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Le ultime chiacchiere

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'Villette' di Charlotte Brontë: il romanzo che ha scelto di non volerci bene

Villette
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 634
Uscita 1853
Genere Classico
Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l'occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un'impresa da poco: arrivata a Villette - città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles -, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l'iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell'autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccala la scintilla di un'intensa e tormentata storia d'amore, irrompe; sulla scena John Bretton, affascinante amico d'infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s'impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma non aspettarti che ti venga incontro; sei tu che devi andare da lui.
Fa per te se riesci ad apprezzare un romanzo che si prende tutto il tempo del mondo e non si scusa di niente.
Lascialo perdere se stai cercando Jane Eyre. Non la troverai qui e Charlotte lo sapeva benissimo.

'Shirley' di Charlotte Brontë: un classico che mi ha delusa profondamente

Shirley
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 658
Uscita 1849
Genere Classico
Shirley è un "romanzo sociale" del 1849 pubblicato dopo il primo fortunato romanzo della stessa autrice, Jane Eyre (che peraltro era stato pubblicato, come questo, sotto lo pseudonimo di Currer Bell). Il romanzo è ambientato nello Yorkshire negli anni 1811-1812 e tratta della depressione industriale dovuta alla guerra Napoleonica, con la conseguente reazione operaia sfociante nel luddismo. Ciò nonostante non manca l’intreccio di relazione, e le due protagoniste femminili, alle prese con ciò che la società imponeva alla donna in quel periodo, sono, ancor più che Jane Eyre, portatrice dei germi dell’emancipazione femminile.
Mentre Charlotte stava scrivendo questo romanzo, morirono tre dei suoi fratelli, fra cui la sorella Emily, autrice di Cime Tempestose, e l’unica sorella rimastale, Anne. Si ritiene che il personaggio di Caroline si basi sulla sorella Anne e che la scrittrice, che aveva inizialmente progettato di far morire quel personaggio, ne cambiò poi le vicende, dopo la reale morte della sorella. L’altra protagonista femminile, Shirley (nome che solo dopo questo romanzo divenne un nome femminile; prima era considerato un nome maschile), è ispirato all’altra sorella, Emily, o meglio "a quella che Emily sarebbe potuta essere se fosse nata in una famiglia ricca". Il personaggio di Mrs Pryor è ispirato alla direttrice della scuola che Charlotte frequentò, prima come allieva, poi come insegnante.

C'è qualcosa di particolarmente amaro nel ritrovarsi a fissare un classico che non riesci ad amare. Non perché sia brutto in senso assoluto: Shirley di Charlotte Brontë ha un valore storico che non si discute, una rilevanza sociale che parla ancora benissimo al presente. Eppure. Eppure tra sapere che un libro conta e riuscire a leggerlo senza guardare ogni cinque minuti quante pagine manchino alla fine c'è una distanza enorme. E io quella distanza l'ho percorsa tutta, lentamente, con la pazienza di chi sente di dover concludere quello che ha cominciato.

'Cime tempestose': come ho odiato questo libro per trent'anni e poi ho perso una scommessa

 Emily Brontë e una rilettura che cambia tutto: quando finalmente sei pronta

Roby ha vinto.
Lo dico subito, così evitiamo l'elefante nella stanza: mio marito ha vinto una scommessa che si trascinava da un po'. E la prova è che ha dovuto letteralmente strapparmi di mano Cime tempestose e spingermi fuori casa per andare a lavorare.

Non ho detto niente. Non serviva. 
Il libro ancora aperto parlava per me.

La scommessa con Roby

Roby ha sempre sostenuto una cosa: che io non avessi mai davvero capito Cime tempestose. Che non fossi pronta, che quel libro mi aspettasse da qualche parte nel futuro, paziente come solo i grandi classici sanno essere.

Io, ovviamente, non ero d'accordo.

Avevo letto Cime tempestose a sedici anni, in terza liceo, e avevo odiato ogni singola pagina: i personaggi cupi, le atmosfere lugubri, la tossicità dei rapporti, la cattiveria che attraversava ogni relazione con un filo avvelenato.
Avevo chiuso il libro con la certezza granitica di chi ha già deciso: quel romanzo non faceva per me.

E per trent'anni ho vissuto con questa convinzione.

Poi è arrivata la scommessa. E io, che di scommesse ne perdo pochissime, ho riaperto Cime tempestose.

A sedici anni cercavo la luce

C'è una differenza sostanziale tra avere sedici anni e averne quarantanove (e non mi riferisco solo alle articolazioni!).

A sedici anni cercavo la positività, i buoni sentimenti, le storie capaci di far battere il cuore in modo pulito e rassicurante. Volevo eroi degni di esserlo, amori che finissero bene, atmosfera che mi facessero sentire al sicuro.

Cime tempestose non offre niente di tutto questo.

Emily Brontë non ha scritto un romanzo rassicurante. Ha scritto qualcosa di molto più scomodo: una storia che pretende lettori capaci di stare dietro al buio senza cercare immediatamente l'interruttore della luce.

Oggi quello sguardo non lo ho più. Non perché sia diventata cinica, ma perché ho imparato che la realtà ha mille sfumature di grigio e che la letteratura più onesta le racconta tutte, anche quelle che fanno male.

A sedici anni Cime tempestose mi aveva respinta.
A quarantanove mi ha presa per mano.

Heathcliff: non nasce mostro, viene costruito tale

Heathcliff è probabilmente il personaggio più tossico, manipolatore e oscuro dell'intera letteratura vittoriana. È vendicativo, crudele, incapace di qualsiasi gesto che non sia devastazione.

Eppure io l'ho amato. Profondamente.
Non me ne vergogno.

Perché Heathcliff non nasce mostro: viene costruito tale, mattone dopo mattone, abbandono dopo abbandono. Tutto quell'odio, tutto quell'astio verso chiunque gli capiti a tiro, derivano da un cuore spezzato in modo irreparabile. Da una ferita che nessuno si è mai preoccupato di medicare.

Emily Brontë capisce una cosa che molti romanzi dell'epoca fingono di non sapere: le persone non diventano cattive per vocazione. Diventano cattive quando il mondo insegna loro che l'unico linguaggio comprensibile è quello della sopravvivenza. E Heathcliff sopravvive nell'unico modo che conosce: distruggendo prima che qualcuno possa distruggerlo ancora.

È una logica feroce. È una logica umana.

Catherine: la comprensione storica e il giudizio personale

Catherine è il personaggio più controverso del romanzo. Molto più di Heathcliff, a ben pensarci.

Se contestualizziamo Catherine nell'epoca in cui è ambientata la storia, la sua scelta diventa comprensibile, quasi inevitabile. In quel momento storico era impensabile che una donna come lei potesse sposare un orfano di origini oscure, uno zingaro raccolto per strada.
Le convenzioni sociali non erano un ostacolo: erano muri. E i muri dell'Ottocento non si abbattevano, si aggiravano o si subivano.

Questo lo capisco.

Dal punto di vista personale, però, non la perdono. Non la giustifico. Non la comprendo.

Catherine amava Heathcliff - lo sapeva, lo dichiarava, lo urlava in ogni pagina. Avrebbe potuto scegliere diversamente, accettare la perdita del ceto, la disapprovazione sociale, persino l'isolamento. Invece ha scelto la sicurezza di Edgar Linton.

E la sua scelta ha condannato tutti all'infelicità.
Non solo Heathcliff. Tutti.

È quello il peso specifico di Cime tempestose: non esistono innocenti. Esistono solo persone che hanno fatto scelte e le scelte, in questo romanzo, hanno conseguenze che attraversano generazioni intere come una maledizione silenziosa.

Il momento in cui ho capito tutto questo è arrivato quando Catherine dice che lei è Heathcliff e Heathcliff è lei. Lì, in quella frase, ho colto la profondità assoluta di un sentimento talmente grande da non avere più confini tra due persone. E ho capito, contemporaneamente, quanto quella stessa profondità li avrebbe distrutti entrambi.

Cime tempestose non si consiglia

C'è una domanda che mi faccio sempre, alla fine di un libro: a chi lo consiglierei?

Con Cime tempestose non riesco a rispondere.

Perché Cime tempestose non si consiglia. È il classico più divisivo della storia della letteratura, di quelli che o si amano profondamente o si detestano senza remore, senza vie di mezzo, senza possibilità di appello.

Quello che posso dire è che esiste un'età giusta per leggerlo. Non anagrafica, ma esistenziale.
Bisogna aver accumulato abbastanza vita da saper stare dentro storie scomode senza scappare. Bisogna aver imparato che il grigio esiste, che le persone sono contraddittorie, che i sentimenti più potenti sono spesso anche i più distrutti.

Io quella maturità non la avevo a sedici anni, ovviamente.
La ho adesso.

E R
oby - che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa - lo sapeva già.

Ha vinto lui.
Ma il libro, alla fine, l'ho vinto anche io!