Recensione 'Gli aghi d'oro'
di Michael McDowell - Neri Pozza

by - 29.1.24


GLI AGHI D'ORO || Michael McDowell || Neri Pozza || 16 gennaio 2024 || 553 pagine



Anno di Grazia 1882. New York festeggia il nuovo anno tra opulenza e miseria. Dalla sua dimora di Gramercy Park, il cinico giudice James Stallworth, affiancato dal figlio e dal genero, lancia la sua crociata: ripulire il famigerato Triangolo Nero, quartiere di bettole, bordelli, fumerie d’oppio e botteghe di ricettatori, su cui regna la feroce Black Lena Shanks col suo clan di donne versate nelle arti della crudeltà. Ma la sete di potere degli Stallworth dovrà misurarsi con la furia vendicatrice di Black Lena. Con Gli aghi d’oro, Neri Pozza prosegue con la pubblicazione dei capolavori dell’autore di culto.


Due ore a fissare il foglio per far sì che questa recensione non fosse una lunga sequela di parolacce insulti! Dopo un'abbondante dose di cioccolato sono riuscita a valicare lo scoglio dei 366 santi elencati, uno per uno, durante la lettura e sono pronta a parlarvi di questo libro romanzo coso!

Partiamo dal volume fisico: 16,5 centimetri di altezza, esattamente come la saga di Blackwater ; peccato che Gli aghi d'oro abbia 553 pagine (in media, ogni volume della saga ne aveva 250). Risultato? Il libro è impossibile da tenere in mano, sta aperto a fatica e, una volta giunti a metà, se, come me, avete l'indegna abitudine di leggere le righe nella loro interezza, quindi anche le parole che si trovano nella parte interna della pagina, combinerete il guaio: spina spaccata e costa del volume irrimediabilmente segnata!
D'altronde, i disagi durante la lettura saranno parecchi, a meno che non leggiate seduti a un tavolo e teniate il libro con entrambe le mani.
Altro problema: gli angoli della copertina si sono scollati (trovate tutte le foto nel post su Instagram). Il risultato è quello di ritrovarsi con un con un volume che pare vecchio di vent'anni e letto decine e decine di volte.
Immagino che l'editore abbia scelto di mantenere il formato utilizzato per Blackwater sia per una questione estetica che per non ritrovarsi orde deliranti di lettori che si sarebbero lamentati di quanto i volumi fossero brutti da accostare in libreria (credo stiano ancora ricevendo insulti per l'infamata del cofanetto!).
Ma, forse, sarebbero state meglio quelle lamentele a fronte delle maledizioni lanciate da chi di noi si è avventurato (o lo farà) nella lettura di questo romanzo!

Conclusa la problematica "fisica" del volume, passiamo alla ciccia, anche se in questo caso sarebbe meglio dire alla fuffa!
Gli aghi d'oro viene classificato come giallo storico; di storico c'è forse l'ambientazione (New York nel 1882) ma nulla più; di giallo giusto l'ittero nervoso che colpisce il lettore durante la lettura!

Le protagoniste del romanzo sono due famiglie, gli Stallworth e gli Shanks. Capostipite dei primi è il Giudice James Stallworth, due volte vedovo e padre di Edward e Marian.
La famiglia Shanks è tutta al femminile, con a capo la ricettatrice di origini tedesche Lena, madre di Daisy e Louisa, mammana la prima, falsaria la seconda.
I destini delle due famiglie si incrociano parecchi anni prima rispetto al periodo di svolgimento della storia e McDowell ci porta avanti e indietro, tra passato e presente, per svelarci quale legame vi sia tra il Giudice Stallworth e Lena Shanks.

I primi capitoli risultano giustamente introduttivi, ma anche confusionari a causa della numerosa mole di personaggi che l'autore ci presenta. Superato questo primo scoglio, però, la narrazione procede lenta e dispersiva, incagliandosi ora in dettagli inutili, ora in infinite quanto superflue descrizioni; dalle strade di New York alle abitazioni passando per gli abiti indossati dai protagonisti e le aule di tribunale, non c'è nulla che McDowell non si curi di narrare con dovizia di particolari.
A questo si aggiunge una grande mancanza di accadimenti: le prime 400 pagine sono fatte per lo più di piccoli fatterelli fini a loro stessi che poco apportano alla trama.

Giunti verso la fine, quando la "maledizione" che colpisce gli Stallworth viene portata a compimento, McDowell raggruppa in una cinquantina di pagine tutti gli eventi e tutto lo splatter di cui è capace!
Accade così che si passi indefessamente dall'appisolarsi più e più volte col naso tra le pagine al chiedersi perché l'autore abbia sentito l'esigenza di scrivere 400 pagine di nulla cosmico, invece di racchiudere tutto in 200 pagine o poco più!

Se si arriva dalla lettura di Blackwater, si farà fatica anche a riconoscere la penna di McDowell, che qui risulta tanto acerba quanto prolissa e assolutamente incapace di creare un personaggio, tra i tanti presenti, che colpisca il lettore col suo carisma (insomma, non cercate una nuova Elinor, perché qua siamo ben lontani da quei fasti!).
Basterà un po' di malizia (che in me abbonda come la voglia perenne di pizza!) per scoprire che Gli aghi d'oro è stato pubblicato per la prima volta nel 1980, mentre Blackwater è del 1983. E perché parlo di malizia? Perché, secondo me, siamo vittime del solito giochetto delle Case Editrici: pubblicare prima un romanzo valido, creare aspettative nei lettori, far desiderare loro la lettura di altri libri dello stesso autore e poi rifilargli i titoli peggiori.
Neri Pozza ha comunicato di aver acquistato i diritti di quattro romanzi (oltre alla saga di Blackwater) di Michael McDowell. A questo punto, la domanda è: quanti saranno quelli antecedenti? E quanto gli editori confidano nella stupidità dei lettori? Ai posteri l'ardua sentenza!

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