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Le ultime chiacchiere

'Villette' di Charlotte Brontë: il romanzo che ha scelto di non volerci bene

Villette
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 634
Uscita 1853
Genere Classico
Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l'occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un'impresa da poco: arrivata a Villette - città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles -, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l'iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell'autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccala la scintilla di un'intensa e tormentata storia d'amore, irrompe; sulla scena John Bretton, affascinante amico d'infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s'impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma non aspettarti che ti venga incontro; sei tu che devi andare da lui.
Fa per te se riesci ad apprezzare un romanzo che si prende tutto il tempo del mondo e non si scusa di niente.
Lascialo perdere se stai cercando Jane Eyre. Non la troverai qui e Charlotte lo sapeva benissimo.

Una scelta, non un difetto


Villette è il romanzo che Charlotte Brontë ha scritto per sé stessa, dimenticandosi deliberatamente del lettore. Non è una critica, è una descrizione. Ed è esattamente questo che lo rende così difficile da amare e così impossibile da ignorare del tutto.

Lucy Snowe mente. Omette, devia, trattiene - le emozioni, le informazioni, persino la trama. È un espediente narrativo che in dosi piccole crea tensione e profondità; in dosi massicce, su oltre seicento pagine, produce qualcosa di molto simile all’esasperazione. Eppure quella reticenza sistematica non è una scelta casuale. È, come vedremo, una necessità biografica travestita da letteratura.

Lucy, Villette e quello che non viene detto


Lucy Snowe arriva nella città immaginaria di Villette per insegnare in un pensionato femminile. Non ha radici né prospettive né la benché minima intenzione di essere amabile. Quello che segue è un romanzo di formazione interiore, lento e denso, in cui il centro narrativo - la relazione con il Professor Paul Emanuel, irritante e magnetico in egual misura - emerge tardi, quasi di malavoglia. Quando arriva, porta con sé la parte più viva del libro. Paul Emanuel è probabilmente il personaggio più riuscito: bizzarro, contraddittorio, difficile. Ha una consistenza che Lucy non raggiunge mai del tutto e questo squilibrio si sente in ogni capitolo.

Come Charlotte costruisce la distanza


La prosa di Villette ha una precisione psicologica notevole - certi stati d’animo messi a fuoco con una nitidezza che la letteratura vittoriana raramente si permetteva, soprattutto su una protagonista femminile senza marito, senza denaro, senza alcuna voglia di compiacere.
Ma quel talento sembra ogni tanto rivoltarsi contro il romanzo stesso: la prosa si addensa, i capitoli si allungano, le digressioni si moltiplicano. C’è una sequenza onirica che è insieme la scena più ambiziosa del libro e quella più faticosa da attraversare.

Quello che manca, rispetto a Jane Eyre, è la sensazione che Charlotte stesse pensando al lettore mentre scriveva. Jane Eyre aveva un ritmo, una tensione, una protagonista che tirava per mano anche nelle parti difficili. Villette dà l’impressione opposta: un romanzo scritto verso l’interno, come se Charlotte stesse elaborando qualcosa che non riguardava noi. E in effetti non ci riguardava - almeno non direttamente.

Bruxelles, Heger e la verità sotto la finzione


Villette è in larga parte autobiografico e saperlo cambia la lettura di quasi tutto. Charlotte trascorse due anni a Bruxelles come studentessa prima e insegnante poi e lì si innamorò del suo professore, Constantin Heger - uomo sposato, che non ricambiò i suoi sentimenti. Le lettere che Charlotte gli scrisse dopo il ritorno in Inghilterra, ritrovate decenni dopo la sua morte, sono tra i documenti più strazianti della letteratura vittoriana: disperate, lucidissime, orgogliose e umiliate insieme.

Paul Emanuel è Heger. Lucy è Charlotte. E la reticenza sistematica della narratrice - quella qualità che esaspera il lettore per seicento pagine - è una possibile lettura di autoproduzione narrativa: un modo per raccontare qualcosa di vero e doloroso tenendolo allo stesso tempo a distanza. Il finale volutamente ambiguo, in cui Charlotte rifiuta la consolazione e lascia aperto quello che potrebbe benissimo essere un lutto, non è sperimentalismo. È il rifiuto di una conclusione che nella vita reale non era arrivata.

Saperlo non rende Villette più scorrevole, ma lo rende più onesto di quasi qualunque altro romanzo del suo tempo.

Lo sguardo di Roby

Un edificio progettato per resistere alle intemperie non è necessariamente un edificio comodo da abitare. Villette ha una struttura portante solidissima - ogni elemento regge, ogni scelta ha una logica interna precisa. Il problema è che quella logica risponde a esigenze private, non abitative. Charlotte ha costruito qualcosa che la contenesse, non qualcosa che accogliesse chi entra.

Da fuori si vede la qualità del progetto. Da dentro si cammina con cautela, cercando uno spazio che non sempre c'è.

Quello che rimane


Finire Villette è stato un sollievo. Lo dico senza fingere che non lo fosse. Non è un romanzo che ti insegue dopo con immagini precise o frasi che restano in testa senza sapere perché. È più che il ricordo di uno sforzo: sai di averlo fatto, sai che non è stato inutile, ma non hai voglia di ripeterlo.

Il finale è la scelta più coraggiosa dell’intero libro. Ci sono arrivata stanca e quella stanchezza ha smussato quello che avrebbe potuto essere un vero colpo.

Alcuni libri si amano, altri si rispettano. Pochi si finiscono per non deludere qualcuno. Anche questo, a modo suo, dice qualcosa sul potere che hanno su di noi.

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Laura

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