'Quando le gru volano a sud' di Lisa Ridzén: un romanzo che riguarda tutti


QUANDO LE GRU VOLANO A SUD
Lisa Ridzén
Neri Pozza
335 pagine
15 aprile 2025


Bo ha ottantanove anni e la sua solitudine viene interrotta soltanto dalle visite degli assistenti domiciliari che si prendono cura di lui. Per il resto, non c’è molto che abbia sapore. Nemmeno i pasticcini alla panna montata che il figlio Hans si ostina a comprare e mettergli nel frigo. Bo è arrabbiato con il suo corpo che non obbedisce più, con le sue braccia un tempo forti che ora non riescono a fare più nulla, con le sue dita gonfie che non sanno più nemmeno aprire il barattolo che contiene lo scialle preferito di sua moglie Fredrika. Lo scialle che conserva ancora il suo profumo. È l’unica cosa che gli è rimasta di lei, da quando è stata trasferita in una casa di cura a Östersund, da quando Fredrika non riconosce più nessuno e lui non riconosce più la donna dietro i lineamenti di sua moglie. Ma, soprattutto, Bo è arrabbiato con Hans che vuole portargli via Sixten, il suo cane, perché si è convinto che un quasi novantenne non sia in grado di prendersene cura. E adesso non c’è più Fredrika a addolcire le parole aspre tra padre e figlio. Il vuoto lasciato dalla compagna di una vita e la preoccupazione di perdere l’affetto di Sixten, che ancora lo tiene nel mondo, trascinano Bo in un vortice di emozioni. Lo sospingono a ripercorrere la sua esistenza, a definire felici quei momenti in cui semplicemente non ci accadeva nulla, ad ammettere il suo modo imperfetto di amare gli altri. Delicato e potente, questo ritratto dell’ultima età della vita, protagonista invisibile della ma nostra epoca, è un romanzo sovversivo che ci riguarda, tutti, e rimarrà con noi.


Quando le gru volano a sud di Lisa Ridzén è il ritratto delicato e potente di Bo, ottantanove anni, e della sua solitudine silenziosa, fatta di una cane da difendere, di uno scialle che conserva ancora un profumo, di un figlio con cui le parole sono sempre state aspre. Un romanzo che parla dell'ultima età della vita con una precisione rara e che, dall'inizio, sai già che non ti lascerà indifferente.

Certi libri te lo dicono subito

Non ci sono libri che ti avvertono.

Di solito arrivi impreparata: apri la prima pagina con quella piccola diffidenza di chi non sa ancora cosa aspettarsi e poi aspetti. Aspetti che la storia si metta a fuoco, che i personaggi prendano forma, che arrivi quel momento in cui smetti di leggere un libro e inizi a stare dentro qualcosa.

Con Quando le gru volano a sud di Lisa Ridzén non ho aspettato.

Era già lì, dalla prima pagina. Quella sensazione precisa di trovarsi davanti a qualcosa che ha peso vero, non emozioni costruite a tavolino, ma il peso di una storia che sa esattamente quello che sta facendo.

Non capita spesso. Quando capita, lo riconosci subito.

Uno scialle, un cane e quello che rimane di una vita intera

Bo ha ottantanove anni. Le braccia che non obbediscono più, le dita gonfie che non riescono ad aprire nemmeno il barattolo dove conserva lo scialle di Fredrika - sua moglie, trasferita in una casa di cura a Östersund, dove non riconosce più nessuno e lui non riconosce più lei.

Non c'è molto che abbia ancora sapore. Nemmeno i pasticcini alla panna montata che il figlio Hans continua a mettere in frigo con quella testardaggine affettuosa e un po' goffa di chi non sa più come star vicino a suo padre.

E poi c'è Sixten. Il cane. L'unica cosa che ancora lo tiene nel mondo e che Hans vuole portargli via, convinto che un quasi novantenne non sia in grado di prendersene cura.

È da questo piccolo campo di battaglia domestico che Lisa Ridzén costruisce tutto. Non serve di più. Perché dentro questa storia apparentemente quieta c'è un uomo che ripercorre la sua esistenza, che riconosce i momenti felici in quelli in cui semplicemente non accadeva nulla, che ammette - con la difficoltà di chi non ci è mai stato - il suo modo imperfetto di amare.

Due persone, una distanza e tutto quello che non si è detto

Il cuore del romanzo non sta in Bo da solo.

Sta nel rapporto tra Bo e Hans.

È lì che si gioca la partita più difficile, quella tra un padre che ha sempre parlato poco e un figlio che ha imparato ad aspettarsi poco. Una distanza costruita nel tempo, mattone dopo mattone, con le parole aspre e i silenzi e quella capacità tutta maschile di volersi bene senza saperlo dire nel modo giusto.

Ridzén non forza niente. Non cerca la riconciliazione commovente, non costruisce il momento catartico in cui tutto si risolve con un abbraccio. Lascia che padre e figlio esistano nella loro imperfezione; e quella scelta, quella resistenza alla soluzione facile, è forse la cosa più onesta del libro.

Li ho sentiti vivi entrambi. Veri in quel modo scomodo che ti fa pensare a qualcuno che conosci, mentre leggi.

Una scrittura che non spreca niente

Lisa Ridzén scrive con una misura che si vede raramente. 

Ogni frase ha il peso esatto di quello che deve dire, non una parola in più, non un'emozione forzata.
C'è una qualità quasi artigianale in questa prosa: asciutta, precisa, capace di fare molto con poco. Di prendere un barattolo che non si riesce ad aprire e trasformarlo in qualcosa che stringe il petto.

Era la prima volta che la leggevo. E già dalle prime pagine ho avuto quella sensazione - quella che si prova raramente - di trovarsi davanti a una voce che sa quello che fa. Una voce che non ha bisogno di alzare i toni per arrivare dove vuole arrivare.

La lentezza, in certi punti, si sente. Non è un difetto grave, è quasi coerente con il ritmo di una vita che rallenta. Ma ci sono passaggi in cui la storia perde un po' di tensione e ti accorgi del peso delle pagine. Niente che comprometta l'insieme, ma quel mezzo punto in meno viene da lì.

Lo sguardo di Roby

Il romanzo costruisce la sua tensione su uno spazio ristretto - una casa, un cane, uno scialle in un barattolo. Ridzén lavora per sottrazione: toglie invece di aggiungere. 

Il risultato è una struttura che regge proprio perché non chiede troppo a sé stessa.

Il rapporto tra Bo e Hans funziona come una trave portante non a vista: non la cerchi, ma senza di essa niente starebbe in piedi.

L'unica fragilità strutturale sono alcune sezioni centrali dove il ritmo perde densità. Non crollano. Ma si vedono.

Quello che si prova quando un libro finisce troppo presto

Ho chiuso Quando le gru volano a sud con quella malinconia dolce e un po' ingrata che arriva quando un libro è stato davvero buono.

Quella sensazione che conosci bene: quando vorresti ancora qualche pagina, non perché la storia sia incompiuta, ma perché non sei pronta a lasciarla andare. Perché stavi bene lì dentro.

Bo rimarrà con me. Non in modo rumoroso, non come quei personaggi che ti ossessionano per giorni. In modo quieto, come certi ricordi che non sai esattamente quando sono entrati, ma che trovi lì, ogni tanto, quando meno te lo aspetti.

Lisa Ridzén ha scritto un romanzo sull'ultima età della vita, quella che la nostra epoca tende a rendere invisibile, e lo ha fatto senza pietismo, senza retorica, senza la trappola dell'emozione facile. Lo ha fatto con la sola forza di due persone vere in una storia vera.

Rileggerò Lisa Ridzén. Questa non è una promessa generica, è una di quelle decisioni che prendi mentre stai ancora dentro al libro, prima ancora di averlo chiuso.

Certi libri non ti chiedono di amarli. Si limitano a essere così veri che non puoi fare altro.





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