'Un bel quartiere' di Therese Anne Fowler: quando il dolore diventa rumore


UN BEL QUARTIERE
Therese Anne Fowler
Neri Pozza
320 pagine
17 giugno 2021

Ampie strade, case di mattoni in stile ranch e giardini rigogliosi… Oak Knoll è un quartiere molto ambito nel bel mezzo di un’amabile città della Carolina del Nord. A Oak Knoll vivono Valerie Alston-Holt, professoressa di silvicoltura, e il suo talentuoso figlio Xavier, che in autunno partirà per il San Francisco Conservatory of Music. Esperta botanica, Valerie ama, del suo quartiere, soprattutto la maestosa vegetazione: cornioli bianchi e rosa, castagni, peri, viburni, camelie, ciliegi, cachi, cespugli di biancospino e agrifoglio. E, soprattutto, la grande quercia che svetta nel suo giardino. Qualche mese prima, però, è accaduto l’irreparabile: un’impresa di costruzioni ha abbattuto tutti gli alberi che ombreggiavano la casa accanto alla loro, demolita senza tante storie e portata via come i resti di una tempesta o di un terremoto. Ora al suo posto c’è un edificio grande e luminoso, con il suo spoglio ma costoso giardino, un’enorme piscina e, soprattutto, i nuovi vicini.
I Whitman sono l’esatto opposto degli Alston-Holt: bianchi, benestanti, popolari. Brad Whitman, della Climatizzatori Whitman, è un giuggiolone pieno di soldi; sua moglie, Julia, coda di cavallo alta e un aderentissimo top da fitness, sembra uscita dalle pagine di un catalogo sportivo. E poi ci sono le figlie: la piccola, spumeggiante Lily, e Juniper, con i suoi segreti ben celati di adolescente.
Con poco in comune, a parte un confine di proprietà, le due famiglie sono inevitabilmente destinate a scontrarsi, soprattutto quando Brad Whitman, incurante di ogni regola di buon vicinato, lascia che i lavori di ristrutturazione della casa intacchino le radici della quercia tanto amata da Valerie. Tra gli Aston-Holt e i Whitman scoppia, feroce, la guerra. Una guerra che cela in sè il seme dell’odio razzista e che rischia di sfociare nel più drammatico degli esiti. Una guerra che non si arresta nemmeno quando tra Xavier e Juniper sboccia l’amore.
Spietato ritratto dell’America di oggi, dei conflitti razziali e sociali che la attraversano, Un bel quartiere ha ottenuto, al suo apparire negli Stati Uniti, un grande successo di pubblico e di critica.



Benvenuti a Un bel quartiere: uscita di sicurezza non pervenuta

Spoiler emotivo: speravo in un thriller. Ho trovato una prova di resistenza. 
Di quelle che non rilasciano attestati, solo crampi morali. 

Confesso: ho inizia Un bel quartiere aspettandomi un thriller. Uno di quelli che ti tengono sveglia, che ti fanno dire “ancora una pagina” mentre una vocina nella testa ti ricorda che domani mattina lavori. 
Io e Roby eravamo pronti. 
Mentalmente, emotivamente e fisicamente. 
Stretching fatto, acqua a portata di mano. 
Il libro invece no. Il libro era in ciabatte.

Trama a buffet: prendi tutto, capisci niente

In questo romanzo c’è tutto. 
Razzismo, ecologia, disparità di genere, tensioni sociali, accuse, drammi, ingiustizie. 
Tutto. 
Talmente tutto che a un certo punto ti aspetti anche il tiramisù. 

Il problema non è la quantità, è il metodo: i temi sono buttati lì come nel piatto svuota-frigo della domenica sera. 
Un po’ di questo, un avanzo di quello, senza sapere bene perché. 
Niente viene davvero approfondito. 
Niente viene scavato. 
Sono etichette, non ferite. 

Il risultato? Una storia che si trascina per due terzi senza dire granché, per poi esplodere in uncinale sovraccarico come una valigia Ryanair: strapiena, fuori misura e con la zip che implora pietà.


Personaggi: sagome di cartone in una dramma che dovrebbe far male

Brad Whitman è il cattivo di ordinanza. Talmente cattivo da sembrare disegnato col pennarello nero. Ecco il mostro, non sbagliatevi, guardatelo bene: grr. 

Ma il personaggio che più ci ha fatto digrignare i denti, a me e Roby all’unisono (mai successo così in sincrono, neanche nei traslochi), è Valerie Alston-Holt.
Rigida. Saccente.
Quadrata come un regolamento condominiale scritto in corpo 8. 

Nessuno di loro vive davvero sulla pagina.
Nessuno respira.
E quando il dolore arriva – perché arriva, eccome se arriva – non smuove nulla.
È tragedia senza empatia.
Rumore, non emozione. Un allarme che suona a vuoto.

Scrittura: quando il problema non è cosa dici, ma come lo dici

Dialoghi basici.
Frasi che sembrano uscite da un tema delle elementari, quelli con “la mia estate” come incipit fisso.
Descrizioni superficiali.
Retorica ovunque, come il prezzemolo: non sai perché c’è, ma c’è. Sempre.

Più volte, leggendo, io e Roby ci siamo guardati con la stessa domanda silenziosa:
ma davvero nessuno ha detto all’autrice «forse così no»?

Qui non siamo davanti a una prosa semplice.
Siamo davanti a una prosa povera, e i temi trattati non se lo meritano.

La voce di Roby

Io mi aspettavo un thriller psicologico sottile. Non uno di quelli che ti tengono col fiato sospeso, ma uno capace di lavorarti dentro, lentamente, fino a creare disagio.
Invece mi sono trovato davanti a una narrazione che, semplicemente, non avanzava. Giorni interi in cui non succedeva nulla, se non l’accumulo di tensioni dichiarate, ma mai davvero costruite. 

Il problema principale, per me, è stato la scrittura: troppo debole per sostenere temi così complessi.
Il dolore non mi è sembrato una conseguenza naturale della storia, ma qualcosa di esibito, quasi cercato. 

E i personaggi non hanno mai acquisito una reale credibilità; più che persone, sembravano marionette funzionali a portare il racconto verso snodi già decisi.
A libro chiuso, il giudizio è stato istintivo e definitivo: questo è un romanzo che si può tranquillamente lasciare sullo scaffale.
A meno che non si abbia una particolare inclinazione all’autosabotaggio.


Il dolore come spettacolo (e la pazienza del lettore come vittima collaterale)

Il punto di non ritorno arriva sul finale, con un’accusa a Xavier.
Un’accusa che non regge, poi crolla, poi torna, poi cambia forma.
A un certo punto ho pensato: basta. 

Non è tensione narrativa.
È accanimento. 

È come se l’autrice si fosse chiesta:
“Quanto ancora posso far soffrire questi personaggi prima che qualcuno chiuda il libro?” 

Risposta: parecchio.
Quasi un mese.
In ebook.
A letto.
Una fatica epica degna delle dodici prove di Asterix, ma senza cinghiali finali.digli 

Cliché serviti caldi (e senza vergogna)

Neri dipinti come cattivi.
Donne relegate a moglie-madre-ornamento.
Dinamiche sociali trattate con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalli. 

Nessuna rilettura critica.
Nessuno scarto intelligente.
Solo stereotipi messi in fila, come se bastasse nominarli per dire qualcosa di sensato. 

Non basta.
Davvero, non basta.

Confessione finale da lettrice testarda

Siamo andati avanti non perché il libro ci tenesse agganciati, ma per pura curiosità antropologica: capire quanto in basso si potesse arrivare.

A libro chiuso – o meglio, a e-reader spento – l’irritazione ha vinto su tutto.
E il pensiero che ha attraversato me e Roby è stato uno solo:
ma come hanno fatto certi lettori ad amare questo libro?

Il retrogusto che resta (e perché no, non poteva andare meglio)

Questo romanzo voleva essere importante.
Ha finito per essere pesante. 
Voleva scuotere.
Ha stancato. 
Voleva commuovere.
Ha irritato. 
E quando un libro fallisce su tutti questi fronti insieme, resta una sensazione sola: quella di tempo perso, che pesa più di una trama sbagliata. 

Voi lo avete letto?
Vi ha coinvolti, indignati, commossi?
O vi ha lasciati freddi come è successo a noi? 

Parliamone.
Siamo sinceramente curiose di capire se siamo due alieni…
o se, alla fine, questo quartiere non era poi così “bello”. 


Commenti