"Sangue marcio" di Antonio Manzini: quando il male cresce in famiglia


SANGUE MARCIO
Antonio Manzini
Piemme
224 pagine
24 giugno 2025


Pietro e Massimo sono due bambini privilegiati. La loro è una famiglia facoltosa e hanno tutto quello che si può desiderare: una villa con piscina, un campo da tennis privato, i primi videogiochi. Un'infanzia felice, sospesa in un sogno borghese. Finché, un giorno d'autunno del 1976, il mondo crolla. La polizia irrompe in casa e il padre viene arrestato. I giornali, pochi giorni dopo, lo ribattezzeranno "il mostro delle Cinque Terre". Quasi trent'anni più tardi, i due fratelli non potrebbero essere più diversi. Pietro è cresciuto in un istituto a Torino ed è diventato un cronista di nera. Massimo, affidato a uno zio, è un commissario di polizia. A unirli di nuovo è una scia di delitti, firmati da un serial killer spietato. Il tempo li ha cambiati. Massimo, un ragazzino impulsivo che metteva tutti in riga con il suo motto «Vatti a nascondere in Tibet» oggi è un uomo svuotato, con troppe ombre e troppi Martini in corpo. Pietro ha un carattere introverso, incapace di lasciarsi accostare dagli altri. Ma il passato non si dimentica. E così, mentre il killer continua a colpire, i due fratelli si riavvicinano, tanto da ritrovarsi ad affrontare una resa dei conti, indietro fino al giorno in cui è crollato il mondo. "Sangue marcio" è un romanzo magnetico che scava nella psicologia dei personaggi, costringendo il lettore a confrontarsi con il lato oscuro dell'essere umano. È l'esordio di Antonio Manzini, pubblicato vent'anni fa che torna finalmente in libreria.


Sangue marcio non è un libro che ti prende per mano.
Non ti spiega come sentirti, non ti accompagna, non si preoccupa del tuo comfort emotivo.
Parte già sporco, già scomodo, già deciso a non piacerti per forza.
Ed è forse proprio per questo che funziona così bene.

È un thriller psicologico disturbante e lucido che racconta il male come eredità familiare.
Attraverso la storia di due fratelli cresciuti nello stesso dolore, ma arriva a esiti opposti, il romanzo scava senza sconti nella responsabilità individuale, nella violenza e nelle cicatrici che passano di generazione in generazione.

Un thriller che non cerca il consenso del lettore

Manzini non addolcisce, non media, non rassicura.
Questo non è un thriller che ti guida: è uno che ti mette davanti allo specchio e se ne va.

Il punto forte di Sangue marcio non è l'intreccio, ma la frattura umana che lo attraversa.

Cresciuti nello stesso dolore, davanti allo stesso fango, Massimo e Pietro seguono due strade diverse: uno costruisce una vita "normale", l'altro ci sprofonda sino a farne casa.
Manzini non semplifica né giustifica, ma pone una domanda scomoda: quanto di ciò che diventiamo lo scegliamo davvero?

Il male come eredità familiare

Qui il "marcio" non è un colpo di scena: è una sostanza che filtra piano, che si deposita, che passa di padre in figlio.

Pietro mette profondamente a disagio ed è chiaramente una scelta consapevole dell'autore.
Non è un personaggio da comprendere fino in fondo, ma da osservare mentre prende forma.

Io e Roby lo abbiamo ascoltato in audiolibro e siamo rimasti sempre agganciati alla storia.
Mai un momento di stanchezza, mai la tentazione di mollare.
Quando una storia ti trattiene così, significa che sotto c'è una sostanza vera.

Il capitolo otto: uno spartiacque narrativo

Il famigerato capitolo otto è un punto di non ritorno.
Crudo. Descrittivo. Quasi indigesto.

Viene spontaneo chiedersi se Manzini non abbia spinto troppo.
Eppure no: non è violenza gratuita.
È violenza coerente, necessaria, un pugno nello stomaco che non cerca applausi ma lascia lividi.

Questo libro non è per stomaci delicati. E non fa nulla per diventarlo.

La scrittura di Antonio Manzini: controllo e direzione

Anche quando indugia o insiste, Manzini dimostra una cosa chiarissima: sa sempre dove sta andando.

Il controllo della materia narrativa è evidente, così come la sua capacità di scrivere thriller senza scivolare nel meccanico.
Il disegno complessivo è solido, pensato, portato fino in fondo senza tentennamenti.

Il finale in audiolibro: una scelta discutibile

Qui serve onestà: il finale ascoltato ha creato confusione.
Il cambio di punto di vista negli ultimi capitoli, senza un vero stacco narrativo o vocale, ci ha disorientati.

Su carta, probabilmente, avrebbe funzionato meglio.
In audio, invece, lascia una sensazione di smarrimento evitabile, tanto che io e Roby ci siamo avvalsi della "consulenza" della Bacci. 
Ma se non avete qualcuno con un cartaceo a portata di mano, saranno dolori!

Perché leggere Sangue marcio oggi

Sangue marcio non è un libro che consiglierei a tutti.
Ma è uno di quelli per cui dico: meno male che l'ho letto.

È disturbante, duro, a tratti eccessivo, ma lucidissimo nel raccontare come il male possa nascere, crescere e trasmettersi dentro le famiglie.
Antonio Manzini qui non cerca consenso: cerca verità narrative.
E questo, per me, fa tutta la differenza.



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