Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

Visualizzazione post con etichetta lettori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettori. Mostra tutti i post

Il mistero delle recensioni negative scomparse: piccole verità sul mondo dei libri

Perché nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre "interessanti"? Un viaggio ironico tra bookblogger, editori e recensioni negative

Nel mondo dei bookblogger e dei social letterari succede una cosa curiosa: le recensioni negative sembrano essere sparite.
Non perché i libri brutti non esistano.
Ma perché spesso non vengono raccontati.

Scorri Instagram, leggi qualche blog di libri, dai un'occhiata alle recensioni online... e il panorama editoriale appare come una specie di paradiso terrestre.

Romanzi emozionanti.
Libri intensi.
Storie "non perfette, ma molto interessanti".

Quasi tutto è almeno piacevole.
Eppure chi legge molto lo sa benissimo: non è possibile.

Perché i libri sono come qualsiasi altra cosa al mondo: alcuni sono bellissimi, alcuni buoni, altri medi.
E alcuni sono, diciamolo serenamente, decisamente brutti!

E allora nasce una domanda che mi accompagna da anni: che fine hanno fatto le recensioni negative dei libri?

Il mito: nei social letterari quasi tutti i libri sembrano buoni

La versione ufficiale della faccenda è molto elegante.

I bookblogger amano i libri.
E proprio per questo parlano soprattutto di quelli che meritano.

Quando un romanzo non funziona, si preferisce non recensirlo.
Per rispetto verso l'autore, per evitare polemiche, per mantenere uno spazio positivo.

E poi c'è una frase che negli anni è diventata una specie di formula magica dei social letterari: 
"Non ho gli strumenti per criticare negativamente un libro."
E qui, ogni volta, mi fermo un attimo... gli strumenti...

Questa cosa degli strumenti mi affascina sempre molto!
Perché mi chiedo: quali sarebbero esattamente questi strumenti?
Un microscopio? Un bisturi? Una laurea in chirurgia letteraria?

Perché, da quello che ricordo, per scrivere una recensione servono più o meno da sempre gli stessi attrezzi: una tastiera e uno schermo oppure, se siete vintage come me e La Bacci, carta e penna!

Chi legge molto sa che non può essere vero

Chi legge tanto lo sa: nel mondo dei libri esistono romanzi buoni e romanzi mediocri. 
E poi esistono anche i libri brutti!

Brutti nel senso più semplice del termine: scritti male, confusi, prevedibili, noiosi, inutilmente lunghi.

Fa parte del gioco: la letteratura funziona così.

Eppure, se guardiamo i social letterari, sembra che questi libri non esistano più. Sono spariti. Evaporati. Puff!
Probabilmente si sono trasferiti su Marte insieme ai calzini scomparsi in lavatrice.

Perché online troviamo soprattutto libri interessanti, piacevoli, consigliati, coinvolgenti, IM-PER-DI-BI-LI!

A un certo punto uno si chiede: ma davvero nel mondo editoriale contemporaneo il 98% dei libri è buono?
Spoiler: no!

Perché i bookblogger evitano le recensioni negative

Il punto, però, non è che i bookblogger mentano.
La questione è molto più umana: il mondo dei libri online è profondamente relazionale.

Il peso delle relazioni con editori e uffici stampa

Dietro ogni libro ci sono persone: autori, editor, uffici stampa, case editrici.

E quando si entra in questo ecosistema - anche solo un po' - succede qualcosa di molto normale: si creano relazioni.

Ti mandano un libro, ti scrivono una mail gentile, ti invitano a un evento.
E allora, scrivere una recensione negativa non è più solo un giudizio su un libro.
Diventa anche criticare il lavoro di qualcuno, esporsi pubblicamente e rischiare di incrinare un rapporto.

Quando il silenzio diventa la vera recensione negativa

Così nasce una soluzione molto elegante: non si mente e non si finge che il libro sia meraviglioso.
Si fa una cosa molto più semplice: si tace.
Il libro sparisce.

Nessuna recensione, nessun post, neanche una storia al volo.
Come se non fosse mai esistito.

Ed ecco spiegato il grande mistero: nel mondo dei social letterari, la recensione negativa più diffusa non è una recensione.
È il silenzio.

La verità scomoda sulle recensioni negative dei libri

Chiariamo subito una cosa: ognuno gestisce i propri spazi come meglio crede.

Blog, Instagram, TikTok... siamo in democrazia (o almeno dovremmo esserlo, anche se ogni tanto qualche dubbio viene).
Se qualcuno preferisce parlare solo dei libri che ama, va benissimo.
Davvero.

Il problema nasce quando questa scelta viene raccontata come una specie di purezza critica.
Come se per scrivere una recensione negativa servissero competenze esoteriche.

La verità, molto meno epica, è spesso un'altra: nel mondo dei bookblogger si parla poco dei libri brutti perché - diciamolo senza troppi giri di parole - è più comodo tenersi buoni gli uffici stampa.

Per non perdere collaborazioni, per non creare attriti, per restare nella zona tranquilla del consenso.

Io, invece, il patto l'ho fatto coi miei lettori: verità e onestà.
Sempre.
Questo significa anche una cosa molto pratica: non leggo libri che non ho voglia di leggere anche se arrivano dagli editori.

E se un libro non funziona?
Lo scrivo.
E sì, lo ammetto senza alcuna dignità letteraria: mi diverto un botto!

Perché una recensione negativa, quando è onesta e argomentata, non è cattiveria.
È libertà.

E anche - diciamolo - una delle cose più divertenti che si possano scrivere nel mondo dei libri!

Una domanda ai lettori

E allora la domanda che mi faccio da anni è questa: se nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre almeno interessanti o piacevoli o consigliabili, forse il punto non è che i libri brutti non esistano.

Forse il punto è che non vengono raccontati.

Per questo sono curiosa di sapere una cosa da voi: quando seguite un bookblogger che non parla mai male di un libro, vi fidate davvero delle sue recensioni?
Oppure vi è mai capitato di pensare che, forse, il silenzio sia la recensione più chiara di tutte?

Bookblogger vs Lettore "qualsiasi": chi legge per mestiere e chi per amore


Tra citazioni evidenziate e pagine piegate, cronaca di una convivenza complicata

Quando un angolo piegato fa più male di una stroncatura

La prima volta che ho visto piegare un angolo di una pagina davanti a me, ho provato un dolore fisico.
Non metaforico: fisico.
Come se qualcuno avesse piegato con forza un mio braccio dietro la schiena.

Il lettore "qualsiasi" l'ha fatto senza cattiveria. Con naturalezza.
Una piega rapida, risolutiva.
Segno di passaggio.
Io, invece, con i miei segnalibri ordinati e le matite morbide, ho pensato: questa non è una persona, è un animale selvatico.

Eppure, da lì è iniziata la nostra convivenza.

Chi legge per mestiere e chi legge per abbandono

Il problema non è chi piega gli angoli.
Il problema è che noi leggiamo in modo diverso e facciamo entrambi fatica ad ammetterlo senza sentirci sbagliati.

Io leggo per "mestiere".
Che non significa leggere senza amore, ma leggere con addosso una responsabilità.
Leggere pensando già a cosa dirò, a cosa salverà, a cosa dovrò spiegare.
Leggere sapendo che quella storia, prima o poi, diventerà parole mie.

Il lettore qualsiasi legge per abbandono.
Legge e basta.
Se una frase scivola, scivola.
Se un personaggio non resta, pazienza.

"Per me era solo una storia": una frase che non so più dire

Quando il lettore qualsiasi dice "per me era solo una storia", lo dice senza colpa.
Io quella frase non so più dirla.

Perché leggo sapendo che dovrò prendere posizione.
Che un libro diventerà contenuto, che la lettura non finirà con l'ultima pagina, ma con una bozza aperta sul computer.

Ed è qui che qualcosa si incrina.

Quando leggere smette di essere riposo

La verità che pesa è questa: quando ho iniziato a leggere solo in funzione delle recensioni da pubblicare, ho perso qualcosa.

Ho perso la libertà di non capire subito.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

E ogni tanto mi sento troppo: troppo analitica, troppo lucida, troppo pronta a smontare invece che a farmi portare via.

Ciò che invidio e ciò che non restituirei mai

Invidio la leggerezza del lettore qualsiasi.
La possibilità di fermarmi e il diritto di leggere male.

Ma non baratterei mai quello che ho guadagnato: la capacità di vedere le crepe, di sentire quando una storia funziona solo in superficie, di cogliere dettagli che a chi legge per puro piacere sfuggono.

Io non piego angoli perché per me le pagine sono mappe.
Evidenzio perché ho bisogno di tornare.
Analizzo perché è il mio modo di restare.

Pagine scritte, segnalibri smarriti

Non credo che uno dei due legga meglio.
Credo che leggiamo da due punti diversi della stessa stanza.

E forse il vero errore è fingere che questa differenza non esista o che una delle due letture sia più nobile dell'altra.

Alla fine, tra me e il lettore qualsiasi ci sono di mezzo pagine scritte e segnalibri smarriti.
E va bene così.

Perché se io non so più dire "era solo una storia", lui, forse, non saprà mai spiegare perché quella storia gli è rimasta addosso.

E in quel silenzio, stranamente, ci incontriamo.