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'Atto di famiglia' di Alessandra Carati: quando la forma è perfetta ma le emozioni non arrivano

Atto di famiglia
Autore Alessandra Carati
Editore Neri Pozza
Pagine 176
Uscita 5 maggio 2026
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
All’inizio è una famiglia come tante, infelice a modo suo. Un padre accudente e insicuro, una madre distante e istrionica. Tra loro, una bambina contesa. Piccoli gorghi scuri disseminano quest’unione che assomiglia più a un contratto che a una storia d’amore, ma l’abitudine dei gesti, gli spiragli di normalità e la vita che mette in fila i giorni li hanno resi trascurabili. Poi, tutto crolla: ripensandoci non saprebbero collocare nel tempo il momento esatto, la memoria riscrive i fatti – le notti sul divano, le lacrime, la rabbia, i tradimenti, una terapia di coppia in cui nessuno crede. Magari si può ancora salvare qualcosa, per il bene della bambina. Ma il dolore e l’orgoglio rendono ciechi e sordi, e in guerra una cosa sola conta: distruggere il nemico, anche con colpi proibiti, con accuse che sporcano tutto e da cui non si torna indietro. Sotto le macerie, ferita, resta lei, la bambina che tutti volevano per sé e che nessuno ha amato abbastanza; lei, cuore di un corpo che non esiste più, riemergerà in nome di una voglia di vivere più forte. Alessandra Carati racconta, senza paura di dire, la disgregazione di una famiglia che a un certo punto smette di essere ordinaria. È la cronaca abbacinante di una fine, con le sue molte verità in conflitto, tutte plausibili, che attira il nostro sguardo dove non si sarebbe fermato, dà voce a chi non avremmo ascoltato.


Atto di famiglia di Alessandra Carati (Neri Pozza) è un romanzo polifonico sulla disgregazione silenziosa di una famiglia normale, narrata attraverso tre voci parziali e in conflitto. Struttura frammentata, stile glaciale, costruzione per accumulo. 


La scelta più controintuitiva della mia vita recente


Io e i libri molto chiacchierati sui social abbiamo un rapporto complicato. Di solito funziona così: più lo vedo girare, più mi allontano. Non per snobismo - beh, forse un po' per snobismo - ma perché certi hype costruiscono aspettative che quasi nessun libro riesce a reggere.
Atto di famiglia di Alessandra Carati stava diventando uno di quei libri. Lo vedevo ovunque, me lo ritrovavo tra le storie di chiunque e il mio istinto mi diceva di lasciare passare.

Poi è entrata in gioco la variante Roby: cercavamo qualcosa di corto da leggere in ebook la sera, a letto, senza la pressione di un romanzo di seicento pagine. La trama mi incuriosiva davvero, la brevità era un argomento convincente e così ho messo da parte i miei principi e ho aperto il file.

Sono rimasta sino alla fine. Non per convinzione, ma perché il romanzo suscita comunque curiosità - vuoi vedere come andrà a finire, vuoi capire se qualcuno si salverà, vuoi aspettare la voce della bambina come un possibile atto di grazia. Poi ci arrivi, a quel capitolo, e capisci che la grazia non era nei piani.

La polifonia di un addio senza testimoni neutrali


La verità, quando una famiglia si frantuma, è una faccenda puramente geometrica: dipende solo dal punto di vista in cui ti trovi rispetto alle macerie.

Carati sceglie la via più difficile e, forse per questo, più onesta: non ci regala un narratore onnisciente a cui aggrapparci, ma ci lancia dentro una resa dei conti polifonica. Non importa cosa sia successo davvero tra quelle mura - importa come ognuno stia tentando di sopravvivere al proprio ricordo. Nessuno racconta il passato in modo neutrale, perché il passato, in questa storia, non è mai solo memoria. È autodifesa. E tutti, in modi diversi, mentono. Non necessariamente agli altri. Prima di tutto a sé stessi.

La narrazione procede per strappi, accumulando piccole crepe quotidiane, dettagli apparentemente insignificanti che spingono questa famiglia verso il burrone. La gradualità con cui Carati costruisce il disastro amplifica l'effetto tragico: capisci che la fine era già lì, scritta nei silenzi del mattino, molto prima che le valigie venissero chiuse.

Architetture umane destinate a cedere


Il padre è una figura che stringe il cuore per la sua fragilità - un uomo presente, che avverte tutto il peso della responsabilità ma che non possiede la struttura per reggerlo. Un personaggio tragico nel senso più classico, schiacciato dal suo stesso dovere. Eppure, più che compassione, mi ha suscitato irritazione. Una fragilità così radicatada diventare, a tratti, snervante.

La madre si muove su frequenze diverse: brillante, eccentrica, distante. Una calamita che attrae lo sguardo ma non offre alcun riparo, nessuna vera protezione. Razionalmente la capisco. Emotivamente la trovo esasperante - una bambina viziata mai cresciuta, capace di prendere tutto lo spazio senza lasciarne agli altri.

E poi c'è la bambina. Il baricentro morale del romanzo, la spugna su cui si scaricano le proiezioni di entrambi i genitori. La aspettavo come si aspetta qualcosa che possa rimettere in ordine i pezzi - o almeno dare un senso a tutto quello che è venuto prima. Non è andata così. Il suo capitolo ha aggiunto confusione laddove non ce n'era bisogno e quella è stata la delusione più grande.

La scrittura che guarda senza assolvere


Alessandra Carati scrive molto bene. Molto.

La sua è una scrittura elegante, severa, lucida. Guarda i personaggi senza assolverli e senza condannarli. Non alza mai la voce, non cerca effetti facili. Lavora per sottrazione: toglie, asciuga, lascia che la pressione emotiva salga da sola.

Anche la scelta di eliminare le virgolette e la punteggiatura nei dialoghi - che di solito rischia di risultare una posa intellettuale fastidiosa - qui trova un senso preciso. Le voci si sovrappongono e si negano a vicenda. Non è un artificio: è la resa formale di un'incomunicabilità cronica. Ognuno parla sopra l'altro perché ognuno sta difendendo la propria versione della storia.
Si facevano del male anche quando erano felici.
Questa frase mi è rimasta addosso. Non per quello che dice, ma per come lo dice: senza drammatizzare, senza tremare. Esattamente come tutto il resto del romanzo. Il problema è che questo registro così controllato non mi ha mai fatto arrivare le emozioni davvero. Le vedevo. Le capivo. Non le sentivo.


Lo sguardo di Roby


Atto di famiglia è un romanzo che non mi ha convinto e sono abbastanza sicuro che, senza il vincolo della brevità, avrei smesso di leggerlo dopo poche pagine. Detto questo, la struttura regge. Lo stile di Carati è rigido, mai empatico, quasi glaciale - e quella glaciali è tecnicamente solida.

C'è una coerenza precisa tra forma e contenuto: la frammentazione narrativa, le voci in conflitto, la mancanza di una verità assoluta. È una scelta che funziona. Il problema è che questa glacialità - necessaria, calibrata, mai accidentale - finisce per tenere il lettore fuori. Non so se sia un difetto del romanzo o una sua conseguenza voluta. Probabilmente entrambe le cose.


Quello che rimane quando il silenzio si posa


Ci sono famiglie che non esplodono. Si consumano.

Continuano ad apparecchiare la tavola, a scambiarsi frasi ordinarie, a fingere che l'amore sia ancora lì, mentre sotto il pavimento si allargano crepe che nessuno vuole guardare.

Atto di famiglia racconta molto bene quel momento. Il momento in cui tutti sono ancora seduti alla stessa tavola, ma da tempo nessuno riesce più a vedere davvero chi ha di fronte.

La storia è dolorosa e la scrittura è valida - questo non lo discuto. Ma le emozioni sono rimaste dall'altra parte del vetro. Le vedevo, le capivo. Non le sentivo.


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