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Le ultime chiacchiere

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'Le notti di Salem' di Stephen King: il romanzo in cui la città è il mostro

Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2 • 1975


Vale la pena leggerlo? Sì. E se lo stai rimandando perché pensi di sapere già com'è fatto un romanzo di vampiri, è esattamente per questo che devi leggerlo.
Fa per te se vuoi che un libro ti faccia sentire davvero a disagio - non per una scena, ma per un'atmosfera che si insinua lentamente e non te ne accorgi finché non è già dappertutto.
Lascialo perdere se cerchi trama compatta e ritmo serrato; King costruisce una città intera prima di lasciarti sentire l'odore del sangue e questo richiede una pazienza che non tutti hanno.

E se leggere non mi piacesse più? Quando i libri smettono di essere un rifugio

Per quasi sei mesi non ho aperto un libro. E ve lo dico senza vergogna: ne ero felice.

I libri erano stati il mio rifugio per tanto tempo - compagni silenziosi nei momenti silenziosi. Poi la vita era cambiata, il silenzio era andato via e loro erano rimasti lì, sulla libreria, a guardarmi.
Non avevo voglia di aprirli, non avevo voglia di parlarne. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva cosa stessi leggendo, rispondevo "niente" con una leggerezza che mi sorprendeva anche.

Il blog era fermo. Instagram era silenzioso. La Libridinosa si era presa una pausa che non aveva annunciato a nessuno, perché certe pause non si annunciano - si prendono e basta.

I messaggi sono arrivati, naturalmente. Alcuni bellissimi - persone che dicevano di sentire la mia mancanza, che aspettavano, che c'erano. Altri un po' meno: qualcuno che minacciava l'unfollow se non avessi ripreso a recensire (la sentite la mia disperazione?), come se la mia vita fosse una programmazione televisiva con palinsesto da rispettare. A quelli ha risposto Roby, con la diplomazia che lo contraddistingue - e non sono ironica.

Ma ogni tanto, in un angolo quieto della testa, si affacciava una domanda: e se non mi piacesse più? E se fosse finita così, senza nemmeno accorgermene?

Chi sono io, senza i libri?


C'era la luce calda della piantana, attorno solo buio e Roby con un libro tra le mani. "Leggiamolo insieme", mi ha detto.

Due parole. Forse tre. Non ricordo esattamente - ricordo solo quello che ho sentito: protetta, accolta, ascoltata, vista. Come quando qualcuno ti tende una mano nel buio e tu la prendi senza neanche guardare dove ti porta.

Il libro era La ballerina di Patrick Modiano. Non è un romanzo che cambierà la storia della letteratura, ve lo dico subito. Ma avrà per sempre un posto speciale nella mia storia - perché è il libro che mi ha riportata tra le pagine stampate, in una sera di ottobre, tra le braccia di quello che sarebbe diventato mio marito.

Abbiamo letto in silenzio. Ed è stata la prima sorpresa: leggiamo alla stessa velocità. La seconda sorpresa è arrivata subito dopo - entrambi abbiamo bisogno di fermarci, di commentare, di parlare di quello che stiamo leggendo mentre lo stiamo ancora leggendo. Una frase, un personaggio, un'immagine - e il libro si chiude a metà pagina per fare spazio alla conversazione.

Questo significa che ci mettiamo un tempo indefinito a finire qualsiasi cosa. E non mi è mai sembrato così poco un problema.

I libri sono tornati, ma non come li avevo lasciati


Sono tornati in stereofonia - parola sua, di Roby. Una sera, a un certo punto, ha alzato gli occhi dal libro e ha detto: "Dai, ballerina, leggiamo in stereo." Ballerina - mi chiama così da sempre. E io che insegno danza, io che sono tornata ai libri attraverso un romanzo che si intitolava La ballerina, non ho potuto fare a meno di ridere. Certe cose le scrive la vita e lo fa meglio di qualsiasi romanzo.

La stereofonia, nella pratica, significa questo: non più un libro solo, uno alla volta, anima e corpo dedicati a quello e nessun'altra lettura fino all'ultima pagina. Adesso abbiamo sempre almeno due libri aperti, spesso tre... a volte anche quattro: un cartaceo - o due - tra le mani, un ebook per quando viaggiamo o leggiamo a letto, un audiolibro per quando il tempo non permette di fare altro. Non ci importa se sono dello stesso genere, se stonino tra loro, se passare dall'uno all'altro sembra disordinato. L'importante è avere sempre qualcosa che ci aspetta, in qualsiasi momento della giornata.

All'inizio mi sembrava quasi un tradimento della lettrice che ero stata. Adesso mi sembra semplicemente più onesto.

Sono tornati con la libertà.


E per capire quanto questa parola pesi, dovete sapere com'ero prima.

Quattro o cinque giorni prima della fine di ogni mese, mi sedevo e stilavo la lista dei libri da leggere nel mese successivo. C'era un post apposito nel blog - la presentavo ai lettori, la condividevo, la rendevo pubblica. E la seguivo rigidamente: nessun cambio, nessuno sgarro. Ero arrivata persino a dividere i libri in pagine giornaliere da leggere. Un piano di lettura. Una tabella di marcia. Come se la lettura fosse una cosa da portare a termine.

Adesso la libreria di casa la guardo in modo completamente diverso. Mi ci fermo davanti, sfoglio, aspetto. C'è qualcosa che assomiglia a un batticuore - una copertina, un titolo, una pagina aperta a caso - e quello è il libro. Nessun criterio, nessun programma, solo ascolto.

È una cosa piccola. Per me è stata una rivoluzione.

Sono tornati con i classici - quelli che avevo evitato per anni e che Roby mi ha messo in mano uno dopo l'altro, con la pazienza di chi sa aspettare.

E sono tornati con King. Il mio King, quello con cui sono cresciuta e che avevo messo da parte senza nemmeno accorgermene.

Roby non aveva mai letto nulla di Stephen King. Lo so, looooo sooooo - fa molto ridere. E io, che sono sempre stata fermamente contraria a far leggere It come primo romanzo a chi non conosce zio Steve, mi sono ritrovata a fare esattamente quella cosa. Perché lui non ha sentito ragioni: io avevo voglia di rileggerlo e lui voleva scoprirlo insieme a me. Punto.

Alle prime pagine ho capito che avevo fatto bene a cedere. Derry è tornata a essere casa - con le sue strade, i suoi incubi, la sua luce strana di inizio estate. Come certi posti dell'infanzia che pensi di aver dimenticato e che invece ti aspettano esattamente dove li avevi lasciati.

Rileggerlo con lui, che lo apriva per la prima volta, è stata una delle esperienze di lettura più belle della mia vita.

Quindi, chi sono io senza i libri?

Non lo so ancora del tutto. Ma so che quella sera di ottobre, con la luce calda della piantana e Roby accanto, ho capito una cosa: i libri non sono la risposta a quella domanda. Sono il posto in cui continuo a cercarla.

Laura

Vinted, i prezzi e il collezionismo di libri: e no, non è tutto la stessa cosa

foto creata con IA

Speculare su un bestseller appena uscito e vendere una prima edizione rara a prezzo di mercato non sono la stessa cosa. Eppure il bookstagram sembra convinto del contrario.


C'è una cosa che ho imparato in questi anni da blogger: la community dei lettori è generosa, appassionata e capace di cose meravigliose. Ha anche, però, una tendenza particolare a indignarsi in modo orizzontale, cioè a trattare situazioni completamente diverse come se fossero la stessa cosa, con la stessa intensità, lo stesso tono da manifesto rivoluzionario. Il tutto nei commenti di un reel su Instagram, che è il posto più adatto per le rivoluzioni culturali del nostro tempo.

L'episodio di questo sport è quello a cui ho assistito qualche settimana fa e riguarda Vinted.

Partiamo dal problema vero, che esiste


Non mi piace essere ingiusta. Quindi diciamolo chiaramente: sì, su Vinted ci sono prezzi assurdi e la lamentela dei lettori ha una base concreta.

Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Philipp Wilms (pubblicato da Sellerio da meno di due mesi, disponibile in ogni libreria online e fisica, prezzo di copertina 28 euro) si trova su Vinted anche a 50 euro. Cinquanta. Non perché sia introvabile, non perché sia fuori catalogo da trent'anni. Ma perché è diventato virale su Instagram e qualcuno ha pensato bene di monetizzare la cosa.

Questo è opportunismo. È speculazione su un libro comune, reperibile, nuovo di zecca. È la stessa logica dei biglietti dei concerti rivenduti a tre volte il prezzo, solo applicata ai libri, il che è più triste perché i libri non ci si aspetta di trovarli al bagarinaggio. E chi compra a quelle cifre quando potrebbe ordinarlo normalmente... capisco, son soldi suoi, non mi permetterei di giudicare. Ma un po' mi fa venire voglia di mandargli una cartina con la sezione "librerie" di Google Maps evidenziata in giallo.

Fin qui, siamo d'accordo. Critica giusta, sdegno legittimo.

Poi però ho letto quel commento


Ed è qui che la cosa si complica.

Tra i post indignati ho trovato uno screenshot: una delle prime edizioni di It di Stephen King in vendita a 40 euro. E l'utente che scrive, con la sicurezza di chi non ha nessun dubbio su niente: "Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ecco. Mi sono fermata. Ho respirato. Ho anche contato mentalmente fino a dieci. Beh... fino a quattro: non sono mai stata un'atleta della pazienza!

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: ha di speciale che è una prima edizione. Una copia stampata in un numero limitato o in un anno preciso o in un preciso momento della storia editoriale di uno degli scrittori più letti al mondo. Non è "un libro che si trova anche su Amazon a 18 euro". È un altro tipo di oggetto. Appartiene a un'altra categoria. Paragonarli è come indignarsi perché una Fiat Punto del 1995 viene venduta a più di una Fiat Punto nuova dal concessionario. Le macchine sono due cose diverse. I libri, idem.

Quaranta euro per una prima edizione di It non è un furto. È un prezzo di mercato, forse basso, forse giusto, dipende dalle condizioni, dall'anno, dall'edizione specifica. Ma è un prezzo che ha una logica. Una logica che si chiama collezionismo e che esiste da molto prima che Vinted aprisse i battenti.
Piccolo segreto: quaranta euro per quell'edizione erano una grande occasione!

Cosa significa davvero collezionare libri


Io non sono una collezionista. Lo dico subito per onestà intellettuale. Compro libri per leggerli, non per averli. La mia libreria è un archivio di letture, non un museo.

Roby è un'altra storia. Lui è un collezionista nel senso vero del termine: conosce le edizioni, studia le tirature, sa riconoscere un'opera di pregio da una ristampa rilegata bene. Da anni si affida a un libraio antiquario di fiducia, uno di quelli che sanno davvero di cosa parlano.
L'ultimo acquisto, un lotto di prime edizioni dei romanzi di King che Roby mi ha regalato per la mia nota ossessione, mi ha fatto fare dei salti di gioia che non facevo dai tempi delle prime lezioni di danza! E sì, quelle prime edizioni non costano come le copie in commercio. Costano di più perché valgono di più. Non sul mercato astratto della domanda e dell'offerta. Su quello molto concreto della storia, della rarità, dell'oggetto che non si può riprodurre.

Tenere in mano una prima edizione significa tenere qualcosa che ha una biografia. È passata per mani diverse, ha una data di nascita che non cambia. Non è sostituibile con una ristampa, anche se la ristampa contiene le stesse parole.

Questo è il collezionismo, non è follia. Non è snobismo. È una forma di rispetto per gli oggetti e per la storia che portano con sé. E si può non condividere, io per prima non l'ho praticato per anni, ma non capirlo non significa che sia sbagliato.

Il punto che nessuno sembra voglia capire


La questione di Vinted non è "i libri costano troppo". La questione è che esistono due mercati completamente diversi che vivono sulla stessa piattaforma e confonderli crea una conversazione che non porta da nessuna parte.

Il primo mercato è quello dei libri comuni rivenduti a prezzi gonfiati sull'onda del momento. Lì la critica ha senso. Lì chi vende specula e chi compra cade nella trappola. È un meccanismo che fa male alla cultura del libro perché trasforma la lettura in un accessorio di tendenza, qualcosa da avere perché è virale, non perché valga la pena leggerlo.

Il secondo mercato è quello del collezionismo antiquario, che ha regole sue, prezzi suoi e una storia che non comincia con l'avvento di Instagram. Lì i prezzi possono sembrare alti a chi non conosce il settore, ma raramente sono arbitrari. C'è una stima, c'è una valutazione, c'è un mercato di riferimento. Non è Vinted che li ha inventati.

Mettere insieme le due cose e chiamarle entrambe "prezzi esagerati" è come lamentarsi che i tartufi costino troppo perché le patate sono economiche. Sono tuberi, tecnicamente. Ma non sono la stessa cosa!

Una nota sul collezionismo di massa, che è un'altra cosa


C'è però un terzo fenomeno che merita due parole, perché è quello che trovo sinceramente più difficile da capire: il collezionismo di libri commerciali correnti. Le edizioni Adelphi, i Sellerio, i Calvino Einaudi degli anni Settanta trattati come pezzi pregiati non per la loro effettiva rarità ma per la loro estetica o per il brand che rappresentano.

Comprendo il desiderio di avere certi oggetti belli, comprendo l'amore per una copertina curata, per una carta di qualità, per una casa editrice con una storia. Ci mancherebbe. Ma quando un libro stampato in migliaia di copie, che si trova ancora in circolazione, che non ha nessuna rarità oggettiva, viene trattato come un pezzo da collezione solo perché porta un certo marchio, lì mi perdo un po'. Non lo giudico. Lo guardo con una certa curiosità benevola, come si guarda chi ordina lo stesso piatto ogni volta che va al ristorante perché "è quello che mi piace": va benissimo, ma non è esattamente un'avventura gastronomica.

Il collezionismo ha senso quando l'oggetto ha una rarità reale. Quando quella rarità è costruita solo sul desiderio collettivo, diventa qualcos'altro. Non so esattamente cosa. Forse solo un modo molto costoso di arredare una libreria.

Quindi, ricapitolando...


Speculare su un bestseller uscito due mesi fa e venderlo a prezzo doppio è sbagliato. Vendere una prima edizione rara al prezzo di mercato è corretto. Indignarsi per entrambe le cose allo stesso modo è il segno che manca un pezzo di informazione. Quel pezzo si chiama contesto.

Il bookstagram fa cose bellissime: avvicina le persone ai libri, crea conversazioni, tiene viva una comunità che altrimenti faticherebbe a trovarsi. Ma ogni tanto - e lo dico con tutto l'affetto che si deve a qualcosa che amo - prende una posizione su una cosa che non conosce abbastanza e lo fa con una sicurezza che sarebbe più comoda se fosse accompagnata da un minimo di documentazione.

"Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ha di speciale che tu non lo sai. E saperlo, prima di commentare, avrebbe reso tutti più felici. Me compresa!

Laura

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura

'Carrie' di Stephen King: il vero mostro non ha artigli


Stanza 1 ・ Il terrore puro - romanzo numero 1 nella cronologia King ・ 1974

Carrie
Autore Stephen King
Editore Sonzogno
Pagine 224
Uscita 1974
Genere Horror Paranormale
Carrie è un'adolescente prigioniera del delirio fanatico della madre e presa di mira dai compagni, però ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, ciò che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione e scatena una serie di eventi che nessuno potrà mai dimenticare.

Vale la pena leggerlo? Sì e non solo se ami King - soprattutto se non lo hai mai letto.
Fa per te se riesci a stare dentro un romanzo che usa l'horror come bisturi della società civile.
Lascialo perdere se cerchi un King maturo e rifinito - questo è il punto zero, acerbo e già potentissimo.

Come iniziare a leggere Stephen King senza perdere il sonno (guida per principianti)

 

Spoiler: non morirai. Forse.

C'è sempre quel momento, nella vita di ogni lettore, in cui succede una cosa molto precisa: qualcuno nomina Stephen King e tu fai quella faccia.
Quella tra il curioso e il traumatizzato preventivo.
Tipo: "Mi ispira tantissimo, però... ecco... dormo anche, ogni tanto."

Perché, diciamolo: King ha questa reputazione.
Quello dei pagliacci assassini, delle bambine inquietanti, delle cose che succedono quando spegni la luce.

E allora tu rimandi. Rimandi da anni. 
Rimandi con una dignità che nemmeno all'università.

E nel frattempo ti perdi una cosa fondamentale: Stephen King non è (solo) paura. Stephen King è letteratura.
Sì, proprio così.
Non svenire adesso.

Perché questa guida esiste

Questa guida esiste per un motivo molto semplice: King viene spesso iniziato nel modo sbagliato.

Gente che parte da libri che ti tolgono il sonno, la serenità e a volte pure la fiducia nell'umanità.
Gente che dice: "Leggi It!" come se fosse un racconto da ombrellone.
Gente che ti butta dentro l'oceano e poi urla: "Nuota!"

No.
No, grazie.

Stephen King va incontrato, non affrontato.
Va capito per quello che è davvero: uno scrittore che usa l'horror come altri usano il tè delle cinque.

E qui arriva la verità che nessuno ti dice (ma io sì, perché ti voglio bene):
King è la versione horror di Jane Austen.

Cambia l'ambientazione, cambia il tasso di inquietudine... ma sotto  c'è la stessa cosa: personaggi, relazioni, società, umanità.
Solo che invece di un ballo in salotto... c'è qualcosa sotto il letto!

Come iniziare davvero: le categorie giuste

Per non perdere il sonno (e la voglia di leggere), devi entrare in King dalla porta giusta.
Non tutte sono uguali. Alcune sono... diciamo... porta dell'inferno.

🟢  Il King "umano" (quello che ti frega senza farti urlare)

Questo è il punto di ingresso perfetto, quello che ti fa dire: "Ah... ma allora è questo."
Qui King racconta la vita, le persone, le relazioni.
E ogni tanto - così, giusto per non farci rilassare troppo - ci infila un brivido.

→ Il miglio verde
→ 22/11/63

Qui capisci tutto: lo stile, il cuore, la profondità.
E no, non avrai incubi.
Avrai pensieri. Che è peggio, ma in senso bello!

🟡 Il King psicologico (ti entra in testa e non paga l'affitto)

Qui si alza un pochi il livello. 
Non di paura, ma di tensione interna.

→ Misery
→ Shining

Non è tanto "oddio cosa succede", quanto "oddio cosa sta succedendo dentro le persone".
Spoiler: è il King che diventa pericoloso, perché non puoi chiudere il libro e dire "era solo una storia".

🟠 Il King "classico ma accessibile" (quello giusto per capire il mito)

Qui entri nel territorio più noto, ma ancora gestibile.

→ Carrie

Breve, potente, diretto.
Perfetto per capire cosa può fare King quando decide di farti male senza avvisare.

🔴 Il King da NON iniziare (se vuoi continuare a dormire)

Qui facciamo un servizio pubblico.

❌ Cujo
❌ Pet Sematary
❌ It (sì, lo dico: NON all'inizio)

Non perché non siano capolavori, ma perché sono come entrare in palestra il primo giorno e dire: "Sollevo 200 kg."

It, poi, è un romanzo di formazione gigantesco. 
Va letto quando sei pronto, non quando sei curioso e fragile come un biscotto nel latte.

La verità finale (quella che ti cambia prospettiva)

Stephen King non si legge per avere paura, si legge per capire quanto possa essere potente una storia.
La paura è solo uno strumento, come lo sono l'ironia o il romanticismo o il tè delle cinque!

E quando entri davvero nel suo mondo, succede una cosa strana: non hai più paura di King, hai paura di non leggerlo abbastanza.

Invito alla lettura

Se sei arrivato fin qui e stai pensando: "Ok, posso farcela", allora sì. Puoi farcela!

Non devi leggere tutto, non devi leggere subito i più difficili né dimostrare niente.
Devi solo iniziare dal posto giusto.
Perché Stephen King non è un test di coraggio, è un incontro.

E come tutti gli incontri importanti, va fatto con i tempi giusti.
E fidati di me: una volta che entri... non esci più.

E no, non è una minaccia.
O forse sì!




Recensione 'Cujo' di Stephen King - Pickwick


CUJO
Stephen King
Pickwick
8 settembre 1981
409 pagine

A Castle Rock, una sonnolenta cittadina del Maine, la vita scorre sui soliti binari. Cujo, il docile San Bernardo del meccanico, scorrazza libero per la campagna... finché, una notte, il suo padroncino, aprendo la porta del ripostiglio, non vede emergere dalle tenebre due occhi infuocati. Chi è la creatura diabolica che da quel momento comincia a seminare ovunque terrore e desolazione? E' forse Cujo che, diventato idrofobo, si è trasformato nell'incarnazione stessa del male?

Recensione 'Misery'
di Stephen King - Pickwick


MISERY || Stephen King || Pickwick || 8 giugno 1987 || 384 pagine



Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di avere "eliminato" Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone, tra terribili torture, di "resuscitarla" in un nuovo romanzo. 
Paul non ha scelta, pure rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte.
Un capolavoro dell'horror, divenuto un film culto con una strepitosa Kathy Bates, premiata con l'Oscar. Un incubo raccapricciante che solo Stephen King poteva concepire.

Recensione 'Il miglio verde'
di Stephen King - Pickwick


IL MIGLIO VERDE || Stephen King || Pickwick || febbraio 1997 || 552 pagine



Nel penitenziario di Cold Mountain, lungo lo stretto corridoio di celle noto come Il Miglio Verde, i detenuti come lo psicopatico Billy the Kid Wharton o il demoniaco Eduard Delacroix aspettano di morire sulla sedia elettrica, sorvegliati a vista dalle guardie. Ma nessuno riesce a decifrare l'enigmatico sguardo di John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver violentato e ucciso due bambine. Coffey è un mostro dalle sembianze umane o un essere in qualche modo diverso da tutti gli altri? Un autentico capolavoro firmato Stephen King e dal quale è stato tratto lo straordinario film di Frank Darabont con Tom Hanks.

Recensione 'L'istituto' di Stephen King - Sperling & Kupfer


Titolo: L'istituto || Autore: Stephen King || Editore: Sperling & Kupfer ||
Data di pubblicazione: 10 settembre 2019 || Pagine: 560

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali - telepatia, telecinesi. Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell'orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell'Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d'uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall'Istituto.