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Recensione 'Gli anni della luce' di Ulrike Renk - Tre60

 


GLI ANNI DELLA LUCE || Ulrike Renk || Tre60 || 30 settembre 2021 || 400 pagine 

Inghilterra 1939. Ruth Meyer ce l'ha fatta: ha ottenuto i documenti necessari affinché i genitori e la sorella Ilse possano raggiungerla e mettersi finalmente in salvo. In Germania, l'ostilità nei confronti degli ebrei è crescente e lasciare il Paese è l'unica soluzione per sopravvivere. Arrivati a destinazione e di nuovo uniti, i Meyer possono pensare di rifarsi una vita e guardare al futuro con fiducia e speranza. Ma proprio quando il destino sembra tornato favorevole, l'Inghilterra dichiara guerra alla Germania. Ruth credeva di essere salva, di essersi lasciata alle spalle l'incubo appena vissuto, e invece… Cosa succederà quando i tedeschi attaccheranno il Paese? Saranno gli ebrei il primo bersaglio? Occorre fuggire di nuovo e lontano, in America… Con coraggio e determinazione, ancora una volta, Ruth farà di tutto per assicurare a lei e alla sua famiglia la fuga verso gli Stati Uniti, anche se la guerra minaccia di vanificare il suo sogno di libertà.



Qualche tempo fa, Grazia parlava della "Sindrome da secondo libro", quella malattia che pare colpire i secondi libri di una serie, trasformandoli in traghettatori, non sempre validi, che dovrebbero condurre il lettore al romanzo successivo dove trama e personaggi ritroveranno il giusto vigore per giungere a una degna conclusione della storia.

Con questo romanzo, scopriamo anche la "Sindrome da libro inutile". Gli anni della luce è il terzo (e non ultimo, dubbio risolto!) romanzo della Saga della seta, nella quale Ulrike Renk ci racconta la storia, in parte vera, in parte romanzata, di Ruth Meyer e della sua famiglia.
I Meyer sono ebrei tedeschi che subiscono le conseguenze dell'avanzata dell'ideologia nazista.

Nel secondo romanzo, avevamo lasciato Ruth, giunta ormai da qualche mese in Inghilterra, alle prese con la burocrazia e i documenti necessari a far sì che i genitori e la sorella possano raggiungerla quanto prima.
Nel frattempo, le truppe tedesche avanzano verso la Polonia e l'idea della guerra comincia a farsi concreta anche in territori inglese.

Perché ho parlato di Sindrome da libro inutile? Perché, per quanto sia stato piacevole ritrovare Ruth, questo romanzo si sarebbe potuto condensare in una cinquantina di pagine appena e accompagnarci verso quello che, a questo punto, spero sia un degno finale.
In questo terzo libro, che in buona parte viene eviscerato nella sinossi, vivremo molto della quotidianità di Ruth presso la fattoria nella quale lavora; il tutto alternato a sprazzi frequenti che rimandano a ciò che è accaduto nei romanzi precedenti.
Ha senso, in un terzo romanzo, riepilogare tutto ciò che è accaduto prima? Quale lettore inizia a leggere una serie partendo dal terzo libro?

Nelle recensioni dei primi due volumi avevo lamentato la ripetitività che permeava la narrazione; questa volta il reiterare delle azioni, delle parole e degli avvenimenti raggiunge livelli tali da lasciare nel lettore l'impressione di star leggendo sempre la stessa pagina.
Accompagneremo Ruth nelle incombenze che scandiscono le sue giornate e poi lo faremo ancora e ancora e ancora...
Tutto ciò a discapito dei capitoli (due o tre appena) in cui ci viene raccontato ciò che sta accadendo a quella parte di famiglia rimasta in Germania. Capitoli che, invece, avrebbero potuto avere molto più spazio, per far sì di dare al lettore una visione completa di quanto diverse siano diventate le vite di Ruth e del cugino Hans, rimasto in Germania con la madre e con i nonni.

Anche i personaggi, solitamente perno della saga, diventano quasi impalpabili: molti relegati a un ruolo secondario, altri del tutto dimenticati. Ruth, attorno alla quale tutto ruota, stavolta non riesce a far battere il cuore, a menzionare, a commuovere: quella "sterilità" di sentimenti, quella freddezza che alberga in lei, arriva sino a noi, rendendocela distante e poco amabile.

Non resta che sperare che il romanzo conclusivo di questa saga rimetta le cose a posto, riportandoci a quelle emozioni forti del primo libro e facendoci amare nuovamente la famiglia Meyer.
Di questo libro, invece, poco o nulla rimane sulla pelle, se non un grande "perché?".



Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo

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