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Recensione 'L'istituto' di Stephen King - Sperling & Kupfer


Titolo: L'istituto || Autore: Stephen King || Editore: Sperling & Kupfer ||
Data di pubblicazione: 10 settembre 2019 || Pagine: 560

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali - telepatia, telecinesi. Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell'orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell'Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d'uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall'Istituto.





Primo comandamento dei lettori: Stephen King non si critica mai.
Primo comandamento dei bookblogger (almeno di quelli seri): anche Stephen King è fallibile.
Eh sì, duole dirlo, soprattutto per chi, come me, è cresciuta coi suoi romanzi... Ricordo ancora gli anni della mia adolescenza, trascorsi a trafugare i romanzi del Re dalla camera del fratello della mia migliore amica: lui studente fuori sede, io lettrice felice (e meno povera di quanto non sia adesso!). 
Intere nottate trascorse in compagnia di colui che, tra pochi, è in grado di animare gli incubi dei lettori, dando vita a pagliacci malefici, animali risorti e alberghi posseduti.

Lo ammetto, negli ultimi anni mi sono allontanata dall'amato King, sempre più spesso colpita dalla sensazione che i suoi romanzi fossero scritti più a beneficio di trasposizioni televisive che non di quei lettori che tanto lo hanno amato. Con l'unica eccezione di 22/11/63, che tanto ho amato e che in pochissimi giorni ho divorato, King è rimasto fuori dalla mia casa per parecchio tempo.

Con L'istituto speravo di ritrovare quelle emozioni provate negli anni passati, quella voglia feroce di immergermi in un suo romanzo e non riemergerne più sino all'ultima pagina, quasi una forza superiore mi costringesse a percorrere i binari di questa storia assieme al protagonista di questa storia.
Purtroppo, duole confessarlo quasi mi ritrovassi a parlar male di una cara amica, l'emozione prevaricante durante la lettura di questo romanzo è stata la noia.

Una noia che arriva da più parti. Innanzitutto da una trama che nulla ha di nuovo: Luke ha 12 anni ed è un piccolo genio, prossimo all'ammissione a ben due Università, quando, nel cuore della notte, i suoi genitori vengono brutalmente uccisi e lui viene sedato e portato in un istituto dove, come lui, sono rinchiusi ragazzi col dono della telepatia o della telecinesi.
In una sorta di rifacimento ai lager nazisti, questi ragazzi vengono sottoposti ad esperimenti che dovrebbero potenziarne i poteri.
Se da una parte hanno accesso ad alcool, sigarette e cibo e godono di una parziale libertà di movimento, dall'altra non possono leggere o accedere a determinati siti web e canali informativi.
L'istituto è composto da due case: nella Prima Casa si è sottoposti ad esperimenti, nella Seconda Casa, da cui pare non si faccia mai ritorno, vengono quasi del tutto lobotomizzati tramite la visione di film e messaggi subliminali.

Nulla di geniale, c'è da dirlo. Ma la genialità avrebbe dovuto instillarla la penna di King, che, invece, nella più classica delle sue logorree descrittive, si è persa in dettagli insignificanti, rendendo questo romanzo non solo eccessivamente ridondante, ma di una corposità assolutamente incomprensibile.
Nelle prime 300 pagine, impareremo a memoria quali merendine mangiano Luke e i suoi amici, quali corridoi attraversano, com'è fatta la ghiacciera e quali poster sono appesi ai muri. Era davvero necessario tutto ciò?
Quando, finalmente, la storia pare prendere il via, si trasforma in una sorta di film d'azione fatto di fughe, inseguimenti, sparatorie nel bel mezzo di un paesino del sud che vedrà le sue strade ricoprirsi di sangue.

Ma la cosa che più mi ha delusa è stato l'insieme degli elementi: personaggi che rasentano l'assurdo, i cattivi che suscitano nel lettore una sorta di prurito fastidioso invece di quel livore, quasi odio, che dovrebbe colpirci davanti a certe descrizioni; ma forse è proprio quello il problema: un istituto dove si praticano esperimenti su dei ragazzini che, spesso, non arrivano ai 15 anni di età e la cui parte peggiore, duole dirlo, è un termometro rettale.
Ho letto libri su Auschwitz ben peggiori, ho letto thriller che mi hanno fatto accapponare la pelle e passare l'appetito.
La fuga di Luke, che dovrebbe portare alla salvezza dei suoi amici, alla rivelazione al mondo sull'esistenza dell'istituto, diventa un racconto che rasenta il ridicolo.

Tanti dubbi rimangono sulla storia in sé, la cui morale pare essere che l'unione faccia la forza. Ma mi spiace, caro King, stavolta avrei preferito rimanere da sola.

Commenti

  1. Ahia! Lo sapevo che arrivava la mazzata per il Maestro King! Comunque non mi hai tolto la voglia di provare a leggerlo prima o poi.

    Ps: anche io ho adorato 12/11/63 ma in seconda battuta. Per questo dò sempre la seconda chance a King ��

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  2. Guarda, io non ho letto nulla di King e leggendo questo passo oltre più serena.

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    Risposte
    1. Beh, "passare oltre" sarebbe una grande perdita per te. King ha scritto decine di capolavori assoluti, scritti meravigliosamente e assolutamente coinvolgenti. Purtroppo negli ultimi anni (io direi anche ultimi due decenni) quasi sembra avere un ghostwriter. Ma parti dall'inizio e non te ne pentirai.

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  3. Io sono tra le fedeli di King ma ammetto che negli anni ha avuto un grosso calo. Sto recuperando i suoi libri più vecchi che ancora mi mancavano e si nota questa discesa libro dopo libro.

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  4. A me invece è piaciuto molto...certo un po' ingenuo ma quando king parla di ragazzi e adolescenti raramente sbaglia.. e alla fine una lacrimuccia mi è scappata...cmq secondo me tira aria di seguito...

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  5. Ho quasi finito di leggerlo. Allora se devo paragonarlo ad altri di King, ciaone. Però mi ha trasportata dolcemente in un sali e scendi di sorpresa e noia. Descrizioni superflue a gogo ma è King. Mi sono anche affezionata a Tim e Luke. Sarà che da mamma il solo pensiero mi fa accapponare la pelle, ma la tensione ora che sono alla fine resta cmq ALTA!

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  6. Non è male... non è "It" o quello che per me è il capolavoro assoluto di KIng, ovvero "Christine, la macchina infernale, che rileggo ogni tre o quattro anni e che mi fa definire la Plymouth Fury del 1958, la più bella automobile di sempre, alla faccia di Ferrari e Aston Martin. "The Institute" mi ha regalato serene ore di lettura, la parte iniziale scorre, non scoppiettante, ma graadevole, non ci si annoia mai , anche se nemmeno ci si entusiasma; infine ho apprezzato anche la commistione western surreale "tarantiniana" con la parentesi della sparatoria al paesino sudista, in cui la vecchia matta del paese con due revolver in mano tuona contro i killer di stato "Sei nel sud adesso amico.." , pagine in cui King letteralmente gigioneggia e si diverte, ma non puoi perdonare il buon Stephen, è uomo che non ha più niente da dimostrare, la vetta fu raggiunta molti anni addietro, ma uno scrittore non è una band Rock, che si scioglie ed entra nel mito, prosegue una carriera , nel suo caso, comunque immensa, con qualche buon spunto qua e là. "The Institute" è un discreto libro, leggibile ed apprezzabile, non è il vecchio King sicuramente, ma la sufficienza piena la porta tranquillamente a casa.

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