Bookblogger vs Ufficio Stampa: ovvero, l'arte sottile del "ti invieremo una copia"

Dietro le mail perfette degli uffici stampa: promesse, automatismi e l'arte di leggere tra le righe

Ogni volta. Ogni. Singola. Volta.

C'è un momento preciso, nella vita di una bookblogger, in cui apri la mail e capisci. Non serve neanche leggere sino in fondo, non serve scorrere oltre la seconda riga. Basta quella frase lì - quella elegante, educata, stirata bene come una camicia da matrimonio: "Saremmo felici di inviarti una copia del libro".
E tu pensi: ma guarda che gentili!
Poi cresci. E traduci: mai più sentirò parlare di voi.
È una competenza che si sviluppa in silenzio, anno dopo anno, senza che nessuno te la insegni. Te la costruisci da sola, mattone dopo mattone, su fondamenta di entusiasmi non corrisposti e follow-up senza risposta.

La Labrador emotiva (capitolo che preferirei non ricordare)

All'inizio ero esattamente quello che sembra: una labrador emotiva in libera uscita.
Rispondevo alle mail con entusiasmo sincero, quasi commovente a ripensarci adesso. 
Ringraziavo! Sorriso tra le righe, cura vera, attenzione reale, tempo... Scrivevo come se dall'altra parte ci fosse qualcuno che avrebbe letto, che avrebbe pensato: "Questa qui ci tiene davvero, vale la pena."
Spoiler: spesso non c'era nessuno del genere. C'era un automatismo, una catena di montaggio con la punteggiatura corretta, un template riscaldato e rimandato per trentocinquantesima volta con nomi diversi in calce.
Io mettevo anima, loro mettevano la firma automatica. Eravamo, a tutti gli effetti, su pianeti diversi.

Il dizionario che nessuno ha scritto, ma tutte noi usiamo

Il punto non è neanche la copia che non arriva - quella, a un certo punto, diventa folklore, quasi un elemento decorativo dell'esperienza. La storia divertente da raccontare alle colleghe blogger durante quelle conversazioni notturne sui direct che sembrano sedute di gruppo.
Il punto è il teatro, quel piccolo balletto diplomatico fatto di mail perfette con oggetti scritti in modo impeccabile, promesse leggere come carta velina che si sciolgono nell'aria prima che tu abbia finito di leggere, ringraziamenti standard che potresti incollare ovunque - tipo figurine Panini, intercambiabili, identiche, destinate a completare un album che non esiste.
E tu lì, dall'altra parte, a rispondere con cura vera. Che è una cosa ormai quasi sovversiva, ci rendiamo conto? Perché la verità è che nel mondo dei libri si parla tantissimo di attenzione, di relazione, di comunità. Ma si pratica poco. Molto poco.
"Provvederemo a inviarti una copia" significa che non sentirai più parlare di loro sino al prossimo catalogo stagionale.
"Ti terremo in considerazione per le prossime uscite" significa che sei in una lista che non scorre.
"Abbiamo letto con piacere il tuo blog" vuol dire che hanno guardato il profilo Instagram per circa undici secondi.
È una lingua, con le sue regole e le sue strutture. Una volta che la impari, non riesci a disimpararla.

Ci ho creduto per anni

Confessione, e la faccio senza troppa grazia perché non è il tipo di cosa su cui si riesce ad essere eleganti: ci ho creduto per anni. Non alla copia, no - a quella avevo smesso di credere abbastanza presto, e già questa è una forma di crescita. Ho creduto alla relazione, all'idea che ci fosse uno scambio vero, che dietro una mail ci fosse almeno una minima traccia di memoria. Un so chi sei, un ti ho letta, un mi ricordo che l'anno scorso hai scritto quella cosa su quel libro e mi aveva colpita.
Niente di tutto questo. Ogni volta ripartiva tutto da zero, come nelle relazioni tossiche - solo con la punteggiatura corretta e nessuna scena drammatica in cui sbattere la porta.
E io, ogni volta un po' più stanca. Non arrabbiata, attenzione. Stanca. Che è una cosa molto diversa e molto più difficile da gestire, perché la rabbia ha un'energia che puoi usare mentre la stanchezza ti si deposita addosso e rimane lì, silenziosa.

Non è una questione di rancore. È una questione di attenzione

Poi arriva quel momento lì - silenzioso, senza musica drammatica, senza un episodio preciso che faccia da spartiacque. Non ti arrabbi più. Non chiedi, non solleciti, non scrivi la mail di cortesia a dieci giorni dalla promessa. Non perché sei diventata zen, non perché hai raggiunto un qualche livello superiore di distacco emotivo. Perché sei satura. Che è molto diverso da serena e chi non ha mai provato quella differenza sulla propria pelle probabilmente non ha mai investito abbastanza in qualcosa per esaurirsi.
Capisci, in quel momento lì, che la vera moneta non è il libro. Non è mai stata il libro. È l'attenzione. E se quella non c'è - se dall'altra parte non c'è nessuno che ti vede davvero, che sa cosa fai e perché e per chi - il resto è carta. Anche quando arriva. Anche quando il pacco si materializza davvero nella buca delle lettere e tu lo apri e dentro c'è il volume col segnalibro promozionale e il bigliettino stampato con il tuo nome sbagliato di una lettera.

La presa di posizione (quella vera, non diplomatica)

Quindi sì, ho smesso. Di rispondere con entusiasmo a chi scrive senza ascoltare, di entrare in conversazioni che non sono conversazioni, ma monologhi travestiti da dialogo. Di fingere che sia normale, di fare la parte della blogger grata e disponibile sempre pronta a una collaborazione.
Perché no, non è normale. Non è normale che chi lavora con i libri - che vive di storie, di parole, di connessioni tra testo e lettore - dimentichi sistematicamente la cosa più importante: le persone che quei libri li leggono davvero. Quelle che scrivono recensioni vere, che costruiscono community reali, che hanno lettrici che le seguono da anni e si fidano di loro ciecamente. Non è normale, e smettere di fingere che lo sia non è cinismo. È solo onestà. Quella cosa rara.

La newsletter, però, quella arriva sempre

Oggi quando leggo "ti invieremo una copia", sorrido. Non più con speranza, ma con esperienza.
È esattamente come quando qualcuno ti dice "ci vediamo presto" e tu sai già, con certezza matematica, che no, non succederà e, anzi, probabilmente non vi vedrete per altri diciotto mesi almeno.
Il libro non arriverà, ma la newsletter dell'ufficio stampa - quella con le uscite del mese, le anteprime, i titoli in lavorazione, la firma di sette persone diverse in calce - quella sì.
Puntuale, ogni martedì, con l'oggetto scritto in maiuscolo... anche quando se ti sei mai iscritta alla loro mailing list.
Almeno la comunicazione, quella, non ha mai avuto problemi di disponibilità. E questa, devo dire, è già una piccola forma di rispetto. Solo che almeno lì non ti chiedono anche una recensione (positiva) entro quindici giorni.

E io, ovviamente, la newsletter l'ho aperta. L'ho letta. E ho già scritto mentalmente la risposta entusiasta alla prossima mail che arriverà.

Caso clinico, vi dicevo. Ma almeno lo so!




 

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