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La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

La Libridinosa manda a quel paese chi si lamenta che le sue recensioni non funzionano sui social


Luglio.

Caldo. Afa. E sui social - puntuale come l'anticiclone africano - il lamento.

"Ho pubblicato una recensione e non l'ha vista nessuno."
"L'algoritmo penalizza i contenuti lunghi."
"Ho scritto duemila parole su questo libro e ho fatto tredici like."
"Non capisco, il contenuto era ottimo."

Fermi.
Tutti fermi.

Respiro.

Prima questione: cos'è una recensione


Voglio che ci mettiamo d'accordo su una cosa prima di procedere, perché ho l'impressione che ci sia una piccola grande confusione terminologica che sta alla base di tutto il problema.

Una recensione è un testo critico: ha una tesi, argomenta, analizza lo stile, la struttura, i personaggi, le scelte narrative dell'autore. Mette il libro in un contesto. Esprime un giudizio motivato - non un'emozione, un giudizio - e lo difende con strumenti letterari.

Una recensione è una cosa difficile da scrivere bene. Ci vuole tempo, competenza e una certa dose di coraggio intellettuale, perché significa esporsi con un'opinione che qualcuno potrebbe non condividere.

Ora... Quello che vedo nel Bookstagram e nel BookTok - e lo dico con tutto l'affetto del mondo, giuro, affetto vero - non è sempre una recensione.

È spesso qualcos'altro.

È "questo libro mi ha distrutta."
È "non riuscivo a smettere di piangere."
È "cinque stelle perché il protagonista mi ha guardata negli occhi attraverso le pagine."
È la foto del libro accanto a una candela con scritto sopra "atmosfera autunnale" in corsivo.

Queste sono cose bellissime, per carità. Sono testimonianze, reazioni, sono la prova che un libro ha toccato qualcosa in una persona reale e questo ha un valore enorme.

Ma non sono recensioni.

E se non sono recensioni, il problema del reach non è un problema dell'algoritmo.

Seconda questione: l'algoritmo


Ah, l'algoritmo.

Il grande nemico. Il mostro invisibile. Il responsabile di tutto - del reach basso, della scarsa visibilità, del fatto che quel contenuto bellissimo che hai pubblicato alle undici di martedì sera non l'ha visto quasi nessuno.

Posso dirvi una cosa sull'algoritmo?
Non sa leggere!

L'algoritmo non sa se la tua recensione è brillante o mediocre, profonda o superficiale, originale o la copia carbone di altre duemila recensioni dello stesso libro pubblicate la stessa settimana. L'algoritmo sa solo se le persone si fermano, guardano, interagiscono, restano.

E le persone si fermano su quello che le colpisce.

Quindi, quando dici "l'algoritmo penalizza i contenuti lunghi", quello che stai dicendo in realtà è "le persone non si sono fermate abbastanza a leggere quello che ho scritto". E questa è un'informazione preziosa - molto più preziosa della colpa scaricata su un sistema informatico che, ribadisco, non sa leggere.

L'algoritmo non ce l'ha con te.
L'algoritmo è indifferente.

E l'indifferenza, credetemi, è molto più istruttiva dell'ostilità.

Terza questione: il contenuto ottimo


"Il contenuto era ottimo."

Questa mi fa impazzire. Mi fa impazzire con tenerezza, sia chiaro - non con cattiveria - ma mi fa impazzire.

Chi ha stabilito che il contenuto era ottimo? Tu!

Hai scritto il contenuto, hai deciso che era ottimo, l'hai pubblicato e quando il pubblico non ha confermato la tua valutazione, hai concluso che il problema era altrove.

Ora, esiste la possibilità - remota, improbabile, quasi fantascientifica - che il contenuto non fosse ottimo?
Che fosse, che so, nella media? Discreto? Buono ma non indimenticabile? Uno dei duemila contenuti identici pubblicati quella settimana sullo stesso libro con la stessa copertina fotografata dallo stesso angolo con la stessa tazza di tè a fianco? 

Io scrivo di libri da tredici anni. Tredici. Ho una laurea in umiltà conseguita sul campo, pagata a caro prezzo in termini di traffico, commenti e domeniche passate a chiedermi perché un pezzo sul quale avevo lavorato una settimana aveva fatto meno click di una foto di Vani che dormiva sul divano.

E la risposta, quasi sempre, era una sola: potevo fare di meglio.

Non l'algoritmo, non il giorno o l'ora sbagliati.

Io. Potevo fare di meglio.

Quarta questione: BookTok, Bookstagram e il grande equivoco


Parliamoci chiaro una volta per tutte.

BookTok e Bookstagram sono piattaforme di intrattenimento. Non sono riviste letterarie né supplementi culturali. Non sono luoghi dove il pubblico arriva con la matita in mano pronto ad approfondire.

Sono luoghi dove le persone scorrono veloce, cercando qualcosa che le fermi e se le fermi hai venti secondi - forse trenta se hai fatto qualcosa di davvero interessante - per convincerle a restare.

In venti secondi non si fa letteratura, si fa comunicazione.

E la comunicazione ha regole diverse dalla letteratura. Ha regole diverse dalla critica e dalla recensione classica.

Questo non significa che su queste piattaforme non si possa dire nulla di intelligente - si può, eccome. Significa che bisogna imparare il linguaggio del mezzo e capire come funziona prima di lamentarsi che non funziona.

Chi va su BookTok aspettandosi di fare la stessa cosa che farebbe su un blog e ottenere gli stessi risultati, sta confondendo uno Spritz con un Barolo. Sono entrambe bevande. Finisce lì.

Quindi


Se la tua recensione non ha reach, ci sono esattamente tre possibilità.

Prima possibilità: non è una recensione, è una reazione emotiva. Le reazioni emotive funzionano benissimo sui social - ma funzionano in un altro modo, con un altro linguaggio, con un'altra strategia. Imparala.

Seconda possibilità: è una recensione, ma è uguale ad altre duemila recensioni dello stesso libro. Il problema non è l'algoritmo. È la differenziazione. Cosa dici tu che non dice nessun altro? Perché dovrei fermarmi sul tuo contenuto e non su quello di qualcun altro?

Terza possibilità: è una recensione ottima, originale, ben scritta e semplicemente non ha ancora trovato il suo pubblico. Questo succede. Succede ai blog, succede ai libri, succede agli articoli di critica letteraria pubblicati su testate serissime. Il buon contenuto non garantisce visibilità immediata. Garantisce, nel tempo, una reputazione. E la reputazione vale più dell'algoritmo.

In tutti e tre i casi, la soluzione non è lamentarsi.
La soluzione è lavorare.

Conclusione, con affetto invariato


Quindi no.

Non ho simpatia per il lamento sul reach. Non perché sia insensibile - sono sensibilissima, chiedetelo a chiunque mi conosca davvero - ma perché il lamento sul reach è energia sprecata che potrebbe andare a migliorare il contenuto successivo.

Su questo blog scrivo di libri da tredici anni. Non ho smesso quando i numeri erano più bassi, non ho mai pensato che il problema fosse l'algoritmo. Ho pensato, ogni volta, che potevo fare meglio e ho provato a farlo.

E quando Vani che dorme sul divano fa più click della mia recensione su Strout, rido. E poi scrivo una recensione migliore.

Perché i libri lo meritano.
E voi che leggete, ancora di più!

Laura

La Libridinosa manda a quel paese le classifiche estive


Lo so, lo so.
Il mese scorso avevo mandato a quel paese i libri da ombrellone. Qualcuno potrebbe pensare che io stia diventando una persona difficile (ah ah!!!). Qualcuno potrebbe pensare che io abbia un problema con l'estate (questa fa ridere davvero!).

Io, invece, penso che l'estate abbia un problema con i libri.

E siccome siamo a giugno il problema si è già ripresentato - puntuale, implacabile, allegro come una pubblicità di gelati - ho deciso che è il momento di parlare di classifiche.

Quelle classifiche. Le classifiche estive dei libri più venduti.

Una domanda innocente


Vi faccio una domanda innocente e voglio che ci pensiate davvero prima di rispondere: cosa misura davvero una classifica?

Esatto: le vendite!

Una classifica dei libri più venduti misura quante copie di un libro sono state acquistate in un determinato periodo di tempo. Non quante ne sono state lette. Non quante ne sono state amate né consigliate da una persona all'altra con quella voce bassa e complice che si usa quando si parla di qualcosa che ha lasciato davvero il segno.

Le vendite.

Il che significa che una classifica è, nella sostanza, un documento contabile, un estratto conto, una fattura particolarmente ottimista.

Il paradosso del bestseller


C'è una cosa che mi ha sempre fatto sorridere nel meccanismo del bestseller e cioè che è uno dei pochi sistemi al mondo che si autoalimenta con una circolarità talmente perfetta da essere quasi ammirevole.

Un libro diventa bestseller perché vende molto.
Vende molto perché è in cima alle classifiche.
È in cima alle classifiche perché vende molto.

A un certo punto, nella catena causale, ci deve pur essere un momento in cui qualcuno ha comprato un libro per una ragione che non fosse "era primo in classifica". Un momento zero. Un acquisto primordiale, spontaneo, non influenzato da nessuna lista.

Ma più passa il tempo, più quel momento diventa difficile da rintracciare. Perché il bestseller vende perché è un bestseller. E il resto, come si suol dire, è marketing.

D'estate il fenomeno si moltiplica


Ora, questo meccanismo esiste tutto l'anno. Ma d'estate raggiunge una forma di perfezione quasi commovente.

Arrivano le classifiche estive, quelle con i titoli in copertina su tutti i supplementi culturali, su tutti i profili Instagram di tutti i canali di informazione libraria, in tutte le vetrine di tutte le librerie che allestiscono lo scaffale con la scritta "Letture per l'estate" con quella grafica con la sabbia e l'ombrellone.

E cosa troviamo, in queste classifiche? Tendenzialmente tre categorie di libri.

I libri di cui si parla da mesi, quelli che erano già bestseller a febbraio e continuano a vendere per inerzia, come un treno che non riesce a fermarsi neanche dopo la stazione. Sono già in classifica, ci resteranno. La classifica non dice nulla di nuovo su di loro.

I libri usciti per l'estate, quelli programmati per il periodo giugno-agosto con la precisione di un lancio missilistico. Copertine studiate, campagne pubblicitarie studiate, posizionamento in classifica studiato. Non dico che siano brutti, dico che la loro presenza in classifica era prevista prima ancora che qualcuno li leggesse.

I libri che non capisco perché siano lì. E questa è la mia categoria preferita, perché ogni anno ce n'è almeno uno che sfida qualsiasi logica. Un libro uscito tre anni fa che improvvisamente vende come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Un genere che non c'entra niente con l'estate. Un titolo che nessuno sa spiegare ma che è lì, imperterrito, al quarto posto da sei settimane.

Questi li rispetto. Hanno qualcosa di anarchico che mi è simpatico.

Quello che le classifiche non dicono


Le classifiche estive mi dicono cosa ha comprato la gente.

Non mi dicono se quella gente ha finito il libro, se lo ha trovato all'altezza delle aspettative. Non mi dicono se lo ha consigliato o se lo ha messo in un angolo con un vago senso di delusione.
Non mi dicono se tra cinque anni qualcuno lo ricorderà ancora e, soprattutto, se valga la pena leggerlo.

E questa è l'informazione che mi interessa. L'unica che mi interessa, in realtà. Perché io ho un numero di ore di lettura limitato - non quanto vorrei, molto meno di quanto meriterei - e non posso permettermi di spenderle su un libro solo perché è primo in classifica.

Ho già abbastanza rimpianti nella vita, non ho bisogno di aggiungere anche i libri.

Il mio rapporto con le classifiche


Onestamente? Le classifiche le guardo con la stessa curiosità con cui guardo le previsioni del tempo: con interesse, scetticismo e con la consapevolezza che quello che vedo non corrisponde necessariamente a quello che troverò.

A volte un libro in classifica è davvero un bel libro. Succede. La popolarità e la qualità non si escludono a vicenda - solo, non coincidono automaticamente e questa differenza è tutto.

Quello che non faccio è usare la classifica come criterio di scelta. Non compro un libro perché è primo, non lo escludo perché non c'è. Non misuro il valore di una lettura in base alla posizione che occupa in una lista di vendite.

Perché i libri che hanno cambiato qualcosa in me - quelli che ricordo, che cito, che non presto neanche se mi implorano - non erano necessariamente in classifica quando li ho letti.
Alcuni non ci sono mai stati.

Quindi no.

Su questo blog non troverete classifiche estive né "i dieci libri più venduti dell'estate". Non troverete suggerimenti basati su cosa sta comprando la gente in questo momento.

Troverete quello che ho letto, quello che ho pensato, quello che vale la pena sapere su un libro prima di decidere se farlo entrare nella vostra vita. Che sia primo in classifica o che non ci sia mai stato.

Buon giugno e buone letture - con ombrellone o senza!


La Libridinosa manda a quel paese i libri da ombrellone


È fine maggio.

Il che significa una cosa sola: da qualche parte, in qualche redazione, in qualche profilo Instagram con la bio che recita "lettrice appassionata ☕️📚✨", qualcuno sta già preparando LA lista.

I libri da ombrellone.

Eccoli. Puntuali come il caldo, fastidiosi come la sabbia nelle mutande, inevitabili come il vicino di ombrellone che mette la musica a tutto volume e poi ti chiede se ti dà fastidio.

Ma qualcuno può spiegarmi cosa sono, esattamente?


No, aspettate. Fermi tutti.

Prima di lanciarmi in qualsiasi discorso, voglio che qualcuno mi risponda a una domanda molto semplice, quella che mi faccio ogni anno intorno a questa data, con una tazza di cappuccino in mano e un sopracciglio alzato: chi ha inventato i libri da ombrellone?

Voglio un nome, un cognome e, possibilmente, un indirizzo.

Perché io continuo a non capire. Ho riletto la definizione in ogni modo possibile e continuo a non trovare un senso logico in questa categoria. Un libro da ombrellone è un libro che si legge sotto l'ombrellone, giusto? Bene! 
E allora, un libro che si legge sul divano come si chiama? Libro da divano? E uno che si legge in treno? Libro da pendolare? E quello che leggiamo in bagno, alle undici di sera, perché non riusciamo a metterlo giù? È il libro da water?

Qualcuno ha stabilito - e lo ha fatto con una sicurezza che mi lascia senza parole - che esistono libri adatti all'estate e libri che, invece, l'estate proprio non la meritano. Come se i libri avessero bisogno di una stagione, come se Guerra e Pace ad agosto diventasse improvvisamente illeggibile perché fa caldo. Come se Dostoevskij in bikini non funzionasse.

Spoiler: Dostoevskij funziona sempre. È Dostoevskij!

La grande ipocrisia del "leggere di più in estate"


C'è poi un secondo livello di questa follia collettiva che mi fa venire voglia di prendere un aperitivo alle undici di mattina, e cioè la narrazione per cui d'estate si legge di più.

Di più rispetto a quando?

Perché io, ad esempio, sotto l'ombrellone non leggo quasi mai. Non perché non voglia, ma perché tra il sole negli occhi, la sabbia sulle pagine, il rumore delle famiglie con bambini che urlano nomi di battesimo con tre vocali consecutive e la voglia di buttarmi in acqua ogni cinque minuti, riesco a malapena a tenere gli occhi sul libro.

E allora cosa faccio? Leggo a casa. Con l'aria condizionata, come una persona civile.
Ma questo, apparentemente, non conta come lettura estiva. Perché in camera da letto non abbiamo l'ombrellone!

I tre imputati


Detto questo, entriamo nel vivo. Perché se esiste una cosa chiamata "libro da ombrellone", esistono anche dei generi che in questa categoria finiscono sempre, ogni anno, con una puntualità che fa quasi tenerezza.

E io ho delle cose da dire su ciascuno di loro.

Il romance con la copertina pastello


Ah, il romance con la copertina pastello! Quello con i colori che sembrano i macarons di una pasticceria francese, col titolo che contiene almeno una delle seguenti parole: estate, amore, Grecia, ritorno, cuore o una combinazione imprevedibile di tutte e cinque.

Ora, attenzione: io non ho niente contro il romance in sé (non ridete!). Ho già detto la mia su Bridgerton e l'ho detto onestamente. Ma c'è qualcosa di profondamente condiscendente nel modo in cui il romance viene confinato all'estate come se fosse un gelato alla fragola. Come se una storia d'amore richiedesse per forza 30° e un mojito per essere letta, come se il romance fosse troppo leggero per l'inverno, quando in realtà d'inverno abbiamo ancora più bisogno di qualcuno che si innamori di qualcun altro in modo irragionevole e bellissimo.
Il romance con la copertina pastello non è un libro da ombrello.
È un libro. Punto.

Il thriller estivo da "non dormire"


Questo mi fa sorridere, perché c'è una contraddizione interna talmente evidente che mi stupisce non venga notata più spesso.

Il thriller estivo viene consigliato come lettura leggera, spensierata, perfetta per la spiaggia.
Ma il thriller - quello vero - è un libro che ti tiene sveglia la notte, che ti fa sentire passi dove non ci sono, che ti fa guardare il tuo vicino di ombrellone con occhi leggermente diversi dopo 200 pagine.

Quindi: è leggero o è inquietante?
È per rilassarsi o per non dormire?

Perché se è per rilassarsi, forse il thriller non è la scelta più ovvia. E se è per non dormire, benvenuti nel club, ma allora non chiamatelo "da ombrellone" come se fosse una passeggiata.

La saga familiare da 700 pagine consigliata per il fine settimana al mare


Questa è la mia preferita! La categoria che mi fa capire che chi compila queste liste non ha mai fatto una vera vacanza in vita sua.

La saga familiare da 700 pagine. Quella con quattro generazioni, due guerre mondiali, un segreto di famiglia tenuto nascosto per cinquant'anni e almeno tre personaggi che si chiamano con lo stesso nome ma in lingue diverse...

"Perfetta per l'estate! La leggerete in un lampo!"

Un lampo. Settecento pagine. In un lampo.

Io impiego tre settimane a leggere settecento pagine e lo faccio con tutta la concentrazione e il rispetto che merita un libro di quella portata. Tre giorni al mare, tra la crema solare, il pranzo al chiosco, la pennichella obbligatoria e la partita a carte con la famiglia, non sono sufficienti per fare giustizia a quattro generazioni di nessuno.

La vera domanda


Il punto - quello vero, quello che mi sta a cuore - non è dire che certi libri sono brutti. Non è questo.
Il punto è che l'etichetta "libro da ombrellone" è condiscendente verso i libri e verso i lettori allo stesso tempo.
Verso i libri perché li riduce a uno strumento di intrattenimento stagionale, come se la loro unica funzione fosse riempire i vuoti tra un bagno e l'altro.
Verso i lettori perché presuppone che d'estate il cervello vada in vacanza insieme al corpo. Che in luglio e agosto non siamo più capaci di leggere qualcosa di impegnativo, qualcosa che ci chieda uno sforzo, qualcosa che ci lasci emozioni addosso.

E invece c'è chi d'estate legge classici perché finalmente ha il tempo per farlo, chi sceglie il saggio che ha rimandato per mesi e chi rilegge qualcosa che aveva amato anni fa. E c'è chi, sì, sceglie un romance o un thriller, ma perché lo vuole, non perché qualcuno ha deciso che è il momento giusto per farlo.

Nessuno di loro ha bisogno di un ombrellone per validare la propria scelta di lettura.

Conclusione (senza ombrellone)


Quindi no, quest'estate non troverete su questo blog nessuna lista di libri da ombrellone.
Troverete libri che vale la pena leggere sempre, in qualsiasi stagione, con qualunque temperatura, in tutte le posizioni - sdraiati, seduti, in piedi su un treno oppure, se proprio volete, sotto un ombrellone.

Ma l'ombrellone non c'entra niente!

E la prossima volta che qualcuno mi manda una lista intitolata "i migliori libri da ombrellone", io lo mando gentilmente - ma con grande convinzione - a fanculo!

Con affetto, come sempre,