Reading Journal vs Diario di Lettura: differenze, significato e perché non esiste una regola
Manuale semiserio per smettere di litigare sui quaderni
Reading Journal vs Diario di lettura.
Ieri ho scoperto una cosa meravigliosa: si può discutere anche di questo.
Non dei romanzi che cambiano la vita.
Non dei finali che ci devastano.
Non delle copertine brutte come il peccato.
No.
Del nome del quaderno in cui scriviamo cosa leggiamo.
È successo così: durante uno scambio con una bookstagrammer (confronto civile almeno all'inizio, meno costruttivo alla fine), è emersa una convinzione piuttosto netta.
Secondo lei, il Reading Journal è una cosa precisa: deve contenere challenge, obiettivi, bingo letterari, categorie da completare. Senza questo, non è un Reading Journal.
Io ho fatto notare - con candore, lo giuro - che forse la differenza con un Diario di Lettura è più linguistica che strutturale. Che, in fondo, entrambi sono spazi per tenere traccia delle proprie letture. Che ognuno li riempie come meglio crede.
Apriti cielo!
Mi è stato persino fatto notare che scegliamo termini inglesi quando abbiamo una lingua italiana meravigliosa.
A me.
Io che con gli inglesismi ho un rapporto complicato e li evito come evito i capitoli inutilmente lunghi, mi sono ritrovata improvvisamente arruolata nel partito dell'esterofilia lessicale.
La vita è piena di sorprese.
Ma, ironia a parte, quella conversazione mi ha lasciato una domanda più interessante del battibecco in sé: perché sentiamo il bisogno di definire rigidamente qualcosa che nasce, per sua natura, libero?
Perché stabilire cosa "deve" contenere un quaderno di lettura?
E soprattutto: quando abbiamo iniziato a normare anche il modo in cui ricordiamo i libri?
La questione linguistica (spoiler: non è una guerra di liberazione)
Partiamo dalla base: un Diario di Lettura è uno spazio in cui si tiene traccia delle proprie letture.
Un Reading Journal è... uno spazio in cui si tiene traccia delle proprie letture.
Fine della rivoluzione.
Nel mondo anglosassone il termine "reading journal" viene spesso associato a pagine con tracker, obiettivi annuali, reagind challenge, bingo letterari, grafici che sembrano il bilancio di una multinazionale.
Ma non esiste il Codice Civile del Journal che stabilisce: "Articolo 1: senza challenge non puoi usare l'inglese".
È un'abitudine culturale. Non una legge universale.
In Italia, "Diario di Lettura" evoca qualcosa di più intimo, più riflessivo, quasi romantico (ma nel senso buono, non quello con la pioggia e i sospiri).
Annotazioni, citazioni, emozioni, pagine sottolineate.
Ma anche qui - sorpresa - nessuno vieta di mettere una challenge annuale in un diario.
Non arriva l'Accademia della Crusca a sequestrarti il quaderno.
La differenza non è ontologica.
È stilistica.
È culturale.
È, soprattutto, personale.
E accusare qualcuno di amare gli inglesismi quando quella persona li evita come i capitoli troppo lunghi, è quasi materiale da monologo serale.
Il punto vero: contenitore o prestazione?
Qui però viene la parte interessante.
Perché la domanda non è davvero "Come lo chiamiamo?"
La domanda è: "A cosa serve?"
Se il tuo reading journal è pieno di:
- obiettivi da raggiungere
- numeri da superare
- categorie da spuntare
- grafici di performance
va benissimo. Se quello ti motiva, ti diverte, ti fa sentire centrata, fallo.
Ma chiariamo una cosa con calma e senza forconi: quello è uno strumento di organizzazione, non è l'unica forma legittima.
Per molti lettori, il quaderno (chiamiamolo come vi pare) è altro.
È memoria, dialogo e stratificazione.
È quel posto dove scrivere una frase che ha spaccato il cuore e, mesi dopo, rileggerla e chiedersi: "Ma davvero ero io quella persona?"
Quando la lettura diventa solo una casella da riempire, rischia di trasformarsi in prestazione.
E noi lettori siamo già abbastanza tentati dalla gara silenziosa del "io ho letto più di te".
Il quaderno dovrebbe liberarci, non misurarci.
Non è un FitBit dell'anima.
La libertà che dà fastidio
Il punto che forse punge - ma punge con garbo - è questo: non esiste un'autorità superiore che stabilisce cosa "deve" contenere un reading journal.
Dire che "deve" avere sfide e obiettivi significa trasformare uno spazio personale in un modello da rispettare.
E la lettura, per sua natura, è anarchica.
Cambia con l'età, con l'umore, con le ferite, con l'amore, con il tempo che abbiamo o non abbiamo.
C'è chi ha bisogno di ordine, chi di silenzio.
C'è chi ama i bingo letterari e chi scrive solo una riga tremenda e potentissima.
Sono tutti legittimi.
Quello che non è legittimo è stabilire che uno sia "più giusto" dell'altro.
Una verità piccola ma solida
Chiamalo Reading Journal.
Chiamalo Diario di Lettura.
Chiamalo "Quaderno delle cose che non voglio dimenticare".
La sostanza non cambia.
È tuo.
È lo spazio in cui la lettura smettere di essere consumo e diventa esperienza.
E se qualcuno sente il bisogno di definire rigidamente cosa debba contenere... forse sta parlando più della propria idea di controllo che della lettura in sé.
Io continuerò a credere questo: un quaderno di lettura non è un regolamento.
È una relazione.
E le relazioni funzionano solo quando sono libere.
Adesso lo dico con tutta la calma possibile e con un sorriso: se vuoi le challenge, falle (le faccio anche io!).
Se vuoi solo citazioni, scrivile.
Se vuoi statistiche colorate, disegnale.
Ma non diciamo agli altri come devono abitare il loro spazio.
Perché il bello dei libri è che non si leggono mai tutti allo stesso modo... figuriamoci i quaderni!
E adesso voglio sapere una cosa: voi come lo chiamate? E soprattutto, cosa ci mettete dentro?




Commenti
Posta un commento
INFO PRIVACY
AVVISO: TUTTI I COMMENTI ANONIMI VERRANNO CANCELLATI. Se volete contestare o insultare, abbiate il coraggio di firmarvi!
Avete un'opinione diversa dalla mia? Volete consigliarmi un buon libro? Cercate informazioni? Allora questo è il posto giusto per voi...Commentate!^^