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La scuola italiana non ha creato lettori. Ha creato persone traumatizzate da Manzoni

Sulla differenza tra insegnare a leggere e obbligare a farlo. E su quanti potenziali lettori abbiamo perso per strada


Lo so già cosa state pensando: un'altra che si lamenta della scuola. Ecco, no. Io la scuola, almeno quella parte della scuola, ce l'ho in un posto speciale del cuore. Ho avuto insegnanti che mi hanno cambiato la vita letteraria - e lo dico senza retorica, perché vengo da una famiglia in cui non si leggeva e in casa non c'erano libri. Tutt'al più qualche fumetto. Eppure leggevo già prima di saper leggere: qualunque cosa io trovassi in giro per casa - una rivista, un volantino, la scatola del detersivo - finiva tra le mie mani. Avevo fame di parole senza sapere ancora cosa farmene.

Sono stata fortunata! E lo dico con la piena consapevolezza di chi sa di essere un'eccezione.

Alle elementari avevo una maestra che teneva in classe una piccola libreria - sempre fornita, sempre accessibile - dalla quale potevamo prendere, attingere, senza obblighi e senza interrogazioni. Al liceo avevo un'insegnante di lettere che ci lasciava leggere quello che preferivamo, purché leggessimo.
E che - cosa che ancora oggi mi sembra quasi miracolosa - ci ha fatto amare follemente I Promessi Sposi. Sì, Manzoni. Quello che la maggior parte delle persone ricorda come il peggior trauma letterario della propria adolescenza. Io lo rileggo ancora oggi, ogni tanto, qualche passo. E lo trovo ancora bello!

Ma, appunto, sono un'anomalia!

Perché quello che succede nella maggior parte delle aule d'Italia è esattamente il contrario. E il risultato è sotto gli occhi di tutti - o meglio, sui comodini di quasi nessuno, visto che meno del 40% degli italiani legge almeno un libro all'anno.

Il problema non è la letteratura, ma come questa venga consegnata.

Esiste una categoria di insegnanti - e non sto parlando di tutti, per carità, esistono le Suor Giovanna di questo mondo - che interpreta l'educazione letteraria come una somministrazione coatta. Il libro viene assegnato, la data di consegna comunicata, il registro aperto. L'opinione del ragazzo non è richiesta, è richiesta quella giusta, quella che corrisponde all'interpretazione canonica, quella che prende otto. La lettura smette di essere un incontro e diventa una prestazione. E come tutte le prestazioni obbligatorie, lascia addosso una memoria fisica di fatica e di giudizio che è difficilissima da scrollarsi di dosso.

Ma c'è di peggio.

Perché oltre al metodo, c'è il problema dei titoli. E qui mi fermo un secondo, perché questa cosa mi fa perdere la pazienza in modo quasi comico: i programmi scolastici italiani propongono, con una fedeltà degna della miglior causa, gli stessi testi da decenni. Testi che erano già considerati indigesti quando ero ragazzina io - e io non sono nata ieri! Testi scritti in un italiano lontanissimo dall'uso quotidiano, ambientati in secoli che richiedono un apparato storico che a tredici anni nessuno ha ancora, che trattano temi - la Provvidenza, il destino, il libero arbitrio - per i quali serve una vita situa, non un'interrogazione imminente.

E questi testi vengono messi in mano a ragazzi del 2012 - ragazzi che vivono in un ecosistema di stimoli continui, veloci, visivi, interattivi - chiedendo loro di trovarli appassionanti. Senza spiegare perché dovrebbero. Senza lasciare loro lo spazio per dire "questo non mi dice niente" e non essere penalizzati per questo.

Il risultato prevedibile - e in effetti puntualmente previsto da chiunque ci ragioni sopra due minuti - è che quei ragazzi escono dalla scuola con un'associazione emotiva solidissima tra libro e noia obbligatoria. Non perché siano superficiali o perché Internet li abbia rimbecilliti, ma perché è stato fatto credere loro che la letteratura fosse qualcosa da subire e non da abitare.

E allora succede la cosa più ironica di tutte: la lettura vera - quella scelta, cercata, quella per cui si rimanda il sonno - inizia esattamente dove la scuola finisce. Non è il traguardo di un percorso formativo. È, spesso, l'atto con cui un adulto ripara qualcosa che era stato rotto. Quante persone conosco che hanno "scoperto" i libri a trenta, a quarant'anni, come se li incontrassero per la prima volta? Moltissime. E quasi sempre raccontano la stessa cosa: "Non pensavo di essere una lettrice." Come se fosse una categoria biologica riservata ad altri.

Non erano meno brave. Erano solo arrivate nel posto sbagliato, con l'insegnante sbagliato, nel momento sbagliato. E nessuno glielo aveva detto.

Io ho avuto la fortuna di incontrare, in momenti cruciali della mia formazione, persone che amavano i libri abbastanza da non imporli. Che capivano la differenza tra leggere e obbligare a leggere... differenza che sembra banale e invece è tutto. Che sapevano che un ragazzo a cui viene lasciata la libertà di scegliere cosa leggere, anche se sceglie male, anche se sceglie poco, sta costruendo qualcosa. Mentre un ragazzo a cui viene imposto un tomo di seicento pagine con data di consegna e voto finale, sta solo imparando a sopravvivere.

Non è colpa di Manzoni, sia chiaro. I Promessi Sposi è un romanzo straordinario e lo so perché l'ho incontrato nel modo giusto. Il punto è esattamente questo: lo stesso libri, nelle mani dell'insegnante giusto, può aprire un mondo; in quelle dell'insegnante sbagliato, può chiuderlo per vent'anni.

La vera domanda, quindi, non è perché gli italiani non leggano. È quanti lettori potenziali abbiamo perso per strada - non per colpa dei libri, ma per colpa del modo in cui glieli abbiamo consegnati.

E quante Suor Giovanna in più ci sarebbero volute!

 

Bookblogger vs Lettore "qualsiasi": chi legge per mestiere e chi per amore


Tra citazioni evidenziate e pagine piegate, cronaca di una convivenza complicata

Quando un angolo piegato fa più male di una stroncatura

La prima volta che ho visto piegare un angolo di una pagina davanti a me, ho provato un dolore fisico.
Non metaforico: fisico.
Come se qualcuno avesse piegato con forza un mio braccio dietro la schiena.

Il lettore "qualsiasi" l'ha fatto senza cattiveria. Con naturalezza.
Una piega rapida, risolutiva.
Segno di passaggio.
Io, invece, con i miei segnalibri ordinati e le matite morbide, ho pensato: questa non è una persona, è un animale selvatico.

Eppure, da lì è iniziata la nostra convivenza.

Chi legge per mestiere e chi legge per abbandono

Il problema non è chi piega gli angoli.
Il problema è che noi leggiamo in modo diverso e facciamo entrambi fatica ad ammetterlo senza sentirci sbagliati.

Io leggo per "mestiere".
Che non significa leggere senza amore, ma leggere con addosso una responsabilità.
Leggere pensando già a cosa dirò, a cosa salverà, a cosa dovrò spiegare.
Leggere sapendo che quella storia, prima o poi, diventerà parole mie.

Il lettore qualsiasi legge per abbandono.
Legge e basta.
Se una frase scivola, scivola.
Se un personaggio non resta, pazienza.

"Per me era solo una storia": una frase che non so più dire

Quando il lettore qualsiasi dice "per me era solo una storia", lo dice senza colpa.
Io quella frase non so più dirla.

Perché leggo sapendo che dovrò prendere posizione.
Che un libro diventerà contenuto, che la lettura non finirà con l'ultima pagina, ma con una bozza aperta sul computer.

Ed è qui che qualcosa si incrina.

Quando leggere smette di essere riposo

La verità che pesa è questa: quando ho iniziato a leggere solo in funzione delle recensioni da pubblicare, ho perso qualcosa.

Ho perso la libertà di non capire subito.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

E ogni tanto mi sento troppo: troppo analitica, troppo lucida, troppo pronta a smontare invece che a farmi portare via.

Ciò che invidio e ciò che non restituirei mai

Invidio la leggerezza del lettore qualsiasi.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

Ma non baratterei mai quello che ho guadagnato: la capacità di vedere le crepe, di sentire quando una storia funziona solo in superficie, di cogliere dettagli che a chi legge per puro piacere sfuggono.

Io non piego angoli perché per me le pagine sono mappe.
Evidenzio perché ho bisogno di tornare.
Analizzo perché è il mio modo di restare.

Pagine scritte, segnalibri smarriti

Non credo che uno dei due legga meglio.
Credo che leggiamo da due punti diversi della stessa stanza.

E forse il vero errore è fingere che questa differenza non esista o che una delle due letture sia più nobile dell'altra.

Alla fine, tra me e il lettore qualsiasi ci sono di mezzo pagine scritte e segnalibri smarriti.
E va bene così.

Perché se io non so più dire "era solo una storia", lui, forse, non saprà mai spiegare perché quella storia gli è rimasta addosso.

E in quel silenzio, stranamente, ci incontriamo.



Bookblogger vs me stessa di 13 anni fa: evoluzione o sopravvivenza?



Allora recensivo per passione. Ora anche per ortopedia lombare

Tredici anni fa scrivevo di libri per sentirmi meno sola.
Non per costruire un'identità, non per "esserci", non per difendere un'opinione.
Scrivevo perché dall'altra parte dello schermo immaginavo qualcuna come me: una che leggeva, che sentiva troppo, che aveva bisogno di capire se non era l'unica a sentirsi spezzata a pagina 214.

Tredici anni fa non sapevo cosa fosse un algoritmo. E soprattutto non sapevo cosa significasse doverci essere.
C'era il blog, c'erano i post, c'erano i commenti. Tanti e veri.
E c'ero io, con un entusiasmo forse ingenuo, ma leggero sulle spalle.

La me stessa di allora spiegava poco.
Scriveva come se bastasse dire "questo libro mi ha fatto compagnia" per essere capita. Non sentiva il bisogno di giustificarsi, di argomentare fino allo sfinimento, di mettere le mani avanti.
Leggeva e basta. Pubblicava e basta. Respirava.

Poi è arrivato il resto.

Le collaborazione. Le scadenze. Le polemiche.
Il giorno in cui ho capito che non stavo più solo condividendo un parere, ma difendendolo.
E non perché fosse importante, ma perché non era conforme.
Non abbastanza entusiasta, non abbastanza allineato, non abbastanza "quello che stanno dicendo tutti".

La stanchezza è arrivata così: non di colpo, ma per accumulo.
Come una pila di libri letti senza il tempo di sedimentare.
Come un blog che smette pian piano di essere rifugio e diventa presenza fissa da mantenere.

Perché oggi la cosa che pesa di più non è leggere.
È doverci essere sempre, avere un'opinione pronta, una posizione chiara, una voce riconoscibile.
Essere presente anche quando dentro vorresti solo chiudere tutto e leggere nella quiete, senza che nessuno ti chieda "sì, ma tu cosa ne pensi?".

La verità - quella che si dice poco - è che tredici anni fa non avrei capito molti dei libri che oggi amo.
Non avevo gli strumenti, non avevo le crepe giuste.
Non avevo abbastanza vissuto per sentire certe frasi arrivarmi dritte dove oggi fanno male.

E questa è la parte tenera della faccenda.

Perché se ho perso leggerezza, ho guadagnato selettività.
Se ho perso entusiasmo facile, ho guadagnato il diritto sacrosanto di non pubblicare.
Di non dire nulla quando non ho nulla da dire, di lasciare un libro sul comodino senza trasformarlo subito in contenuto.

La me stessa di tredici anni fa è un libro sottolineato male.
Pieno di righe evidenziate a caso, di matita calcata troppo, di punti esclamativi messi ovunque.
La me stessa di oggi sottolinea meno, ma sa dove farlo.
E soprattutto, sa quando chiudere il libro.

Non credo alla narrativa del "prima meglio, ora peggio".
Credo alla sopravvivenza.
A una passione che ha cambiato forma per non spegnersi.
A una voce che ha imparato a stare zitta quando serve, invece di gridare per restare visibile.

Tredici anni fa scrivevo per sentirmi meno sola.
Oggi scrivo per proteggermi.
E non è una sconfitta.

È solo il segno che sono ancora qui.
Un po' più stanca, un po' più curva.
Ma finalmente capace di dire: questa storia sì, questa no.
E va bene così.

Il Patto Editoriale 2026: la voce vera di Laura


Alle mie lettrici e ai miei lettori

Non vi prometto un anno leggero. Vi prometto un anno sincero.

Nel 2026 non vi offrirò una versione migliore di me, ma quella più vera.
Meno lucidata, meno pronta, meno performante.

Ho deciso una cosa semplice e irreversibile: non parlerà più il personaggio.
Parlerà la voce.

Questo significa che a volte rideremo, a volte staremo in silenzio, a volte diremo cose scomode con parole eleganti e altre volte diremo cose eleganti con parole scomode.

Non sarò sempre brillante, non sarò sempre d'accordo. Non vi darò quello che volete, ma non vi darò mai quello che non sento.

Questo spazio non serve a dimostrare nulla. Non serve a reggere un ritmo, non serve a tenere una posizione. Serve a respirare insieme mentre si leggono le stesse ferite con nomi diversi.

Nel 2026:
  • leggeremo anche libri che deludono
  • molleremo cose a metà senza vergogna
  • cambieremo idea senza doverci giustificare
  • difenderemo il piacere senza renderlo produttivo
Qui non si viene per essere brave lettrici, si viene per essere lettrici vive!

Se resterete non vi chiederò costanza, ma solo presenza quando vi va.
Se andrete via, vi augurerò letture che vi salvino comunque.

Io, da parte mia, vi prometto questo: scriverò solo quando sentirò la voce, tacerò quando sentirò solo rumore. E non confonderò mai l'una con l'altro.
Se questo spazio continuerà a esistere, sarà perché ci somiglia, non perché funziona.

Ci vediamo tra le pagine, non tra le prestazioni.
Con tutta la mia imperfezione,
Laura

Bookblogger vs Bookstagrammer: parole storte, foto perfette



Io, un libro e una foto venuta male: buongiorno, realtà

Stamattina ho fotografato un libro. Anzi, no: ho tentato di fotografare un libro.
Risultato? Una copertina storta, luce pessima, tazza mezza vuota e riflesso della mia faccia stanca sullo schermo. Nel frattempo, su Instagram, qualcuno aveva già pubblicato l'ennesimo flat lay perfetto: libro centrato al millimetro, caffè fumante, fiore secco strategico, luce naturale che neanche Capri a mezzogiorno.

Preset contro pensieri: quando l'estetica prende a schiaffi la sostanza

Il mondo dei libri oggi è questo: da una parte chi racconta, dall'altra chi mostra.
I Bookstagrammer costruiscono estetiche, i Bookblogger costruiscono pensieri. Loro lavorano di palette, noi di paragrafi. Loro regolano i preset, noi i filtri mentali.

Non è una guerra, teoricamente. È una convivenza forzata. Ma ogni tanto sembra una sfida silenziosa: chi deve essere più perfetto? Il contenuto o la confezione?
Perché sì, la foto è pulita, elegante, armonica. Ma poi leggi la caption e scopri che il libro è "intenso, travolgente, emotivo". Tutti e nessuno.
Io invece ti scrivo un papiro di 3000 parole per spiegarti perché quel romanzo mi ha fatto male in un punto preciso dell'anima. Però lo faccio con la felpa macchiata di caffè e zero senso estetico.

Sì, li invidio: confessioni scomode di una bookblogger stanca

La verità? Io li invidio, i Bookstagrammer.
Invidio quella calma visiva, quella capacità di sistemare il caos in una foto quadrata. Io, al massimo, sistemo il caos in una frase. E male!

Mentre loro studiano luci, io accumulo stanchezza. Mentre loro scelgono lo sfondo giusto, io scelgo se tagliare una riflessione che mi ha tolto il sonno.
E ogni tanto mi chiedo se il mio modo di raccontare sia diventato troppo storto per un mondo che chiede solo cose belle da guardare.

Poi mi ricordo che non riesco a essere leggera quando una storia mi pesa addosso. E pace ai preset.

Spoiler: la foto non salva i libri vuoti

E allora lo dico chiaramente, senza filtri fotografici né morali: la bellezza non sostituisce la profondità. La accompagna, semmai. Ma non la rimpiazza.

Una foto perfetta non salva una recensione vuota, un'estetica curata non compensa una lettura fatta di corsa. Così come una recensione sgangherata, scritta col cuore in disordine, può valere più di mille composizioni impeccabili.
Non è una questione di formato, è una questione di onestà emotiva.

Io non voglio convincerti che un libro è meraviglioso perché è bello accanto a una candela, voglio dirti se ti spazzerà via o se lo dimenticherai il giorno dopo.

La fitta che non si fotografa

Alla fine, loro hanno foto perfette. Io ho le occhiaie perfette. Loro hanno griglie ordinate. Io ho pensieri messi in fila male.

Ma quando chiudo un libro e sento quella fitta precisa - quella che non si fotografa - so che sto facendo ancora la cosa giusta. Anche se non è instagrammabile.
La foto sarà pure perfetta. La TBR un disastro. Ma almeno le storie, quelle, continuano a scombinarmi dentro. E io, sinceramente, non voglio smettere.

Adesso tocca a te: sei più da flat lay perfetto o da pensieri storti alle due di notte? Ti senti più Bookstagrammer, Bookblogger... o un disastro ibrido come me?