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Bookblogger vs Critico Letterario: io leggo per emozione, tu per tesi. Entrambi per soffrire


Lui analizza i simbolismi, io piango al capitolo 12. Lui costruisce una tesi, io costruisco un trauma. Eppure, stranamente, abbiamo letto lo stesso libro. E forse - solo forse - abbiamo entrambi ragione.

C'è una guerra silenziosa che nessuno nomina


Non è la guerra tra chi legge e chi non legge; nemmeno quella tra chi legge in cartaceo e chi in digitale, che già di per sé è una guerra civile con morti e feriti da entrambe le parti.

No.

La guerra più sottile, più elegante e più insopportabile del mondo letterario è un'altra: quella tra il critico letterario e il bookblogger.
Due figure che amano i libri con la stessa intensità febbricitante, ma li amano in modo così diverso da non riuscire, spesso, nemmeno a riconoscersi l'una nell'altra.

Io sono una bookblogger.
Lo dico senza vergogna, anzi con la stessa fierezza con cui potrei dire "sono una sopravvissuta" - perché in fondo è la stessa cosa.

Ho un blog che esiste dal 2013, un profilo Instagram e una collezione di libri che ha ormai colonizzato ogni superficie disponibile di casa, incluso il comodino di Roby, che non protesta ma cerca di capire dove poggiare i suoi, di libri.

E da anni - da anni - mi sento dire, in modo più o meno diretto, più o meno educato: "Sì, ma tu leggi per emozione. Non è la stessa cosa."

Oggi rispondo!

Il critico letterario: un ritratto affettuoso ma spietato


Il critico letterario è una creatura affascinante.

Vive in un ecosistema fatto di saggi, convegni, supplementi culturali e quella specifica aria di sufficienza che si affina nel tempo come un vino importante - solo che il vino, alla fine, qualcuno se lo gode. L'aria di sufficienza resta lì, sospesa.

Ha letto tutto.

Dico tutto nel senso più assoluto del termine: ha letto le opere, i carteggi, i diari, le lettere che l'autore ha scritto a sedici anni al cugino di secondo grado. Ha letto le note a piè di pagina delle note a piè di pagina e la prefazione all'edizione del 1987 curata da uno studioso di cui nessuno ha mai sentito parlare.

Quando il critico letterario legge un romanzo, non lo legge soltanto.
Lo stratifica.

Ogni frase diventa uno scavo archeologico, ogni metafora nasconde tre significati, due rimandi intertestuali e almeno un'allusione alla filosofia di Schopenhauer. Il protagonista non ha fame: sta incarnando il vuoto esistenziale del soggetto borghese nel tardo Ottocento. La finestra aperta nel terzo capitolo non è una finestra aperta: è il simbolo della tensione irrisolta tra libertà e costrizione sociale.

La pioggia? Non è mai solo pioggia.

E in tutto questo - in questa stratificazione meravigliosa e un po' estenuante - c'è una cosa che non succede quasi mai.

Il critico letterario non piange al capitolo 12.
O se piange, non lo dice. E sicuramente non lo scrive su Instagram con tre emoji di cuore spezzato e un sondaggio nelle stories.

Il bookblogger: autoritratto con qualche livido


Io, invece, piango.
Anche con una certa regolarità e con grande soddisfazione e l'assoluta consapevolezza che quello che sto vivendo non è debolezza: è letteratura che funziona.

Quando leggo un libro non lo analizzo - almeno non nell'immediato. Lo abito: entro dentro la storia come si entra in una casa che non è la propria ma che, in qualche modo, conosci già; con un po' di cautela all'inizio e  poi - quando capisci che l'aria è quella giusta - ti togli le scarpe e ti siedi sul divano di qualcun altro come se fosse il tuo.

Sento i personaggi, li giudico, mi arrabbio con loro, li difendo anche quando hanno torto - soprattutto quando hanno torto - perché li ho adottati, perché nel tempo che ho passato con loro sono diventati reali; e i personaggi meritano lo stesso trattamento che riserviamo alle persone reali: un misto di affetto, esasperazione e lealtà cieca.

Quando scrivo una recensione, non costruisco una tesi.
Costruisco un'esperienza.

Cerco la frase che faccia capire al lettore cosa si provi a stare dentro quel libro. Cerco il punto di contatto tra la storia e la vita, perché la letteratura, per me, ha senso solo se si tocca con la vita. Se non riesce a sfiorarti, se non lascia almeno un'impronta sul vetro, allora qualcosa non ha funzionato.

E sì, mi fermo al capitolo 12 per recuperare i fazzoletti.
Lo riconosco. Ne sono orgogliosa!

La grande accusa: "Ma tu non sei oggettiva"


Ah! L'obiezione classica.

Quella che il critico letterario - o chi ne fa le veci - tira fuori prima o poi, con la stessa puntualità di un orologio svizzero e la stessa soddisfazione di chi ha calato l'asso.

"Tu non sei oggettiva, sei troppo coinvolta emotivamente."

Vero. Verissimo.
Non sono oggettiva, non ho mai finto di esserlo, non ho mai avuto nessuna intenzione di diventarlo.
Ma permettetemi di fare una domanda molto semplice, quasi banale: esiste davvero un lettore oggettivo?

Il critico letterario che costruisce la sua tesi lo fa sempre a partire da qualcosa: una formazione, una scuola di pensiero, un'estetica di riferimento, un canone che qualcuno prima di lui ha deciso fosse il canone giusto. Anche la sua analisi passa attraverso un filtro; il filtro è semplicemente più accademico del mio, più invisibile, più legittimato dal sistema.

Ma il filtro c'è.

La differenza è che io il mio filtro lo dichiaro.
Dico: questo libro mi ha fatto piangere, mi ha entusiasmata, mi ha delusa, mi ha tenuta sveglia la notte. Dico esattamente dove mi ha presa e dove mi ha persa. Non costruisco una maschera di neutralità sopra un'opinione e la chiamo analisi.
La chiamo per quella che è: una lettura. La mia lettura. Onesta, dichiarata e assolutamente soggettiva.

E soggettiva non è sinonimo di sbagliata.

Quello che ci accomuna: soffrire


Ecco però la parte che nessuno dice abbastanza.
Sotto tutta questa differenza di metodo, di linguaggio, di formato e di lacrime versate o trattenute, il critico letterario e il bookblogger hanno qualcosa di fondamentale in comune: soffrono per entrambi i libri.

Il critico soffre quando un'opera importante viene ignorata, quando il mercato premia la mediocrità, quando la letteratura viene ridotta a intrattenimento di consumo. Soffre quando nessuno capisce che quella finestra aperta nel terzo capitolo non era una finestra aperta.

Il bookblogger soffre quando finisce un libro che amava, quando un personaggio muore senza avvertimento, quando la storia prende una piega che non si aspettava o quando le sue parole non riescono a trasmettere quello che ha sentito. 

Entrambi hanno scelto di dedicare tempo, energia e una quantità imbarazzante di spazio mentale a qualcosa che il mondo considera, nella migliore delle ipotesi, un hobby raffinato e, nella peggiore, un'attività economicamente irrazionale.
Entrambi hanno uno scaffale - o venti - che è anche uno specchio. Entrambi sanno cosa voglia dire finire un libro e restare fermi qualche minuto, in silenzio, prima di rientrare nel mondo ordinario.

Entrambi abbiamo ragione. Entrambi abbiamo perso qualcosa.


Il critico letterario ha guadagnato profondità e ha perso, a volte, immediatezza.
Il bookblogger ha guadagnato vicinanza e ha perso, a volte, distanza critica.

E probabilmente la lettura più completa - quella che nessuno dei due fa mai davvero - sarebbe quella che riesce a tenere insieme entrambe le cose. Il pianto al capitolo 12 e la finestra come simbolo irrisolto, l'emozione e l'analisi, la pancia e la testa.

Succede, a volte. Nei libri migliori succede da sé, senza quasi accorgersene: leggi con il cuore e poi ti fermi e realizzi che stavi anche pensando, che stavi anche costruendo qualcosa, che il testo ti aveva dato abbastanza per fare entrambe le cose insieme.

Quei libri sono i più pericolosi.
Quelli che ti fanno piangere al capitolo 12 e ti lasciano a guardare il soffitto e a chiederti cosa significasse davvero quella finestra aperta.
Quelli, sia io che il critico letterario, li leggiamo nello stesso modo.

Con la stessa intensità scomoda, con la stessa resa totale, con lo stesso senso che qualcosa di importante stia succedendo, anche se poi lo chiamiamo con nomi diversi.

Lui chiama quella sensazione risonanza estetica. Io la chiamo "accidenti, questo libro mi ha distrutta."

Stessa cosa, parole diverse. Stesso amore scomodo per qualcosa che non smette mai di chiederci tutto.



Rileggere 'Jane Eyre': il romanzo che il tempo ha dovuto raggiungere


Terza rilettura. Tre giorni. Un pianto che non mi aspettavo più. E la conferma che certi classici non resistono al tempo: lo aspettano.


L'ho finito. Abbiamo chiuso il romanzo dopo tre giorni di lettura intensa - per me la terza volta, per lui la seconda - e mi è successo quello che non mi aspettavo più di lasciar succedere con un libro che credevo di conoscere bene: ho pianto.

Non un pianto da scena madre. Un pianto a bassa voce, di quelli che ti arrivano senza preavviso, da una frase letta già centinaia di volte e che questa volta, non so perché, ha trovato il varco. La frase era questa, di Jane a Rochester
Ovunque voi siate è la mia casa, la mia sola casa.
Poi l'ho riaperto, sono andata al principio e ho cominciato a capire perché.

Una voce in prima persona (che nel 1847 era un atto politico)


Il primo atto radicale di Charlotte Brontë, in Jane Eyre, non è Bertha Mason nella soffitta. Non è la parità proclamata davanti all'altare. Non è nemmeno il "no" più famoso della letteratura inglese. Il primo atto radicale è la prima parola del romanzo.

Jane non è raccontata: Jane racconta. La narrazione in prima persona, nel 1847, quando la voce narrante femminile era ancora ampiamente un accessorio della voce maschile - l'onniscienza maschile che scende a descrivere la ragazza - è una scelta che oggi leggiamo come scontata e che, invece, è il primo gesto politico del libro.
Charlotte Brontë non concede a Jane una voce: mette Jane al centro del proprio romanzo come soggetto che dispone del proprio racconto.

Tutto il resto - il celebre Lettore, lo sposai che chiude il libro, la franchezza spiazzante dei dialoghi con Rochester, la lucidità con cui Jane giudica i propri benefattori e i propri persecutori - discende da lì.

È una cosa che alla terza lettura si vede con una chiarezza che prima sfuggiva. Brontë non scrive "la storia di Jane". Scrive la storia di Jane. La preposizione fa tutta la differenza del mondo.

Jane, o dell'architettura del "no"


Si dice spesso, di Jane Eyre, che sia un'antesignana del femminismo. È vero, ma detto così è un'etichetta che sta a questo romanzo come una medaglia al valore sta a un soldato: giusta, sacrosanta e però sempre un po' retorica.

Il femminismo di Jane non è uno slogan. È un'architettura. E il materiale con cui Brontë lo costruisce è il "no".

Jane dice no a Mrs Reed da bambina. Dice no a Mr Brocklehurst adolescente. Dice no a Rochester adulto, quando scopre la verità su Bertha - non perché non lo ami, ma proprio perché lo ama. E dice no a St. John Rivers, alla fine, quando le viene proposto il matrimonio come missione.
Quattro "no" in punti chiave del romanzo, uno per ogni tappa della sua vita.
È il ritmo strutturale del libro.

Questa è la parte che oggi chiamiamo femminista e che, a rileggere bene, è qualcosa di più preciso: è il ritratto di una donna che si costruisce sottraendo, non aggiungendo. Jane non diventa sé stessa acquisendo qualcosa - un marito, una casa, una rendita. Diventa sé stessa rifiutando tutte le versioni di sé che gli altri vorrebbero imporle. Quando accetta finalmente Rochester, nel finale, lo fa da una posizione di parità ottenuta sottraendosi a tutto il resto.

È la parte più moderna del romanzo e quella che, alla terza lettura, con qualche rilettura di vita adulta alle spalle, colpisce con una forza diversa.

Rochester e St. John, il sistema binario maschile


I due nomi che Jane ama - in modi molto diversi e uno solo dei due in modo vero - sono la spina dorsale dell'analisi che questo romanzo offre sul maschile ottocentesco. E leggerli in parallelo, invece che uno alla volta, è l'operazione critica che rende Jane Eyre un libro vivo ancora oggi.

Rochester è l'uomo che ama Jane senza schema. La ama sporco, fuori dalle regole, con un passato che lo tradisce e una scelta - tenerla all'oscuro di Bertha - che è moralmente indifendibile. Ma ama lei, Jane, per quello che è: l'intelligenza prima della bellezza, la fermezza prima della docilità. Il gioco verbale tra loro, quelle scene in cui si cercano stuzzicandosi e si stuzzicano cercandosi, è il motivo per cui a quasi due secoli di distanza continuiamo a riconoscerli come una coppia reale. Brontë dà ai loro dialoghi un ritmo che nessun altro romanzo ottocentesco canonico si permette. Due persone che si parlano davvero. Nel 1847.

St. John Rivers è l'opposto e non per caso. È bello, è colto, è virtuoso, è religioso. E non ama Jane. La stima. La vuole sposare perché sarebbe una moglie utile alla sua missione in India - non una compagna, uno strumento.
La sua proposta di matrimonio è la scena più agghiacciante del romanzo e la meno commentata: un uomo che chiede a una donna di rinunciare a sé stessa in nome di un dovere che lui ha scelto per entrambi.

È il personaggio che, alla rilettura, mi irrita di più. Non perché sia mal scritto, anzi... è scritto benissimo. Mi irrita perché è il classico uomo ottocentesco calato in un romanzo che dell'Ottocento ha la data e poco altro. Rispetto alla modernità di Jane, di Rochester, della voce narrante stessa, St. John sembra l'ospite di un altro libro. Ed è esattamente quella la sua funzione strutturale: Brontë lo inserisce come contraltare, come l'uomo che rappresenta tutto ciò da cui Jane deve definitivamente allontanarsi per diventare pienamente sé stessa. Il "no" a St. John non è solo il quarto in ordine di apparizione. È il "no" che libera tutti gli altri, perché è il "no" alla forma più seducente, perché più virtuosa, di cancellazione di sé.

La soffitta di Bertha: la crepa che il romanzo non ha chiuso


E poi c'è Bertha Mason.

La donna creola chiusa in soffitta a Thornfield Hall è la parte di Jane Eyre che il tempo, invece, non ha raggiunto. È rimasta indietro. Nel 1966 Jean Rhys l'ha riscritta dal suo punto di vista - Il grande mare dei Sargassi - ed è stato un gesto necessario, forse inevitabile, che però non esisteva nell'orizzonte Brontë.

Nel testo di Charlotte, Bertha non ha voce. Non ha interiorità. È descritta come una bestia, con categorie che mescolano follia, razza e classe in un modo che oggi ci fa chiudere il libro per un secondo. È la parte in cui il romanzo mostra la sua data di nascita. Dove il romanzo è, senza possibilità di salvataggio, un romanzo del 1847.

E però - e qui sta la cosa interessante e adulta - è anche la crepa dalla quale il lettore contemporaneo entra. Un romanzo perfetto, completamente pacificato con il proprio tempo, sarebbe un reperto. Jane Eyre non è un reperto: è un libro vivo perché ha una ferita aperta al suo interno, una stanza chiusa a chiave che il testo stesso non sa come raccontare. E quella ferita è diventata il punto da cui un secolo di letteratura successiva - Rhys, ma anche Gilbert e Gubar con La pazza nell'attico, e un'intera tradizione critica femminista - ha preso la parola.

Se Jane Eyre fosse un classico che "resiste al tempo", Bertha non servirebbe. Invece è un classico che il tempo ha dovuto raggiungere - anche rileggendolo, anche riscrivendolo e contestandolo. E continua ad aspettarci.

Jane, piccola Jane


Torno alla scena del pianto.

È successa alla rilettura di quella frase che ormai conoscevo a memoria. Ovunque voi siate è la mia casa, la mia sola casa. Non è la frase più bella del romanzo - ce ne sono di più famose, di più citabili. Ma è la frase in cui Jane dice a Rochester e a sé stessa e a chi legge, che la casa non è un luogo: è una persona. E che una donna che ha passato un'intera vita a non avere casa - orfana, povera, istitutrice, fuggiasca - può dire questa frase con un'autorità che nessun personaggio maschile del romanzo potrà mai permettersi.

A vent'anni, la prima volta in cui l'avevo letta, mi aveva emozionata come una frase d'amore. Oggi mi ha fatto piangere come una dichiarazione di libertà conquistata.

Jane, mia piccola Jane.

Non sei "piccola" perché sei piccola. Sei piccola perché chi ti ama ti tiene stretta. E alla fine, dopo cinquecento pagine di "no", è giusto che qualcuno possa dirtelo così.
 



Perché il romance è sempre la stessa storia (e fingiamo di non accorgercene)

Cliché, comfort narrativo e l'equivoco dell'incisività nel genere più difeso da tutti

Il romance: ovvero perché se incontro ancora un "lui era alto, moro e tormentato" chiamo le autorità

Mettiamo subito una cosa in chiaro: io non leggo romance.
Non per snobismo, non perché "io leggo cose difficili".
Non li leggo perché dopo un po' il mio cervello anticipa le frasi come quando rivedi un film troppe volte e inizi a recitare le battute prima degli attori.
Come a dire che li apro, leggo tre righe e il mio cervello urla: "Aspetta... questo l'ho già letto. Nel 2009. Con un altro titolo."

Apri un romance e succede questo: non entri in una storia, entri in un format.
Sai già chi si amerà, quando fingeranno di odiarsi, quando scoperanno per la prima volta.
La suspense è zero. L'imprevisto è bandito. L'effetto sorpresa in congedo permanente.

Il romance non ti racconta una storia. 
Ti rassicura che la storia sarà uguale a quella di prima.

Sì.
Come il pigiama con l'elastico allentato: comodo, ma non lo chiamerei haute couture (che poi che ne saprò io di pigiami? Boh!).

I personaggi: cloni, fotocopie, gemelli separati alla nascita (ma solo dal nome)

Lui.
Alto. Sempre.
Moro. Sempre.
Tormentato. Sempre.
Con un passato doloroso che giustifica il fatto che comunichi come un comodino dell'Ikea senza istruzioni.

Lei.
Forte, indipendente, determinata.
Lo ripete ogni tre pagine, perché dal comportamento non si direbbe.
Ha una professione creativa o vagamente improbabile, zero amiche vere e una straordinaria capacità di innamorarsi di uomini emotivamente indisponibili nel giro di 48 ore.

Si guardano. Si detestano.
Si urtano fisicamente per errore almeno tre volte (... poi Mirco finita la pioggia si incontra e si scontra con Licia e così... ah no!), facendoci dubitare del loro equilibrio fisico (oltre che di quello mentale).
Lei pensa: "Oddio quanto lo odio."
Lui pensa: "Non dovrei desiderarla." (E intanto ha un'erezione...e non è pipì mattutina!).

La desidera.
Sempre. 
Con una potenza che manco le centrali nucleari!

Il conflitto: finto come un litigio in una soap delle 16.30

Nel romance il conflitto è una cosa tenera.
Non osa mai davvero.
È sempre un malinteso. Una frase non detta. Un trauma già visto in terapia ma non metabolizzato.
Mai una vera incompatibilità, mai un abisso morale.
Mai un "forse non dovremmo" che regga più di trenta pagine.

È tutto risolvibile con:
  • una confessione piangendo sotto la pioggia (mai che si piglino una bronchite seria)
  • una corsa in aeroporto (ciao Ross, ciao Rachel. Voi sì che ci avete regalato grandi gioie!)
  • una lettera che nessuno scrive più ma che qui, guarda caso, arriva sempre (perché evidentemente loro non hanno a che fare con Poste Italiane)
Il mondo può anche essere in fiamme, ma l'importante è che loro si amino.
Il resto è arredamento.

Lo spicy: la pornografia con la sindrome da film romantico

Una volta c'era il bacio finale, quello per cui tu, lettore, avevi patito 400 e passa pagine per arrivare a quel momento intimo, tenero, quasi sussurrato: "E lui la baciò".
Fine.
Stop.

Tu gioivi, eri felice per loro, perché poi sarebbe stato tutto un "e vissero felici e contenti".

Insomma, non è che ci abbiano mai detto che Elizabeth e Darcy discutevano perché lui lasciava i calzini sporchi in giro per casa o non abbassava mai la tavoletta del water, no?!
O che Biancaneve, dalla finestra della sua camera nel castello, vedesse un meleto e le girassero di molto i coglioni!

I protagonisti, che siano di fiabe o romanzi, vivranno felici e contenti. Punto.

Adesso no.
Adesso c'è lo spicy.
E lo sai subito perché, se anche volessi ignorarlo, viene spiattellato in copertina con una sfilza di peperoncini (che i calabresi, secondo me, due diritti d'autore dovrebbero chiederli).

E sai pure che le decerebrate che arrivano da TikTok, ti chiedono subito "ma è spiiiiiiiiiicy?"
E la domanda arriva mentre tu stai parlando di "Guerra e Pace" o de "Il Conte di Montecristo".
E tu guardi beata la mole di quei romanzi e rifletti su quanta forza dovrai usare per calarglieli proprio lì, al centro della fronte.

Lo spicy, dicevamo.
Scene di sesso ovunque, sempre e comunque.
Con corpi che funzionano alla perfezione, sincroni, performanti.
Mai una smagliatura, mai un filo di ritenzione idrica.
Mai un crampo, un momento imbarazzante, un "mi stai schiacciando il braccio da mezz'ora e credo dovranno amputarmelo".

È il sesso senza realtà.
Il sesso che non suda neanche se vivi in Pianura Padana, è agosto, fuori fanno 45° col 90% di umidità e persino il climatizzatore vi dice di piantarla e andare a mangiare un ghiacciolo.
È il sesso che non ride, quello fatto solo di sospiri, gemiti, paroline sussurrate.
È il sesso delle posizioni che ti fanno fermare, riflettere e dire: "Sì, ciccia, come no!"
Perché, insomma, non sarai Moana Pozzi, ma due esperienza nella tua vita le hai fatte e lo sai che, se proprio vi viene la fregola di farlo in doccia, non è che ci siano tante alternative... a meno che tu non voglia rischiare un trauma cranico per essere scivolata sul più bello!

Insomma, un porno emotivo travestito da romanzo edificante.

La grande bugia: "non giudicate i lettori"

Ogni volta che qualcuno dice: "Non leggo romance", succede il miracolo.
Non ha giudicato nessuno, ma improvvisamente ha giudicato tutti.

Parte il coro: "Ma tu sei prevenuta", "Ma ci sono romance bellissimi", "Ma devi provarli".

Notizia shock (because): li ho provati.
Ed è proprio per questo che non li leggo.

Criticare un genere non è insultare chi lo legge.
Ma il romance vive in uno stato di difesa permanente, come se fosse costantemente sotto processo.
E quando una cosa ha bisogno di essere difesa così tanto... di solito un motivo c'è.

La grande verità che nessuno vuole dire

Il romance non è letteratura cattiva.
È comfort seriale.
È progettato per non disturbare, non mettere in crisi, non lasciare residui.

Ed è perfetto per chi lo cerca così.

Ma smettiamola di chiamarlo "letteratura universale".
Smettiamola di dire che chi non lo legge è snob.
Smettiamola di fingere che emozione e profondità siano la stessa cosa.

Se un genere ti chiede di spegnere il cervello per funzionare, non è inclusivo: è anestetico.
E se a qualcuno serve l'anestesia per leggere, benissimo!

Io non leggo romance.
Voi potete leggerli tutti.

Prometto di non portarvi via i libri.
In cambio, non provate a convincermi che sono una persona orribile solo perché non mi commuovo davanti all'ennesimo uomo alto, moro e traumatizzato.

Dopo il ventesimo non state più leggendo personaggi: state leggendo varianti.