Che bello vederti, Tilda
Autore Jane Tara
Editore Feltrinelli
Pagine 352
Uscita 9 settembre 2025
Genere Narrativa contemporanea
Sulla carta, Tilda Finch è una donna realizzata. È madre di due gemelle ormai adulte, è riuscita a uscire da un divorzio complicato e ha un’attività di successo: crea gadget con citazioni letterarie e frasi motivazionali, e non importa se è la prima a non mettere in pratica i consigli che dispensa. La sua dovrebbe essere una vita piuttosto felice. Allora, perché continua a sentire quella vocina nella testa che la spinge all’autosabotaggio? La mattina in cui, guardandosi allo specchio, scopre di non riuscire più a vedersi un dito, pensa subito che gli occhi, la mente o lo stress le stiano giocando un brutto scherzo. Invece, dopo una serie di esami, il medico le annuncia che soffre di “invisibilità”, un disturbo che colpisce milioni di donne in tutto il mondo, per lo più dopo i quaranta. Sta scomparendo, non solo metaforicamente ma anche fisicamente. Superato lo sgomento iniziale, Tilda non ne è troppo sorpresa. In fondo, sono anni che si sente invisibile. Grazie anche al sostegno di un gruppo di donne che, come lei, si rifiutano di rassegnarsi al proprio destino, capirà che non può aspettarsi che gli altri la vedano se lei per prima non impara a vedersi e ad accettarsi. Con sguardo partecipe e una scrittura brillante, Jane Tara fa luce sulle insicurezze delle donne e sull’immagine che ognuna proietta di sé: un manifesto per chi di noi (tutte noi?) è sempre troppo severa con se stessa.
Che bello vederti, Tilda di Jane Tara (Feltrinelli) racconta la storia di una donna che inizia letteralmente a sparire. Un'idea brillante che il romanzo costruisce con ironia nella prima parte, per poi smarrirsi in una lunga sezione dedicata a meditazione e gruppi di sostegno. Il risultato è un libro a metà fra commedia e manuale di auto-aiuto - con tutti i problemi che questa metà di troppo si porta dietro.
Tilda Finch e il mignolo che sparisce: una promessa narrativa
L'inizio è di quelli che ti convincono in tre pagine. Una donna qualunque, una mattina qualunque, una scena domestica così quotidiana da risultare invisibile lei stessa; poi lo sguardo cade sulla mano e il mignolo destro non c'è più. Punto. Niente effetti speciali, nessuna fanfara, nessuna musica drammatica in sottofondo: solo una piccola assenza che cambia tutto.
Jane Tara qui sa esattamente cosa sta facendo: ti aggancia con un'idea forte e te la consegna nel modo più sottile possibile, lasciando che sia il dettaglio domestico - la-quasi-noia di una giornata come tante - a fare tutto il lavoro.
E Tilda funziona. Funziona davvero! Ha quell'ironia tagliente che ti strappa il sorriso anche quando dovresti essere preoccupata per lei: c'è una battuta in particolare - sulla difficoltà che gli uomini avevano da sempre nel trovarle il clitoride anche quando era ben visibile - che avrebbe meritato di tenere il timone di tutto il romanzo. Per cento pagine ho pensato: "Ok, qui c'è qualcosa. Qui sta succedendo davvero."
E poi.
Il punto in cui Jane Tara perde il controllo del suo romanzo
Il crollo arriva quando Tilda - su insistenza dell'amica Leith - varca la porta dello studio della dottoressa Selma. Da lì in poi il libro perde l'equilibrio e non lo ritrova più. Iniziano i gruppi di sostegno, la meditazione, le terapie. Inizia, soprattutto, la tentazione costante - confesso - di saltare intere pagine pur di non sottopormi a quella che, in tutta onestà, ha smesso di essere narrativa per diventare prescrizione.
Il problema non è che Tilda cerchi un rimedio alla sua invisibilità. Il problema è che il romanzo, nel cercarlo per lei, dimentica di essere romanzo. Quella che era un'allegoria delicata si trasforma in un manuale di sopravvivenza per donne in difficoltà, scritto con la pedagogia gentile di chi vuole aiutarti a tutti i costi - anche se non glielo hai chiesto.
Le pagine si fanno lente, i dialoghi diventano lezione e lo spunto narrativo iniziale - quel mignolo, quella domestica meraviglia - si dissolve in un esercizio terapeutico che nessuno aveva ordinato.
I personaggi sprecati di Che bello vederti, Tilda
La vicina di casa - vedova, circondata da un numero imprecisato di gatti, dotata di una battuta sempre pronta e di quella saggezza ironica che certe donne hanno solo dopo i settant'anni - sarebbe stata da sola la chiave di un romanzo migliore. Compare, fa il suo numero, sparisce.
Stessa sorte, ma più dolorosa, per la madre di Tilda: vittima di violenze domestiche, una storia che pesa come un macigno e che l'autrice liquida in poche pagine, sfiorando un dolore che meritava di essere scavato e non semplicemente accennato.
E poi c'è Marcus: bellissimo, ricco e pure simpatico! Affetto da retinite pigmentosa - premessa narrativa interessantissima, sulla quale costruire un dialogo serio fra due forme diverse di non-vedere e non-essere-visti. Invece arriva la cotta adolescenziale, arrivano i bollori e pure la fase "devo prima ritrovare me stessa"... e tutto si spegne nel più classico dei copioni romantici.
Marcus, alla fine, è decorativo, inutile. Una storia d'amore che il libro non chiedeva e che la lettrice - almeno questa lettrice - non desiderava affatto.
Quando la meditazione dell'autrice si mangia il romanzo
C'è un punto, in narrativa, in cui smetti di sentire il personaggio e cominci a sentire l'autrice.
Quel punto qui arriva troppo presto e non se ne va più. Jane Tara aveva fra le mani un'idea fortissima - l'invisibilità come metafora di tutte le donne che non vengono viste davvero - e l'ha consegnata al new age. Nelle note finali lo dichiara apertamente: pratica la meditazione quotidianamente da molti anni. Si sente... si sente ovunque! In ogni pagina della seconda parte del romanzo, come una corrente sotterranea che non riesce a stare al suo posto, che esce dal personaggio e ti parla direttamente. E tu vorresti rispondere "grazie, ma sto leggendo un romanzo, non frequentando un ritiro."
L'invisibilità di Tilda, quella vera, non era nel mignolo. Era nel fatto che nessuno l'avesse mai guardata davvero - tranne sua madre e la vicina, le uniche due persone che continuano a vederla per intero anche quando il suo corpo inizia a sparire. Era lì, in quel cortocircuito silenzioso, che il romanzo doveva scavare e invece si è messo a meditare.
Lo sguardo di Roby
L'idea regge. La struttura cede in fase di costruzione. C'è un progetto solido alla base - l'allegoria del corpo che sparisce, il mignolo come dettaglio domestico, l'ironia come materiale di rivestimento - ma la ditta che ha tirato su l'edificio ha sbagliato i carichi.
La sezione centrale è una trave che non regge il peso di quello che le viene appoggiato sopra: gruppi di sostegno, meditazione guidata, terapie. Troppi pesi su un'unica linea portante e il romanzo si inclina. Il finale è la conseguenza inevitabile di una fondazione mal calcolata.
Marcus è una decorazione superflua, un orpello aggiunto in cantiere per riempire una parete vuota. La vicina e la madre - due elementi strutturali importanti - vengono relegate al ruolo di ornamento. Lo spunto iniziale, quella quotidianità banalissima in cui Tilda nota l'assenza del mignolo, è una scelta di regia precisa e silenziosa: il punto migliore del progetto. Tutto il resto, dal mio punto di vista, non si salva. Un buon disegno consegnato a una pessima ditta di costruzioni.
La cosa che Jane Tara ha sfiorato e mollato
Era affetta da invisibilità. Lasciò che quella parola calasse dentro di lei.E mentre lo faceva, si rese conto che... si era sentita invisibile per anni.
L'ho sottolineata. È rimasta una delle poche cose che ho salvato di questo libro ed è rimasta perché - ammetto - mi ha riconosciuta.
Sino a un anno fa anche io mi sentivo invisibile. Soprattutto per le persone che avevo accanto, quelle che dovevano vedermi e non lo facevano. Stavo male con me stessa, stavo male con il mondo che mi circondava e siccome non urlavo il mio dolore, tutti andavano avanti convinti che la mia vita fosse perfetta così com'era.
Non ho meditato per uscirne, non mi sono appoggiata a un gruppo di sostegno. Mi sono accorta, semplicemente, a un certo punto, di quante volte noi donne dobbiamo guarirci da sole, perché amici, familiari, colleghi non se ne accorgono.
È una cosa silenziosa. È una cosa che quasi nessuno racconta.
Era questo il libro che Jane Tara poteva scrivere: lo aveva tra le mani, lo ha sfiorato e poi ha scelto un'altra strada - più rassicurante, più pulita, più vendibile, forse. Sicuramente meno piena di mantra.
Tilda meritava di essere vista. Anche dalla sua autrice.



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