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Le ultime chiacchiere

'Le dirimpettaie' di Serena Bortone: tre donne meritavano un romanzo e ne hanno avuto uno e mezzo

Le dirimpettaie
Autore Serena Bortone
Editore Rizzoli
Pagine 364
Uscita 7 aprile 2026
Genere Narrativa contemporanea
C'è stato un tempo in cui la vita delle donne era solo una conseguenza del marito che si sposava. Poi è arrivato il Sessantotto e la rivoluzione sessuale che ha ribaltato radicalmente questo copione per le più giovani. Mentre le donne già sposate, strette nelle loro esistenze ordinate, si sono trovate all'improvviso travolte da mille pensieri di libertà. Come tre valchirie danzanti, Tina, Gabriella e Maria compiono la loro metamorfosi personale in un condominio romano di Talenti. Tre vite che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l'una per l'altra, legate da un'amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche. Cresciute in un mondo che assegna ruoli rigidi alle donne, le tre amiche affrontano matrimoni spesso più di convenienza che sentimentali, maternità vissute tra dovere e ambivalenza, desideri repressi, tradimenti e improvvise fughe. Intorno a loro si muove un Paese in trasformazione: il boom economico, la Dolce Vita, l'emancipazione femminile, il divorzio. In un arco temporale che si estende dagli anni Sessanta al Capodanno del nuovo millennio, Serena Bortone ci regala tre donne indimenticabili, imprigionate in una vita dove il "buon matrimonio" non corrisponde a felicità. Gabriella rimugina e trova nei suoi pensieri la forza di scrollarsi di dosso un matrimonio stanco. Maria sogna e ogni tanto sparisce. Tina scopre l'eros e decide di tenerselo stretto. A ogni costo. "Le dirimpettaie" è un romanzo corale, vorticoso, irresistibile. Una storia che parla di noi, delle nostre madri, e di tutto quello che ci portiamo ancora addosso quando proviamo a scegliere la nostra vita.

Le dirimpettaie racconta tre donne che negli anni Sessanta si ritrovano vicine di pianerottolo e, come voleva l'epoca, diventano amiche per forza di cose più che per scelta. L'idea di partenza è preziosa, la condizione femminile vista da dentro le mura di casa. il problema è che Bortone le annega in capitoli filosofeggianti, ritmo che si impantana e un personaggio, Maria, che a un certo punto sembra uscito da tutt'altro libro. Restano belle pagine isolate e un rimpianto, quello per la storia secondaria che meritava di essere la principale.

 

Tre donne, un cortile e tutto quello che gli anni Sessanta hanno tolto


Lo confesso: mi sono avvicinata a questo romanzo con un certo entusiasmo. Tre donne, un condominio, gli anni Sessanta e quella promessa implicita che certi libri fanno quando si propongono di raccontare la condizione femminile senza prediche e senza sconti. Mi sembrava il terreno perfetto per me. Poi ho iniziato a leggere e qualcosa, pagina dopo pagina, ha cominciato a scricchiolare.

Non è un brutto libro, sia chiaro. È un libro che aveva tutto per essere bello e che si è perso per strada, come capita a chi parte con una valigia piena di buone intenzioni e a metà viaggio si accorge di aver portato troppa roba inutile.

La trama: vicine di pianerottolo, vicine di destino


Maria, Tina e Gabriella vivono nello stesso palazzo. Sono gli anni Sessanta e la vicinanza fisica si trasforma, quasi per consuetudine sociale più che per affinità reale, in amicizia. Le loro giornate ruotano attorno alla casa, ai mariti, ai figli, a quel copione non scritto ma rispettato alla lettera che voleva le donne sempre belle, sempre sorridenti, sempre perfette. Bortone prova a fotografare quel mondo da dentro e, in certi momenti, ci riesce: c'è una frase, nel romanzo, che da sola vale più di interi capitoli
Le donne si dovevano muovere sulla scena del mondo obbedendo a delle regole ereditate, convinte di adempiere al loro ruolo e che quel ruolo fosse l'unica strada possibile, il solo modo per raggiungere una codificata serenità.
In questa frase c'è il romanzo che avrebbe potuto essere. 

Il guaio è che attorno a momenti così, l'autrice infila digressioni filosofiche pesanti, fuori scala rispetto al registro che il romanzo aveva scelto sino a quel momento, che interrompono il racconto invece di arricchirlo. La storia si spezzetta, il lettore perde il filo e quando lo ritrova, si accorge che, nel frattempo, non è successo granché.

Maria, Tina, Gabriella: quando il copione conta più del personaggio


Tina e Gabriella restano, nel complesso, personaggi credibili, anche se mai del tutto fuori dal seminato del cliché. Maria, invece, è un caso a parte e non in senso buono. A un certo punto la sua storia vira verso episodi che sfiorano il paranormale, roba che in un romanzo corale e realistico come questo suona quasi fuori posto, ridicola persino.
Capisco l'intenzione, magari dare a Maria una dimensione altra, misteriosa. Ma il risultato è che mentre Tina e Gabriella restano ancorate al loro tempo e al loro dramma, Maria sembra essere scappata da un altro libro e non si capisce mai bene perché sia rimasta in questo.

La scrittura di Bortone: troppa filosofia, poca narrazione


Lo stile di Bortone non è privo di qualità, anzi: ci sono passaggi scritti con cura vera. Il problema è la misura. Il romanzo è costruito come se ogni capitolo dovesse guadagnarsi un posto a sé tramite una riflessione, una pausa meditativa, un afflato quasi saggistico che però appesantisce invece di illuminare. Il ritmo, già lento di suo, rallenta ulteriormente e il libro si ripete, gira attorno agli stessi temi senza portarli davvero avanti. Onestamente, a un certo punto mi sono chiesta se in Italia gli autori vengano pagati a capitolo, perché non si spiega altrimenti questa fissazione collettiva per i romanzi sopra le 300 pagine quando ne basterebbero la metà, dette meglio.

Lo sguardo di Roby


Confesso di aver abbandonato Le dirimpettaie poco prima di metà lettura e lo dico senza il minimo imbarazzo: non tutti i libri vanno finiti e questo, per me, non lo meritava. Quello che mi ha allontanato non è stata la materia, anzi. Il tema della condizione femminile negli anni Sessanta è terreno fertile e tutt'altro che esaurito. È stata la struttura. Bortone alterna il racconto a inserti riflessivi che vorrebbero dare profondità filosofica al testo, ma che finiscono per spezzare ogni tensione narrativa appena costruita. Un romanzo corale ha bisogno di respiro continuo tra i personaggi, di un ritmo che li tenga in dialogo tra loro. Qui invece ogni volta che la storia trovava un suo passo, arrivava una digressione a fermarla. Ho preferito chiudere il libro prima di continuare a leggere controvoglia.

Quello che resta, alla fine


Se devo essere onesta fino in fondo, il personaggio che avrei voluto vedere protagonista non era nessuna delle tre dirimpettaie ufficiali, ma la zia Giuditta, relegata a comparsa, con una conclusione frettolosa quando la sua storia d'amore perduto meritava un romanzo intero tutto per sé. È il classico caso del comprimario che ruba la scena e che l'autrice, forse, non ha visto in tempo.

Resta un libro che si legge, ma che si dimentica con la stessa facilità con cui si è iniziato a leggerlo: senza rancore e senza nostalgia.

Laura

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