Crisi dell'editoria 2026: tra influencer, sovrapproduzione e scaffali pieni che nessuno guarda
Se il mercato del libro fosse un creator in burnout e la vera rivoluzione fosse comprare meno
Se l'editoria fosse un influencer, sarebbe in terapia
Immaginatela.
Stories alle 9: "Ragazzi, i giovani leggono di più! Fidatevi dei dati!"
Stories alle 14: "Il mercato è in crisi. Situazione complessa."
Stories alle 22, in penombra: "Non è un periodo semplice."
Eco.
L'editoria italiana nel 2026 è questo: un creator in burnout che alterna entusiasmo e catastrofismo come se fossero filtri.
Un giorno la colpa è di Amazon, un giorno di TikTok.
Un giorno della pirateria, quello dopo dei lettori "che non comprano mai abbastanza".
Mai, quasi mai, che la domanda sia: stiamo pubblicando troppo?
Il romanzo dell'anno. Di nuovo.
C'è un'inflazione di capolavori che neanche nel Rinascimento.
Gennaio: romanzo dell'anno.
Febbraio: il libro che ti distruggerà.
Marzo: il caso editoriale definitivo.
Aprile: il titolo che cambierà la narrativa contemporanea.
A dicembre abbiamo avuto 52 romanzi dell'anno.
Statisticamente impossibile, editorialmente conveniente.
Quando tutto è evento, niente lo è.
Quando tutto è imperdibile, la cosa più sana è perdere.
E nel frattempo il lettore si sente lento, in ritardo, non performante.
Perché mentre sta ancora metabolizzando un libro di 400 pagine, il mercano ne ha già lanciati altri venti.
Sovrapproduzione: la parola che fa finta di non esistere
Ogni anno migliaia di novità.
Ogni mese pile che si rincorrono.
Ogni settimana tavoli in libreria che cambiano come vetrine stagionali.
Il risultato?
Libri che vivono due settimane, autori che spariscono nel rumore, librai costretti a scegliere cosa sacrificare.
E lettori che accumulano.
Perché tra hype, recensioni, reel emozionali e "non sei pronta a quel finale", compriamo.
Per sostengo.
Per entusiamo.
Per paura di rimanere fuori.
Ma comprare non è la stessa cosa che leggere.
Il paradosso tragicomico della crisi
Da una parte si parla di calo vendite.
Dall'altra si continua a produrre come se la quantità fosse la cura.
È un po' come dire: "Il buffet non funziona" e aggiungere altri venti piatti.
Forse il problema non è la fame del pubblico.
Forse è l'ingordigia dell'offerta.
L'editoria non è un mostro, sia chiaro.
È un sistema complesso, con margini sottili, distribuzione feroce, equilibri delicati.
Ma c'è una verità scomoda: un sistema che corre sempre comunica ansia.
E l'ansia non è un buon motore per la lettura.
Intanto, lo scaffale di casa tua ti guarda
Adesso veniamo alla parte davvero scandalosa!
Vai davanti alla tua libreria, conta quanti libri hai ancora da leggere.
Non quelli comprati ieri, quelli lì da mesi.
Quelli scelti con amore e poi rimandati perché, nel frattempo, è uscito "il nuovo imperdibile".
Lo scaffale è la parte silenziosa del mercato: non urla, non fa hype, non ha hashtag.
Aspetta.
Forse la rivoluzione più caustica che possiamo fare non è indignarci sui social, è non comprare per un mese.
Sì, l'ho detto.
Non comprare, ma leggere ciò che abbiamo.
Comprare meno non è tradire l'editoria
È scegliere meglio, è sottrarre il tuo gesto d'acquisto all'urgenza e restituirlo all'intenzione.
Non è smettere di sostenere le librerie, è sostenerle con lucidità.
Perché un lettore consapevole vale più di dieci acquisti impulsivi e dimenticati.
E un libro letto vale più di tre ancora incellofanati.
La crisi dell'editoria è solo un problema di vendite o anche di ritmo?
E noi, nel mezzo, vogliamo essere consumatori accelerati o lettrici selettive?
Io non voglio salvare il mercato con la carta di credito, voglio salvare il mio rapporto con la lettura.
E se per farlo devo ignorare l'ennesimo "romanzo dell'anno", lo farò con serenissima cattiveria
Adesso dimmi: hai il coraggio di fare un mese di digiuno da novità? Oppure la tua libreria ti fa troppa paura?
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