Se sei nuova qui

Comincia da questi quattro

Caricamento in corso…

Le ultime chiacchiere

Visualizzazione post con etichetta romance. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta romance. Mostra tutti i post

Perché il romance mi respinge (e perché Il Conte di Montecristo no)


Allora, mettiamoci comode perché devo raccontarvi di quella volta in cui ho chiuso un libro con una violenza che normalmente riservo solo ai vasetti di marmellata che non si aprono.

Stavo leggendo il sesto volume di Bridgerton. Francesca, per chi non mastica la saga come fosse pane quotidiano, è quella timida, quella musicale, quella che sembra la più sensata di tutta la famiglia. E infatti, per cinque libri ho pensato: ecco, finalmente uno di questi otto fratelli mi sorprenderà. Macché! Eccola lì, sul prato di casa della madre, con il marito Michael, in una scena descritta con un dettaglio che definire "minuzioso" è fargli un complimento. E mentre i due si danno parecchio da fare nell'erba inglese del diciannovesimo secolo, capisci, da certi segnali narrativi che non sto qui a spiegarvi perché siamo tutte adulte, che Francesca rimarrà incinta. Lì. Su quel prato. In quel preciso momento.

Ho chiuso il libro con un gesto che definire "poco elegante" è essere clemente con me stessa.

E non perché sia bigotta, sia chiaro: il problema non è il prato né quello che ci succede sopra. Il problema è che lo sapevo già. Lo sapevo da pagina dieci. Lo sapevo, diciamocelo, da quando ho scelto di leggere un romance.

Il patto che non voglio firmare


Io leggo per essere sorpresa. È l'unica clausola del mio contratto con un libro, qualunque sia il genere: thriller, narrativa, romanzo storico, non importa. Voglio che l'autore mi prenda per mano, mi indichi una direzione con sicurezza assoluta e poi, proprio mentre penso di aver capito tutto, mi tiri via il tappeto da sotto i piedi. Voglio arrivare all'ultima pagina essendo una persona diversa da quella che aveva iniziato il libro. Magari arrabbiata. Va benissimo arrabbiata. L'importante è che qualcosa, dentro, si sia mosso.

Il romance, invece, mi propone un patto opposto. Un patto che suona più o meno così: "Cara lettrice, ti garantisco che non succederà nulla che tu non possa prevedere fin dalla copertina." Due protagonisti, generalmente belli come dei e nuotanti nell'oro, che si detestano per trenta pagine con una violenza degna della faida tra Montecchi e Capuleti, salvo poi innamorarsi perdutamente entro il capitolo otto e vivere, manco a dirlo, felici e contenti. Fine. Sipario. Tutti a casa.

E qui qualcuno, giustamente, mi fermerà: e Jane Austen allora? Anche lei scriveva di nemici che si innamoravano, di matrimonio e lieto fine assicurato. Verissimo! Niente uomini palestrati, certo, ma il meccanismo è quello. E qui devo essere onesta, perché odiare per partito preso non fa per me: il problema non è il genere romance in sé, è quando diventa un copione fotocopiato all'infinito, con personaggi creati con lo stampino dei biscotti, dove cambi i nomi, ma la forma resta identica.

Ma io capisco, eh


Lasciatemi essere indulgente per un momento, prima di tornare cattiva: capisco perché si legga romance. Capisco benissimo chi cerca un libro che non faccia paura. Niente sofferenza, niente lutto, niente colpi di scena che ti tengono sveglia la notte a chiederti come vada a finire. Solo la certezza, dalla prima all'ultima pagina, che andrà tutto bene. A volte ne ho bisogno anche io, diciamolo: prendo in mano un Andrea Vitali o una Fannie Flagg quando voglio staccare la spina, quando i pensieri sono troppi e voglio solo leggerezza.

Ma c'è una differenza enorme e qui sta tutto il punto: quella leggerezza mi lascia comunque qualcosa addosso. Un personaggio che mi resta in testa, una frase che mi torna in mente la settimana dopo, un piccolo sussulto che non avevo previsto. Il romance da copia carbone, invece, lo chiudi e non te ne ricordi più e non perché sia leggero, ma perché è vuoto, identico a mille altri che hai letto prima di quello.

Quindi, cosa porta a casa una lettrice seriale di romance? Cosa cresce in lei, cosa cambia, cosa resta? Io una risposta non ce l'ho e non perché non voglia trovarla: è che, semplicemente, non c'è.

Il verdetto


Quindi io vi dico la mia e poi sipario per davvero: nessun romance varcherà mai più la soglia di casa nostra. Non verrà sfiorato dalle nostre mani, non sarà guardato dai nostri occhi, non avrà accesso alla nostra libreria, che è un luogo sacro riservato a chi ha il coraggio di sorprendermi.

Volete il romanzo che fa esattamente quello che chiedo a un libro? Prendete Il Conte di Montecristo. Lì sì che l'autore ti cambia le carte in tavola ogni cinquanta pagine, lì sì che non sai mai cosa ti aspetta dietro l'angolo, lì sì che chiudi il libro diversa da come l'hai aperto. Altro che prati inglesi e gravidanze telefonate!

Io la sorpresa la voglio sempre. Anche a costo di chiudere un libro con un tonfo poco elegante. Anzi, soprattutto per quello.

Laura

Perché il romance è sempre la stessa storia (e fingiamo di non accorgercene)

Cliché, comfort narrativo e l'equivoco dell'incisività nel genere più difeso da tutti

Il romance: ovvero perché se incontro ancora un "lui era alto, moro e tormentato" chiamo le autorità

Mettiamo subito una cosa in chiaro: io non leggo romance.
Non per snobismo, non perché "io leggo cose difficili".
Non li leggo perché dopo un po' il mio cervello anticipa le frasi come quando rivedi un film troppe volte e inizi a recitare le battute prima degli attori.
Come a dire che li apro, leggo tre righe e il mio cervello urla: "Aspetta... questo l'ho già letto. Nel 2009. Con un altro titolo."

Apri un romance e succede questo: non entri in una storia, entri in un format.
Sai già chi si amerà, quando fingeranno di odiarsi, quando scoperanno per la prima volta.
La suspense è zero. L'imprevisto è bandito. L'effetto sorpresa in congedo permanente.

Il romance non ti racconta una storia. 
Ti rassicura che la storia sarà uguale a quella di prima.

Sì.
Come il pigiama con l'elastico allentato: comodo, ma non lo chiamerei haute couture (che poi che ne saprò io di pigiami? Boh!).

I personaggi: cloni, fotocopie, gemelli separati alla nascita (ma solo dal nome)

Lui.
Alto. Sempre.
Moro. Sempre.
Tormentato. Sempre.
Con un passato doloroso che giustifica il fatto che comunichi come un comodino dell'Ikea senza istruzioni.

Lei.
Forte, indipendente, determinata.
Lo ripete ogni tre pagine, perché dal comportamento non si direbbe.
Ha una professione creativa o vagamente improbabile, zero amiche vere e una straordinaria capacità di innamorarsi di uomini emotivamente indisponibili nel giro di 48 ore.

Si guardano. Si detestano.
Si urtano fisicamente per errore almeno tre volte (... poi Mirco finita la pioggia si incontra e si scontra con Licia e così... ah no!), facendoci dubitare del loro equilibrio fisico (oltre che di quello mentale).
Lei pensa: "Oddio quanto lo odio."
Lui pensa: "Non dovrei desiderarla." (E intanto ha un'erezione...e non è pipì mattutina!).

La desidera.
Sempre. 
Con una potenza che manco le centrali nucleari!

Il conflitto: finto come un litigio in una soap delle 16.30

Nel romance il conflitto è una cosa tenera.
Non osa mai davvero.
È sempre un malinteso. Una frase non detta. Un trauma già visto in terapia ma non metabolizzato.
Mai una vera incompatibilità, mai un abisso morale.
Mai un "forse non dovremmo" che regga più di trenta pagine.

È tutto risolvibile con:
  • una confessione piangendo sotto la pioggia (mai che si piglino una bronchite seria)
  • una corsa in aeroporto (ciao Ross, ciao Rachel. Voi sì che ci avete regalato grandi gioie!)
  • una lettera che nessuno scrive più ma che qui, guarda caso, arriva sempre (perché evidentemente loro non hanno a che fare con Poste Italiane)
Il mondo può anche essere in fiamme, ma l'importante è che loro si amino.
Il resto è arredamento.

Lo spicy: la pornografia con la sindrome da film romantico

Una volta c'era il bacio finale, quello per cui tu, lettore, avevi patito 400 e passa pagine per arrivare a quel momento intimo, tenero, quasi sussurrato: "E lui la baciò".
Fine.
Stop.

Tu gioivi, eri felice per loro, perché poi sarebbe stato tutto un "e vissero felici e contenti".

Insomma, non è che ci abbiano mai detto che Elizabeth e Darcy discutevano perché lui lasciava i calzini sporchi in giro per casa o non abbassava mai la tavoletta del water, no?!
O che Biancaneve, dalla finestra della sua camera nel castello, vedesse un meleto e le girassero di molto i coglioni!

I protagonisti, che siano di fiabe o romanzi, vivranno felici e contenti. Punto.

Adesso no.
Adesso c'è lo spicy.
E lo sai subito perché, se anche volessi ignorarlo, viene spiattellato in copertina con una sfilza di peperoncini (che i calabresi, secondo me, due diritti d'autore dovrebbero chiederli).

E sai pure che le decerebrate che arrivano da TikTok, ti chiedono subito "ma è spiiiiiiiiiicy?"
E la domanda arriva mentre tu stai parlando di "Guerra e Pace" o de "Il Conte di Montecristo".
E tu guardi beata la mole di quei romanzi e rifletti su quanta forza dovrai usare per calarglieli proprio lì, al centro della fronte.

Lo spicy, dicevamo.
Scene di sesso ovunque, sempre e comunque.
Con corpi che funzionano alla perfezione, sincroni, performanti.
Mai una smagliatura, mai un filo di ritenzione idrica.
Mai un crampo, un momento imbarazzante, un "mi stai schiacciando il braccio da mezz'ora e credo dovranno amputarmelo".

È il sesso senza realtà.
Il sesso che non suda neanche se vivi in Pianura Padana, è agosto, fuori fanno 45° col 90% di umidità e persino il climatizzatore vi dice di piantarla e andare a mangiare un ghiacciolo.
È il sesso che non ride, quello fatto solo di sospiri, gemiti, paroline sussurrate.
È il sesso delle posizioni che ti fanno fermare, riflettere e dire: "Sì, ciccia, come no!"
Perché, insomma, non sarai Moana Pozzi, ma due esperienza nella tua vita le hai fatte e lo sai che, se proprio vi viene la fregola di farlo in doccia, non è che ci siano tante alternative... a meno che tu non voglia rischiare un trauma cranico per essere scivolata sul più bello!

Insomma, un porno emotivo travestito da romanzo edificante.

La grande bugia: "non giudicate i lettori"

Ogni volta che qualcuno dice: "Non leggo romance", succede il miracolo.
Non ha giudicato nessuno, ma improvvisamente ha giudicato tutti.

Parte il coro: "Ma tu sei prevenuta", "Ma ci sono romance bellissimi", "Ma devi provarli".

Notizia shock (because): li ho provati.
Ed è proprio per questo che non li leggo.

Criticare un genere non è insultare chi lo legge.
Ma il romance vive in uno stato di difesa permanente, come se fosse costantemente sotto processo.
E quando una cosa ha bisogno di essere difesa così tanto... di solito un motivo c'è.

La grande verità che nessuno vuole dire

Il romance non è letteratura cattiva.
È comfort seriale.
È progettato per non disturbare, non mettere in crisi, non lasciare residui.

Ed è perfetto per chi lo cerca così.

Ma smettiamola di chiamarlo "letteratura universale".
Smettiamola di dire che chi non lo legge è snob.
Smettiamola di fingere che emozione e profondità siano la stessa cosa.

Se un genere ti chiede di spegnere il cervello per funzionare, non è inclusivo: è anestetico.
E se a qualcuno serve l'anestesia per leggere, benissimo!

Io non leggo romance.
Voi potete leggerli tutti.

Prometto di non portarvi via i libri.
In cambio, non provate a convincermi che sono una persona orribile solo perché non mi commuovo davanti all'ennesimo uomo alto, moro e traumatizzato.

Dopo il ventesimo non state più leggendo personaggi: state leggendo varianti.