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Le ultime chiacchiere

'La portinaia del 17' di Emma Cortesi: quando il déjà-vu diventa un genere letterario


La portinaia del 17
Autore Emma Cortesi
Editore Fazi Editore
Pagine 197
Uscita 23 giugno 2026
Genere giallo

Nel cuore di Montmartre, le giornate sono scandite da piccole abitudini e buone maniere, e la vita degli inquilini scorre lenta tra un pain au chocolat e due chiacchiere davanti a un caffè. Non c’è nulla che la portinaia Berthe non sappia di loro. Così una mattina, quando per la prima volta in vent’anni Monsieur Gorin non ritira il suo giornale, la donna non ha dubbi: qualcosa non torna. Decisa a seguire l’istinto, Berthe, aiutata dall’ex commissario Lefevre, s’introduce nell’appartamento dove vive Gorin. Dopo una macabra scoperta, la coppia decide di andare a fondo alla questione avventurandosi in un’indagine privata tra vecchi diari, teatri appartenenti a una Parigi lontana e misteriose fotografie, salendo e scendendo le scale del vecchio Residence che custodisce più di un segreto.

Un mystery dalle dinamiche classiche, scritto con l’intelligenza dei grandi maestri del giallo, La portinaia del 17 è il primo di una serie di romanzi con al centro lo storico palazzo di Montmartre. Libro dal tocco ironico e dalle atmosfere rétro, è una dichiarazione d’amore alla Parigi che conosciamo, ma anche un viaggio nella vita dei suoi abitanti, tra le celebri vie del quartiere degli artisti.

Una portinaia coi capelli bianchi che sa tutto di tutti, un ex commissario a portata di cadavere, una Parigi che profuma letteralmente di ogni cosa esistente in natura e un doppio piano temporale piazzato lì perché fa sempre figo. La portinaia del 17 non è un romanzo, è un campionario di tutto ciò che avete già letto, riassemblato con la fiducia cieca di chi pensa che nessuno se ne accorgerà.

Quando il titolo è l'unica cosa onesta del libro


Allora, partiamo da un presupposto: io ho sempre amato i libri ambientati a Parigi, adesso un po' di più (e chi sa, capirà). Mi piace l'atmosfera, mi piace pure l'idea della portinaia ficcanaso che sa cose che nemmeno la polizia. Quindi sono entrata in questa lettura con le migliori intenzioni del mondo, armata di gelato e ottimismo.

Ne sono uscita col gelato sciolto e l'ottimismo in coma.

Berthe, Lefevre e l'arte di non esistere 


Partiamo dai personaggi, che è sempre un buon punto per capire se chi scrive sa cosa sta facendo. Berthe è la portinaia con i capelli di neve (la chiamano così, giuro, come se "capelli bianchi" fosse un'offesa) che osserva tutto e tutti. Peccato che osservare non equivalga a esistere: Berthe entra in scena, recita la sua parte di portinaia-oracolo e se ne esce uguale a come è entrata. Zero evoluzione, zero spigoli, una funzione narrativa travestita da persona.

E poi c'è Lefevre, l'ex commissario che - sorpresa delle sorprese - abita proprio in quel condominio lì! Che fortuna sfacciata, eh?! Lefevre indaga, si aggira, pensa cose profonde sul passato che nessuno gli ha mai chiesto e alla fine resta un nome su una pagina. Non un uomo, ma un segnaposto con la pipa. Sempre che vogliamo regalargliene una, visto che l'autrice non si è presa il disturbo di farlo!

Nessuno dei due ha un arco narrativo, nessuno dei due cambia. Sono lì, fermi, come due controfigure che aspettano che arrivi l'attore vero a fare la scena.

La grande overdose olfattiva di Parigi


Ora parliamo di Parigi, perché qui Cortesi si supera. Sapete quanti odori può avere una città in 197 pagine? Tantissimi, a quanto pare. Lievito, carta stampata, glicine, pioggia, tigli, lavanda, naftalina, moquette bagnata, legno vissuto, talco da scena. E gli appartamenti - attenzione, capolavoro! - profumano di carta, inchiostro e tempo (il tempo ha un odore, prendiamone atto), ma anche, nello stesso libro, di cavolo lesso.

Il doppio piano temporale, ovvero il copia-incolla obbligatorio


E qui arriviamo al succo del problema strutturale: il doppio piano temporale. Lo capisco, lo capisco benissimo: oggi se non alterni passato e presente sembra che tu non abbia studiato narrativa. Solo che in questo libro il dispositivo sembra nascere dall'esigenza di diventare un libro come tanti altri che hanno funzionato. È un piano temporale fotocopiato, con la grafite ancora visibile sui bordi. Non aggiunge tensione, non aggiunge rivelazioni, non aggiunge niente che la linearità non avrebbe già dato meglio e prima.

Un finale che si risolve come si risolvono i compiti delle vacanze il 31 agosto


Veniamo al finale, il vero capolavoro di delusione. Non è incomprensibile, badate bene: capiamo tutto, pure tutto. Il problema è che quello che capiamo è scemo. Le tensioni accumulate per quasi 200 pagine si sciolgono in poche righe con una soluzione talmente sbrigativa da sembrare scritta sotto scadenza editoriale, di quelle dove l'editor telefona e dice: "Emma, ci servono le ultime venti pagine entro venerdì" ed Emma le consegna il giovedì sera alle 23.50, con il copia-incolla ancora caldo.

E indovinate un po'? Il libro lascia aperto tutto quello che serve per un seguito. Perché diciamocelo, nell'editoria di oggi, se non chiudi un cerchio è perché stai già pregustando il prossimo contratto.

Lo sguardo di Roby


C'è una domanda che mi pongo leggendo certi romanzi e non riguarda mai la trama: riguarda la filiera. Chi ha letto questo manoscritto prima che diventasse un libro? Chi ha detto sì? Perché il problema de La portinaia del 17 non è solo nella scrittura, è in tutto ciò che sta a monte della scrittura: un editing che pare assente, una struttura mai messa alla prova, una serialità progettata prima ancora che la storia avesse ragione di esistere. Si percepisce, leggendo, l'urgenza del prodotto sopra la necessità del racconto. E questo, più di ogni cliché sulla pioggia parigina, è ciò che resta addosso a lettura conclusa: non la delusione per un libro mal scritto, ma l'amarezza per un'occasione editoriale sprecata con metodo.

Quello che resta, alla fine, è solo la copertina


Chiudo il libro e mi chiedo cosa porterò con me di questa lettura. La risposta, con tutta l'onestà che vi devo sempre, è: niente. Nessun personaggio mi ha tenuto compagnia oltre l'ultima pagina, nessuna frase mi ha fatto fermare a rileggerla per il gusto di rileggerla, nessuna atmosfera è sopravvissuta alla chiusura del libro. È rimasto solo un vago sentore di cavolo lesso. E, per quanto involontaria, temo sia l'immagine che descrive meglio questo libro.

Certi libri si dimenticano. Questo, invece, l'ho già perdonato... il che, per un romanzo, è la forma più elegante di sparizione.

Laura

1 commento:

  1. Concordo su tutto. Un romanzo tanto acclamato online che purtroppo non mantiene ciò che promette. Imprecisioni, refusi e in generale una poca cura che mi ha fatto molto riflettere. Il tuo pensiero sulla filiera rispecchia esattamente le domande che mi sono fatta; non ho ancora saputo darmi una risposta.

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