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Rileggere 'Jane Eyre': il romanzo che il tempo ha dovuto raggiungere


Terza rilettura. Tre giorni. Un pianto che non mi aspettavo più. E la conferma che certi classici non resistono al tempo: lo aspettano.


L'ho finito. Abbiamo chiuso il romanzo dopo tre giorni di lettura intensa - per me la terza volta, per lui la seconda - e mi è successo quello che non mi aspettavo più di lasciar succedere con un libro che credevo di conoscere bene: ho pianto.

Non un pianto da scena madre. Un pianto a bassa voce, di quelli che ti arrivano senza preavviso, da una frase letta già centinaia di volte e che questa volta, non so perché, ha trovato il varco. La frase era questa, di Jane a Rochester
Ovunque voi siate è la mia casa, la mia sola casa.
Poi l'ho riaperto, sono andata al principio e ho cominciato a capire perché.

Una voce in prima persona (che nel 1847 era un atto politico)


Il primo atto radicale di Charlotte Brontë, in Jane Eyre, non è Bertha Mason nella soffitta. Non è la parità proclamata davanti all'altare. Non è nemmeno il "no" più famoso della letteratura inglese. Il primo atto radicale è la prima parola del romanzo.

Jane non è raccontata: Jane racconta. La narrazione in prima persona, nel 1847, quando la voce narrante femminile era ancora ampiamente un accessorio della voce maschile - l'onniscienza maschile che scende a descrivere la ragazza - è una scelta che oggi leggiamo come scontata e che, invece, è il primo gesto politico del libro.
Charlotte Brontë non concede a Jane una voce: mette Jane al centro del proprio romanzo come soggetto che dispone del proprio racconto.

Tutto il resto - il celebre Lettore, lo sposai che chiude il libro, la franchezza spiazzante dei dialoghi con Rochester, la lucidità con cui Jane giudica i propri benefattori e i propri persecutori - discende da lì.

È una cosa che alla terza lettura si vede con una chiarezza che prima sfuggiva. Brontë non scrive "la storia di Jane". Scrive la storia di Jane. La preposizione fa tutta la differenza del mondo.

Jane, o dell'architettura del "no"


Si dice spesso, di Jane Eyre, che sia un'antesignana del femminismo. È vero, ma detto così è un'etichetta che sta a questo romanzo come una medaglia al valore sta a un soldato: giusta, sacrosanta e però sempre un po' retorica.

Il femminismo di Jane non è uno slogan. È un'architettura. E il materiale con cui Brontë lo costruisce è il "no".

Jane dice no a Mrs Reed da bambina. Dice no a Mr Brocklehurst adolescente. Dice no a Rochester adulto, quando scopre la verità su Bertha - non perché non lo ami, ma proprio perché lo ama. E dice no a St. John Rivers, alla fine, quando le viene proposto il matrimonio come missione.
Quattro "no" in punti chiave del romanzo, uno per ogni tappa della sua vita.
È il ritmo strutturale del libro.

Questa è la parte che oggi chiamiamo femminista e che, a rileggere bene, è qualcosa di più preciso: è il ritratto di una donna che si costruisce sottraendo, non aggiungendo. Jane non diventa sé stessa acquisendo qualcosa - un marito, una casa, una rendita. Diventa sé stessa rifiutando tutte le versioni di sé che gli altri vorrebbero imporle. Quando accetta finalmente Rochester, nel finale, lo fa da una posizione di parità ottenuta sottraendosi a tutto il resto.

È la parte più moderna del romanzo e quella che, alla terza lettura, con qualche rilettura di vita adulta alle spalle, colpisce con una forza diversa.

Rochester e St. John, il sistema binario maschile


I due nomi che Jane ama - in modi molto diversi e uno solo dei due in modo vero - sono la spina dorsale dell'analisi che questo romanzo offre sul maschile ottocentesco. E leggerli in parallelo, invece che uno alla volta, è l'operazione critica che rende Jane Eyre un libro vivo ancora oggi.

Rochester è l'uomo che ama Jane senza schema. La ama sporco, fuori dalle regole, con un passato che lo tradisce e una scelta - tenerla all'oscuro di Bertha - che è moralmente indifendibile. Ma ama lei, Jane, per quello che è: l'intelligenza prima della bellezza, la fermezza prima della docilità. Il gioco verbale tra loro, quelle scene in cui si cercano stuzzicandosi e si stuzzicano cercandosi, è il motivo per cui a quasi due secoli di distanza continuiamo a riconoscerli come una coppia reale. Brontë dà ai loro dialoghi un ritmo che nessun altro romanzo ottocentesco canonico si permette. Due persone che si parlano davvero. Nel 1847.

St. John Rivers è l'opposto e non per caso. È bello, è colto, è virtuoso, è religioso. E non ama Jane. La stima. La vuole sposare perché sarebbe una moglie utile alla sua missione in India - non una compagna, uno strumento.
La sua proposta di matrimonio è la scena più agghiacciante del romanzo e la meno commentata: un uomo che chiede a una donna di rinunciare a sé stessa in nome di un dovere che lui ha scelto per entrambi.

È il personaggio che, alla rilettura, mi irrita di più. Non perché sia mal scritto, anzi... è scritto benissimo. Mi irrita perché è il classico uomo ottocentesco calato in un romanzo che dell'Ottocento ha la data e poco altro. Rispetto alla modernità di Jane, di Rochester, della voce narrante stessa, St. John sembra l'ospite di un altro libro. Ed è esattamente quella la sua funzione strutturale: Brontë lo inserisce come contraltare, come l'uomo che rappresenta tutto ciò da cui Jane deve definitivamente allontanarsi per diventare pienamente sé stessa. Il "no" a St. John non è solo il quarto in ordine di apparizione. È il "no" che libera tutti gli altri, perché è il "no" alla forma più seducente, perché più virtuosa, di cancellazione di sé.

La soffitta di Bertha: la crepa che il romanzo non ha chiuso


E poi c'è Bertha Mason.

La donna creola chiusa in soffitta a Thornfield Hall è la parte di Jane Eyre che il tempo, invece, non ha raggiunto. È rimasta indietro. Nel 1966 Jean Rhys l'ha riscritta dal suo punto di vista - Il grande mare dei Sargassi - ed è stato un gesto necessario, forse inevitabile, che però non esisteva nell'orizzonte Brontë.

Nel testo di Charlotte, Bertha non ha voce. Non ha interiorità. È descritta come una bestia, con categorie che mescolano follia, razza e classe in un modo che oggi ci fa chiudere il libro per un secondo. È la parte in cui il romanzo mostra la sua data di nascita. Dove il romanzo è, senza possibilità di salvataggio, un romanzo del 1847.

E però - e qui sta la cosa interessante e adulta - è anche la crepa dalla quale il lettore contemporaneo entra. Un romanzo perfetto, completamente pacificato con il proprio tempo, sarebbe un reperto. Jane Eyre non è un reperto: è un libro vivo perché ha una ferita aperta al suo interno, una stanza chiusa a chiave che il testo stesso non sa come raccontare. E quella ferita è diventata il punto da cui un secolo di letteratura successiva - Rhys, ma anche Gilbert e Gubar con La pazza nell'attico, e un'intera tradizione critica femminista - ha preso la parola.

Se Jane Eyre fosse un classico che "resiste al tempo", Bertha non servirebbe. Invece è un classico che il tempo ha dovuto raggiungere - anche rileggendolo, anche riscrivendolo e contestandolo. E continua ad aspettarci.

Jane, piccola Jane


Torno alla scena del pianto.

È successa alla rilettura di quella frase che ormai conoscevo a memoria. Ovunque voi siate è la mia casa, la mia sola casa. Non è la frase più bella del romanzo - ce ne sono di più famose, di più citabili. Ma è la frase in cui Jane dice a Rochester e a sé stessa e a chi legge, che la casa non è un luogo: è una persona. E che una donna che ha passato un'intera vita a non avere casa - orfana, povera, istitutrice, fuggiasca - può dire questa frase con un'autorità che nessun personaggio maschile del romanzo potrà mai permettersi.

A vent'anni, la prima volta in cui l'avevo letta, mi aveva emozionata come una frase d'amore. Oggi mi ha fatto piangere come una dichiarazione di libertà conquistata.

Jane, mia piccola Jane.

Non sei "piccola" perché sei piccola. Sei piccola perché chi ti ama ti tiene stretta. E alla fine, dopo cinquecento pagine di "no", è giusto che qualcuno possa dirtelo così.