Quando smetti di funzionare: cosa ci insegna Kafka sulla vita moderna
Perché La metamorfosi è così attuale?
La metamorfosi di Kafka è attuale perché racconta cosa succede quando una persona perde valore agli occhi degli altri: quando non produce, non funziona, non è più conveniente. La storia di Gregor Samsa parla di lavoro, amore incondizionato e di quanto sia facile diventare invisibili.
C'è un modo molto rassicurante di leggere La metamorfosi: come un racconto sull'assurdo.
Sull'insetto, sulla stranezza.
È il modo migliore per non sentirsi coinvolti.
Perché La metamorfosi non parla di ciò che diventa Gregor Sansa, ma di ciò che era già: un corpo utile, una funzione economica, una presenza giustificata dal rendimento.
Kafka non ci chiede di credere alla trasformazione.
Ci chiede di accettare la normalità che la circonda.
Ed è lì che il testo smette di essere strano e comincia a fare male.
Il vero problema di Gregor Samsa: smettere di essere utile
Gregor si sveglia insetto e pensa subito al lavoro.
Non alla paura. Non allo scandalo.
Al ritardo.
Al capo. Al contratto.
Alla famiglia che dipende da lui.
Il punto non è "mi è successa una cosa terribile", ma "non sto funzionando".
Kafka capisce con anticipo disarmante una verità che oggi ci sembra ovvia, ma che continuiamo a fingere di non vedere: il lavoro non serve solo a vivere, serve a legittimarci.
Finché produci, esisti.
Quando rallenti, diventi un problema da gestire.
La colpa senza errore: quando il valore dipende dalla prestazione
Gregor non ha colpe.
Non sceglie la metamorfosi.
Non decide di fermarsi.
Eppure si scusa.
Si vergogna.
Cerca di sparire.
Kafka mette in scena una colpa preventiva, interiorizzata, moderna: non quella per ciò che fai, ma per ciò che non riesci più a fare.
Una colpa senza giudice e senza assoluzione.
E proprio per questo impossibile da estinguere.
La famiglia come sistema produttivo
La famiglia Samsa non è mostruosa.
È efficiente.
Finché Gregor mantiene tutti, è sopportato.
Quando smette, diventa ingombro.
Non viene cacciato.
Viene spostato ai margini, lentamente, con buon senso, senza scenate.
Nessuna violenza, solo adattamento.
È il meccanismo perfetto: nessun colpevole, nessun gesto eclatante, una vita che si restringe fino a diventare trascurabile.
La frase decisiva arriva dalla sorella, con lucidità amministrativa:
"Dobbiamo liberarci di lui".
Non dell'insetto.
Di Gregor.
L'orrore vero: l'adattamento di tutti
Il colpo più feroce di Kafka non è la trasformazione, ma l'abitudine.
Il padre recupera autorità.
La madre rimuove.
La sorella evolve, nel senso peggiore del termine.
E Gregor fa la cosa più devastante di tutte: assorbe lo sguardo degli altri.
Smette di mangiare.
Smette di mostrarsi.
Smette di occupare spazio.
Non viene ucciso.
Viene reso superfluo.
Gregor siamo noi quando rallentiamo
Gregor siamo noi quando il corpo cede, la testa si spegne, la vita chiede tregua.
Quando non rispondiamo subito.
Quando non rendiamo abbastanza.
Quando non siamo performanti.
Il mondo non punisce.
Archivia.
Kafka non scrive dell'assurdo.
Scrive di un sistema che non ha bisogno di essere violento per essere disumano.
L'amore, finché non costa troppo
Il passaggio finale è il più scomodo.
Gregor non perdere l'amore perché è diventato altro.
Lo perde perché amarlo costa.
Costa tempo.
Spazio. Cambiamento.
Kafka lo mostra con una precisione spietata: l'amore non sparisce di colpo.
Si ritira per fasi.
Prima meno presenza.
Poi fastidio.
Infine la legittimazione morale dell'abbandono.
Nessuna cattiveria dichiarata.
Solo frasi ragionevoli.
Comprensibili.
Terribilmente familiari.
Kafka e la verità che non consola
Kafka non chiede empatia per Gregor.
Ci chiede qualcosa di peggio: di guardare quanto facilmente accettiamo che qualcuno scompaia nel momento esatto in cui smette di essere utile, funzionale, conveniente.
Non scrive di fallimento.
Scrive di chi ha sempre fatto il proprio dovere.
Ed è proprio per questo sacrificabile.
Gregor non muore perché è diventato un insetto.
Muore perché ha smesso di funzionare.
E Kafka continua a farci la stessa domanda, senza concederci conforto: se smettessimo di rendere, chi resterebbe a chiamarci per nome?
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