'La traditrice' di Philippa Gregory: recensione critica tra storia e interpretazione


LA TRADITRICE
Philippa Gregory
Harper Collins
528 pagine
14 ottobre 2025

Tra le ombre scintillanti della corte Tudor, Jane Parker cammina con passo sicuro. Gli occhi di tutti sono su di lei, ma nessuno vede davvero chi è. I segreti sono i suoi alleati, le bugie il suo scudo.
Jane Parker è una moglie devota, una sorella fedele, una spia silenziosa. Ma è soprattutto la mente più acuta dell’Inghilterra di quel periodo. Mentre il potere dei Bolena vacilla e l’ira di un re imprevedibile si abbatte come una tempesta, Jane si muove sul filo delle alleanze, dove uno sguardo può tradire e un sorriso nascondere una condanna. Nella danza mortale degli intrighi, le sue parole possono plasmare un regno o farlo cadere, dicono che abbia segnato il destino di due regine e l’hanno marchiata come traditrice. Ma la verità è molto più pericolosa e cambierà la Storia.



La traditrice è uno di quei libri che non vogliono convincerti di una verità storica, ma metterti dentro una testa.
Se accetti la prospettiva, resti.
Se cerchi certezze, no.

Io sono rimasta.
Non senza sbuffare.
Non senza sottolineare.

Perché La traditrice di Philippa Gregory non si legge per capire i Tudor. 
Si legge sapendo già come andrà a finire e chiedendosi, con un filo di diffidenza, se il come riuscirà a tenerti lì fino all’ultima pagina. 
A me ha tenuta. Quasi sempre. 
Con quella sensazione addosso che hanno i libri imperfetti ma intelligenti: non li ami, però continuano a parlarti.

Quando il romanzo ti prende e quando inizia a sfilacciarsi

All’inizio Gregory fa una cosa che le riesce molto bene: ti infila nella testa di una donna laterale, marginale, costretta a osservare il potere senza poterlo mai davvero toccare. 
Jane Bolena guarda, registra, trattiene. Non guida la scena, ma la conosce. 
E questo crea tensione vera.

Poi, a metà strada, quella tensione si allenta.

Il racconto smette di scavare e comincia a contare. 
I fatti si susseguono come se bastasse nominarli per dargli peso. 
Evento dopo evento, scena dopo scena, la voce perde incisività e il romanzo assomiglia sempre più a una cronologia commentata. 
Non crolla, ma perde corpo. 
E il lettore lo avverte: non sta più vivendo una storia, la sta spuntando.

Jane Bolena: capire non significa assolvere

Jane è una voce inaffidabile. Non perché menta, ma perché ha bisogno di rendere ogni scelta necessaria, inevitabile, giustificabile. 
Racconta per sopravvivere a se stessa. 
Razionalizza, ricompone, sposta il peso un passo più in là.

Non chiede empatia.
E io, da lettrice, gliel’ho concessa solo a metà.

Jane è uno di quei personaggi che capisci senza volerli imitare. La osservi funzionare, adattarsi, resistere. 
Gregory la costruisce come una donna che non vive di coraggio o di slanci, ma di equilibrio precario. 
È potente. Ma alla lunga, questa continua autogiustificazione finisce per frenare l’emozione, come se la voce avesse paura di spingersi davvero fino in fondo.

Lo sguardo di Roby

La sensazione, leggendo La traditrice, è stata chiara abbastanza presto: l'idea è forte, l'esecuzione si ferma a metà strada.
La voce di Jane Bolena è un dispositivo narrativo potentissimo, soprattutto perché inaffidabile, ambigua, potenzialmente capace di deformare i fatti e costringere il lettore a stare dentro una prospettiva scomoda. Il problema è che quella voce, nei momenti decisivi, non viene sfruttata sino in fondo.

Nella parte centrale del romanzo succedono molte cose, ma narrativamente servono poco. Non perché manchino eventi, ma perché la voce di Jane smette di lavorare: invece di interpretare, scavare, contraddirsi, si limita a mettere in fila ciò che accade. È come se Gregory avesse rinunciato a usare la voce come strumento e l'avesse trasformata in un contenitore.

Il risultato è un calo di funzione narrativa più che di ritmo: il romanzo procede, ma non approfondisce. E questo pesa, perché qui non manca la materia, manca l'elaborazione. L'ho detto in modo brutale, ma è il punto: avevi oro tra le mani, l'hai trasformato in una lista della spesa.

Il finale, invece, è coerente. Non risolve tutto, ma chiude il discorso con una sua logica. Ed è anche per questo che il giudizio resta positivo: La traditrice è un'ottima idea eseguita a metà. Un libro che funziona, ma che avrebbe potuto essere molto di più. Il voto rimane un 4, nonostante tutto - e proprio perché quel "tutto" lo si vede chiaramente.

Jane e Anna Bolena: due strategie, due fallimenti

Il confronto con Anna Bolena è il vero asso morale del romanzo.

Anna è esposizione, ambizione dichiarata, potere esercitato in piena luce.
Crede che essere necessaria significhi essere protetta. 
Jane è l'opposto: invisibile, prudente, convinta che l'unico modo per restare sia non occupare troppo spazio.

Anna sfida il sistema.
Jane lo studia.
Una muore.
L'altra resta.

Ma la sopravvivenza di Jane non è una vittoria. È una forma di svuotamento morale.
Gregory è molto brava qui: non costruisce un'antagonista, ma due modelli di fallimento femminile all'interno dello stesso sistema violento.

Philippa Gregory e Alison Weir: interpretare o ricostruire?

Alison Weir ricostruisce.
Philippa Gregory interpreta.

Nei romanzi di Weir c'è rigore, precisione, attenzione filologica. 
Ne La traditrice c'è una scelta diversa e dichiarata: romanzare liberamente, piegare i vuoti storici, usare l'ambiguità come motore narrativo.

Il problema nasce quando questo approccio viene scambiato per romanzo storico "puro". Non lo è. 
È un romanzo politico, psicologico, ideologico, travestito da storico.
Letto così, regge. Letto come ricostruzione fedele, delude.

Gli errori storici (sì, ci sono. Respiriamo).

Mettiamola giù semplice: gli errori storici ci sono.
Le forzature anche.
E no, non sono piccoli dettagli.

Jane è troppo centrale, troppo informata, quasi ovunque.
L'incesto viene trattato con un'ambiguità che storicamente non sta in piedi.
La psicologia è modernissima. 
I processi sono semplificati, la religione diventa sfondo più che motore reale.

Ma qui entra in gioco una decisione del lettore.
E io l'ho presa così: vabbè, Gregory fa Gregory.

Non mi sono arrabbiata. Ho sospirato, sì. Ho alzato gli occhi al cielo, anche.
Ma sapevo cosa stavo leggendo. E questo fa la differenza.

Un libro che ogni tanto serve (con tutte le avvertenze del caso)

La traditrice è uno di quei romanzi che ogni tanto servono.
Non per studiare.
Non per sentirsi lettori impeccabili.
Ma per ricordarsi che il romanzo storico può anche essere una lente deformante, non una fotografia.

Lo difenderei questo libro.
Ma specificando sempre che il romanzo storico vero e proprio è un'altra cosa.

La traditrice è un romanzo che ti costringe a una domanda scomoda prima di spegnere la luce: quanto sei disposta a sporcarti pur di non sparire?

Non parla davvero di tradimento, ma di sopravvivenza.
Non consola e non assolve.

È uno di quei libro che non ti fa sentire migliore, ma più lucida.
Ed è per questo che, nonostante i suoi difetti, per me merita 4 stelle.

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