un nuovo appassionante romanzo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma sapendo cosa andate a cercare: storia, non simpatia.
Fa per te se ami le biografie narrative in cui il personaggio storico ti sfida invece di sedurti.
Lascialo perdere se ti aspetti che una donna dell'Ottocento ti faccia fare il tifo per lei.

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura

'Carrie' di Stephen King: il vero mostro non ha artigli


Stanza 1 ・ Il terrore puro - romanzo numero 1 nella cronologia King ・ 1974

Carrie
Autore Stephen King
Editore Sonzogno
Pagine 224
Uscita 1974
Genere Horror Paranormale
Carrie è un'adolescente prigioniera del delirio fanatico della madre e presa di mira dai compagni, però ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, ciò che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione e scatena una serie di eventi che nessuno potrà mai dimenticare.

Vale la pena leggerlo? Sì e non solo se ami King - soprattutto se non lo hai mai letto.
Fa per te se riesci a stare dentro un romanzo che usa l'horror come bisturi della società civile.
Lascialo perdere se cerchi un King maturo e rifinito - questo è il punto zero, acerbo e già potentissimo.

La casa di King - Benvenuti nel ciclo


Articolo 0 ・ Settembre 2026 ・ Inizio del ciclo King


Lo scrittore da autogrill


Negli ultimi due anni sui social è accaduta una cosa strana: Stephen King è diventato, all'improvviso, una rivelazione.

Ventenni che pubblicano foto di Shining, scrivendo "ma perché non lo avevo letto prima?" Booktoker che si avvicinano a It come se il libro fosse appena arrivato in libreria, gente che dice "non immaginavo che King scrivesse in questo modo" con una meraviglia così genuina da fare tenerezza - e, ogni tanto, questa cosa fa anche un po' ridere!

Perché per decenni Stephen King è stato etichettato come lo scrittore da autogrill. Roba da ombrellone, letteratura di serie B, niente di serio. Noi kinghiani storici lo sapevamo già. Continuavamo a comprare i suoi romanzi, a leggerli in treno, a passarceli di mano come si fa con un segreto condiviso. Eravamo lettori di seconda fascia e, francamente, non ci pesava per niente.

Ora il mondo ha capito quello che noi sapevamo da sempre. Benissimo così.

Benvenuti, vi stavamo aspettando!

La libreria di Carmelo


Sono diventata kinghiana verso i tredici anni, nella stanza di un ragazzo che non era quasi mai in casa.

Carmelo era il fratello della mia migliore amica, Mimì. Studiava in un'altra città e tornava a casa solo per le feste. In quella stanza, però, aveva lasciato una libreria che sembrava progettata proprio per me: decine di romanzi di Stephen King, allineati per data di uscita, come una truppa in formazione. A casa di Mimì ci passavo moltissimo tempo - quasi ci abitavo - e di notte dormivo proprio in quella stanza.

Il resto lo sapete. O meglio: lo saprete. Una storia che comincia con Carrie, una me tredicenne e una libreria non mia. Una storia che non ha ancora raggiunto la sua fine.

Ma di questa storia vi parlerò nella recensione di lunedì prossimo. Qui mi interessa altro: quell'ordine. I romanzi uno dietro l'altro per data di pubblicazione, come se Carmelo avesse costruito - senza saperlo - una cronologia perfetta. Ho letto King così allora e così lo sto rileggendo ora: dall'inizio, in sequenza, senza saltare nulla. 

Con King il disordine è solo una scusa. L'ordine cronologico non è un dettaglio: è tutto. Almeno finché il mio animo da Gemelli incallita non deciderà di sconvolgere l'ordine prestabilito!

La casa


King non è uno scrittore nel senso canonico del termine. King è un mago che fabbrica mondi. E come ogni mondo degno di questo nome, anche il suo ha una geografia precisa, una mappa, dei confini che si impara a riconoscere.

Ho sempre pensato al suo catalogo come a una casa. Non una casa qualsiasi: quella casa, la villa vittoriana di Bangor, Maine, con i cancelli in ferro battuto pieni di ragni e pipistrelli. Per noi kinghiani è un posto quasi sacro. E per la Laura tredicenne che si addentrava nei suoi libri dalla camera di Carmelo, ogni stanza di quella casa conteneva un gruppo di romanzi tenuti insieme da un filo tematico sottile ma resistente.

Ho disegnato la mappa. Otto stanze al piano principale, ciascuna con la propria luce, la propria aria, i propri romanzi.

Il terrore puro - quello che ti sveglia alle tre di notte con il cuore in gola.
Il male quotidiano - quello che non ha bisogno di mostri perché l'essere umano basta e avanza.
La fine del mondo - le apocalissi, i crolli, i conti che prima o poi arrivano.
Il passato che non muore - la memoria come condanna, il tempo come trappola.
Il soprannaturale gentile - il lato luminoso del suo fantastico, quello che commuove più che spaventare.
L'infanzia perduta - i bambini al centro, l'innocenza che si incrina. 
Il crimine e la colpa - il detective come figura morale, la giustizia come ossessione.
E infine, Bachman - lo specchio oscuro, l'alter ego nichilista, il King che non voleva essere riconosciuto.

Al piano superiore, inaccessibile, c'è La Torre Nera: la colonna vertebrale dell'intero universo, la saga che raccoglie ogni filo, ogni personaggio, ogni piano parallelo che King abbia mai inventato. In cantina, d ove quasi non arriva luce, stanno i romanzi inclassificabili - quelli che non si fanno mettere in fila da nessuna parte.

Il ciclo


Da questo mese ripercorro tutto dall'inizio. Ogni romanzo avrà la sua recensione, ogni stanza avrà il suo articolo tematico ogni qualvolta avrò terminato tutti i libri che la abitano.

E poi c'è la casa vera, quella che potete visitare qui nel blog: una pianta interattiva, stanza per stanza. Ci passeggiate col mouse, cliccate, vedete cosa manca ancora. I titoli si accendono man mano che li recensisco, diventano link diretti alla recensione. È il modo più onesto che ho trovato per farvi vedere a che punto sono e a che punto siete voi, se deciderete di seguire questo percorso.

Non ho fretta: King non si divora, si abita.
Si comincia dall'inizio. Si ricomincia da Carrie.

Laura

'Soltanto il giorno' di Santina Cosetta: la Sicilia che non ti lascia andare

Soltanto il giorno
Autore Santina Cosetta
Editore Giunti
Pagine 485
Uscita 2026
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
L’amore non è una questione di sangue. È una scelta.
Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.
Avola, 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l'abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire.
L'infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l'America, Marianna viene mandata a servizio all'Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell'enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola. All'arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un'amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
«C’erano madri che non sapevano amare. E figlie che imparavano a non chiedere nulla.»

Vale la pena leggerlo? Sì, senza esitazione.
Fa per te se ami i romanzi di formazione al femminile con radici storiche solide e una prosa che sa essere poetica senza essere stucchevole.
Lascialo perdere se cerchi trame ad alto ritmo o personaggi per cui fare il tifo nel senso stretto del termine.

La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura