Tocca a te, Lenny Marks
Kerryn Mayne
Feltrinelli
304 pagine
17 marzo 2026
Narrativa contemporanea
Lenny Marks è bravissima a non avere una vita. Insegnante alla scuola elementare locale, possiede trentasei copie di Lo Hobbit rigorosamente ordinate per altezza, mangia sempre le stesse cose comprate allo stesso supermercato e torna dal lavoro in bicicletta alle quattro in punto ogni giorno. La sua serata ideale? Giocare a Scarabeo con un’immaginaria Monica Geller guardando in loop le repliche di Friends. D’altronde, perché esporsi all’incertezza della felicità e al caos delle relazioni? Molto meglio trincerarsi dietro una routine rassicurante. Ma Lenny è anche molto, molto brava a non ricordare cosa è successo il giorno in cui, da bambina, sua madre e il patrigno sono scomparsi. Il giorno in cui una vocina nella testa ha cominciato a sussurrarle: “È colpa tua”. Poi, all’improvviso, riceve una lettera dalla Commissione per la libertà vigilata che la convoca in tribunale per un’udienza. E quando i suoi disperati tentativi di ignorarla falliscono, per la prima volta dopo anni si trova costretta a uscire dal guscio e a fare i conti con il mondo che la circonda, con nuove relazioni inaspettate e con sé stessa. Lenny Marks potrebbe finalmente iniziare a vivere. Riuscirà a farlo prima che il passato la raggiunga?
Il libro che avrei adorato (se lo avessi letto quando ero un'altra)
Partiamo da una cosa che mi vergono un po' ad ammettere, ma che ammetterò lo stesso: dieci anni fa, questo libro mi avrebbe tenuta sveglia fino alle tre di notte. Lo avrei consigliato a tutti, ne avrei parlato con gli occhi lucidi, avrei scritto una recensione piena di punti esclamativi e metafore sulla luce che filtra tra le crepe. Invece no. Invece l'ho letto adesso, con i miei gusti letterari affinati a colpi di anni e letture, e ogni volta che speravo in una svolta ho trovato esattamente quello che temevo di trovare.
E la cosa strana è che questa consapevolezza mi ha fatto riflettere molto più su di me che sul libro in sé. Cosa dice di te il fatto che un romanzo che avresti adorato dieci anni fa, oggi ti annoi? Dice che sei cresciuta, che le tue aspettative si sono alzate, che non ti accontenti più di un personaggio strano con un passato difficile e un lieto fine a portata di pagina.
Dice, in sostanza, che Lenny marks non ha nessuna colpa, ma tu non puoi più fingere che basti.
Di cosa parla Tocca a te, Lenny Marks
Lenny Marks ha trentasei copie de Lo Hobbit ordinate per altezza (o per colore o per data di pubblicazione... dipende dalla giornata). Mangia sempre le stesse cose, comprate sempre allo stesso supermercato Torna dal lavoro alle quattro in punto, in bicicletta, ogni giorno. La sua serata ideale è giocare a Scarabeo con un'immaginaria Monica Geller mentre guarda Friends in loop. Fin qui, tutto benissimo... ho conosciuto persone reali con abitudini ben più bizzarre!
Il problema è che Lenny è anche bravissima a non ricordare cosa è successo il giorno in cui, da bambina, sua madre e il patrigno sono scomparsi. E quando riceve una lettera dalla Commissione per la libertà vigilata che la convoca in tribunale, quel guscio costruito mattone per mattone nel corso di trent'anni comincia a scricchiolare.
L'idea di partenza non è male. Davvero. Il punto è che, mentre leggevo, continuavo a pensare: questa storia la conosco già. questi pezzi li ho già visti, questo personaggio l'ho già amato... in un'altra vita, con un altro nome.
Lenny Marks vs Eleanor Oliphant: un confronto che l'autrice avrebbe dovuto evitare
Diciamolo chiaramente, senza girarci intorno: Lenny Marks è una variazione sul tema Eleanor Oliphant. Stessa inadeguatezza sociale portata quasi come un vessillo, stessa routine usata come scudo, stesso trauma sepolto che aspetta di venire a galla nel momento più drammaticamente conveniente per la trama.
E non è colpa mia se l'empatia non è scattata. È che Lenny sembra assemblata. come se l'autrice avesse preso pezzi di personaggi già esistenti - un po' di Eleanor qui, un po' di Atena Ferraris là (sì, l'Atena di Alice Basso, con la sua mania degli anagrammi; ma almeno Atena fa ridere e non è un dettaglio trascurabile) - e li avesse cuciti insieme sperando che il risultato fosse originale. Non lo è. E il lettore lo sente, quasi fisicamente, sin dalle prime pagine.
Ho mollato Lenny emotivamente prima ancora di arrivare a pagina cinquanta. Non è stato un distacco progressivo, una disillusione lenta. È stato un "ah, ma un'altra? Ancora?" immediato, secco, definitivo.
La scrittura - e qui mi fermo, perché qualcosa da salvare c'è
Kerryn Mayne scrive bene. Questo va detto e lo dico senza particolari entusiasmi ma con onestà: la prosa è fluida, il ritmo è gestito con una certa competenza, la voce narrativa ha una sua personalità. Se il problema fosse solo la scrittura, probabilmente non staremmo avendo questa conversazione.
Il problema è che una buona scrittura al servizio di una storia prevedibile non salva nulla; è come avere un impianto audio di qualità in un film brutto. Tecnicamente impeccabile, sostanzialmente inutile.
Gli anagrammi, poi - quella cosa che Lennyu fa per mantenere il controllo, riorganizzare le lettere delle frasi come se potesse riorganizzare anche il mondo - potevano essere un tocco interessante. Potevano. Invece compaiono ogni dieci righe con la regolarità di un Apple Watch, fino a trasformarsi in un tic narrativo che irrita più che affascinare. Ho cominciato a temerli e infine saltarli. Li vedevo arriva. E ogni volta alzavo gli occhi al cielo come a dire: eccolo, puntuale come la morte.
Una trama che si appiattisce, poi esplode, poi implode
Per buona parte del romanzo la storia procede in modo piatto, prevedibile, copilota automatico inserito. La vicina di Lenny che si rivela non essere una "semplice" vicina? L'avevo intuita cento pagine prima. Gli eventi dell'infanzia che emergono a pezzi? Prevedibili. La progressiva apertura di Lenny al mondo? Telefonata.
E poi, improvvisamente, nel finale, l'autrice decide che è ora di recuperare il tempo perduto e butta dentro tutto: i ricordi rimossi che tornano di colpo, l'innamoramento fulmineo dopo trentasette anni di sociopatia certificata, le amicizie che sbocciano come funghi dopo la pioggia, un confronto con il passato spinto fino all'inverosimile. Tutto. In una manciata di pagine. Come se qualcuno avesse rovesciato un cassetto sul pavimento e avesse detto: "Eccovi, ci siete tutti." Mancava solo l'arrivo degli alieni per fare l'en-plein.
C'è poi una cosa sulla quale non sono riuscita a passare oltre con leggerezza: Lenny arriva da un passato di violenza domestica, eppure non ha mai avuto una continuità terapeutica. Una sola terapeuta, durante l'affido, tolta di mezzo dalla famiglia adottiva - e poi più niente, per oltre vent'anni. Nessun servizio sociale, nessuna rete. Capisco la licenza narrativa, capisco che un romanzo non sia un manuale di assistenza psicologica, ma quando una storia chiede di essere presa sul serio su temi seri - il trauma, la rimozione, la violenza - dovrebbe almeno sforzarsi di non piegare la realtà in modo così plateale a favore della trama desiderata. Non per rigore accademico, ma per rispetto verso chi quelle cose le ha vissute davvero.
Lo sguardo di Roby - la voce strutturale
Il romanzo pecca di coerenza costruttiva. Le fondamenta ci sono: una protagonista con un profilo psicologico definito, un trauma da elaborare, un innesco narrativo preciso.
Ma l'edificio non regge. I piani non comunicano tra loro, le pareti portanti cedono dove non dovrebbero e il finale è un'aggiunta posticcia, non una conclusione organica.
In architettura si chiama progetto non integrato. In narrativa si chiama storia che non sa dove vuole andare.
Il giudizio basato sulla scrittura
Torno al punto di partenza: dieci anni fa avrei amato questo libro. E questa consapevolezza, strano a dirsi, mi ha dato più di quanto il romanzo stesso sia riuscito a darmi - perché mi ha ricordato quanto io sia cambiata, quanto i miei gusti si siano fatti più esigenti, quanto non sia più disposta ad accontentarmi di un personaggio strano con un passato difficile solo perché fa tenerezza.
Lenny Marks non mi ha fatta arrabbiare abbastanza da odiarla né commossa abbastanza da amarla. Mi ha lasciata in quello spazio grigio e tiepido dove i libri dimenticabili vanno a finire.
Il mio giudizio finale verte sulla scrittura che, lo ripeto, è la parte più solida di tutta l'operazione. Il resto è prevedibile, forzato e confezionato pe rum pubblico che, forse, non ha ancora incontrato Eleanor Oliphant. Se sitete quel pubblico, buona lettura. Se invece Eleanor la conoscete già - e soprattutto se l'avete amata - preparatevi al costante, fastidioso senso di averlo già letto.
Perché ci sono libri che ti chiedono empatia e altri che se la guadagnano. Questo, purtroppo, la pretende.


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