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Bridgerton: sei ragazze da marito e una sola donna vera


In sei romanzi Bridgerton ho incontrato sei ragazze da marito e una sola persona. Si chiama Penelope Featherington


Dopo sei romanzi della saga Bridgerton ho una certezza.
Julia Quinn ha scritto, più o meno bene, sempre lo stesso protagonista maschile. Ne ho parlato nell'articolo precedente di questo ciclo e non ho cambiato idea.

Quello che ancora non avevo detto, e che i romanzi cinque e sei mi hanno costretta a guardare in faccia, è che il problema non riguarda solo i fratelli. Riguarda soprattutto le donne.
In sei romanzi ho incontrato sei protagoniste femminili. Una di loro è una persona, le altre cinque sono ragazze da marito: declinazione diversa, risultato identico.

Daphne, Kate, Sophie: il prototipo in tre varianti


Provo a presentarle e mi accorgo che bastano poche righe per ciascuna.

Daphne Bridgerton apre la saga. È bella, buona, amata da tutti, adatta al il matrimonio. Fine. Non è stupida, non è cattiva: è semplicemente insipida. Vuole innamorarsi e sposarsi, ci riesce al capitolo previsto e si ferma lì.

Kate Sharma arriva nel secondo romanzo con l'aria di essere diversa: ha carattere, dice le cose in faccia, all'inizio rifiuta persino l'idea del matrimonio. Poi cede, ovviamente - questo è il patto del romance storico, lo sappiamo già. Ma il vero problema con Kate non è che ceda, è il modo in cui esercita questo presunto carattere: più rumorosa che forte, più ostinata che profonda. Kate risulta insopportabile, e non nel senso buono in cui un personaggio complesso possa esserlo.

Sophie, nel terzo romanzo, è la più anonima delle tre. È lì. Esiste. Scala i gradini della trama e arriva all'altare con lo stesso entusiasmo con cui si compila un modulo. Il fatto che la sua storia sia una Cenerentola dichiarata non la rende più interessante: la rende più prevedibile.

Tre protagoniste. Tre varianti della stessa funzione narrativa: essere degne dell'alfa che le vuole.

Eloise Bridgerton, o come distruggere una femminista in 300 pagine


Il quinto romanzo avrebbe potuto essere interessante.

Chi ha visto la serie Netflix conosce Eloise Bridgerton come uno dei personaggi più riusciti dell'intero universo: una ragazza che vuole studiare, che rifiuta il matrimonio come unico destino possibile, che si oppone alle convenzioni dell'epoca con una lucidità sorprendente per l'Inghilterra dell'Ottocento.

Eloise, nella serie, è una femminista ante litteram. Convinta, coerente, credibile.
Nel romanzo, Eloise è un'altra persona.
La troviamo piena di insicurezze, in bilico su sé stessa, incerta su cosa voglia davvero. Fin qui si potrebbe anche giustificare: una ragazza complicata, in un'epoca complicata. Ma il momento in cui il personaggio perde ogni coerenza con la sua versione televisiva è uno preciso: quello in cui Eloise vede la sua migliore amica Penelope sposarsi.

Penelope - quella che non veniva mai corteggiata da nessuno, quella che nessuno guardava, quella per cui nessuno si preoccupava di fare bella figura - si sposa.

E Eloise va in crisi.

Non una crisi esistenziale, non una riflessione sulla propria scelta di vita. Una crisi di posizione: se si è sposata lei, perché non mi sono sposata io?
Da quel momento in poi, Eloise fa quello che fa ogni altra protagonista della saga: si mette su piazza. Lo fa in modo anomalo - non frequenta i salotti giusti, non segue le regole, finisce per innamorarsi in modo imprevisto. Ma il motore è lo stesso. Il matrimonio come punto di arrivo, il panico come acceleratore.

Non è una svista di Julia Quinn, è il limite di un genere che non riesce a fare eccezioni nemmeno quando ne avrebbe tutti i motivi.

Francesca e le quindici pagine che non servivano


Il sesto romanzo era atteso, almeno tra le lettrici più affezionate alla saga, come qualcosa di diverso.

Si credeva - e lo si diceva in giro - che la storia di Francesca ruotasse attorno all'infertilità. Un tema difficile, tutt'altro che banale per un romance storico, un genere che di solito risolve tutto con una gravidanza all'ultimo capitolo.

Ebbene, non è così.

Francesca, con qualche difficoltà, alla fine diventerà madre. Il tema dell'infertilità esiste, è presente, ma viene risolto prima che diventi davvero una storia. Il sesto romanzo è quello che avrebbe potuto essere coraggioso e ha scelto di essere comodo.

Ma c'è di peggio.

A un certo punto, Julia Quinn dedica un intero capitolo - oltre venti pagine - esclusivamente a Francesca e Michael in camera da letto. Venti pagine consecutive esplicite, che nulla aggiungono alla trama, ai personaggi, alla relazione tra i due.

Era necessario? No.
Il sesto romanzo è, insieme al terzo, il peggiore del ciclo. E la cosa più scoraggiante non è la qualità in sé: è rendersi conto che ne mancano ancora due!

Penelope Featherington, l'unica eccezione


E poi c'è Penelope.

Penelope Featherington compare sin dal primo romanzo come un personaggio secondario. È la migliore amica di Eloise, è la ragazza che nessuno corteggia, è quella fuori dai canoni dell'epoca - fuori dalla silhouette, fuori dagli schemi sociali, fuori dal tipo che ci si aspetta di trovare al centro di una storia d'amore.

Julia Quinn la tiene ai margini per tre romanzi e mezzo. La usa come spalla, come presenza, come voce laterale. E intanto le costruisce qualcosa che alle protagoniste principali non ha mai dato: una vita propria.
Perché Penelope - prima ancora di diventare la protagonista del quarto romanzo - è Lady Whistledown.

È la penna più acuta, più informata, più temuta dell'intera stagione mondana. Ha un'intelligenza che usa in
segreto, non per mancanza di coraggio, ma perché sa esattamente quanto potere abbia quella voce anonima che nessuno assocerebbe mai a lei.
Questo la distingue da tutte le altre.

Daphne vuole essere amata, Kate vuole avere ragione, Sophie vuole essere riconosciuta, Eloise non vuole sposarsi - e poi lo fa. Francesca esiste nel proprio romanzo senza lasciare un'impronta profonda.
Penelope, invece, vuole qualcosa di specifico: vuole contare. E lo fa, a modo suo, per quattro romanzi, prima ancora che qualcuno si accorga di lei.

È per questo che il quarto romanzo funziona meglio degli altri - non per Colin, che è lo stampino camuffato da profondità di cui ho già scritto, ma per lei.

Il prezzo che Penelope paga nei libri


Detto questo c'è una cosa che il romanzo fa e che vale la pena notare. Penelope, nel corso della storia, dimagrisce di dodici chili.

Julia Quinn lo scrive come parte della sua trasformazione, come parte del percorso che la porta a essere finalmente vista - da Colin, dal mondo, da sé stessa.

La serie Netflix ha fatto una scelta radicalmente diversa e, a mio avviso, molto più onesta. 
Nella serie, Penelope non dimagrisce; il suo corpo rimane morbido, fuori dai canoni dell'epoca, lontano da quello che ci si aspetterebbe da una protagonista romantica. E questo - invece di essere un ostacolo - diventa uno dei suoi punti di forza. Penelope viene desiderata com'è. Viene scelta com'è.

Nei libri il messaggio è: prima diventa un po' più piccola, poi puoi essere la protagonista.
Nella serie il messaggio è: sei già la protagonista.
Non è una differenza di dettaglio. È una differenza di visione.

Sei romanzi, una sola persona


Dopo sei romanzi della saga Bridgerton, la mia impressione è questa.

Julia Quinn ha scritto le sue protagoniste femminili con la stessa logica con cui ha scritto i suoi protagonisti maschili: seguendo uno schema collaudato, variando i dettagli, rispettando il patto del genere.

Daphne è insipida, Kate è insopportabile, Sophie è anonima, Eloise è un personaggio che la serie ha immaginato meglio di chi l'ha creata, Francesca è sprecata.
Penelope è l'unica che sembra abitare davvero il proprio romanzo - non perché Quinn abbia cambiato schema ma perché le ha dedicato quattro libri per costruirle una storia prima ancora di metterla al centro.

Il problema è che la Penelope dei libri è già molto lontana dalla Penelope che la serie ci ha restituito.
Quella televisiva è rimasta sé stessa sino in fondo.
Quella dei romanzi ha dovuto perdere dodici chili per meritarsi il suo lieto fine.




Dentro la famiglia Bridgerton: i fratelli, nei libri, sono lo stesso uomo


Dopo aver letto i primi quattro romanzi di Julia Quinn, dei fratelli Bridgerton ne ho conosciuti davvero tre: Anthony, Benedict e Colin. E ho scoperto che sono praticamente lo stesso uomo con nomi diversi.

Nel primo articolo di questo ciclo Bridgerton, vi avevo detto una cosa semplice: la serie funziona meglio dei libri.
Dopo aver letto altri due romanzi della saga, posso essere più precisa: la serie funziona meglio dei libri soprattutto quando si tratta dei fratelli Bridgerton.
Perché Julia Quinn, in quattro libri, mi ha dato sostanzialmente un solo protagonista maschile. Declinato in tre varianti.


Il manuale del maschio romance secondo Julia Quinn

Esiste, nei libri di Quinn, un maschio tipo.

Non è difficile individuarlo: basta sovrapporre i protagonisti e vedere cosa rimane uguale.
Primo requisito: un trauma. Possibilmente paterno. Se il padre è morto in modo inaspettato, meglio.
Secondo requisito: il rifiuto ostentato dell'amore. Lui non vuole innamorarsi, lui non ha bisogno di nessuno, lui la sceglie per convenienza, per errore, per scandalo.
Terzo requisito: il cedimento. Dopo aver dichiarato per 200 pagine che non cederà mai, cede puntualmente al capitolo previsto.
Quarto requisito: un finale con gravidanza.

Su questa matrice, Quinn costruisce Anthony. Poi ci costruisce Benedict e infine Colin.

Cambia loro il lavoro - il Visconte gestisce la famiglia, l'artista dipinge, il viaggiatore viaggia - ma lo schema è sempre quello.

È il patto del romance storico, lo so.
Ma è anche il motivo per cui, finito un libro e cominciato il successivo, ho faticato a ricordare cosa distinguesse davvero un fratello dall'altro.


Anthony Bridgerton, il fratello più rigido dei suoi colletti

Nel primo articolo avevo già scritto quanto Anthony, sulla pagina, fosse più rigido persino dei suoi colletti inamidati.

Leggere gli altri romanzi non ha cambiato quella sensazione. Semmai l'ha confermata.
Anthony è il fratello maggiore, il responsabile, quello che ha visto il padre morire e da allora è convinto che morirà giovane anche lui.
Tutto il suo impianto psicologico si regge su questo trauma.
E lì si ferma.

Nel libro è un uomo ossessivo che si ritrova all'altare con Kate per puro meccanismo narrativo. La sua cosiddetta evoluzione emotiva sta tutta in poche pagine finali, compresse come una fisarmonica.
Nella serie, invece, Anthony diventa un personaggio: il tormento, che sulla carta mi era sembrato un alibi per giustificare cento errori, in tv diventa carne, sguardo, silenzio tra una battuta e l'altra.

Non è un caso che Jonathan Bailey abbia conquistato mezzo pianeta e Anthony-dei-romanzi sia il fratello che ricordo meno.


Benedict Bridgerton, il mio preferito (e il più inutilmente sprecato)

Lo ammetto: Benedict è il mio fratello Bridgerton preferito.
Lo è nella serie, lo è nei libri, lo è a prescindere dalle sue effettive qualità letterarie.

È l'artista della famiglia, il pittore. Quello che dorme fuori casa dopo un ballo in maschera e non viene giudicato per questo dai fratelli.

Nel suo romanzo, Quinn decide di raccontarlo dentro una struttura dichiaratamente fiabesca: Cenerentola. C'è il ballo, c'è il guanto al posto della scarpa, c'è la fanciulla povera che lui ritrova anni dopo a servizio in una casa di amici.

La fiaba, nelle intenzioni di Quinn, doveva dare a Benedict un'aura diversa dagli altri fratelli. 
In parte funziona.

Benedict è più tenero, più romantico nel senso antico del termine. Meno ingessato di Anthony.

Ma è anche il fratello a cui Quinn infligge il comportamento più ambiguo di tutto il primo ciclo: per metà libro Benedict vorrebbe che Sophie fosse la sua amante, non sua moglie. Perché lei non è nobile, perché lui è un Bridgerton.

Qui si vede, in modo quasi imbarazzante, quanto lo schema del genere pesi sull'autrice.
Lo schema prevede che il protagonista all'inizio si comporti come un cretino, quindi Quinn glielo fa fare, anche quando per quel personaggio sarebbe stato più onesto risparmiarcelo.

Nella serie, Benedict ha ancora una strada lunga prima della sua stagione completa. Ma già nelle prime stagioni si intuisce che sarà un altro Benedict: più autentico, meno prigioniero della fiaba.


Colin Bridgerton: ovvero lo stampino camuffato da profondità

Il quarto libro è quello che molte persone, in rete, definiscono il migliore della saga.
È il libro di Colin e Penelope, della rivelazione di Lady Whistledown, del viaggiatore che finalmente si ferma.

E io, leggendolo, ho capito una cosa: Colin è lo stesso maschio romance di Anthony e Benedict, solo che qui Quinn è più brava a camuffarlo.
Perché Colin, in apparenza, sembra diverso: più leggero, più ironico, meno tormentato.

Ma guardate bene cosa succede nel suo romanzo.
Uno: Colin ha un'insicurezza profonda. Si sente superficiale, vuoto, in cerca di uno scopo che non trova. È il trauma, mascherato da crisi esistenziale da trentenne viziato.
Due: quando si rende conto di essere innamorato di Penelope, la prima reazione non è stupore tenero. È rifiuto. Irritazione. Il classico "no, io non posso provare un sentimento per lei". È il cedimento ritardato, puntualmente previsto dallo schema.
Tre: il matrimonio precipitoso, formula canonica.

Colin è un Anthony che ha viaggiato di più, un Benedict senza cavalletto.

Il quarto libro è più godibile degli altri, lo concedo. Ha ritmo, ha il caso Whistledown, ha una dinamica amici-che-diventano-amanti che funziona meglio della media.

Ma la fabbrica è la stessa.


Perché la serie ha dovuto riscriverli

A questo punto una domanda è quasi inevitabile: se i fratelli Bridgerton, nei libri, sono in larga parte la stessa persona, come fa la serie a farceli sembrare diversi?
La risposta è semplice: li riscrive.

Chi sta dietro Bridgerton su Netflix ha dovuto fare quello che Julia Quinn non aveva fatto: distinguere.
Dare ad Anthony un'ossessione per il controllo che si legge nello sguardo prima ancora che nelle parole.
Dare a Benedict un'inquietudine identitaria più vasta della fiaba cenerentoliana.
Dare a Colin un percorso di crescita che parta da un'ingenuità reale, non da un'insicurezza spiegata tre volte in tre capitoli diversi.

Nei libri, quando finisci un romanzo e ne cominci un altro, il protagonista sembra sempre un cugino molto somigliante al precedente. Cambia il nome, cambia il contesto, ma il motore psicologico è quasi identico.

Nella serie, quando una stagione chiude e una si apre, il nuovo fratello Bridgerton arriva in scena con una personalità che non assomiglia a quella di prima.

Questo lo si deve al casting, certo.
Ma soprattutto a una scrittura televisiva che ha scelto di smontare lo stampino invece di replicarlo.


In conclusione: Julia Quinn scrive sempre lo stesso uomo

Dopo quattro romanzi della serie Bridgerton, la mia impressione è che Julia Quinn abbia scritto lo stesso maschio romance sei, sette, otto volte.
Non è necessariamente un difetto: è il patto del genere. Chi apre un romance storico sa cosa sta per leggere: l'alfa tormentato, il rifiuto iniziale, il cedimento, il lieto fine con neonato.
Ma quel patto spiega perché, nei libri, i fratelli Bridgerton tendano a confondersi.

E perché la serie Netflix, dovendo tenerli insieme sullo schermo e farceli amare uno per stagione, abbia dovuto lavorare molto più di Julia Quinn sulla differenza tra un Bridgerton e l'altro.

Dei libri porto a casa Benedict, con parecchie riserve.
Anthony lo lascio volentieri alla serie.
Di Colin, invece, mi tengo la cosa migliore che Julia Quinn abbia scritto in quattro romanzi: non il protagonista maschile, ma Penelope Featherington.

Ma questa è un'altra storia e la vedremo nel prossimo articolo del ciclo.





Bridgerton: perché la serie Netflix funziona meglio dei libri di Julia Quinn

Dopo aver letto i primi due romanzi di Julia Quinn ho una cosa curiosa: la serie Netflix non si limita ad adattare Brigerton. La migliora.


Quando ho chiuso Il visconte che mi amava, il secondo romanzo della saga di Julia Quinn dedicata alla famiglia Bridgerton, ho pensato una cosa molto semplice: la serie tv ha davvero migliorato questa storia.

Non è un pensiero che capita spesso a chi legge. 
Di solito succede il contrario: si guarda una serie tratta da un libro e, prima o poi, qualcuno pronuncia la frase rituale, quella che aleggia come un fantasma sopra ogni adattamento cinematografico o televisivo: "Il libro era meglio."

Con Bridgerton, almeno per quanto riguarda i primi due romanzi (Il duca e io e Il visconte che mi amava), mi è successa la cosa opposta.

Dopo aver amato la serie Netflix e aver letto i libri da cui è tratta, mi sono resa conto di una cosa piuttosto curiosa: Bridgerton è uno dei rari casini cui la seri non vive all'ombra dei libri: li supera.

Non perché i romanzi siano brutti, ma perché la serie prende un impianto narrativo piuttosto lineare e lo trasforma in un universo corale.

Nei romanzi il mondo Bridgerton è molto più piccolo

Una delle differenze più evidenti tra libri e serie riguarda l'ampiezza del mondo narrativo.

Nei romanzi di Julia Quinn ogni storia è costruita quasi esclusivamente attorno alla coppia protagonista. Il resto rimane sullo sfondo.

Questo significa che molti personaggi che nella serie diventano centrali, nei libri sono appena accennati - quando compaiono.

La Regina Carlotta, ad esempio, nei romanzi non esiste proprio.
Lady Danbury appare per poche pagine ed è assolutamente ininfluente ai fini della trama.
Lady Whistledown è poco più che un espediente narrativo che introduce i capitoli.

Anche i fratelli Bridgerton, paradossalmente, restano spesso ai margini della storia che non li riguarda.
Nella serie Netflix succede l'esatto contrario.

Il mondo Bridgerton si allarga: il gossip diventa un motore narrativo, i personaggi secondari acquistano spazio, le dinamiche sociali prendono vita.

Non è più solo la storia di una coppia.
È un universo.

La serie rende i personaggi femminili più forti

C'è poi un'altra differenza che salta subito all'occhio leggendo i romanzi dopo aver visto la serie.

Le donne cambiano.

Daphne, nei libri, è più passiva rispetto alla sua versione televisiva.
Kate, nel secondo romanzo, è molto meno incisiva di quanto non sia nella serie.
Violet Bridgerton nei romanzi è la classica madre dell'alta società ottocentesca, il cui principale obiettivo è accasare bene le figlie - con un entusiasmo che, a tratti, ricorda la signora Bennet di Orgoglio e Pregiudizio.

Nella serie, invece, i personaggi femminili acquistano una forza completamente diversa.

Daphne prende decisioni.
Kate ha carattere e autonomia.
Violet smette di essere soltanto la madre che deve "sistemare" i figli e diventa una donna che pensa prima di tutto alla loro felicità.

È una scelta narrativa molto precisa: mantenere l'ambientazione storica, ma cambiare lo sguardo.

Ed è probabilmente uno dei motivi per cui la serie parla così bene al pubblico contemporaneo.

Il ritmo delle storie cambia completamente

C'è poi una questione di ritmo.


Nei romanzi le storie sentimentali si consumano abbastanza velocemente. Il conflitto tra i protagonisti si sviluppa e si risolve nel giro di poche centinaia di pagine.

Nella serie, invece, ogni relazione diventa il centro di un'intera stagione.
Questo permette di costruire tensione, sviluppare meglio i personaggi e intrecciare più trame.

A un certo punto, leggendo i romanzi, mi è venuto persino da pensare una cosa piuttosto divertente: se Shonda Rhimes si fosse attenuta alla lettera alle trame di Julia Quinn, la serie probabilmente sarebbe finita nel giro di due o tre stagioni.

E invece la sua forza sta proprio nell'aver preso quella storie averle fatte crescere.

Anthony Bridgerton e i suoi colletti inamidati

Il secondo romanzo, Il visconte che mi amava, mi ha fatto capire ancora meglio questa dinamica.

Anthony Bridgerton, sulla pagina, è molto diverso dal personaggio che vediamo nella serie.
Se già nella versione televisiva non rientra tra i miei fratelli Bridgerton preferiti, nel romanzo mi è sembrato spesso più rigido persino dei suoi colletti inamidati.

Serio.
Pedante.
Ossessionato dal controllo.

Nella serie, invece, lo stesso personaggio acquista spessore: diventa tormentato, emotivamente complesso, persino affascinante nella sua ostinazione.

È uno di quei momenti in cui ci si accorge che l'adattamento non si limita a raccontare la stessa storia.
La rilegge, la espande, la approfondisce.

Perché la serie Bridgerton funziona così bene

Dopo aver letto i primi due romanzi ho capito una cosa che prima intuivo soltanto: la serie Bridgerton non funziona perché è fedele ai libri, funziona perché prende quell'universo narrativo e lo reinventa.

Allarga il mondo, rafforza i personaggi femminili.
Costruisce una dimensione corale che nei romanzi resta appena accennata.

E così succede qualcosa di raro: alla fine della lettura non ho pensato che la serie fosse migliore dei libri.
Ho pensato qualcosa di più interessante: adesso capisco meglio perché Bridgerton funziona così bene!