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Le ultime chiacchiere

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La Libridinosa manda a quel paese chi recensisce e poi dice: "È solo la mia opinione"

Libro aperto con uva e fichi su sfondo autunnale, con il testo: è la mia opinione, senza il solo
Settembre.
Il mese del rientro. Il mese in cui si torna alla routine, si riapre il diario di lettura, si tornano a seguire a pieno ritmo i propri account preferiti sui social, si leggono le recensioni.

Le recensioni. Quelle belle, quelle brutte, quelle entusiaste, le stroncature colossali. Quelle che ti fanno aggiungere un libro all'infinita lista dei libri da comprare e quelle che te lo fanno debellare con un colpo di matita - o un click del mouse - talmente veloce da poter entrare nel Guinness dei primati!

Ecco, fermiamoci qui. Su quel gesto. Su quel momento preciso in cui tu leggi una recensione negativa, la trovi convincente e scrivi nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."
Perché quello che succede dopo - QUELLO CHE SUCCEDE DOPO mi fa venire voglia di sbattere la testa al muro!

Quello che succede dopo è che il recensore risponde: "Ma è solo la miaaaa opinioooooneeeee."

Sedetevi - dai su, lo sapete che a questo punto vi chiedo sempre di sedervi! Ho delle cose da dire - e sapete pure questo!

Prima questione: perché pubblichi una recensione


Voglio che ci fermiamo sulla domanda fondamentale, la domanda delle domande, l'annosa questione dei blogger e affini, quella che apparentemente nessuno si pone prima di aprire un'app o una pagina del browser e iniziare a scrivere.

Perché pubblichi una recensione?

Non è una domanda retorica, stelline di zia! È una domanda vera, con una risposta vera e voglio che ci pensiate prima di andare avanti.

La pubblicate perché vi pagano? No. Lo fate perché ve l'ha chiesto il ragazzo che vi piace? Nemmeno. Pubblicate una recensione perché avete letto un libro e volete condividere quello che ne pensate. Fin qui siamo tutti d'accordo, direi che possiamo andare avanti. Ma condividere con chi? Con la nonna? Con la zia, la cugina, la vicina di casa? No. 

Condividere con le persone che vi seguono, con le persone che leggono quello che scrivete. Con le persone che - carine loro - leggendovi, potrebbero farsi un'idea su quel libro; un'idea che non avevano prima o che avevano già e che voi confermate o smentite.

In una parola sola: condividere per influenzare.

Chi mi conosce sa quanto io detesti questa parola, ma facciamocene una ragione. 
Non è una parola brutta, ve lo dice zia Libbri! Influenzare (etciù!) - nel senso letterale, etimologico, pulito del termine - significa far scorrere qualcosa verso qualcuno... Possiamo fare in modo di non fare scorrere muco, per favore? Grazie!
Ergo, influenzare è sinonimo di far arrivare una prospettiva, offrire un punto di vista che l'altro può accettare o rifiutare.
Non serve l'aspirina, non dovrete mettere su il brodo di pollo, state tranquilli!

È quello che fa la critica letteraria. È quello che fa il consiglio di lettura, è quello che fa qualsiasi persona che parli di libri in pubblico, dal 1400 a oggi.

Se non volete trasmettere germi a nessuno, scrivete sul vostro diario. Tenete un file di note sul telefono, chiamate la nonna e raccontate a lei ciò che avete letto, parlatene con il vostro cane - le mie mi ascoltano sempre con grande interesse!

Seconda questione: cosa significa che qualcuno vi ringrazia


Torniamo alla scena del crimine, vi va?

Voi pubblicate una recensione negativa - e già questa cosa ha del miracoloso, visti i tempi che corrono! Diciamo che il libro non vi è piaciuto per vari motivi. Diciamo che avete argomentato - bene o male, non importa - il vostro giudizio.

Qualcuno legge, ci pensa e scrive nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."

Questo è il momento del successo. Questo è esattamente il motivo per cui avete pubblicato la recensione. Qualcuno vi ha letti, si è fidato di voi,  ha preso una decisione basandosi su quello che avete scritto.

Avete spostato dei germi influenzato qualcuno, ce l'avete fatta! E senza neanche attaccargli due linee di febbre.

E voi cosa fate? Vi smarcate. VI SMARCATE?

"Ma è solo la mia opiniooooone. Magari a te piacerà."
"Non prendere la mia parola per oro colato."
"Ognuno ha i suoi gusti!"

Voglio capire. Voglio davvero capire.

Avete appena ottenuto quello che cercavate - qualcuno che vi legge, vi considera affidabili, agisce di conseguenza - e la vostra reazione è quella di rimettere tutto in discussione? PERCHÉ?

Avete trascorso un'ora, forse di più, a scrivere quella recensione - PERCHÉ? - Avete scelto le parole, argomentato, pubblicato e aspettato i commenti. PERCHÉ?

E quando arriva il commento che dimostra che qualcuno vi ha presi sul serio, voi rispondete che forse non bisognava prendervi sul serio? PERCHÉ? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?

Terza questione: lo scudo dell'opinione


Perché succede questa cosa? Perché il recensore si smarca? PERCHÉ? 

Ho una teoria. Una teoria sola, semplice, che non richiede particolari strumenti di analisi: vi ricattano. Vi hanno rapito la famiglia e la tengono in ostaggio. Vi hanno minacciati di far sparire tutti i vostri libri. È per questo che lo fate, vero? Ah no (leggere con la faccia meme di Salvini)?

Allora la risposta è solo una: paura.

Paura di essere responsabili, paura che l'autore vi scopra e venga a bucarvi le gomme dell'auto sotto casa. Paura che le persone a cui quel libro è piaciuto, vi attacchino a muso duro tacciandovi di "non-aver-capito-una-beata-minchia-di-quel-capolavoro" (che è quello che penso io, ad esempio, quando vedo recensioni negative di "It").

E allora si costruisce lo scudo: "È solo la mia opinione" non è una dichiarazione di umiltà, gente. È una clausola di non responsabilità, il modo per avere il meglio di entrambi i mondi: l'engagement della recensione forte e la sicurezza della via d'uscita.

Volete che la gente vi legga, vi segua, vi commenti, vi condivida. Volete che la vostra voce abbia peso. Ma quando vedete il peso, avete orrore della bilancia e pensate alla dieta!

Non funziona così. O avete un'opinione e la difendete oppure non la pubblicate.
Non esiste la via di mezzo del "Ho un'opinione fortissima, ma non sono responsabile di niente."

Quarta questione: il lettore che ringrazia


E poi c'è l'altra faccia di questa storia, quella che mi sta altrettanto a cuore.

Il lettore che ha scritto "Grazie, lo depenno dalla lista." - e mi sta a cuore perché spesso io sono stata quel lettore.

Quel lettore ha fatto una cosa bellissima: ha letto,  ha considerato, ha deciso. Ha usato la recensione che avete scritto esattamente per quello per cui esiste. Ha trattato il recensore come una voce credibile, degna di essere ascoltata.

E in risposta si è sentito dire che forse non doveva fidarsi così tanto.

Questa cosa è scortese. Non lo dico per drammatizzare - lo dico perché è la parola giusta. È scortese nei confronti di chi ti ha letto con attenzione. È come dire a qualcuno "ti ho dato un consiglio, ma poi fa come ti pare che sia mai io ti rovini la vita!" - il che solleva la domanda: perché darlo, allora?

Quello che invece si può fare


Non voglio che questo pezzo sembri una condanna senza appello. Non è questo il punto.
Il punto è che esistono modi onesti per gestire l'incertezza di un'opinione pubblica.

Potete scrivere "questa è la mia esperienza con questo libro, la vostra potrebbe essere diversa" - dentro la recensione, non nei commenti dopo che qualcuno ha già preso una decisione.

Potete specificare che certi elementi che non vi sono piaciuti, potrebbero funzionare per altri tipi di lettori. Potete, semplicemente, scrivere recensioni più sfumate - che poi è quello che distingue la critica dalla stroncatura di pancia.

Quello che non potete fare - proprio no! - è pubblicare una recensione netta, raccogliere l'engagement di una recensione netta e poi smarcarvi dall'effetto di una recensione netta.

La coerenza ha un costo. Il costo si chiama responsabilità.

Conclusione, con sopracciglio invariato


Quindi no, mi spiace, non ho simpatia per lo scudo dell'opinione: un'opinione pubblicata è un atto pubblico, ha un peso, ha conseguenze.
E chi la pubblica deve essere disposto a starci dentro - fino in fondo, con tutto quello che comporta.

Io ho scritto di libri che ho amato e di libri che non mi sono piaciuti per niente, di autori che adoro e di altri che non fanno per me. E quando qualcuno mi ha ringraziata, dicendo che avrebbe tolto quel libro dalla lista, ho risposto: "Sono qui per questo."

Non: "ma è solo la mia opinioooone."

Perché non è solo la mia opinione.
È la mia opinione. Senza il "solo".

È quella differenza è tutto.

Laura

'Il custode' di Niccolò Ammaniti: un esperimento coraggioso che non convince


IL CUSTODE
Niccolò Ammaniti
Einaudi
165 pagine
5 marzo 2026


«Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno». Niccolò Ammaniti scrive il suo romanzo d’amore più pauroso, scavando nei desideri nascosti di un adolescente, Nilo Vasciaveo, che con la sua famiglia custodisce un segreto antico e letale. In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà più sopportare.

Il mistero delle recensioni negative scomparse: piccole verità sul mondo dei libri

Perché nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre "interessanti"? Un viaggio ironico tra bookblogger, editori e recensioni negative

Nel mondo dei bookblogger e dei social letterari succede una cosa curiosa: le recensioni negative sembrano essere sparite.
Non perché i libri brutti non esistano.
Ma perché spesso non vengono raccontati.

Scorri Instagram, leggi qualche blog di libri, dai un'occhiata alle recensioni online... e il panorama editoriale appare come una specie di paradiso terrestre.

Romanzi emozionanti.
Libri intensi.
Storie "non perfette, ma molto interessanti".

Quasi tutto è almeno piacevole.
Eppure chi legge molto lo sa benissimo: non è possibile.

Perché i libri sono come qualsiasi altra cosa al mondo: alcuni sono bellissimi, alcuni buoni, altri medi.
E alcuni sono, diciamolo serenamente, decisamente brutti!

E allora nasce una domanda che mi accompagna da anni: che fine hanno fatto le recensioni negative dei libri?

Il mito: nei social letterari quasi tutti i libri sembrano buoni

La versione ufficiale della faccenda è molto elegante.

I bookblogger amano i libri.
E proprio per questo parlano soprattutto di quelli che meritano.

Quando un romanzo non funziona, si preferisce non recensirlo.
Per rispetto verso l'autore, per evitare polemiche, per mantenere uno spazio positivo.

E poi c'è una frase che negli anni è diventata una specie di formula magica dei social letterari: 
"Non ho gli strumenti per criticare negativamente un libro."
E qui, ogni volta, mi fermo un attimo... gli strumenti...

Questa cosa degli strumenti mi affascina sempre molto!
Perché mi chiedo: quali sarebbero esattamente questi strumenti?
Un microscopio? Un bisturi? Una laurea in chirurgia letteraria?

Perché, da quello che ricordo, per scrivere una recensione servono più o meno da sempre gli stessi attrezzi: una tastiera e uno schermo oppure, se siete vintage come me e La Bacci, carta e penna!

Chi legge molto sa che non può essere vero

Chi legge tanto lo sa: nel mondo dei libri esistono romanzi buoni e romanzi mediocri. 
E poi esistono anche i libri brutti!

Brutti nel senso più semplice del termine: scritti male, confusi, prevedibili, noiosi, inutilmente lunghi.

Fa parte del gioco: la letteratura funziona così.

Eppure, se guardiamo i social letterari, sembra che questi libri non esistano più. Sono spariti. Evaporati. Puff!
Probabilmente si sono trasferiti su Marte insieme ai calzini scomparsi in lavatrice.

Perché online troviamo soprattutto libri interessanti, piacevoli, consigliati, coinvolgenti, IM-PER-DI-BI-LI!

A un certo punto uno si chiede: ma davvero nel mondo editoriale contemporaneo il 98% dei libri è buono?
Spoiler: no!

Perché i bookblogger evitano le recensioni negative

Il punto, però, non è che i bookblogger mentano.
La questione è molto più umana: il mondo dei libri online è profondamente relazionale.

Il peso delle relazioni con editori e uffici stampa

Dietro ogni libro ci sono persone: autori, editor, uffici stampa, case editrici.

E quando si entra in questo ecosistema - anche solo un po' - succede qualcosa di molto normale: si creano relazioni.

Ti mandano un libro, ti scrivono una mail gentile, ti invitano a un evento.
E allora, scrivere una recensione negativa non è più solo un giudizio su un libro.
Diventa anche criticare il lavoro di qualcuno, esporsi pubblicamente e rischiare di incrinare un rapporto.

Quando il silenzio diventa la vera recensione negativa

Così nasce una soluzione molto elegante: non si mente e non si finge che il libro sia meraviglioso.
Si fa una cosa molto più semplice: si tace.
Il libro sparisce.

Nessuna recensione, nessun post, neanche una storia al volo.
Come se non fosse mai esistito.

Ed ecco spiegato il grande mistero: nel mondo dei social letterari, la recensione negativa più diffusa non è una recensione.
È il silenzio.

La verità scomoda sulle recensioni negative dei libri

Chiariamo subito una cosa: ognuno gestisce i propri spazi come meglio crede.

Blog, Instagram, TikTok... siamo in democrazia (o almeno dovremmo esserlo, anche se ogni tanto qualche dubbio viene).
Se qualcuno preferisce parlare solo dei libri che ama, va benissimo.
Davvero.

Il problema nasce quando questa scelta viene raccontata come una specie di purezza critica.
Come se per scrivere una recensione negativa servissero competenze esoteriche.

La verità, molto meno epica, è spesso un'altra: nel mondo dei bookblogger si parla poco dei libri brutti perché - diciamolo senza troppi giri di parole - è più comodo tenersi buoni gli uffici stampa.

Per non perdere collaborazioni, per non creare attriti, per restare nella zona tranquilla del consenso.

Io, invece, il patto l'ho fatto coi miei lettori: verità e onestà.
Sempre.
Questo significa anche una cosa molto pratica: non leggo libri che non ho voglia di leggere anche se arrivano dagli editori.

E se un libro non funziona?
Lo scrivo.
E sì, lo ammetto senza alcuna dignità letteraria: mi diverto un botto!

Perché una recensione negativa, quando è onesta e argomentata, non è cattiveria.
È libertà.

E anche - diciamolo - una delle cose più divertenti che si possano scrivere nel mondo dei libri!

Una domanda ai lettori

E allora la domanda che mi faccio da anni è questa: se nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre almeno interessanti o piacevoli o consigliabili, forse il punto non è che i libri brutti non esistano.

Forse il punto è che non vengono raccontati.

Per questo sono curiosa di sapere una cosa da voi: quando seguite un bookblogger che non parla mai male di un libro, vi fidate davvero delle sue recensioni?
Oppure vi è mai capitato di pensare che, forse, il silenzio sia la recensione più chiara di tutte?

Bookblogger vs Autore emergente: quando il PDF arriva senza bussare

Tu mi mandi il romance in allegato, io mi faccio il segno della croce

La scena è sempre la stessa.

Apro la mail. 
Oggetto: Proposta di collaborazione 
Dentro, la frase rituale: “Sono sicuro che ti piacerà.” 

Segue allegato PDF. 
Di solito un romance. 
O un fantasy con sette casate, tre lune e un protagonista tormentato. 
Io che non leggo romance né fantasy. 
Io che, da anni, scrivo nero su bianco cosa leggo. 

E niente.
Arriva il PDF. 

Il problema non è che mi mandi il file. 
Il problema è che mi mandi la carbonara quando io non la mangio. 
Non è una questione di morale. È digestiva. 

Il rapporto tra bookblogger e autore emergente è il più fragile del web letterario. 
Perché parte da un presupposto romantico: “Se ami i libri, amerai il mio.” 

No. 
Se amo i libri, amerò alcuni libri. 
E amare i libri non significa amare tutti i libri come una zia benevola a Natale. 

Quello che mi manda in tilt non è l’aspettativa di recensione positiva. 
Non è il senso di colpa. 
È dare per scontato che un blogger voglia leggere qualunque cosa. 
Che la passione equivalga a disponibilità illimitata. 
Che la parola “letteratura” annulli la parola “scelta”. 

Non è così. 

Più e più volte mi è capitato di rispondere che sarebbe carino informarsi prima. 
E più e più volte la reazione è stata sorpresa. 
A volte irritata. 
Come se dire “non è il mio genere” fosse un affronto personale. 

E qui l’ironia finisce un attimo. 

Perché scrivere è fragile. 
E mandare il proprio libro a qualcuno è un atto di esposizione. 
Lo so. Lo capisco. 
Ma il rispetto funziona a doppio senso. 

Io non entro in una libreria, prendo il primo libro a caso e pretendo che mi rappresenti. 
Perché dovrei farlo con il mio blog e il mio tempo? 

La verità scomoda è questa: non ho alcun obbligo morale di leggere tutto ciò che mi viene inviato. 
La mia passione non è un servizio pubblico. 

Non ho mai recensito un libro che non mi convinceva per non ferire qualcuno. 
Non l’ho fatto dieci anni fa, non lo faccio adesso. 
Perché la sincerità non è crudeltà. 

E sì, lo ammetto senza remore: non sento una particolare empatia automatica verso l’autore emergente solo perché è emergente. 
Mi dispiace? No! 
Mi sembra onesto? Sì! 

Il punto non è che mi mandi il PDF. 
Il punto è che mi mandi qualcosa che non leggo, senza aver mai letto me. 

Questo rapporto non è una favola tra chi scrive e chi legge. 
È più simile a un invito a cena: se sai che detesto la carbonara, non mi prepari la carbonara. 
Non ti dirò che è buona per farti contento.
La guarderò, sorriderò e penserò che forse non ci siamo capiti dall’inizio. 

La soluzione non è leggere tutto. 
La soluzione è leggere meglio. 

Io scelgo cosa leggere. 
Tu scegli a chi mandare il tuo libro. 
Se facciamo entrambi questa fatica in più, forse il web letterario smetterà di sembrare una catena di Sant’Antonio in PDF. 

E se proprio devo dirla tutta: non è l’allegato che mi spaventa. 
È l’idea che, a volte, nel mondo dei libri, si leggano meno le persone di quanto si leggano le pagine.