'Cime tempestose': come ho odiato questo libro per trent'anni e poi ho perso una scommessa
Emily Brontë e una rilettura che cambia tutto: quando finalmente sei pronta
Roby ha vinto.
Lo dico subito, così evitiamo l'elefante nella stanza: mio marito ha vinto una scommessa che si trascinava da un po'. E la prova è che ha dovuto letteralmente strapparmi di mano Cime tempestose e spingermi fuori casa per andare a lavorare.
Non ho detto niente. Non serviva.
Il libro ancora aperto parlava per me.
La scommessa con Roby
Roby ha sempre sostenuto una cosa: che io non avessi mai davvero capito Cime tempestose. Che non fossi pronta, che quel libro mi aspettasse da qualche parte nel futuro, paziente come solo i grandi classici sanno essere.
Io, ovviamente, non ero d'accordo.
Avevo letto Cime tempestose a sedici anni, in terza liceo, e avevo odiato ogni singola pagina: i personaggi cupi, le atmosfere lugubri, la tossicità dei rapporti, la cattiveria che attraversava ogni relazione con un filo avvelenato.
Avevo chiuso il libro con la certezza granitica di chi ha già deciso: quel romanzo non faceva per me.
E per trent'anni ho vissuto con questa convinzione.
Poi è arrivata la scommessa. E io, che di scommesse ne perdo pochissime, ho riaperto Cime tempestose.
A sedici anni cercavo la luce
C'è una differenza sostanziale tra avere sedici anni e averne quarantanove (e non mi riferisco solo alle articolazioni!).
A sedici anni cercavo la positività, i buoni sentimenti, le storie capaci di far battere il cuore in modo pulito e rassicurante. Volevo eroi degni di esserlo, amori che finissero bene, atmosfera che mi facessero sentire al sicuro.
Cime tempestose non offre niente di tutto questo.
Emily Brontë non ha scritto un romanzo rassicurante. Ha scritto qualcosa di molto più scomodo: una storia che pretende lettori capaci di stare dietro al buio senza cercare immediatamente l'interruttore della luce.
Oggi quello sguardo non lo ho più. Non perché sia diventata cinica, ma perché ho imparato che la realtà ha mille sfumature di grigio e che la letteratura più onesta le racconta tutte, anche quelle che fanno male.
A sedici anni Cime tempestose mi aveva respinta.
A quarantanove mi ha presa per mano.
Heathcliff: non nasce mostro, viene costruito tale
Heathcliff è probabilmente il personaggio più tossico, manipolatore e oscuro dell'intera letteratura vittoriana. È vendicativo, crudele, incapace di qualsiasi gesto che non sia devastazione.
Eppure io l'ho amato. Profondamente.
Non me ne vergogno.
Perché Heathcliff non nasce mostro: viene costruito tale, mattone dopo mattone, abbandono dopo abbandono. Tutto quell'odio, tutto quell'astio verso chiunque gli capiti a tiro, derivano da un cuore spezzato in modo irreparabile. Da una ferita che nessuno si è mai preoccupato di medicare.
Emily Brontë capisce una cosa che molti romanzi dell'epoca fingono di non sapere: le persone non diventano cattive per vocazione. Diventano cattive quando il mondo insegna loro che l'unico linguaggio comprensibile è quello della sopravvivenza. E Heathcliff sopravvive nell'unico modo che conosce: distruggendo prima che qualcuno possa distruggerlo ancora.
È una logica feroce. È una logica umana.
Catherine: la comprensione storica e il giudizio personale
Catherine è il personaggio più controverso del romanzo. Molto più di Heathcliff, a ben pensarci.
Se contestualizziamo Catherine nell'epoca in cui è ambientata la storia, la sua scelta diventa comprensibile, quasi inevitabile. In quel momento storico era impensabile che una donna come lei potesse sposare un orfano di origini oscure, uno zingaro raccolto per strada.
Le convenzioni sociali non erano un ostacolo: erano muri. E i muri dell'Ottocento non si abbattevano, si aggiravano o si subivano.
Questo lo capisco.
Dal punto di vista personale, però, non la perdono. Non la giustifico. Non la comprendo.
Catherine amava Heathcliff - lo sapeva, lo dichiarava, lo urlava in ogni pagina. Avrebbe potuto scegliere diversamente, accettare la perdita del ceto, la disapprovazione sociale, persino l'isolamento. Invece ha scelto la sicurezza di Edgar Linton.
E la sua scelta ha condannato tutti all'infelicità.
Non solo Heathcliff. Tutti.
È quello il peso specifico di Cime tempestose: non esistono innocenti. Esistono solo persone che hanno fatto scelte e le scelte, in questo romanzo, hanno conseguenze che attraversano generazioni intere come una maledizione silenziosa.
Il momento in cui ho capito tutto questo è arrivato quando Catherine dice che lei è Heathcliff e Heathcliff è lei. Lì, in quella frase, ho colto la profondità assoluta di un sentimento talmente grande da non avere più confini tra due persone. E ho capito, contemporaneamente, quanto quella stessa profondità li avrebbe distrutti entrambi.
Cime tempestose non si consiglia
C'è una domanda che mi faccio sempre, alla fine di un libro: a chi lo consiglierei?
Con Cime tempestose non riesco a rispondere.
Perché Cime tempestose non si consiglia. È il classico più divisivo della storia della letteratura, di quelli che o si amano profondamente o si detestano senza remore, senza vie di mezzo, senza possibilità di appello.
Quello che posso dire è che esiste un'età giusta per leggerlo. Non anagrafica, ma esistenziale.
Bisogna aver accumulato abbastanza vita da saper stare dentro storie scomode senza scappare. Bisogna aver imparato che il grigio esiste, che le persone sono contraddittorie, che i sentimenti più potenti sono spesso anche i più distrutti.
Io quella maturità non la avevo a sedici anni, ovviamente.
La ho adesso.
E R
oby - che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa - lo sapeva già.
oby - che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa - lo sapeva già.
Ha vinto lui.
Ma il libro, alla fine, l'ho vinto anche io!
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