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Recensione 'La famiglia del piano di sopra' di Lisa Jewell - Neri Pozza

 

LA FAMIGLIA DEL PIANO DI SOPRA || Lisa Jewell || Neri Pozza || 22 luglio 2021 || 336 pagine

Cheyne Walk è una delle strade più eleganti di Chelsea, il quartiere in cui vive la buona società londinese. I suoi appartamenti, tuttavia, non sono soltanto la quinta di una vita ricca e spensierata, ma costituiscono a volte anche il teatro di raccapriccianti ritrovamenti. Come quello che si spalancò davanti agli occhi degli agenti di polizia accorsi al numero 16 di Cheyne Walk, dopo una telefonata anonima che segnalava un possibile triplice suicidio. Sul pavimento della cucina giacevano i corpi dei coniugi Martina e Henry Lamb e di un terzo uomo non identificato. In una camera al primo piano, c’era una bambina di circa dieci mesi in buone condizioni di salute, con una zampa di coniglio sotto la copertina della culla. Stando alle dichiarazioni dei vicini, da alcuni anni in quella casa abitavano molti bambini e diversi adulti, tutti misteriosamente svaniti nel nulla, compresi i due figli maggiori dei Lamb. Una vicenda di cronaca nera irrimediabilmente consegnata al passato per Scotland Yard, una ferita tragicamente riaperta per Libby, ovvero Serenity Lamb, la bambina che venticinque anni prima era stata adottata dai signori Jones, diventando Libby Jones. La giovane donna ha ereditato la casa di Cheyne Walk e, con lei, il suo spaventoso passato, un passato fatto di indagini senza sbocco, tracce di sangue e DNA sconosciuti, messaggi e strane scritte sui muri, pannelli segreti e un orto di piante officinali, alcune delle quali erano state usate per il palese suicidio collettivo dei suoi genitori. Cos’è accaduto davvero tra quelle mura? Che fine hanno fatto gli altri abitanti della casa di Chelsea? E, soprattutto, in che modo quei drammatici eventi hanno a che fare con gli strani rumori che Libby sente provenire dal piano di sopra, benché sia certa di essere sola in quella strana e tetra dimora?


Vi capita mai di imbattervi in un romanzo di un autore e pensare che vorreste leggere tutto ciò che ha già scritto o scriverà? E poi, immancabilmente, rimanere delusi? A me, ultimamente, è successo con Joel Dicker prima e con Lisa Jewell poi.
Mi ero innamorata della scrittura di questa autrice e della sua capacità di instillare ansia senza grandi sorprese in Ellie all'improvviso; qualche perplessità mi era sorta con Qualcuno ti guarda, tanto che questo suo ultimo romanzo ho deciso di prenderlo in prestito dalla biblioteca, giusto per capire se il precedente fosse stato solo un inciampo o uno scivolone verso il baratro!
Ebbene, cari lettori, altro che scivolone! Jewell è ruzzolata in una scarpata dalla quale sarà difficile, se non impossibile, tirarsi fuori.

Se nel romanzo precedente il problema maggiore risiedeva nella costruzione dei personaggi e in un finale della storia abbastanza frettoloso, stavolta a tutto ciò si aggiunge una trama composta da un nulla cosmico per almeno due terzi dalla narrazione!

Il romanzo che Jewell ci propone lavora su più piani temporali: uno odierno nel quale troviamo Libby, una ragazza di 25 anni che ha appena ereditato una villa a Chelsea; e uno passato che ci porta tra le mura di questa villa e nella vita delle persone che la abitavano.
Non è difficile intuire che la villa, inizialmente abitata da una famiglia benestante, sia poi diventata luogo eletto di una sorta di ristretta setta.
Quello che l'autrice cela sono i legami tra Libby e queste persone, quasi volesse giocare col lettore e sfidarlo a svelare ruoli e intrecci di ogni personaggio.
La scelta potrebbe essere valida, quasi stuzzicante, se non fosse per la monotonia che avvolge buona parte della storia.
Quasi 270 pagine (su poco più di 330) vengono dedicate al racconto del passato e a una Libby che entra ed esce da questa casa, quasi si stesse muovendo sul tabellone di un gioco di società!

Nessuno dei personaggi, neanche i peggiori, riesce a tenere desta l'attenzione del lettore: sono tutti banali, insignificanti, semplici marionette alle quali manca un burattinaio di spessore.

A poco dalla fine, Jewell pare ridestarsi improvvisamente e cerca di mettere più carte possibili sul tavolo da gioco, col solo risultato di ottenere una gran confusione e portare il lettore a chiedersi perché non abbia "giocato" meglio.

Il finale è una grande incognita: l'autrice ha in programma un seguito? Ed eventualmente, sarebbe così necessario? Sicuramente alcune situazioni rimangono sospese, ma non al punto tale da richiedere un intero secondo romanzo. E poi, perché non eliminare tutti quei capitoli in cui Libby vaga in preda a una follia da mappa catastate tra le varie stanze della casa e chiudere ogni situazione in questo romanzo?

La sensazione che si ricava da questa lettura è quella di essere partiti per vivere un'avventura tra le rapide di un fiume per ritrovarsi, invece, su una barchetta che galleggia quieta al centro di un laghetto. 
E noi siamo lì, coi giubbotti salvagente e gli stivaloni di gomma, quando sarebbero stati più adatti un paio di pantaloncini e delle infradito!


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