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Recensione 'Giuditta e il Monsù' di Costanza DiQuattro - Baldini+Castoldi


GIUDITTA E IL MONSÙ || Costanza DiQuattro || Baldini+Castoldi || 30 settembre 2021 || 224 pagine

Ibla, 1884. A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l’ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia, dall’aria patibolare e la flemma altera, è proprio lei a segnare l’inizio di questa storia. Lambendo cortili assolati e stanze in penombra, cucine vissute ed estati indolenti, ricette tramandate e passioni ostinate, il romanzo si spinge fin dove il secolo volge, quando i genitori invecchiano e le picciridde crescono. C’è chi va in sposa a un parente e chi a Gesù Cristo, ma c’è pure chi l’amore, di quello che soffia sui cuori giovani, lo troverà lì dov’è sempre stato: a casa. Dopo “Donnafugata”, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza.


Ci sono libri che paiono chiamarti a gran voce e senza che tu sappia nulla di loro.
Io non avevo mai letto altri romanzi di Costanza DiQuattro e di Giuditta e il Monsù non conoscevo neanche la trama. Mi aveva colpito il titolo affiancato a questa copertina che profuma di casa e di cibo buono.

Sono entrata in casa del Marchese Romualdo Chiaramonte in punta di piedi; l'ho fatto in una sera di fine maggio del 1884, mentre la Marchesa sua moglie affrontava i dolori del parto, il quarto per la precisione, con la speranza che, finalmente, arrivasse il tanto atteso figlio maschio, l'erede.
E un maschio, quella sera, a Palazzo Chiaramonte, effettivamente c'è arrivato. Ma non dal ventre gravido della Marchesa, bensì dalla porta principale, lasciato lì da chissà chi, urlante e forte, nello stesso momento in cui, invece, la Marchesa metteva al mondo la quarta figlia femmina, Giuditta.
Fortunato: è così che il Marchese decide di chiamare quel trovatello. Fortunato, un nome che può essere un presagio, un augurio o una beffa!
Il bambino verrà affidato al Monsù di casa e alla moglie, una giovane coppia ormai in là con gli anni e senza la grazia di un figlio proprio, che lo crescerà come fosse un piccolo principe.

Passano gli anni e Giuditta e Fortunato crescono, fianco a fianco, in quella grande casa nella quale il silenzio pare non esistere. E se Fortunato invidia un po' le ore che Giuditta trascorre studiando, lei, al contrario, vivrebbe sempre in quella cucina carica di odori e sapori e colori che è il regno incontrastato del padre di Fortunato.
"Facciamo così: io ti porto i compiti del canonico LoPresti in cucina e tu mi lasci cucinare. Entrambi faremo ciò che amiamo e nessuno sospetterà di nulla."
È lì, sotto la grande tavola carica di ingredienti, che Giuditta si rifugia sin dalla più tenera età. Ed è in quella stanza che imparerà i segreti di un'impanata ripiena di agnello, della cassata o del biancomangiare.
Creando montagne di farina nelle quali affondare le mani, tra verdure da tagliare e carni da condire, Giuditta e Fortunato si faranno grandi e inizieranno a guardarsi con occhi diversi.
Erano diventati complementari. Nessuno avrebbe saputo dire dove finiva uno e dove cominciava l'altro.
Ma Giuditta è la figlia del Marchese e Fortunato il cuoco di casa. Quale disastro può nascere da una storia così?

Costanza Di Quattro crea una sorta di spettacolo teatrale su carta: la vividezza delle descrizioni, i colori, le sfumature, il vibrare di ogni parola, portano il lettore a calarsi tra queste pagine, quasi sfogliasse un album di famiglia nel quale ogni personaggio diventa persona e prende vita!
La scelta, forse un po' rischiosa, di usare il dialetto nei dialoghi tra i domestici, ma anche, qua e là, nel parlato dei protagonisti principali, non fa altro che rendere ancora più reale questa storia: ogni frase, ogni descrizione, suoneranno all'orecchio del lettore con quella cantilenante cadenza che è tipica di noi siciliani, quasi si ascoltasse una sonata in la minore!

Si giungerà a fine lettura con l'impressione di aver vissuto con la famiglia Chiaramonte, di essersi seduti alla loro tavola, di aver visto nascere quell'amore proibito tra Giuditta e il Monsù.

A fare da corollario a questa storia di per sé semplice ma affascinante, simile alla ciliegia che sovrasta la cassata, la scrittura sublime di Costanza DiQuattro, perla di raro talento nel panorama letterario italiano, che porta tra queste pagine tutto il sole che arroventa le stradine silenziose di un pomeriggio d'estate a Ibla.



Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo

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