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'La radice del male' di Adam Rapp: quando il male abita in famiglia

La radice del male
Autore Adam Rapp
Editore NN Editore
Pagine 540
Uscita 27 giugno 2025
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. "La radice del male" racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo. Adam Rapp indaga le piccole crepe che segnano il destino di una famiglia perbene; solchi che possono diventare abissi o aprirsi alla luce, se si trova il coraggio di chiedere aiuto.



La radice del male di Adam Rapp è una saga familiare americana che attraversa mezzo secolo di storia attraverso lo sguardo dei Larkin - una famiglia in cui religiosità estrema, violenza sommersa e silenzi complici si tramandano di generazione in generazione come un'eredità impossibile da rifiutare. Pubblicato da NN Editore, è un romanzo che non sorprende, non accelera, non urla. Eppure, quando lo chiudi, ti rendi conto che qualcosa è cambiato nel modo in cui guardi le cose.

Un romanzo che non corre, ma arriva comunque


Certi libri ti trascinano dentro prima ancora che tu abbia deciso di entrarci. La radice del male non funziona così e ci vuole un attimo per capire che non è un difetto.

Adam Rapp scrive con una profondità che rallenta. Non è una mancanza: è una scelta stilistica precisa, coerente con quello che il romanzo vuole fare. La velocità, quando arriva, non è data dalla scorrevolezza della prosa, ma dalla curiosità - quella strana urgenza di sapere com andrà a finire per gente che ormai senti quasi tua. E questo, se ci pensate, è già una forma di cattura.

I Larkin: una famiglia americana, una mappa del dolore


Siamo nel 1951. I Larkin vivono in un'America suburbana che odora di chiesa e di segreti non detti. Ava, la madre, è il perno attorno a cui tutto ruota - una donna costruita sulla religiosità come si costruisce una fortezza: per difendersi, per non guardare, per non sapere. I suoi cinque figli crescono nell'ombra di una fede che non consola, ma schiaccia.

Myra è la primogenita: la più lineare, quella che segue il copione previsto. Si innamora, si sposa, mette al mondo un figlio e si ritrova presto a crescerlo da sola. La sua storia è quasi ordinaria - e proprio per questo risulta la più malinconica.

Alec è l'altro estremo. Unico figlio maschio sopravvissuto, vive una vita dissoluta e da criminale. È il personaggio più inquietante non tanto per quello che fa - di cui non vi dirò nulla, perché è uno di quegli elementi che è giusto scoprire da soli - ma per come gli altri reagiscono a lui. O meglio: per come non reagiscono. Ava intuisce. Capisce. E non fa nulla. Ha suscitato in me una rabbia silenziosa, di quelle che non sai bene dove mettere. Perché non è stupidità, la sua. È qualcosa di più difficile da perdonare: è la scelta deliberata di non vedere, coperta dalla parola di Dio.

Una struttura per un male sistemico


Rapp costruisce il romanzo come una vera saga familiare: ampiezza temporale notevole, capitoli brevi, ognuno focalizzato su un personaggio alla volta. La macchina da presa passa da una stanza all'altra di una casa in cui nessuno parla davvero con nessuno.

La narrazione procede in ordine cronologico, dal 1951 in avanti, e questa linearità non è casuale. Serve a mostrare qualcosa di preciso: il male non è un evento isolato. Non è un mostro che arriva da fuori. È un sistema - di relazioni, di linguaggi, di abitudini - che si riproduce nel tempo con una pazienza quasi geometrica.
Gli enigmi più grandi spesso sono i più semplici.
scrive Rapp. La radice del male nei Larkin non è nascosta, non è criptata. È lì, visibile, tramandata con la stessa naturalezza con cui si tramanda una ricetta o un cognome. Il punto è che nessuno vuole guardarla in faccia.

La lingua di Rapp: cruda, orale, spietata


Lo stile di Adam Rapp è diretto come uno schiaffo freddo come il marmo. Prosa vicina al parlato americano suburbano, dialoghi serrati e brutali, poche frasi lunghe. Le riflessioni ci sono, ma arrivano di traverso - non come pause, ma come lampi dentro una conversazione che sta già andando storta.

I dialoghi sono il posto in cui questa famiglia comunica. O meglio: il posto in cui non comunica, perché quello che si dice è quasi sempre meno pericoloso di quello che si tace. Rabbia e ironia amara si mescolano in un modo che riconosci, anche se non vorresti.

Le descrizioni sono essenziali - Rapp non spreca parole - ma bastano a ricostruire un intero micro-universo. Usa immagini legate all'acqua, alla pulizia, alla sporcizia, alla pelle. Simboli di purezza e impurità che tornano, come sensi di colpa che non trovano assoluzione.

Lo sguardo di Roby


La radice del male funziona come sistema, non come storia. Rapp costruisce una struttura in cui ogni personaggio è al tempo stesso causa ed effetto: Ava genera Alec, Alec genera assenza, l'assenza genera le scelte di tutti gli altri. La religione non è lo sfondo, è il meccanismo. È il linguaggio attraverso cui la famiglia normalizza ciò che non riesce a nominare diversamente. La brevità dei capitoli non è una concessione al lettore: è la forma stessa del contenuto. Il male domestico non si manifesta in scene madri. Si accumula in frammenti. Rapp lo sa e costruisce di conseguenza.

Quello che rimane quando si chiude il libro


Non è un romanzo che lascia voglia di parlare subito. Anzi, quando l'ho finito ho avuto bisogno di silenzio, di quella pausa che certi libri ti impongono, non come castigo, ma come rispetto. Come se chiedessero un attimo prima di essere metabolizzati.

Un libro che viaggia su binari tranquilli e che pare non voler portare da nessuna parte, solo raccontare una storia. Invece, giunti a destinazione, ci si rende conto che di quella storia si è diventati parte.

La radice del male non smonta la famiglia americana con un colpo di scena. La smonta lentamente, con cura, come si smonta qualcosa di fragile che si vuole esaminare bene. E quando hai finito di guardare, non riesci più a rimontarla come prima.

Il male, in fondo, non ha mai avuto bisogno di urlare. Gli basta restare seduto a tavola.




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